La riapertura delle indagini sul caso di Garlasco e la concentrazione degli inquirenti sulla figura di Andrea Sempio ci spinge a riproporre questa ampia e dettagliata analisi dei punti oscuri del caso del 2007 su cui Gianluca Zanella aveva indagato quando ancora il faro dei media era distante da un caso che sembrava chiuso.
Esattamente 17 anni oggi, tanto il tempo trascorso dall’omicidio di Chiara Poggi. Un tempo superiore a quello comminato ad Alberto Stasi, condannato a 16 anni per omicidio volontario. Ci sono luoghi lontani dai grandi centri urbani che resteranno per sempre in una bolla di anonimato. Piccole e medie località che rimarranno note solamente a chi le abita o nella memoria di chi in quei luoghi ha lavorato, ha vissuto parte della propria vita o conserva gli affetti. Altri luoghi, invece, non sono così fortunati. E il loro nome entra nella memoria collettiva in quanto legato a fatti di sangue divenuti celebri: Erba, Avetrana, Brembate di Sopra, Cogne. E ovviamente Garlasco.
Tutti luoghi che fino a quel momento non suggerivano nulla, ma che improvvisamente sono saliti alla ribalta delle cronache, che da un giorno a un altro sono stati invasi da troupe televisive, forze dell’ordine, folle di curiosi. E a quel punto l’attenzione mediatica si focalizza sull’evento all’origine di tanto interesse, lo scandaglia, lo seziona alla ricerca dei dettagli più pruriginosi. E il contesto, il quadro d’insieme si perde, sfuma nell’indefinito.
Per il delitto di Garlasco è accaduto proprio questo. La storia di Chiara Poggi e Alberto Stasi ha sovraccaricato i media nazionali per mesi, anni, con il risultato di produrre un monolite informativo, una visione distorta che, per quanto minuziosa, in realtà banalizza gli eventi, scollegandoli dal contesto in cui essi sono maturati. Quasi il delitto di una ragazza di 28 anni sia stato una meteora, completamente scollegato da qualsiasi situazione pregressa.
In questo articolo che si configura come ideale conclusione di un percorso giornalistico volto a scandagliare i fatti sotto punti di vista raramente battuti, quando non palesemente ignorati, racconteremo il contesto. Racconteremo una Garlasco differente da quella che emerge quando si pensa al delitto di Chiara Poggi. E in conclusione, entreremo nella scena del delitto. E vi indicheremo alcune cose mai entrate nella narrazione mediatica dell’omicidio. Cose che possono generare domande a cui nessuno, fin ora, ha cercato di dare una risposta.
Prendi un giorno d’estate a Garlasco
Per giustificare l’attenzione investigativa che sin da subito venne indirizzata solo ed esclusivamente su Alberto Stasi, è passata la versione che quel giorno, il 13 agosto 2007, a Garlasco – circa 10 mila anime – non ci fosse nessuno. Praticamente un paese fantasma. Ovviamente non è così, quel giorno a Garlasco c’erano tante persone, molte di queste, in effetti, gravitarono nella vicenda, finendone talvolta a vario titolo – mediatico o giudiziario – coinvolte. C’erano le gemelle Paola e Stefania Cappa, le cugine di Chiara, che finirono al centro delle polemiche dopo aver effettuato un fotomontaggio che le mostrava in compagnia della ragazza uccisa ed essersi esposte di fronte all’occhio delle telecamere. C’era Andrea Sempio, il diciannovenne amico di Marco Poggi, fratello di Chiara, che nel 2016 sarà indicato (e poi archiviato) come il possibile, vero killer, dopo che il suo Dna, poi ritenuto dalla Procura di Pavia inutilizzabile, era stato ritrovato sotto le unghie di Chiara.
C’erano tante altre persone che, come già detto, incroceranno questa storia marginalmente, ma finiranno talvolta al centro di altre vicende, tutte curiosamente germogliate in seno a quella comunità sconvolta dal delitto di Chiara Poggi, e che – per ragioni insondabili – negli anni sembra non trovare pace.
