Makeup, videogiochi, intrattenimento, viaggi, musica, divulgazione: in 20 anni di onorata carriera, Youtube ci ha regalato finestre su ogni dove umano. Una piattaforma diventata palcoscenico per giovani e meno giovani in grado di far qualcosa – qualunque ormai – che attiri il pubblico. Non sono da meno le storiche famiglie mafiose americane, i cui boss – pagato (si fa per dire) il loro conto con la giustizia – sbarcano sempre più spesso sul tubo per insegnare la vita. Una volta giuravano fedeltà con una puntura al dito e un santino bruciato tra le mani. Oggi giurano davanti a una webcam. I protagonisti di questa storia non sono i personaggi di una serie Netflix, ma ex mafiosi in carne e ossa — e soprattutto in pixel — che, dopo anni di sangue e silenzi, hanno trovato redenzione (o business) nell’unico luogo dove anche il crimine cerca like.
Michael Franzese, il sopravvissuto
Michael Franzese non è solo un nome da romanzo, ma uno dei rari casi in cui un boss mafioso è riuscito a uscire da Cosa Nostra senza farsi ammazzare. Figlio dell’underboss John “Sonny” Franzese della famiglia Colombo, Michael era destinato a “grandi cose” — e così fu. Negli anni Ottanta orchestrò una truffa multimilionaria sulla benzina, rubando più soldi all’IRS (l’agenzia governativa deputata alla riscossione dei tributi) di quanti ne potesse immaginare un qualsiasi CEO della Silicon Valley.
Ma a differenza di tanti altri colleghi finiti in fondo a un lago, Michael decise, dopo il carcere, di cambiare vita. Non lo fece da collaboratore di giustizia, ma da dissociato con microfono. Così nel 2020 apre il suo canale YouTube: oggi conta 1,69 milioni di iscritti, oltre 265 milioni di visualizzazioni e un tono più da Ted Talk che da Goodfellas. Racconta aneddoti mafiosi, giudica film (di mafia, ovviamente), e dispensa consigli su fede, finanza e leadership. Insomma, un ex boss che ora fa formazione spirituale su LinkedIn e YouTube. Ma anche un intervistatore dalle discrete capacità, tanto di invitare nel suo “salotto” perfino uno come Rudy Giuliani, con il quale lasciarsi andare a battutacce alla “facce ride”. Ma se il crimine non paga, il contenuto sì.
Secondo HypeAuditor, il suo canale raggiunge un tasso di engagement del 4,37 %, un valore ben al di sopra della media, e con oltre 157 000 visualizzazioni medie per video. Un canale attivo sette giorni su sette, che intercetta un pubblico variegato: non solo nostalgici del mondo gangster, ma anche giovani imprenditori, appassionati di cinema e fedeli motivati in cerca di guida. In Irlanda e Regno Unito, grazie al tour “Remade Man”, ha attratto spiritualmente uomini giovani, largamente maschi, interessati a “leadership, fede e modello paterno”. Il pubblico, insomma, è internazionale, composto da chi cerca nella sua storia non il sangue e il potere, ma la redenzione e un modello di successo alternativo.
Sammy Gravano, il prototipo dell’antieroe americano
Sammy Gravano, invece, non è soltanto un ex mafioso: è una macchina da guerra a cui oggi basta una sedia, un microfono e una connessione Wi-Fi per incutere più timore di una pistola carica. Ex sottocapo della Famiglia Gambino e autore confesso di 19 omicidi, Sammy è l’uomo che orchestrò l’assassinio di Paul Castellano, spalancando le porte del potere a John Gotti. Ma quando Gotti cominciò a scaricarlo (letteralmente, su intercettazione), Gravano cambiò casacca: nel 1991 divenne il più noto collaboratore di giustizia della storia mafiosa americana. Tradì Cosa Nostra, sì. Ma non la narrativa.
Dopo il carcere, nel 2020, arriva su YouTube. Il suo canale vanta oggi oltre 657.000 iscritti, 132 milioni di visualizzazioni e centinaia di video. Il tono è diretto, freddo, senza fronzoli: Sammy racconta omicidi, trame, faide e rimorsi con la serenità di un impiegato che spiega Excel. Ma non solo: esattamente come Franzese, ci vuole spiegare la politica estera americana.
Culturalmente, è diventato una sorta di antieroe americano. Un uomo che dice la verità — o almeno una sua versione — con una telecamera puntata addosso. A metà tra confessionale e cronaca nera in tempo reale.
