La notizia della 37esima proroga dello stato d’emergenza in El Salvador passa sotto silenzio nelle agende diplomatiche internazionali, ma racconta molto più di quanto sembri. Non è soltanto il prolungamento di una misura straordinaria: è la normalizzazione dell’eccezione. È l’istituzionalizzazione del potere concentrato, giustificato in nome della sicurezza pubblica e legittimato da un consenso popolare costruito con metodo, propaganda e risultati parziali.
Dal marzo 2022, quando il presidente Nayib Bukele ha reagito con pugno di ferro a un’ondata di violenza che costò 87 morti in tre giorni, El Salvador ha conosciuto una trasformazione profonda. Il paese più violento dell’America Latina si è trasformato, dati alla mano, in uno dei più sicuri dell’emisfero occidentale. Ma a quale prezzo?
L’efficienza repressiva dello Stato ha portato all’arresto di oltre 85.000 persone, molte delle quali senza processo. La detenzione preventiva può durare fino a 15 giorni senza udienza, le intercettazioni non richiedono più un mandato e i diritti costituzionali sono sospesi. Il 90% dei detenuti attende ancora una sentenza. Secondo organizzazioni indipendenti, tra le 6.000 e le 25.000 persone potrebbero essere state arrestate senza prove concrete, e oltre 370 sarebbero morte in carcere. Eppure, per una larga parte della popolazione, questa stretta autoritaria è un male necessario.
Bukele si presenta come l’uomo della soluzione, il presidente che ha sconfitto le gang a colpi di arresti di massa e megacarceri, come il famigerato Centro di Detenzione Terroristica di Tecoluca. Un modello muscolare, quasi scenografico, che piace e convince anche oltre i confini nazionali. Ma dietro la facciata della sicurezza si nasconde una pericolosa deriva.
Politicamente, il presidente salvadoregno ha trasformato il sistema democratico in un simulacro. Il partito Nuevas Ideas, da lui controllato, domina il Parlamento e neutralizza ogni forma di opposizione. La magistratura è stata piegata, la stampa indipendente indebolita, le critiche internazionali respinte con arroganza. Il tutto accompagnato da un sapiente uso dei social, dove Bukele costruisce la sua immagine di “salvatore” e “innovatore” in uno stile che mescola populismo digitale e tecnocrazia autoritaria.
Nel contesto geopolitico regionale, El Salvador rappresenta oggi un laboratorio di governance autoritaria in salsa democratica. Bukele è riuscito a vendere l’idea che l’ordine valga più della legalità, e che i diritti umani siano un ostacolo all’efficienza. Una lezione pericolosa, soprattutto in un’America Latina segnata da fragilità istituzionali e da ondate cicliche di populismo punitivo.
In Venezuela si protesta per la detenzione arbitraria di migranti con tatuaggi. In Argentina, Colombia e Brasile si studia con attenzione – talvolta con ammirazione – il “modello Bukele”. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea, incapaci di formulare una strategia coerente, oscillano tra condanne timide e silenzi imbarazzati, nel timore di perdere influenza in una regione dove Cina e Russia avanzano.
Ma il dato più grave è che questa politica funziona elettoralmente. Bukele è popolarissimo. Ha ridotto gli omicidi, riportato una parvenza di controllo statale e imposto una narrativa vincente. In una società stremata dalla violenza e dalla povertà, molti accettano volentieri una “democrazia limitata” pur di vivere senza paura.
El Salvador, dunque, è oggi uno specchio oscuro: riflette il volto di una politica che, in nome della sicurezza, rovescia le basi dello stato di diritto. Una lezione da osservare con attenzione, perché dove l’eccezione diventa regola, la giustizia si trasforma in strumento. E la libertà, lentamente, evapora.