Scandalo al santuario
Qualche anno fa una fonte ci disse: “Non si può capire bene il contesto del delitto di Garlasco se non si approfondisce quello che succedeva alle Bozzole”. Non fu complicato capire a cosa si riferisse la fonte. Il Santuario della Madonna della Bozzola (e non Bozzole) è un punto di riferimento importante per la zona e non solo. Dal 1990 ne è rettore un prete che nel 2003 fonda una comunità per il recupero di ragazzi e ragazze con problemi di tossicodipendenza e di natura psicologica. Il suo nome salì alla ribalta delle cronache tra il 2014 e il 2015, quando venne coinvolto in una brutta storia di ricatti a sfondo sessuale. Un cittadino romeno sosteneva di averlo ripreso in atteggiamenti intimi con un altro uomo, chiedendogli poi una somma di denaro per comprare il suo silenzio. La storia si sarebbe potuta interrompere con una denuncia, e in effetti il religioso si rivolse all’allora comandante della Stazione dei Carabinieri che però, a quanto risulta dagli atti, si limitò ad ammonire verbalmente il romeno affinché interrompesse l’estorsione.
Questo non avviene e l’insistenza dell’uomo diventa talmente forte da determinare una decisione discutibile: il prete cede e decide di pagare. A fare da intermediario per la consegna dei soldi, l’allora sindaco di Garlasco. Il romeno ottiene qualche decina di migliaia di euro e, come se non bastasse, per farlo stare buono, l’allora sindaco, che era anche un commercialista, gli apre una ditta individuale per permettergli di lavorare nel ramo edilizio, grazie alla collaborazione di un altro professionista: un avvocato che, già in precedenza, aveva svolto il ruolo di intermediario tra il romeno e altre persone a vario titolo convinte a cedergli del denaro, approntando anche della documentazione che giustificasse la dazione. Alla fine, secondo gli inquirenti, il rettore del Santuario consegnerà in totale al romeno circa 150 mila euro, fin quando la situazione, ormai fuori controllo, arriverà a interessate le alte sfere del Vaticano e le autorità, che arresteranno l’uomo.
L’avvocato e la praticante
In questa storia a metà tra il boccaccesco e il noir, resta poco chiaro il motivo che ha portato l’allora sindaco di Garlasco e un avvocato del foro di Vigevano – che, è bene specificarlo, non sono mai stati indagati per questa vicenda – a esporsi in favore di un becero truffatore.
Lo stesso avvocato lo ritroviamo come difensore di Andrea Sempio quando il ragazzo finisce al centro della bufera, indicato dalla difesa di Alberto Stasi come il vero autore dell’omicidio, dopo che il suo Dna – a seguito di indagini difensive che verranno aspramente criticate, sebbene poi considerate del tutto legittime – verrà riconosciuto come lo stesso presente sotto le unghie di Chiara e, fino a quel momento, attribuito ad IGNOTO. Sull’esito delle indagini a carico di Sempio non ci soffermiamo. La posizione del ragazzo sarà archiviata dopo circa 4 mesi di indagini poiché il Dna viene ritenuto inutilizzabile in quanto troppo degradato.
C’è però una circostanza curiosa che merita di essere portata all’attenzione dei lettori e che aggiunge un ulteriore tassello a quel quadro di contesto che nel delitto di Garlasco è sempre rimasto in ombra. Sono le 13.50 del 5 febbraio 2017. Andrea Sempio, che è sotto indagine e che qualche sera prima è stato ospite della trasmissione Mediaset Quarto Grado, sin dall’inizio fortemente orientata verso la colpevolezza di Stasi, è al lavoro in un negozio e, mentre si trova dietro il bancone, riceve una telefonata di circa 50 secondi. Sempio risponde senza esitazioni, ma dalla trascrizione sembra quasi sorpreso, come non si aspettasse di sentir parlare quell’interlocutore.
