Quel mattino del 20 aprile 1999 erano passate da poco le 11.00 del mattino alla Columbine High School nella contea di Jefferson, nel Colorado. Nei corridoi dell’istituto, il solito cicaleccio degli studenti che si spostano da un’aula all’altra. Ma per Eric Harris e Dylan Klebold, due studenti della scuola, non è un giorno come tanti. Dopo mesi di progettazione-che avrebbero raccontato nei famigerati “basement tapes“- i due piazzano degli ordigni esplosivi nella mensa dell’istituto. Il loro fine è quello di creare una massa di compagni in fuga sui quali sparare senza pietà. Ma gli ordigni non esplodono e Harris e Klebold decidono di procedere come caterpillar: con i loro fucili a pompa uccideranno 12 compagni e un insegnante, ne ferirono altri 24. Dopo aver seminato il terrore per circa un’ora i due si suicidarono.
Un trauma collettivo che costrinse l’America intera a fare in conti con le proprie sventure, non senza aver prima cercato un capro espiatorio: la destra evangelica puntò il dito contro il cantante Marylin Manson, la cui musica sarebbe stata, secondo gli americani perbene, l’origine dei comportamenti disturbati dei ragazzi. La verità è che le cause del massacro andavano ricercate nei malesseri profondi di due adolescenti simili a tanti altri americani, giovani e meno giovani, soprattutto fra quelli che la gerarchia scolastica definisce “looser”, ovvero gli “sfigati”, quelli che non parlano con nessuno, non fanno sport, e non sono fra gli studenti popolari. Ma la riflessione più importante andava fatta ancora una volta su quanto fosse stato facile per Harris e Klebold procurarsi armi. Sarebbe accaduto ancora al Virginia Tech nel 2007, alla Sandy Hook Elementary School nel 2012 e così via fino a noi.
Perché negli Stati Uniti è così facile procurarsi un’arma? Il problema non risiede meramente in una diffusione incontrollata di fucili e pistole, ma è essenzialmente culturale. A proteggere questo diritto vi è innanzitutto la Costituzione, che nel Secondo Emendamento recita “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, una ben organizzata Milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare Armi, non potrà essere violato”. Un “diritto” sacro per buona parte degli Americani, nel cui sangue scorre ancora quello dei pionieri, che con le armi dovevano non solo conquistare, ma difendere il proprio fazzoletto di autorità e la propria famiglia. Ma ben oltre questa interpretazione da Casa nella prateria, vi è anche il profondo legame che la cosiddetta lobby delle armi ha con la politica a stelle e strisce.
Guardiamo un po’ di numeri. Dagli ultimi dati disponibili, gli Stati Uniti detengono il più alto tasso di possesso di armi da parte dei civili, con un record di 120,48 ogni 100 cittadini. Inoltre, è stato stimato che i cittadini americani detengano il 46% delle armi a uso civile di tutto il mondo. Sei americani su dieci che non possiedono armi vivono con qualcuno che ne possiede una o potrebbe aver posseduto un’arma in passato. E molti di coloro che attualmente non possiedono un’arma, compresi quelli che non hanno mai posseduta una, potrebbero essere disposti a farlo in futuro. Circa i tre quarti dei possessori di armi da fuoco, secondo i dati del settembre 2023, sostengono di farlo per protezione personale, della propria famiglia e della propria casa e di sentirsi al sicuro grazie a ciò. In una società dove sembra così facile impazzire, dove le fratture sociali e le sofferenze private trovano sfogo negli oppiacei o nella violenza di massa, le armi sono la panacea per ogni male: diffondono un senso di sicurezza in un’America sempre più violenta e pericolosa.