Le analisi suggeriscono che oltre al pubblico “true crime” — particolarmente interessato a omicidi e tradimenti — tra i suoi spettatori ci siano agenti dell’FBI, che utilizzano i suoi podcast come strumento investigativo per comprendere la mentalità mafiosa. Il suo pubblico è quindi composito: da studenti e appassionati di crimine, fino ad analisti, cultori della giustizia e forze dell’ordine. Gravano parla con tono calmo ma spietato, il che crea un’atmosfera quasi sinistra: una docuserie interattiva, dove l’orrore si ascolta in diretta e la testimonianza di un killer diventa una fonte primaria.
Un caffè con Frank Cullotta
Frank Cullotta, invece, era il mafioso con l’accento di Chicago e il cuore a Las Vegas. Ex membro della Chicago Outfit e braccio destro di Tony “The Ant” Spilotro, gestiva la cosiddetta “Hole in the Wall Gang”, una banda di ladri esperti in furti silenziosi e violenti, spesso entrando dalle pareti. Cullotta fu coinvolto in omicidi, rapine, estorsioni — e poi, come spesso accade, qualcuno cercò di farlo fuori. Allora si anticipò: nel 1982 diventò testimone dell’FBI, aiutò a smantellare l’Outfit e, anni dopo, collaborò persino con Martin Scorsese per il film Casino, ispirato alla sua storia.
Nel 2020, ormai settantenne e stanco di silenzi, apre il canale Coffee with Cullotta. Più che un canale, un salotto di ricordi criminali. Registrò una serie di video — circa 80 — nei quali raccontava la vera Las Vegas mafiosa.
Anche se il suo pubblico era di nicchia, il suo impatto è stato documentaristico: il vecchio killer diventato archivio vivente di una città costruita sui soldi sporchi e la paura. Morì nell’agosto 2020, lasciando in eredità il suo canale come una capsula del tempo.
Non sono disponibili dati precisi su iscritti o visualizzazioni, ma il suo canale presenta circa 80 video, tutti incentrati su Las Vegas e crimini storici. Il pubblico di “Coffee with Cullotta” è di nicchia: storico, accademico, appassionato del crimine organizzato pre-1980. Università, giornalisti, biblioteche digitali e documentaristi richiamano i suoi contenuti per la loro autenticità — si parla di archivio mafioso more che di intrattenimento virale. Cullotta è una testimonianza storica più che una star.
Quello che il governo non dice, John Alite lo sa
Ma la parata del mafi-star non può dimenticare John Alite: non un “made man” — e ci tiene a precisarlo. Non perché sia umile, ma perché non poteva esserlo: era di origine albanese, e le regole di Cosa Nostra sono piuttosto conservatrici in fatto di sangue. Tuttavia, fu uno dei più fidati esecutori della Famiglia Gambino, stretto collaboratore di John Gotti Jr., e autore — secondo lui — di sparatorie, estorsioni e traffico di droga su vasta scala. Arrestato in Brasile, estradato e processato, Alite scelse anche lui la via della collaborazione con la giustizia. Ma con una marcia in più: la passione per il palcoscenico.
Il suo canale Mafia Truths conta oggi oltre 92.000 iscritti e più di 15 milioni di visualizzazioni. Qui, Alite fa podcast, interviste e sfoghi settimanali in cui smonta miti mafiosi, lancia accuse (anche a Sammy Gravano), e si propone come coscienza critica della mafia 2.0. Armato di maglietta con l’aquila, cappellino MAGA e titoli alla “noncielodicono”, appare meno raffinato di Franzese, meno glaciale di Gravano.
Alite è un provocatore naturale. A tratti sembra un combattente da talk show, a tratti un moralista pentito. Il suo pubblico è meno vasto ma estremamente coinvolto. E se la mafia è sempre stata teatro, Alite sembra averne capito perfettamente il copione — e lo recita in diretta.
I contenuti di Alite attirano un pubblico polarizzato: giovane, provocatorio, spesso interessato a narrazioni anti-mitologiche e confessioni violente. In base agli studi sull’area “manosphere” e discorsi estremisti, tendenze populiste e forum virali interagiscono con contenuti forti e misogini, un luogo dove Alite si inserisce con discorsi diretti, aggressivi e occasionalmente controversi . È un personaggio che incita reazioni forti: amato per la schiettezza e criticato per la retorica sensazionalistica.
Tra confessioni shock e storytelling strategico, gli ex-boss ridefiniscono l’immaginario criminale nel mondo digitale. Gli americani sono affascinati da questi antieroi perché incarnano uno dei miti fondativi della cultura statunitense: la redenzione attraverso il peccato. In un Paese dove il successo spesso conta più del percorso e dove il “self-made man” può anche essere un ex killer in doppiopetto, questi uomini offrono una narrativa irresistibile — il criminale che sopravvive, cambia, ma resta leggenda.
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