A chiamare è un uomo che gli investigatori indicano come piuttosto in là con l’età. Non ha mai telefonato prima e non telefonerà mai più e non sembra essere mai stato identificato. Di per sé nel corso della telefonata non si dice nulla di particolare. L’uomo, che a Sempio dà del “tu”, chiede se vada tutto bene. Sempio, che invece dà del “lei”, dice di si, che “qualcosa si sta muovendo” e che di giornalisti, per ora, non se ne sono visti. “Bene” commenta l’uomo, che poi saluta.
Perché è interessante questa telefonata? Perché il telefono da cui viene effettuata è intestato a una donna di origine extra europea che diventerà successivamente praticante avvocato nello studio dell’avvocato di Sempio. L’uomo al telefono, se ve lo chiedeste, non è ovviamente l’avvocato, altrimenti non ci sarebbe nulla di curioso. Ad aggiungere coincidenze su coincidenze, il nome della stessa donna lo ritroviamo qualche anno prima in un’altra situazione che finisce all’attenzione delle autorità.
Sesso e veleni
È il 2013. Per l’allora comandante della stazione dei Carabinieri di Garlasco è quello che gli antichi romani avrebbero chiamato un annus horribilis. La famiglia Poggi, difesa dall’avvocato Gianluigi Tizzoni, lo ha denunciato per falsa testimonianza in relazione al mancato sequestro della bicicletta nera in uso alla famiglia Stasi e tenuta nel magazzino della ditta di Nicola Stasi, padre di Alberto.
Contestualmente, il maresciallo sta vivendo un periodo di forti tensioni: da un lato finisce nei guai per aver fornito a una sua amica – tra l’altro, altra coincidenza, parente stretta di Andrea Sempio – un dispositivo gps per spiare i movimenti del marito (sarà condannato per peculato); dall’altro finisce a processo (e sarà poi condannato) per favoreggiamento della prostituzione.
Secondo gli investigatori, l’uomo e altre persone hanno tollerato che nel locale notturno da loro gestito – l’Exclusive Club di Garlasco – alcune ragazze adescassero i clienti per poi condurli nelle stanze soprastanti. Non solo, il maresciallo e gli altri avrebbero anche trattenuto una parte di quanto pagato dai clienti. Tra gli atti prodotti nel corso del processo si leggono diversi nomi. Tra quelli delle ragazze, che vengono sentite dai carabinieri e che sostanzialmente confermano tutto, c’è quello della donna dal cui telefono, nel 2017, arriverà quella strana telefonata. Donna che, come detto, diventerà qualche anno dopo praticante avvocato nello studio del legale di Sempio.
Una lunga scia di suicidi
Purtroppo nel quadro di contesto ci sono anche alcuni suicidi piuttosto singolari. Nel 1990 due giovani, tali Giordano e Daniele, si erano uccisi con il gas di scarico della macchina di uno dei due dopo aver passato una serata con gli amici che non aveva lasciato presagire nulla di preoccupante. Di questa storia si trova labile traccia in alcuni articoli, ma i dettagli sfuggono. Di certo c’è solo che teatro di questo gesto è via Mulino, dove parecchi anni dopo, il 23 novembre 2010 si consumerà un’altra tragedia inspiegabile e inspiegata.
Giovanni Ferri, meccanico in pensione, ultra ottantenne in buona salute, dedito alla moglie invalida, abitudinario e molto ben voluto, esce di casa come ogni mattina, percorre le solite strade, compra il giornale nella solita edicola e lo legge al tavolino del solito bar, dove sorseggia un caffè. Solo che quel giorno, Giovanni non torna a casa. Si infila tra un muro e un palazzo, in un pertugio di circa 50 cm – o almeno, è lì che viene ritrovato – e si taglia i polsi e la gola. Nonostante le nostre ricerche sul punto, non siamo mai riusciti a sapere se il coltello sia mai stato ritrovato sul posto.
Negli anni a seguire, invece, a uccidersi saranno dei ragazzi. Tutti giovanissimi, poco più che ventenni. Uno di loro, che tra l’altro frequentava la comunità diretta dal rettore del Santuario, nel 2011 si lancia da un acquedotto. Un altro nel 2014 si impicca a una trave facendo un nodo scorsoio molto difficile da realizzare; nel 2015 un’altra impiccagione. Tragedie che lasciano intere famiglie distrutte. La spia di un disagio che corre silenzioso tra giovani che da anni, da quel maledetto 13 agosto 2007, vivono con il fantasma di un delitto che ha stravolto la quotidianità di un’intera cittadina, compresa la loro.
