Si è spesso dell’idea che le stragi del 1992, quelle contro Falcone e Borsellino, e le stragi del 1993, quelle attuate lungo la penisola, sono figlie della fase storica attraversata dal Paese in quel momento. Di un periodo di profondi contrassegnato dalle condanne del maxi processo e dall’avvio delle inchieste su Tangentopoli. In realtà, la stagione delle stragi altro non è che una sfida avviata da Cosa Nostra nei confronti dello Stato.
Forse non di tutto l’apparato statale, ma di sicuro contro quello che a un certo punto ha deciso di non convivere più con l’organizzazione mafiosa. E la sfida, che ha rischiato di minare dalle fondamentale l’autorità dello Stato, ha origini molto lontane. Sia nel tempo, così come nello spazio. Per rintracciarle, occorre andare indietro e tornare fino agli anni dell’immediato dopoguerra, in una Sicilia ancora rurale e in parte attaccata a un sistema retto da proprie e antiche regole sociali e morali. Una Sicilia che oggi non c’è più, sommersa dal fisiologico avanzare degli anni e dei tempi. E da cui è possibile comprendere, a distanza di decenni, cosa a suo tempo non ha funzionato.
Il triangolo della povertà alle spalle di Palermo
Rocca Busambra è un rilievo a pochi passi da Corleone. Da qui si domina il paese, situato poco più a Sud, così come il bosco della Ficuzza e tutto l’agro che scende verso altri comuni stanziati nelle montagne dietro Palermo: Prizzi, Marineo, Godrano, giusto per citarne alcuni. Poi, ancora più a nord, ci sono altre valli e altri terreni, verdi in primavera e gialli in estate, che si diradano a pochi passi dalla periferia palermitana: Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, Monreale, fino ad arrivare agli ettari dell’area di Partinico e Montelepre.
Toponimi che dicono più di qualcosa quando si parla di mafia. E non è certo un caso: qui, tra gli anni ’40 e gli anni ’50, la vita era molto difficile. La quotidianità era scandita dal lavoro nei campi e nulla più. Poche prospettive, molta povertà. Un mix letale per una società fragile, in parte costretta ad adagiarsi a rigide regole provenienti dal mondo rurale.
Rocca Busambra, per l’appunto, domina su questi paesaggi. Anche questo forse non è un caso. Subito dopo la seconda guerra mondiale, i sentieri di questo rilievo sono diventati il quartier generale di un ex campiere: Luciano Leggio, noto erroneamente con il nome di Liggio. È un giovane guardiano dei terreni del suo padrone, Michele Navarra. Quest’ultimo è il boss di Corleone, un padrino atipico: è medico, di buona famiglia, ma controlla tutto. Economia, affari, vita criminale e vita politica, le sue mani sono immerse in ogni sfera della vita corleonese. È il segno tangibile di un territorio dove lo Stato non ha alcuna autorità.
C’è chi si è ribellato, come Placido Rizzotto. Sindacalista vicino ai contadini che chiedono la riforma agraria, nel 1948 verrà gettato proprio da Rocca Busambra. E proprio, secondo alcune ricostruzioni, da Luciano Liggio. Quest’ultimo, a sua volta, si ribellerà contro il suo “capo”. Tra i sentieri attorno Corleone è riuscito a formare una banda tutta sua, autonoma dalla cosca di Navarra. Al suo interno ci sono nomi anch’essi destinati a dire molto quando si parla di mafia: Totò Riina, Bennardo Provenzano, i fratelli Bagarella, solo per citarne alcuni.
Liggio e i suoi “picciotti” sono ambiziosi. Non vogliono più sottostare a un capo, hanno imparato molto da diversi boss rientrati dagli Usa dopo la guerra, i quali hanno insegnato loro “valori” del tutto diversi da quelli della mafia di Navarra. La banda ha patito la fame subito dopo la guerra, adesso ha fame di rivalsa. Tra l’ex campiere e il vecchio boss, nel 1958 è così scoppiata la faida: ad avere la peggio è il medico la cui morte avvenuta il 2 agosto di quell’anno ha dato inizio alla scalata dei corleonesi.
