Dalla lupara alla tastiera: la svolta cyber della ‘ndrangheta

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In un mondo ormai quasi completamente digitalizzato, dimentichiamoci del consolidato cliché dell’uomo di ‘ndrangheta con le mani callose, la coppola in testa e la lupara sotto braccio. Oggi i boss di una delle più potenti, ricche e ramificate organizzazioni criminali al mondo si sono evoluti di pari passo con il progresso tecnologico. L’uomo di ‘ndrangheta del terzo millennio maneggia più volentieri una tastiera e ha dimestichezza con bit e byte.

Evoluzione prima culturale e poi cyber

A descrivere minuziosamente questa metamorfosi antropologica e digitale, sono Nicola Gratteri, attualmente Procuratore capo di Napoli, e il giornalista Antonio Nicaso, che nel libro “Il Grifone” raccontano di come la tecnologia stia cambiando il volto della ‘ndrangheta e della criminalità organizzata in generale. Una panoramica degli ultimi vent’anni, dove si è assistito – e si continua ad assistere – a un’evoluzione che rende ancora più difficile il contrasto da parte delle forze dell’ordine e dello Stato. Un’evoluzione prima di tutto culturale: i boss di ieri, infatti, hanno fatto studiare figli e nipoti presso scuole ed università rinomate, hanno permesso loro di entrare in posti chiave dell’economia, li hanno resi boss di oggi. Dei boss perfettamente integrati. Invisibili.

E poteva questa evoluzione prescindere dall’universo cyber? Ovviamente no. Ecco allora che laddove mancano le competenze necessarie a muoversi con disinvoltura nel mondo oltre lo schermo, vengono assoldate schiere di hacker e broker da tutto il mondo. Professionisti del cyber crimine pronti a mettere a disposizione le proprie competenze per lanciare i signori della droga nel web e, conseguentemente, nel mercato del terzo millennio.

L’esempio dei Narcos messicani

I primi a intuire le potenzialità dell’informatica, sia per alimentare nuovi traffici, sia per promuovere in pubblico la propria immagine, sono stati i cartelli messicani. Sono decine, se non centinaia, i tecnici informatici rapiti e scomparsi nel nulla nel corso degli anni, probabilmente costretti a lavorare per i banditi fin quando è servito e poi eliminati senza troppo complimenti. Nel libro vengono citati i famigerati Los Zetas, uno dei gruppi meglio organizzati, più violenti e più all’avanguardia dal punto di vista tecnologico.

Qui in Italia la consapevolezza dell’importanza del mezzo tecnologico è arrivata in ritardo, ma gli uomini di ‘ndrangheta non hanno perso tempo, recuperando presto il gap che li divideva dai cugini centroamericani. Ma come viene utilizzato il web dalla criminalità?

Educazione digitale

La metamorfosi è cominciata nel 2008, con l’arrivo in Italia di Facebook, la rampa di lancio che ha permesso alla criminalità in generale, e in particolar modo alla ‘ndrangheta, di entrare a piedi pari nel futuro. Qui i boss hanno cominciato a evolvere il modo di comunicare. Foto e emoticons hanno sostituito i gesti e gli sguardi, i cenni del capo e le parole chiave. Un like sotto un post ha cominciato a valere più di un meeting. Tuttavia, si è presto capito che il mezzo non garantiva i minimi standard di sicurezza. Sono stati tanti, tra il 2008 e il 2011, a finire geolocalizzati dalle forze dell’ordine. Anche in questo caso, i primi ad accorgersene sono stati i narcos, che infatti hanno ribattezzato il popolare social network “Fedbook”, a indicare la massiccia presenza di “federali”, ovvero uomini dell’FBI.

Comunicazione criptate

La necessità di rendersi irrintracciabili e di blindare le comunicazioni a distanza ha portato a un’evoluzione sempre più spinta di sistemi di telefonia e messaggistica basati su algoritmi di crittografia molto avanzati. Nel corso degli anni, come raccontato dagli autori del libro, sono stati molti gli imprenditori arrestati per aver fornito ai cartelli della droga dispositivi all’avanguardia. Tuttavia, si tratta di sistemi sicuri fin quando le autorità non riescono a trovare una chiave di decrittazione. E ci riescono sempre. Ma ecco che l’idra si fa spuntare un’altra testa e sempre nuove tecnologie arrivano a supporto dei criminali. Un gioco al rimpiattino senza fine.

Il denaro viaggia nei bassifondi della rete

La vera sfida per le autorità è diventata quella di intercettare e sequestrare i flussi di denaro, frutto del narcotraffico, che ormai si muovono sulla rete. Bitcoin e Monero sono le valute digitali che vanno per la maggiore. E la ‘ndrangheta si è dimostrata all’altezza della sfida digitale, spostando buona parte dei propri asset economici sulla rete, o meglio, nei bassifondi della rete. E’ nel Dark web che infatti si svolgono la maggior parte delle transazioni. Ed è proprio il Dark web il terreno di conquista delle cosche criminali, che assoldano professionisti per creare e gestire black market da cui commercializzare droga, armi, esseri umani e qualsiasi tipologia di merce illegale che ha bisogno di essere avvolta da una spessa coltre di anonimato.

Il gioco d’azzardo nelle mani dei cyber boss

Il mondo delle scommesse online e del gioco d’azzardo meriterebbe un discorso a parte. Da sempre l’ombra della criminalità organizzata aleggia su questo settore, ma da quando dalle sale impregnate di fumo di sigaretta e odore di superalcolici si è passati al digitale, le cose – se possibile – sono anche peggiorate. Malta, Curacao, Isole Vergini Britanniche, Panama, Trinidad. Sono solo alcuni dei paradisi fiscali dove la ‘ndrangheta conserva i server che gestiscono le applicazioni di scommesse online. Zone franche dove la tassazione è minima se non nulla e dove l’identità dei veri proprietari delle società di comodo è protetta.

Uno scontro titanico

Le operazioni di polizia mietono arresti e sequestri in tutto il mondo. Centinaia di milioni di dollari, auto di lusso, beni immobili, società, armi, tonnellate di cocaina, eroina, fentanyl, pasticche. Eppure nulla sembra intaccare il business di un’organizzazione ormai trasversale, infiltrata in molti settori, pienamente padrona dello spazio cibernetico. “Nate come patologie del potere – si legge nel libro – le mafie oggi sono diventate un potere che pochi finora hanno voluto vedere e che molti invece hanno plasmato con i loro silenzi e le loro complicità. Sono presenti e operanti in società pienamente sviluppate e hanno un ruolo egemonico nel contesto capitalistico contemporaneo”.

Uno scenario desolante, ma non per questo si può alzare bandiera bianca e lasciare agire indisturbati i clan, che nel giro di pochissimo tempo, data la loro potenza economica, si sostituirebbero alle istituzioni istaurando il proprio regime criminale. L’unica è rimboccarsi le maniche, sferrare colpi, diffondere la cultura della legalità ma, soprattutto, tenersi aggiornati sull’evoluzione del mondo digitale.