Il 2024 non è esente per ora da questi ripetuti momenti di follia a base di armi e disagio. Il recente episodio di Kansas City, dopo il Super Bowl, ha aperto nuovamente il dibattito sul da farsi, facendo piombare ancora una volta il tema dei mass shootings sulla campagna elettorale delle presidenziali, dopo un numero di sparatorie quasi da record nel 2023, che conferma la media di 120 americani morti ogni giorno per via delle armi da fuoco, sia come suicidi che coinvolti in sparatorie. Una mattanza. Soltanto due anni fa, gli Stati Uniti sono giunti a una riforma dalla portata limitata (il Bipartisan Safer Communities Act) per porre un freno a questa epidemia, come reazione a un’altra tragedia, quella di Uvalde in Texas, nel maggio 2022. Una riforma contenuta, che introduce misure intese a incentivare gli Stati a tenere le armi lontano da persone pericolose, fornire nuove protezioni per le vittime di violenza domestica, migliorare lo screening sugli acquirenti di armi di età inferiore ai 20 anni, ma soprattutto controllare meglio il traffico illegale di armi che prolifera anche grazie a manifestazioni pubbliche come fiere e “gun shows“. L’ultima legge simile risale al 1994, quando venne imposto un generale divieto decennale sulle armi d’assalto che, oltre a essere a scadenza, non ha prodotto gli effetti sperati. Anzi, la violenza legata alle armi da fuoco ha teso ad aumentare a livelli mai visti prima.
Ma il più grande limite alla legislazione americana sul possesso di armi è eminentemente politico. Non esiste consenso bipartisan sulle norme per il controllo sulle armi, con i conservatori, soprattutto nel Dixie, decisamente schierati in difesa dei grilletti. Un dibattito atavico giunto integro fino a noi e che si è riproposto anche a proposito del Safer Communities Act. Il provvedimento, infatti, non si occupa solo di armi ma anche di legislazione scolastica in fatto di sicurezza e tutela dei minori, oltre che di investimenti in progetti sulla salute mentale. A differenza del Senato, dove Mitch McConnell aveva sostenuto il provvedimento, nessun membro della leadership Gop alla Camera spianò la strada al pacchetto, due anni fa: Steve Scalise, Kevin McCarthy e Elise Stefanik lo avversarono fortemente, mentre il presidente Biden ha cercato di ottenere un consenso il più largo possibile.
Nonostante l’introduzione di norme più capillari sul controllo delle armi, la riforma introdotta nel 2022 si espone con grande fragilità agli assalti degli Stati che difendono a spada tratta l’uso personale delle armi, ma soprattutto delle aziende produttrici e delle associazioni legati al mondo delle armi. Tra queste la famigerata National Rifle Association (NRA), fondata nel 1871, e che ancora oggi si prodiga in capillari attività di lobby sulla politica americana, “difendendo” il diritto al porto d’armi. Sebbene si sia sempre proclamata apartitica, l’associazione è sempre intervenuta a gamba tesa nella politica americana, spalleggiando questo o quel candidato, sebbene sia noto il suo filo rosso con i conservatori. Più volte è stato tentato di smantellare la piramide costituita dalla NRA: nel 2020, ad esempio, la procuratrice di New York Letitia James ha indetto una causa civile con l’associazione, accusata di frode, cattiva condotta finanziaria e di uso improprio di fondi di beneficenza. A tentare di smantellare la credibilità dell’ente ci ha pensato anche l’operazione del regista Micheal Moore che, nel suo documentario Bowling for Columbine (Premio Oscar nel 2003), ha puntato il dito contro gli affiliati all’NRA, bollandoli come il “nuovo Ku Klux Klan“.
La questione del controllo delle armi non poteva non entrare violentemente nella campagna elettorale per le elezioni Usa 2024. Lo scorso 11 aprile in una nota ufficiale l’amministrazione Biden-Harris ha annunciato un impegno ulteriore del presidente Joe Biden per allargare l’efficacia delle norme sul controllo di armi, soprattutto per quanto riguarda i produttori con licenza federale e il controllo sui precedenti penali degli acquirenti. Dall’altra parte, il suo concorrente Donald Trump da mesi porta in giro sui palchi del Paese-allestiti per le primarie- la promessa di annullare ogni tipo di restrizione. Promesse fatte da ospite proprio della NRA, che lo ha già sostenuto nel 2016 in campagna elettorale e in tutti i provvedimenti che avrebbero potuto procurare un vantaggio all’associazione (si veda ad esempio la nomina dei giudici in Corte Suprema): fra questi, ad esempio, la possibilità di lasciare aperte le armerie durante la pandemia, poichè considerate “attività essenziale”. In questi mesi, Trump seguita a corteggiare possessori, associazioni e produttori di armi in maniera molto aggressiva, soprattutto nel sud del Paese: “nessuno metterà un dito sulle vostre armi da fuoco“, promette dal pulpito Maga.