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Wang Xing pensava di avere tra le mani un’allettante offerta di lavoro. Questo attore cinese di 31 anni, famoso in patria per aver recitato in alcuni film e serie televisive di successo, il 3 gennaio era arrivato in Thailandia carico di speranze. Nei giorni precedenti era stato contattato su WeChat da alcuni fantomatici dipendenti cinesi di una grande società di intrattenimento thailandese, con annessa richiesta di volare fino a Bangkok per partecipare ad un importante casting cinematografico. Sarebbero seguiti fitti scambi di messaggi fino alla fumata bianca: Wang era pronto a cogliere un’interessante opportunità lavorativa.

Il ragazzo era atterrato all’aeroporto Suvarnabhumi, nella capitale thailandese, pronto per essere accompagnato in un hotel nelle vicinanze. Peccato che uno degli intermediari con cui aveva parlato, dopo averlo accolto, lo abbia invece caricato in un auto per portarlo a 500 chilometri di distanza, fino a Mae Sot, nella Thailandia occidentale.

In quel momento i familiari hanno perso i contatti con Wang. Il 7 gennaio, dopo giorni di apprensione e in seguito alla denuncia della sua scomparsa, la polizia thailandese avrebbe dichiarato di averlo localizzato a Myawaddy, in Myanmar, e di averlo riportato in Thailandia, senza però rivelare i dettagli dell’operazione.

Traffico di esseri umani e truffe

Wang non aveva parlato con dipendenti di società di intrattenimenti, né aveva ricevuto offerte di lavoro. L’attore era stato agganciato da alcuni trafficanti di esseri umani, attratto in Thailandia con l’inganno, e portato in un centro truffe in Myanmar, un ormai tristemente noto hub asiatico di frodi informatiche. Il giovane Wang è solo uno delle centinaia di migliaia di persone che, nel corso degli ultimi anni, sono state rapite e portate in una delle numerose Scam Farms (alla lettera “Fattorie delle truffe), molte delle quali gestite da organizzazioni criminali cinesi.

Il copione è sempre lo stesso: qualcuno si finge un imprenditore e attrae le vittime, solitamente attraverso i social network o messaggi privati, con la promessa di false opportunità di lavoro. Chi cade nel tranello finisce in un vero e proprio buco nero, trattenuto contro la propria volontà e costretto a mettere in atto truffe online su scala globale all’interno di strutture pesantemente sorvegliate. I pochi che sono riusciti a fuggire da questi moderni campi di prigionia hanno spiegato di aver ricevuto torture e percosse dai loro aguzzini.

Lungo il confine tra Thailandia e Myanmar

La piaga che scuote l’Asia

Wang è stato fortunato: ha vissuto tre giorni nella paura ma alla fine è tornato a casa. Poco dopo il salvataggio dell’attore, sui social media cinesi è diventata popolare una petizione congiunta delle famiglie di 174 cittadini cinesi scomparsi in Myanmar. Queste persone chiedono a Pechino di aiutarli a rintracciare e liberare i loro cari. “Non abbiamo alcuna intenzione di incitare uno scontro. Speriamo semplicemente di attirare l’attenzione del governo e di accelerare gli sforzi di ricerca”, si legge nel testo.

Un foglio di calcolo condiviso online insieme alla petizione elenca tutti gli scomparsi, nome per nome, con accanto dettagli utili per facilitare i lavori di ricerca. La lista, che inizialmente presentava 174 persone, è salita fino a superare quota 1.200. Tra i casi elencati c’è anche quello Zhang Huizhen, una neolaureata di 24 anni scomparsa lo scorso ottobre durante un viaggio tra Thailandia e Cambogia.

Prima di sparire nel nulla aveva condiviso la sua posizione con un’amica: si trovava vicino a Mae Sot. La famiglia di Zhang aveva subito denunciato la scomparsa della ragazza alla polizia della provincia dello Zhejiang e si era rivolta, invano, all’ambasciata cinese in Thailandia. Wang, tra le varie rivelazioni, ha spiegato che nella stessa struttura in cui era tenuto prigioniero c’erano almeno 50 persone: “Ce n’erano di più in un altro edificio e provenivano da diversi Paesi”.

L’attore cinese Wang Xing dopo il suo rilascio

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