Don Gino Rigoldi: dopo 52 anti di Beccaria, vi spiego perché il carcere minorile così non serve

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Mentre va in scena il balletto delle carceri della “follia” al grido di “sono i nuovi manicomi”, un plotone di giovani carcerati si asserragliano per qualche ora, minacciando azioni aggressive, in un’ala dell’istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano, già scosso dagli arresti e dalle sospensioni di 21 agenti, portati in cella perché accusati di pestaggi e torture nei confronti di minori autori di reato. Abbiamo raggiunto lo storico cappellano don Gino Rigoldi. Che avvisa tutti: «Io sono un prete cattolico, ho il segreto sacramentale, ma non sono abituato né a tacere né a ubbidire».

Ben 52 anni di “carcere dei piccoli”. Conoscerà vita, morte e miracoli del Beccaria! 

«É proprio il caso di dirlo: conosco vita, morte e miracoli di quel luogo. I primi 25 anni sono stati molto intensi. I ragazzi erano solo italiani. Ricordo ancora quando ne arrivavano più di mille all’anno. Negli anni Settanta eravamo il modello italiano e europeo poi, una volta andato in pensione Antonio Salvatore, l’allora direttore, nei vent’anni successivi siamo andati a scatafascio. Dopo di lui si sono succeduti tanti direttori. Chi rimaneva 4, chi 7 mesi. Da poco, però, si è provveduto ad avere una direzione stabile e non più facente funzione».

Chi sono i detenuti del Beccaria oggi?

«Allo stato attuale il penitenziario è abitato da circa 60 reclusi, 4 sono italiani, 2 dello Sri Lanka. Tutti gli altri sono arabi. Approdano a Milano in quantità significativa, perché è una meta molto attrattiva. Gli enti privati comunali riescono ad accoglierne solo 600-700. L’altra metà vive in strada e tira a campare facendo reati, soprattutto di sopravvivenza e, non avendo né casa né alloggio, purtroppo, trova consolazione in prodotti chimici che usa per drogarsi».

Quindi i giovani migranti (e non) entrano nella vostra struttura detentiva già con dipendenze pregresse e una storia di abuso da sostanze psicotrope.

«Sì, arrivano da noi, come si diceva una volta, “inscimmiati”. La città di Milano offre una quantità enorme di Rivotril, (appartenente alla classe di medicinali chiamata benzodiazepine ndr.) di Lyrica, (indicato per il trattamento dell’epilessia e per trattare il disturbo d’ansia generalizzata ndr.) di Fentanyl, (oppioide sintetico, 50 volte più potente dell’eroina pura ndr.) e una miriade di altre sostanze da sintesi chimica».

Come fate a controllare chimicamente l’umore di persone giovanissime aventi il peso della pena da scontare e per giunta affette da sindrome astinenziale? «Abbiano sempre puntato sulla famosa terapia “calma ragazzi”, altrimenti si berrebbero litri di gocce. Però con l’afflusso di queste nuove sigle, ultima quella americana, il Fentanyl, è un bel casino. Come facciamo a contenere l’astinenza? Stiamo osservando clamorosamente che la nostra cura non serve a niente. Il Rivotril è un sedativo che mi sono preoccupato di far escludere da tutte le carceri lombarde a causa della forte dipendenza che crea. Dell’eroina conosco bene le conseguenze: in 53 anni avrò celebrato 300 funerali. Mentre del Fentanyl e del vasto assortimento di queste altre moderne molecole dagli effetti stupefacenti, sappiamo ancora poco. Vorrei davvero verificare che tipo di astinenza producono». 

Qual è il nuovo piano d’attacco?

“Con l’ausilio di farmacologi, psichiatri e qualche neuropsichiatra, stiamo già iniziando a ragionare su possibili farmaci antagonisti, un po’ più consistenti, capaci di contrastare la dipendenza da tali sostanze. O facciamo quelli che raddoppiano la dose, ma contribuiremmo a mantenere la dipendenza e, non vogliamo, o facciamo quelli che danno una risposta di contenimento. Come fare, lo vedremo».

Che cosa accade quando i condannati minori di età vengono privati della loro dose di “serenità artificiale”?

«Può capitare che abbiano esplosioni di rabbia o di violenza incontrollata e incontrollabile. Soprattutto i primi tempi. L’astinenza è una brutta roba. Pertanto al bando anche i moralisti che dicono “non diamo sigarette ai detenuti perché fanno male alla salute”. Gliene diamo due pacchetti al giorno,  maledizione,  se questo serve a tenerli tranquilli. Oltretutto in carcere questi adolescenti vivono una doppia frustrazione: sono arrivati in Italia per far soldi e vivere una vita più dignitosa e la prigione è la smentita più clamorosa al senso del loro viaggio. Il personale penitenziario, in rapporto al sogno che avevano, viene visto e percepito un po’ come un nemico naturale». 