La nuova mafia degli appalti e della droga
Corleone però ben presto ha iniziato a stare stretta anche a chi comandava. Liggio e i suoi si sono subito stancati di Rocca Busambra, del contrabbando di sigarette e di carne. Vogliono andare a Palermo: qui la ricostruzione ha dato il via agli affari sul cemento, mentre la città nel frattempo è diventata crocevia di traffici internazionali di droga e di altri contrabbandi. A Palermo ci sono i soldi, c’è un’altra vita. Ma c’è soprattutto il potere, l’elemento più ricercato da Liggio e dai suoi. E ci sono, tra le altre cose, anche i nuovi boss che, esattamente come i corleonesi, hanno fame di potere (e di soldi).
Tra questi spiccano figure come i fratelli La Barbera e Michele Cavataio. Sono stati principalmente loro ad avviare, tra il 1961 e il 1963, una guerra contro la commissione di cosa nostra guidata dai vecchi boss. Capi come Salvatore Greco, dominus della borgata di Ciaculli, alle porte di Palermo. Ancorato alla vecchia mafia e alle vecchie tradizioni di una Sicilia rurale della cui scomparsa, piano piano, se ne stavano accorgendo anche i criminali. Proprio a Ciaculli, il 30 giugno 1963, l’Italia ha scoperto il volto più violento di cosa nostra: un’auto imbottita di esplosivo viene fatta esplodere a pochi passi dalla residenza dei Greco. Muoiono in sette tra artificieri e carabinieri e a Roma si è dato il via a una prima forma di repressione.
Le forze dell’ordine sono arrivate in quell’anno anche a Corleone: della banda di Liggio, soltanto Bennardo Provenzano è stato in grado di evitare l’arresto. Ma lo stesso boss e Totò Riina invece vengono catturati e tradotti in carcere. Qui resteranno, assieme ad altre decine di affiliati a cosa nostra, per almeno sei anni. I processi contro la mafia, celebrati a Catanzaro e Bari, finiranno in un nulla di fatto: tutti assolti, tra prove non trovate e lettere anonime svolazzanti nei corridoi dei tribunali.
Totò Riina a capo dei corleonesi
I periodi di detenzione hanno probabilmente dato maggiore ambizione ai corleonesi. Specialmente a Totò Riina, sempre più presente a Palermo e sempre più assente da Corleone. Di lui molti, all’interno della consorteria mafiosa, hanno iniziato a parlarne bene. Si differenzia con il “mentore” Liggio per un aspetto particolare: non sembra accendersi subito quando qualcosa non va, ha per questo acquisito fama di uno che sa ragionare. Riina però, seguendo la ricostruzione delle sue azioni fatta negli anni successivi nelle indagini, sembra essere animato solo da uno specifico elemento: la rivalsa. Una rivalsa contro la fame patita a Corleone e quando saliva a piedi i sentieri di Rocca Busambra. Contare e farsi rispettare, con tutti i mezzi e anche con la forza, è il primo obiettivo di Riina. Anzi, forse l’unico.
Ciò che Liggio ha fatto con Navarra, Riina lo ha ripetuto con il suo stesso mentore criminale: nel 1974, l’ideatore della banda dei corleonesi è stato pescato a Milano dove viveva con un falso nome e con una falsa identità. Anni dopo sarà il primo pentito eccellente di cosa nostra, Tommaso Buscetta, a rivelare che, molto probabilmente, i poliziotti sono arrivati a Liggio grazie a una lettera anonima. Lettera redatta di proprio pugno da Totò Riina. Quest’ultimo, dopo quell’arresto, è diventato l’indiscusso nuovo capo dei corleonesi.