Questo è il quadro di contesto di Garlasco. Ora passiamo alla scena del delitto e a quei dettagli che nessuno ha mai portato all’attenzione del grande pubblico.
Elementi di serie B
Nel lungo lavoro d’inchiesta cominciato prima sulle pagine de IlGiornale.it e proseguito su quelle di InsideOver, più volte ci siamo trovati a sottolineare che molti elementi e molte potenziali piste investigative sono state sacrificate per concentrare tutti gli sforzi sul primo e unico indiziato: Alberto Stasi. Gli alibi di molte persone presenti quella mattina a Garlasco non vennero opportunamente verificati. Nessuno. E diversi elementi presenti sulla scena del delitto sono rimasti semplicemente ignorati.
Si è ignorata, per esempio, la sparizione di due teli da mare da un mobile della saletta tv, quella dove il fratello di Chiara e i suoi amici si chiudevano spesso a giocare alla Play Station. A dirlo ai carabinieri è Rita Preda, la mamma di Chiara, che si accorge di questa strana assenza. In effetti, dalle foto che ritraggono il mobile in cui i teli erano conservati, si vedono due cassetti semi aperti. Nessuno, però, ha mai pensato di rilevare eventuali impronte digitali o tracce biologiche.
Passando in cucina, oltre a un posacenere mai repertato di cui in precedenza abbiamo avuto modo di scrivere, c’è un cassetto della credenza, chiuso, con una traccia di sangue di Chiara. È quindi evidente, non essendo quella la stanza in cui si è consumata l’aggressione, che l’assassino sia entrato lì in un secondo momento e si sia diretto proprio verso quel cassetto. Cosa vi era contenuto? Sacchetti di plastica, buste della spesa.
Sacchetti che, con buona probabilità, vennero utilizzati per nascondere qualcosa. Forse l’arma del delitto sporca di sangue e mai ritrovata. O forse, ma questa è una suggestione, i teli da mare con cui l’assassino magari si è ripulito dopo essere arrivato alla soglia del bagno, dove c’è una sua impronta di scarpa, ed essersi specchiato. Lì, ricoperto di sangue, ha scelto di non lavarsi al lavandino – dove in effetti non verranno trovate tracce di sangue – ma di pulirsi con qualcos’altro.
Questo comporta una cosa: l’assassino, che è andato a colpo sicuro aprendo i cassetti giusti, doveva conoscere molto bene casa Poggi. Naturale pensare ad Alberto Stasi. Dopotutto, lui e Chiara stavano insieme da quattro anni. Ma che tipo di rapporto era il loro? Alberto conosceva davvero così bene casa Poggi?
Fidanzati ma non troppo
In realtà il rapporto tra Chiara e Alberto ha subìto sin dalle primissime battute una deformazione imposta da una narrazione mediatica alla ricerca del pathos necessario per ogni grande storia di amore e morte. Si parlava di due ragazzi “fidanzati in casa”, dando per buono che, dopo quattro anni di relazione, Alberto fosse di casa tra le mura della villetta di via Pascoli.
In realtà non è così. Il rapporto di Chiara e Alberto, nonostante il tempo trascorso insieme, era un rapporto che non si potrebbe definire maturo. Alberto, più giovane di Chiara, doveva ancora laurearsi. Per lui lo studio veniva prima di tutto, anche del suo rapporto con la fidanzata, con cui in effetti si vedeva principalmente nel weekend. Durante la settimana si sentivano per lo più telefonicamente, ma raramente si vedevano. Dagli atti emerge una realtà differente da quella propinata nei talk show televisivi. Una realtà che emerge dalle parole non solo di Stasi, ma anche dei genitori di Chiara. Quando Alberto andava a prendere Chiara a casa, non entrava mai, la attendeva fuori dal cancello. I contatti con i suoceri erano quasi sempre a distanza. Un saluto e via. Nessun tipo di confidenza. Mai un pranzo o una cena di famiglia, mai un incontro tra genitori. E, cosa più importante, mai una volta in cui Chiara – che a sua volta non frequentava casa Stasi – sia rimasta a casa da sola. Almeno fino a quell’estate del 2007 quando, per la prima volta, Chiara non si unisce ai genitori per la vacanza.
