Un rene nuovo entro sei settimane, 200.000 euro in contanti, una clinica sperduta in Kenya e un donatore sconosciuto proveniente dal Caucaso: l’industria del traffico d’organi ha trovato una nuova via d’uscita. E la Germania è in prima fila. Lo chiamano “turismo trapiantologico”, una definizione che ha qualcosa di grottesco, un eufemismo che edulcora una realtà ben più crudele. Perché dietro ai voli intercontinentali e alle promesse di “empatia ed efficienza” vendute su siti registrati in Europa, si nasconde una macchina industriale fondata su inganno, bisogno e chirurgia clandestina. L’ultima inchiesta di Der Spiegel, condotta insieme a ZDF e Deutsche Welle, mette a nudo un sistema criminale che collega pazienti occidentali in cerca di salvezza con giovani disperati disposti a vendere un pezzo del proprio corpo per sopravvivere.
Al centro della rete spuntano Paesi come Israele, Germania e Kenya. E uomini senza volto, che agiscono nell’ombra ma lasciano tracce fin troppo visibili. Il cuore operativo batte in Kenya, precisamente nella clinica di Eldoret. È qui che un commercio di organi ben strutturato ha preso forma, sostenuto da donatori kenioti e caucasici, pazienti tedeschi, intermediari israeliani. Il nome che ricorre con maggiore insistenza è quello di Robert Shpolansky, ex culturista e oggi patron di Medlead, azienda-fantasma che promette trapianti rapidi in cambio di somme astronomiche. Il suo socio occulto, ma nemmeno troppo, è Boris Wolfman, già accusato a Tel Aviv nel 2016 per una serie di trapianti illegali in Sri Lanka, Filippine, Turchia, Thailandia e America Latina.
Nell’atto d’accusa di 40 pagine, i magistrati israeliani descrivevano una rete capace di orchestrare operazioni clandestine con una logistica impeccabile e una contabilità parallela che passava da società di comodo registrate in Albania, usate anche per riciclare denaro sporco proveniente dal narcotraffico. I due, Wolfman e Shpolansky, risultano ancora collegati attraverso numeri telefonici, indirizzi web e account Skype riconducibili a “Medlead SP.ZO.O.”, registrata a Varsavia ma irreperibile nei suoi uffici dichiarati. Nemmeno la pizzeria al piano terra ne ha mai sentito parlare.
Shpolansky è scomparso da Israele nel 2013. Avvistato in Thailandia, poi in Turchia. Di lui, oggi, non si sa più nulla. Ma le sue promesse continuano a circolare online, corredate da foto di camici bianchi, testimonianze video e hashtag ammiccanti: #Nierentransplantation, #Erfolgsgeschichten. Renal capitalism in purezza.
La storia di Sabine
Chi compra questi reni? Persone come Sabine Fischer-Kugler, 57 anni, ex impiegata dell’AOK, da decenni in lotta contro un’insufficienza renale diagnosticata a 16. Dopo trent’anni di trapianto, nel 2022 il suo rene ha ceduto. Dialisi tre volte a settimana, cinque ore per seduta, la vita congelata. Quando la creatinina ha superato il livello 6, Sabine ha deciso di non aspettare oltre. Troppo lunga la lista d’attesa in Germania. Troppo devastante la prospettiva di sopravvivere legata a una macchina.
Così è partita. Ha firmato un contratto con Medlead. Ha pagato. E il 4 febbraio ha ricevuto un nuovo rene. Nessun nome, nessuna storia, nessun volto. Solo un organo perfetto, “giovane e sano”, come le ha confermato l’ecografia. Il donatore? Un ragazzo caucasico volato in Kenya per lasciarsi asportare l’organo in cambio, forse, di qualche migliaio di euro.
“L’importante è che io non debba più fare dialisi”, dice ora, seduta nella sua cucina bavarese, con la tovaglia a fiori e il motto sul vaso: “Quando appare la luce, l’oscurità si allontana”. Una vita normale, finalmente. Anche se costruita sulla rimozione chirurgica della coscienza.
Il lucro sulla disperazione
Tutti negano. Ufficialmente, Israele non ha nulla a che fare con il traffico. Ma la storia racconta altro. Nel 2009 l’Istituto Forense Abu Kabir fu costretto ad ammettere che negli anni Novanta aveva prelevato organi da palestinesi morti senza consenso. Cornee, pelle, ossa. Yehuda Hiss, allora a capo della struttura, patteggiò. Il ministero della Salute giurò che le pratiche si erano interrotte nel 2000. Ma il sospetto rimane.
Nel novembre 2023, l’Euro-Med Human Rights Monitor ha denunciato il possibile furto di organi da cadaveri palestinesi a Gaza, chiedendo un’indagine indipendente. Il Parlamento europeo, già nel 2015, identificava Israele come snodo centrale del traffico globale di organi, con un doppio ruolo: acquirente e fornitore. Non mancano neanche le condanne. Nel 2011, Levy Itzhak Rosenbaum, cittadino israeliano, fu arrestato negli Stati Uniti per aver venduto reni a 160.000 dollari ciascuno. Nel 2018 toccò al medico Moshe Harel, fermato a Cipro per aver facilitato trapianti clandestini nella famigerata clinica Medicus in Kosovo. E ora spuntano nuovi nomi, nuove rotte, nuovi clienti.
Il meccanismo della nuova rete scoperta in Kenya è semplice. I donatori, spesso giovani e poveri, ricevono promesse di guadagni dai 2.000 ai 5.000 euro. I pazienti occidentali ne sborsano fino a 200.000. In mezzo, un esercito di broker, chirurghi compiacenti, truffatori digitali e medici senza etica. Tutto è così organizzato che i reni si offrono su internet come se si trattasse di un pacchetto vacanze. “Trapianto garantito entro 4-6 settimane”, recita un sito tedesco. Basta cliccare, finire su WhatsApp e parlare con un “Robert”. Il cognome non serve. Il business è così redditizio da permettersi persino la sfacciataggine della visibilità. Su YouTube, ex pazienti raccontano sorridenti la loro rinascita in Kenya. Nessuno menziona il costo. Nessuno si chiede che fine abbia fatto il ragazzo che ha venduto il rene. E qualcuno finge addirittura di credere alla favola che tutto sia mosso da altruismo.
Dimenticate la retorica del dono, qui siamo nel mercato mondiale della carne fresca, fondato sulla disuguaglianza. Gli organi sono semplicemente merce, il corpo una risorsa, la sofferenza è il combustibile. Si viaggia per vivere, e si vende per non morire intrappolati in un sistema in cui il valore di un rene dipende dal Paese in cui è stato prelevato. E dalla disperazione di chi è disposto a cederlo.
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