I corleonesi preparano la guerra
Chi tra i palermitani credeva che Riina volesse accontentarsi di comandare a Corleone, ha commesso un grosso errore di valutazione. Ad ammetterlo saranno, sempre negli anni successivi, numerosi boss e gregari passati a collaborare con la giustizia. Liggio si è accontentato di entrare nel gota della gerarchia mafiosa. Riina è voluto andare oltre: dopo aver eliminato Navarra, tolto di mezzo Liggio, adesso toccava sfidare il potere palermitano. Quello dei rubinetti d’oro nelle ville, quello infarcito di soldi grazie al traffico di cocaina ed eroina, quello che ha reso la mangiatoia degli appalti quasi una bazzecola difronte al business del narcotraffico. Quello, in poche parole, di Stefano Bontate, di Totuccio Inzerillo e delle altre famiglie del capoluogo siciliano.
Riina la guerra l’ha pianificata sul finire degli anni ’70. A raccontare la sua strategia è stato Salvatore Contorno, altro importante pentito ed ex braccio destro di Bontate: “Ha infiltrato le famiglie rivali usando propri fiancheggiatori – ha dichiarato in un’intervista a SpecialeTg1 nel 1988 – corrompeva i fedelissimi dei boss nemici, riusciva a portarseli dalla propria parte. Oppure faceva andare ad abitare mafiosi dei paesi vicino a Corleone a Palermo, così da farli entrare nelle famiglie mafiose palermitane”.
Il boss corleonese a un certo punto si è ritrovato nella condizione di sapere tutto di tutti e conoscere in anticipo le mosse dei capi rivali. Senza che questi ultimi si fossero mai accorti di avere oramai le spalle al muro. Riina a quel punto non ha dovuto fare altro che dare l’ultima spallata ai boss. E l’ultima spallata è arrivata quando ha iniziato a sguinzagliare il suo squadrone della morte in giro per Palermo.
La mattanza degli anni ’80
Il gruppo di sicari si è attivato il 23 aprile 1981, giorno in cui è stato ucciso Stefano Bontate. L’11 maggio successivo, a cadere è stato invece Totuccio Inzerillo. Il vertice palermitano, nel giro di pochi giorni, viene di fatto eliminato. Ma Riina teme la reazione. E allora ha dato ordine di fare piazza pulita, facendo iniziare il periodo del terrore palermitano: vengono eliminati familiari, figli, a volte anche mogli o figlie, di tutti i potenziali rivali o di chi già era stato ucciso. Quartiere per quartiere, vicolo per vicolo, casa per casa, lo squadrone della morte di Riina cerca, scova ed elimina chiunque potesse infastidire il boss corleonese. Soltanto a Salvatore Contorno vengono uccisi 17 tra familiari e amici. A Tommaso Buscetta, scappato in Brasile, i sicari elimineranno due figli, il fratello e un elenco molto lungo di parenti e fedelissimi.
Una vera e propria mattanza, andata avanti fino al 1983 e costata la vita a più di 400 persone. Forse anche mille, secondo alcuni rapporti delle forze dell’ordine che contemplano soggetti scomparsi e mai più ritrovati. Una violenza spietata con cui Riina è riuscito a prendersi cosa nostra. E analoga violenza verrà poi attuata contro lo Stato e, soprattutto, contro tutti coloro che proveranno a ostacolare lo strapotere dei corleonesi.
Cosa ci lascia la stagione dei corleonesi
Una sfida, quella che inizierà con le bombe di Capaci e Via d’Amelio, partita quindi da molto lontano. Dalle campagne corleonesi, dove un gruppo di criminali ambiziosi ha trovato modo, tempo e spazio per organizzarsi. Con non poche complicità, senza dubbio. Ma sarebbe troppo semplicistico attribuire solo alle connessioni con parti dello Stato l’avvento del potere corleonese. La sfida partita da Rocca Busambra è stata spinta da altri fattori.
C’è l’assenza di uno Stato, la povertà di un territorio, una periferia lasciata fuori dal proprio controllo. C’è quindi una lezione che forse l’Italia ha, lentamente e al prezzo di tanti sacrifici, imparato: evitare l’esistenza di zone d’ombra per evitare che da lì possano sorgere, come accaduto a Rocca Busambra, i presupposti di una difficile guerra contro la propria autorità e la propria stessa esistenza.