È quella la prima volta in cui Alberto attraversa la soglia di casa Poggi e vi resta più di qualche minuto. Certo, si può dire che basta anche mezza giornata per memorizzare gli angoli strategici di una casa, soprattutto se si premedita un omicidio. Ma quello di Chiara Poggi è stato un delitto d’impeto, non premeditato. E di certo c’erano persone – al di fuori di quelle del nucleo famigliare – che quella casa la conoscevano molto meglio di Alberto, frequentandola molto più spesso e da diversi anni. Anche questo, però, è un aspetto mai approfondito.
Una presenza inspiegabile
Arriviamo alla fine di questo quadro d’insieme partito dalla cornice e finito al centro della scena, dove i particolari si sono persi. E alla fine dedichiamo qualche riga al particolare più inspiegabile di tutti, quello su cui ci siamo arrovellati per anni, cercando di dargli una spiegazione logica. Un particolare che emerge sempre grazie alle fotografie presenti in atti.
Sul divano di casa Poggi c’è una busta di una nota marca di abbigliamento. È poggiata come se qualcuno l’avesse lasciata lì un attimo e se la sia dimenticata. Dentro ci sono quattro mutande da donna, sporche (possiamo dirlo con certezza perché i carabinieri del RIS le analizzarono sul posto con il crime scope, rilevando tracce biologiche). Altre mutande mai analizzate saranno trovate sulla scrivania di Chiara, al piano superiore della casa, e nel bagno, sempre al piano superiore: un paio sul bordo della vasca da bagno e un paio nel lavandino.
Gli ambienti del piano superiore non furono scandagliati come quelli del piano sottostante. In quel bagno non vennero rilevate le impronte digitali, né si cercarono tracce latenti di impronte di scarpa o tracce biologiche. Nulla. Restano le foto a fissare delle scene che potrebbero raccontare di una poca attenzione all’ordine. Però, indubbiamente, per quanto si possa essere disordinati, lasciare mutande nel lavandino o sulla vasca da bagno è piuttosto singolare. Così come singolare è tenere altre mutande in una busta.
Qualcuno ha mai analizzato quelle mutande per capire se fossero di Chiara? No. Non vennero neanche sequestrate. Eppure, tra le ipotesi che si possono fare, non è peregrino immaginare che all’inizio anche le mutande ritrovate al piano superiore di casa Poggi fossero contenute in quella busta. Quasi che qualcuno le abbia volute spargere in giro per casa. A che pro? E soprattutto, questo “qualcuno” dove ha preso le mutande? Sicuramente non dai cassetti, perché erano sporche. Allora dalla lavanderia al piano interrato? O magari le ha portate da fuori? E inevitabilmente arriviamo alla domanda principale: se effettivamente qualcuno ha “sparso” quelle mutande in giro per casa, stiamo parlando dell’assassino? Se fosse stato lui, avrebbe dovuto farlo prima del delitto, altrimenti impronte di sangue sarebbero state trovate anche al piano superiore (e non possiamo saperlo, perché lì il luminol non è stato utilizzato).
Tutte queste sono e resteranno per sempre domande senza risposta. Una risposta avrebbero potuto e dovuto darla gli inquirenti, che però hanno ignorato tutto questo. Così come hanno ignorato alcune piste che avrebbero potuto delineare meglio il contesto della vita di Chiara oltre e prima Alberto, le sue amicizie, quelle di cui nemmeno il fidanzato era a conoscenza. Chissà, magari ne sarebbero usciti spunti del tutto inutili, o magari una traccia decisiva per arrivare a sbrogliare un caso che, probabilmente, pesa ancora sulla coscienza di tanti.

