Cold case: risolto dopo 33 anni il duplice omicidio mafioso che sconvolse Vicenza

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Un mix di fiuto investigativo, perseveranza, progresso delle tecniche scientifiche e, dopo oltre tre decenni, uno dei casi di cronaca nera più cruenti che la città di Vicenza ricordi sembra aver trovato la sua soluzione.

Un agguato in stile mafioso

Era il 25 febbraio 1991. In contrada Torretti, a Vicenza, attorno alle 20.15 di sera, nel cortile interno di un condominio, risuonano diciassette colpi di pistola. La scena che si presenta alle prime persone accorse sul luogo è straziante: a terra, in un lago di sangue, due coniugi. Si tratta di Pierangelo Fioretto e Mafalda Begnozzi.

Obiettivo dell’agguato, stando anche alle numerose testimonianze raccolte dagli investigatori, il marito. Pierangelo Fioretto. Sin dalla mattina di quel giorno, due individui si aggirano nei pressi dell’abitazione, ma anche del Tribunale dove l’uomo lavora, fanno domande agli altri inquilini, si informano sugli orari di quello che è uno degli avvocati civilisti più stimati della comunità. Un vero principe del foro, esperto in particolare di Diritto societario e fallimentare, consulente di importanti aziende della provincia.

I killer – due – gli hanno sparato diversi colpi con due pistole giocattolo modificate per uccidere e munite di silenziatore. Una volta a terra, gli hanno dato il colpo di grazia sparandogli in testa. La moglie, accorsa dopo aver sentito le urla del marito, subisce la stessa sorte, colpo di grazia compreso. Una vera esecuzione in stile mafioso, là dove la mafia sembra lontanissima.

I tentacoli della piovra

Delle infiltrazioni della criminalità organizzata al Nord ancora non si parla. Fatti di sangue simili sono “normali” a Palermo, non a Vicenza. Ma di fronte alla brutale evidenza non si può restare impassibili e gli investigatori si mettono all’opera, battendo tutte le piste. Sono certi che l’origine dell’omicidio sia da ricercare nel lavoro svolto da Fioretto.

A distanza di 33 anni, la squadra mobile della Questura di Vicenza, insieme al Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e all’U.D.I (Unità Delitti Insoluti), ha notificato un’ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Vicenza nei confronti di Umberto Pietrolungo, già recluso per altri reati nel carcere di Cosenza. Domani si terrà l’interrogatorio di garanzia, ma gli investigatori sono certi di essere sulla strada giusta. Ancora non si conosce la ragione dietro l’omicidio, ma considerando il profilo di Pietrolungo, se la sua colpevolezza sarà accertata, risulterà evidente che quello di Pierangelo Fioretto è stato un delitto di ‘ndrangheta.

Indagini lunghe, ma fruttuose

Pietrolungo è infatti legato alla ‘ndrina Muto, originaria di Cetraro, Calabria. Gli investigatori sono arrivati a lui dopo lunghe e accurate indagini, che hanno subìto una considerevole svolta con il progredire delle tecniche scientifiche. Gli uomini della squadra mobile ammettono che il risultato di oggi è figlio del grande lavoro svolto dai colleghi dell’epoca. Nonostante infatti che il caso si fosse chiuso nel 1996 con un’archiviazione, i passi avanti fatti erano stati molti: entrambe le pistole utilizzate nell’agguato erano state ritrovate; erano stati fatti identikit ed erano state raccolte molte prove che si sono rivelate decisive, a distanza di tanto tempo, per confrontare il Dna.

La svolta risale al 24 febbraio 2023, quando la Polizia Scientifica, che nel 2012 aveva svolto analisi su un guanto di pelle rivenuto all’epoca dei fatti e considerato di proprietà di uno dei due killer, in particolare di quello che sparò all’avvocato, comunicò di aver accertato una “concordanza positiva al primo livello” tra i profili di Dna rinvenuti su quel guanto con un altro profilo estratto da reperti sottoposti a sequestro dai carabinieri della Compagnia di Scalea sul luogo di una sparatoria avvenuta in un hotel a Cirella di Diamante, l’8 gennaio 2022. Da quel momento, estratto il profilo genetico, si è risaliti a un altro campione raccolto in un contesto del tutto separato dalla Procura della Repubblica di Castrovillari e, di conseguenza, a Umberto Pietrolungo. Le indagini sul campo hanno poi fatto il resto.

Domani l’interrogatorio

Con l’interrogatorio di domani si cercherà di accertare la colpevolezza dell’uomo e, a distanza di così tanti anni, di chiarire le motivazioni dietro il duplice omicidio e l’identità del secondo killer. Una cosa è certa: la criminalità organizzata non conosce confini. Il suo radicamento in tutta Italia, emerso solamente nel corso dell’ultimo decennio, ha radici antiche. Ma quello che emerge da questa vicenda è anche altro: potranno passare i decenni, ma la caccia ai criminali non conosce requie.