È anche questa la ragione per la quale la giovane combriccola di “galeotti” del Beccaria ha di recente scatenato l’ultima protesta carceraria?

«Bisognerebbe avere la capacità di mediare perché se ci si sovrappone, si diventa a maggior ragione il nemico. Tutto è partito dopo un’ispezione antidroga. I cani cinofili hanno fatto irruzione in un gruppo mossi dal sospetto che alcuni ragazzi potessero avere della droga. Non so se l’abbiano trovata o meno  e uno di loro è stato messo in isolamento. Questo ha creato un contenzioso. In carcere funziona così: c’è sempre un leader titolare di un diritto offeso o immaginario e un gruppetto di amici che protesta in difesa di quel capo banda. Ora hanno tutti le orecchie basse, ma partono all’attacco e si sentono degli eroi».

Qualche mese prima che il minorile finisse al centro dell’attuale indagine, una fonte anonima in servizio presso il Beccaria, denunciava così in una inchiesta condotta da me per conto de Il Giornale e InsideOver: «I nostri ragazzi vengono sedati con farmaci somministrati in abbondanza e, spesso, non a scalare. Ovviamente ne chiedono sempre di più perché stanno male, ma gli vengono dati più per tranquillizzare la custodia che per un loro effettivo bisogno». Vuole dire qualcosa in proposito?

«Posso anche verificare ma, onestamente, non mi pare che ci fosse una risposta farmacologica esagerata. Le risse continue tra infermieri e detenuti erano legate perlopiù alle basse dosi di farmaci somministrate. Se poi venissero elargite 20 o 30 gocce di psicofarmaco, non lo so. Ma non erano certamente 200». 

Le parole di chi conosce bene le carceri, raccontano di uno spaccio interno di farmaci ansiolitici. Le risulta che ci sia anche al Beccaria?

«Mi pare di no, però succede una cosa comica».

Dica.

«In passato arrivavano dentro all’istituto dei pezzi di fumo lanciati con la fionda. Per sopperire abbiamo realizzato una seconda recinzione. Credevamo di avere stroncato la cosa, fino a quando sono arrivati i droni. Ci siamo accorti della loro esistenza quando uno di essi si è infranto contro una finestra con all’interno 20 grammi di fumo. Dopo quell’episodio abbiamo pensato di tornare ai vecchi metodi di perquisizione».

Funzionano?

«Anche se si fa attenzione suppongo che qualcosina entri comunque. Quei pochi reclusi che escono a lavorare qualche sostanza, “di riffa o di raffa”, credo che riescano a portarla all’interno. Però non mi focalizzerei tanto su questo aspetto».

La stessa testimone, il cui nome resta secretato, si era espressa in modo molto duro riguardo al Beccaria. Ne parlava in questi termini: «Assistiamo a scene dove vediamo ragazzini sedati da psicofarmaci, buttati fuori dalle celle come se fossero una mandria di buoi, di maiali. Spintonati e messi in riga come delle bestie». Che ne pensa?

«Penso che l’espressione “mandria di buoi” sia una opinione. Quello che ho visto tante volte è piuttosto il contrario. Il bue della situazione che veniva spintonato, maltrattato e insultato, era l’agente. I ragazzetti non sono esattamente signorinelle delicate. Facciamo un fifty-fifty».

Lei si è mai accorto delle (presunte) torture perpetrate da alcuni agenti nei confronti dei minori?

«Sono un prete cattolico e sono tenuto al segreto sacramentale. Ciò che posso affermare è che quando è capitato di aver visto qualche schiaffo in più, sono sempre intervenuto».

Immagino che non possa spingersi oltre un certo limite di comunicazione, quindi.

«Assolutamente no. L’ho spiegato anche al pubblico ministero: lei fa le indagini, io rispondo ad alcune domande, ma ad altre non rispondo. Ho il sacramento, ma dico sempre quel che penso anche quando è sgradevole per chi ascolta, tanto che al Beccaria vengo vissuto un po’ come un rompiscatole. Poi, però, ho dei limiti».

Ritiene che il “personale in divisa” abbia strumenti adeguati per gestire responsabilmente i prigionieri minori di 18 anni e per intervenire in modo professionale ed efficace?

«I turni degli agenti di Polizia penitenziaria dovrebbero essere di 8 ore giornaliere, al Beccaria, invece, è facile che siano di 12-16. E 8 ore con una decina di ragazzetti come i nostri sono una esagerazione. Le guardie sono stressatissime e fanno una vitaccia. Qualcuna ha l’età dei detenuti, 23-24 anni, ha alle spalle qualche mese di formazione e solo un’infarinatura di nozioni pedagogiche. Inoltre c’è anche da dire che nel nostro minorile è mancato un comandante per 20 anni, il cui ruolo è fondamentale nel verificare la funzionalità e il benessere dei propri agenti. Se manca, manca. Allora si è andati avanti a fantasia. Ragion per cui mi risulta difficile dire se le guardie sono adeguate o inadeguate».

Dietro alle sbarre del Beccaria c’è carenza di psichiatri, psicologi o di altre figure di riferimento?

«Più che altro mancano adulti che si prendano cura dei ragazzi e scarseggia personale capace di relazionarsi a loro. Io mi occupo anche della formazione degli educatori. D’ora in poi punteremo su un programma di riaddestramento alla relazione e dialogo continuo che coinvolgerà anche gli agenti, perché anche loro devono essere un elemento che si qualifica da un punto di vista educativo, insieme a pedagoghi e a formatori. La forza sta nell’equipe e non nel singolo più o meno brillante. D’altronde la relazione non casca dal cielo come il panettone a Natale. Bisogna andare a scuola di relazione. L’addestramento insegna a non aver paura, ma soprattutto a riconoscere i bisogni di questi adolescenti che necessitano anzitutto di essere visti e riconosciuti. Quando si accorgono di valere finalmente per qualcuno, si aprono. Solo così può nascere un rapporto di fiducia».

Qual è il “tallone d’Achille” del Beccaria?

«C’è una grande quantità di tempo vuoto, che è poi la debolezza delle carceri in generale. Si è andati avanti per anni a riempire gli spazi con “cazzatine”. Robettine da poco. Dobbiamo essere consistenti, concreti, e dare a questi giovani il segnale che stiamo addestrandoli a fare bene quello per cui sono arrivati qui. Impareranno a fare la pizza. Impareranno la ristorazione, l’agricoltura e a lavorare il cartongesso».

Ora le cose come procedono?

«Beh, sono sospese. Credo che tra domani e dopo ci sarà qualche tipo di ridefinizione. Vedremo un po’ come ripartire e con quali numeri. Occorre fare un ordine complessivo che abbia come fino primo la crescita di queste persone. Vogliamo fare tanti articoli 21, perché il carcere non è solo una porta che si chiude, ma una porta che si apre. Sono detenuti, ma io desidero dare loro la possibilità di uscire dal penitenziario di giorno per lavorare».

Anche all’interno della sua una Fondazione?

«Certo. Si trova di fronte al Beccaria. Facciamo molta formazione per i ragazzi del quartiere, perché non farla pure per quelli del nostro istituto, in accordo con la sorveglianza?  La sera tornerebbero in cella, ma intanto li si terrebbe occupati. Terminata la parte di addestramento, potrebbero giocare una partita a pallone e non stare dentro una gabbia con la porta di ferro chiusa, attaccati alla PlayStation!».

Al netto delle sue parole, pensa che i minorili così come sono servano?

«No, andrebbero chiusi. Avremmo bisogno di trovare delle strutture alternative, comunitarie. Noi ci troviamo nella condizione di avere molti ragazzi,  al momento 20,  a cui i giudici prescrivono la comunità, ma la comunità non c’è. Di conseguenza li teniamo al Beccaria per un po’, dopodiché li rimettiamo in strada». 

Con o senza paracadute?

«Per molti dei nostri giovanotti non c’è un paracadute o se c’è è finto. A casa mia ne vivono 15, almeno 4 o 5 sono maggiorenni. Potrebbero andare via domani, perché hanno il posto di lavoro e la patente. Ma dove li metto? Dove trovo un monolocale per loro? Chi da una casa a un siriano o a un egiziano ex-detenuto? Uno è diplomato perito chimico e guadagna quasi 3mila euro al mese. Aveva appena contrattato con l’agenzia un appartamento fuori Milano, stava per firmare il contratto, ma glielo hanno stracciato. Sa perché? Perché è nero! Se gli studenti protestano con le tende davanti al Politecnico di Milano contro il caro affitti, i miei ragazzi cosa devono fare per avere un tetto?».

Ha in testa qualche idea?

«In Francia esiste il modello delle “jeunes maisons”. Si tratta di case che ospitano 15-20 ragazzi e ragazze senza dimora o provenienti da comunità, nelle quali c’è un educatore e dove lanciano diverse iniziative culturali. Vorrei fare un po’ di maisons da queste parti, che non somiglino però a quegli squallidissimi pensionati operai di una volta dove i giovani andavano a vivere anonimamente. No! Pensavo piuttosto a dei complessi misti, con all’interno delle attività sportive e musicali rappresentate da una specie di tutor, un calciatore famoso o un cantante importante. Ne parlavo proprio qualche giorno fa con Lorenzo Jovanotti che, peraltro, ho sposato».

Servirebbero degli spazi però!

«Sì. Il Comune di Milano,  che spende in media 30 milioni di euro l’anno per le comunità,  possiede una serie di ville e villettine che potrebbero essere adibite a questo progetto. Perché non investire un paio di milioni anche per un’iniziativa di questo tipo?».

Pensa che il Comune meneghino accoglierà il suo appello?

«Non lo so, ci spero. É una idea colorata a una risposta di emergenza. Ma Milano ha più soldi che progetti!».