Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

L’equivoco è ancora oggi fonte di una scorretta comprensione del fenomeno. Di fronte a bande di giovani, talvolta giovanissimi, che commettono reati si applica tendenzialmente l’etichetta di “baby gang”, ma come spiega Walter Massimiliani, membro della Polizia di Stato e autore del primo libro dedicato all’argomento, le bande composte da Latinos che si muovono principalmente tra Milano e Genova sono delle vere e proprie organizzazioni criminali, talvolta di respiro transnazionale.

Con “Pandillas – il co-offending e la storia delle gang sudamericane in Italia“, che vede la prefazione firmata da Franco Gabrielli, Massimiliani traccia un quadro rigoroso dell’origine del fenomeno in Italia e racconta nel dettaglio le operazioni di Polizia che hanno portato all’arresto di decine di giovani sud e centro americani (l’età media degli appartenenti alle gang varia tra i 15 e i 30 anni) resisi protagonisti di efferate aggressioni, spaccio di droga, stupri, estorsioni ed omicidi.

Quello delle bande di Latinos è un fenomeno relativamente recente, sviluppatosi a partire dai primi anni Duemila e figlio di quei flussi migratori determinati dalle condizioni geopolitiche del Sud e Centro America. Gli appartenenti alle gang sono ragazzi e ragazze di seconda generazione, che nella maggior parte dei casi hanno raggiunto un genitore (di solito la madre) venuto in Italia per lavorare. Una volta nel nostro Paese, la mancata integrazione, l’isolamento, la solitudine fanno il resto, spingendo i più giovani a cercare la compagnia dei propri connazionali, a fare gruppo e, in alcuni casi, a fare banda.

Chiaramente non bisogna fare di tutta l’erba un fascio e non esiste l’equazione: gruppo di giovani sudamericani/pandillas. Tuttavia il fenomeno, per quanto sottovalutato, esiste ed è strutturato. Se da un lato nel corso del tempo si sono formate delle gang autoctone, completamente scollegate da altre realtà simili, dall’altro ci sono bande criminali variamente strutturate che mantengono intatto un cordone ombelicale con le organizzazioni criminali omonime in Sudamerica. Potremmo citare il caso della famigerata Mara Salvatrucha, anche conosciuta come MS13, una delle pandillas più feroci e diffuse, con i propri centri “operativi” a Los Angeles e El Salvador, ma con diramazioni in molti Stati USA, Spagna e Italia.

Ma potremmo citare anche i Latin Kings, i Netas, i Trebol. Gang spesso in lotta tra loro, che si muovono ai margini delle città, cercando di imporre il proprio controllo nei parchi delle periferie. Un controllo territoriale finalizzato allo spaccio di droga, ma talvolta anche fine a sé stesso, mera espressione di un potere imposto a colpi di machete e coltellate.

Numerosi gli atti di violenza documentati nel libro di Massimiliani. Atti non limitati agli scontri tra bande, ma spesso indirizzati verso cittadini indifesi: un ragazzo aggredito in metropolitana a Milano, un nonno pestato e ridotto all’infermità mentre porta il nipote al parco, un controllore della compagnia Trenord con un braccio quasi amputato per aver chiesto il biglietto alle persone sbagliate: brutalità gratuita, che nella maggior parte dei casi frutta poche decine di euro di bottino.

E poi ci sono i riti di iniziazione. Riti edulcorati rispetto a quelli originali e tutt’oggi applicati nei paesi di origine: se per entrare in una banda in Repubblica Dominicana, a El Salvador o in Equador può essere necessario compiere un omicidio, in Italia “basta” farsi pestare a sangue o commettere una rapina. Se poi è una ragazza a voler entrare a far parte della gang, la scelta è tra uno stupro di gruppo o un pestaggio.

Massimiliani pone l’accento sulla struttura che molte di queste bande si danno internamente – con ruoli e gerarchie definite – ma racconta anche uno spaccato più inquietante: alcune organizzazioni, come la già citata MS13, sono fenomeni complessi, non propriamente – o non solo – bande, ma vere e proprie “organizzazioni sociali”. Citiamo un passaggio del libro relativo proprio all’MS13: “La banda non cerca tanto di generare reddito, quanto piuttosto di creare un’identità collettiva costruita e rafforzata da esperienza condivise, spesso di natura criminale, soprattutto atti di violenza ed espressioni di controllo sociale”.

Affiliazione, fratellanza, legami sanciti con il sangue, un background comune fatto di privazioni e di violenza; e ancora: codici linguistici, segni di riconoscimento come tatuaggi, vestiario, oggettistica. Il profilo di queste bande non è quello di semplici baby gang, qui non siamo di fronte a ragazzini di buona famiglia che nel gruppo trovano la forza per sfogare la propria rabbia adolescenziale. Il fenomeno è più ampio e indubbiamente pericoloso. La caratura criminale e la diffusione di queste bande non è certo paragonabile a quella di altre organizzazioni criminali autoctone – e questo anche grazie all’attività delle forze dell’ordine – ne di altre organizzazioni tipo la mafia nigeriana, tuttavia i numeri per arrivare a quel livello di pervasione ci sono tutti ed è bene che libri come quello di Walter Massimiliani accendano una luce sul fenomeno in un momento in cui è ancora possibile contenerlo e, soprattutto, riconoscerlo come un problema.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto