La moltiplicazione dei luoghi di trattenimento che rientrano nel circuito degli ordinari Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) pone diversi interrogativi. Ad esempio, come garantire assistenza e supporto legale agli stranieri assoggettati a tali procedure di asilo o di rimpatrio accelerate, se questi sono trattenuti in luoghi ubicati in aree scarsamente accessibili, come le zone di frontiera o di transito? E ancora, come assicurare il monitoraggio indipendente di tali luoghi di detenzione se non esiste una lista ufficiale degli spazi usati a scopo di trattenimento degli stranieri? Si tratta di domande ineludibili cui è urgente dare risposta, anche perché la prospettiva che profila all’orizzonte è quella di una crescente opacità nella gestione di luoghi di privazione della libertà personale già di per sé scarsamente trasparenti e sottratti allo sguardo della società civile.
Perché esistono i Cpr?
La giustificazione ufficiale dei Cpr è che questi servano a rimpatriare gli stranieri non autorizzati al soggiorno sul territorio italiano. Comunemente, infatti, si misura la loro efficacia calcolando la percentuale di stranieri dimessi perché rimpatriati sul numero delle persone trattenute. È questa la determinazione a cui sono giunti report e la piattaforma Open Data costituiscono il progetto “Trattenuti” frutto di un lavoro collettivo di raccolta e analisi dei dati svolto da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari).
Chi sono gli “ospiti” trattenuti nei Cpr?
Detenuti, senza aver commesso nessun reato, in condizioni spesso disumane e in attesa di un rimpatrio che nella maggior parte dei casi non avviene. È questa la drammatica situazione in cui si trovano i circa 500 migranti attualmente ospiti degli otto Cpr attivi in Italia dove il periodo di detenzione è stato portato da 3 a 18 mesi.
I Cpr sono affidati a otto gestori privati, circa 500 i migranti detenuti di provenienza per lo più nordafricana ma anche subsahariana. Le delegazioni vi hanno trovato anche un cittadino europeo che non sapeva neanche perché si trovava lì e diversi richiedenti asilo che – secondo le norme europee – non potrebbero essere detenuti. Riscontrate gravi carenze igieniche e sanitarie, patologie non trattate, grande abuso di psicofarmaci, atti di autolesionismo quotidiani. Quasi ovunque niente mediatori culturali, niente possibilità di parlare con un avvocato e anche laddove esistono le mense, non vengono usate e il cibo viene dato in cella. Un regime disumano che in Italia non esiste neanche nelle carceri.
Sbarchi e rimpatri: i numeri registrati in Italia nell’ultimo periodo
“I dati sugli arrivi via mare dei migranti registrano non solo una forte diminuzione rispetto allo scorso anno, pari a circa il 63%, ma anche una flessione del 20% circa rispetto al 2022, anno in cui era in carica il precedente Governo”. Lo ha spiegato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante il question time alla Camera rispondendo in merito al numero degli sbarchi nel nostro Paese. Sul progetto dei centri di accoglienza in Albania, “Il costo complessivo del progetto è riferito all’arco di cinque anni: parliamo, quindi, di circa 160 milioni all’anno”, ha ricordato il ministro, sottolineando che “si tratta di un investimento che consentirà di abbattere le spese della gestione dell’accoglienza, che sono oggi pari a circa un 1,7 miliardi di euro all’anno, che il Governo in carica ha ereditato da epoche precedenti caratterizzate da arrivi massicci ed incontrollati di migranti”.
“L’attuazione del progetto ha subito un ritardo di alcune settimane per problemi tecnici legati alle condizioni geologiche del terreno che hanno richiesto un’attività di verifica e consolidamento e all’ondata prolungata di caldo anomalo che ha determinato un necessario rallentamento dei lavori a tutela della salute degli stessi lavoratori impegnati sul posto”, ha concluso il ministro dell’Interno.

Il “fattaccio” del Cpr di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza
Non è stato picchiato ma non si esclude la pista dell’omicidio per la morte di Belmaan Oussama, il giovane algerino di 19 anni deceduto nelle scorse ore nel Centro di permanenza e rimpatrio di Palazzo San Gervasio, nel potentino. Il procuratore di Potenza Francesco Curcio non esclude “alcuna fattispecie di reato”, compresi “l’omicidio doloso, colposo e un atto autolesionistico”. La morte dell’ospite del Cpr ha avuto come conseguenza una rivolta dei cento migranti ospiti della struttura. Il giovane sarebbe morto di “crepa cuore”, è questa la voce insistente che circola tra i connazionali. In effetti il verbale di morte parla d’infarto.
Intanto i migranti non hanno mai smesso di andare a Palazzo San Gervasio per lavorare nei campi: cominciano ad arrivare a maggio e vanno via a ottobre. Nel periodo di maggiori arrivi, in piena estate, si contano tra le 1.500 e le 2.000 presenze, con i “caporali”, come vengono chiamati gli intermediari che contribuiscono allo sfruttamento della manodopera, che organizzano il trasporto nei campi. Molti dormono in un centro di accoglienza a pochi chilometri di distanza dal Cpr, altri in baracche e masserie nei terreni in cui lavorano, mentre un centinaio ha trovato casa e vive a Palazzo San Gervasio tutto l’anno.
A gennaio del 2024 la procura di Potenza ha iniziato le indagini su una trentina di persone. L’inchiesta riguarda presunti maltrattamenti sui migranti, che sarebbero avvenuti tra il 2018 e il 2022. Secondo gli investigatori, le persone indagate avrebbero usato in «maniera massiva» e «senza che ce ne fosse bisogno» alcuni psicofarmaci, in particolare il Rivotril, un antiepilettico prescritto anche come tranquillante, per sedare i detenuti e «risolvere le situazioni di tensione provocate dalle forme di disagio psicologico e di dipendenza».
«Le situazioni di degrado e non conformità al rispetto della persona umana e dei diritti in cui si trovavano a vivere i reclusi venivano lenite dall’uso inappropriato di farmaci sedativi volti a rendere gli ospiti innocui e quindi neutralizzare ogni loro possibile lamentela per le condizioni disumane in cui si trovavano a vivere», si legge nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari (Gip). In un’indagine parallela, i magistrati hanno parlato anche di «un vero e proprio monopolio dell’assistenza legale» all’interno del centro, con parcelle «in un caso anche di 700mila euro» pagate dallo Stato a un unico studio legale. «Sulla gestione dei Cpr è in gioco la credibilità dello Stato», aveva detto il procuratore di Potenza Francesco Curcio durante la conferenza stampa in cui ha illustrato i risultati dell’inchiesta.
Maria Ida Settembrino

