A prima vista sembra una cifra uscita da un film di gangster, più che da un rapporto dell’FBI: centodiecimila membri attivi di bande in una sola città. È quanto ha dichiarato, pochi giorni fa, il direttore dell’FBI Kash Patel, aggiungendo che rappresenterebbero “quasi il cinque per cento dei 2,5 milioni di abitanti di Chicago”. Una percentuale che, se fosse reale, significherebbe che uno su venti tra i residenti del cuore economico del Midwest americano vive dentro un’organizzazione criminale. La frase ha fatto il giro dei media nazionali in poche ore, rimbalzando dalle reti televisive alle prime pagine di siti come Newsweek e Fox News, scatenando una tempesta politica e mediatica.
Ma al di là dello shock iniziale, quanto è credibile quel numero?
Dietro la dichiarazione, pronunciata durante un’intervista televisiva dopo una visita all’ufficio dell’FBI di Chicago, non c’è – almeno per ora – alcun documento pubblico che la supporti. Né l’FBI né il Dipartimento di Polizia di Chicago hanno diffuso dati verificabili o metodologie che spieghino come sia stata calcolata la cifra. Newsweek ha riportato la notizia specificando che l’affermazione è rimasta “non corroborata da fonti federali ufficiali”, mentre il Chicago Tribune e la WTTW News hanno sottolineato che gli uffici locali della polizia non hanno mai parlato di numeri simili negli ultimi anni. Eppure la frase di Patel è servita da miccia per riaccendere il dibattito sulla criminalità urbana, sulla sicurezza pubblica e, soprattutto, sulla gestione politica della paura.
Per comprendere la portata – e la plausibilità – di una cifra simile, bisogna tornare indietro nel tempo, quando Chicago era davvero considerata la “capitale delle gang” d’America. Negli anni Ottanta e Novanta, il Dipartimento di Giustizia stimava che in città operassero circa 70-75 organizzazioni criminali strutturate, con oltre 100.000 affiliati complessivi. Si trattava però di un’epoca diversa, dominata da gruppi come i Vice Lords, i Gangster Disciples e i Latin Kings, che avevano gerarchie rigide, leadership riconosciute e un controllo territoriale capillare. Oggi, quegli stessi gruppi si sono frammentati in decine di sottoclan e “crew” di quartiere, spesso in guerra tra loro, ma con un peso molto più fluido e difficile da misurare.
A partire dagli anni Duemila, il Chicago Police Department (CPD) ha continuato a monitorare il fenomeno delle gang attraverso un vasto archivio informatico. Nel 2019, l’Ufficio dell’Ispettore Generale (OIG) pubblicò un rapporto esplosivo: il database delle gang della polizia conteneva 134.242 nomi, raccolti in oltre vent’anni. Ma la credibilità di quei dati era profondamente compromessa. Gli ispettori trovarono errori clamorosi: persone ultracentenarie ancora segnalate come membri di bande, individui deceduti, cittadini mai condannati per reati di gruppo. Non solo: il 95% dei nomi apparteneva a persone afroamericane o latinoamericane, un segnale di forti bias razziali nel modo in cui la polizia etichettava la “membership” criminale.
Le proteste delle organizzazioni per i diritti civili e una serie di cause legali spinsero la città, nel 2023, a chiudere definitivamente quel sistema. La Commissione per la supervisione della polizia decise di non sostituirlo con un nuovo database, giudicando impossibile garantire criteri oggettivi e trasparenti. Da allora Chicago non ha più un archivio ufficiale dei presunti membri di bande: un vuoto informativo che, paradossalmente, rende oggi quasi impossibile confermare o smentire affermazioni come quella di Patel.
Se si osservano i dati sui reati, il quadro cambia ancora. Secondo un’analisi pubblicata dall’Illinois Policy Institute, nel 2023 la polizia di Chicago ha registrato 1.808 crimini considerati “gang-related”, tra omicidi, aggressioni e sparatorie. È un numero in calo del 60 % rispetto ai primi anni 2000, quando le gang erano coinvolte in oltre 4.000 reati l’anno. Anche la quota di omicidi attribuiti a bande è scesa: dal 35 % nei primi anni 2010 a circa il 22 % nel 2023, la percentuale più bassa degli ultimi due decenni. Questi numeri non significano che la violenza sia sparita – Chicago continua a contare più di 500 omicidi l’anno – ma suggeriscono che il peso delle gang classiche nel crimine urbano è diminuito, sostituito da conflitti più atomizzati e imprevedibili.
La ricerca accademica conferma questa metamorfosi. Un rapporto del Great Cities Institute dell’Università dell’Illinois descrive “la frattura del sistema delle gang”, in cui le grandi organizzazioni criminali degli anni ’90 si sono disgregate in micro-set locali privi di leadership centrale. Le rivalità, un tempo territoriali, oggi si consumano anche online: le gang giovanili usano i social per provocare, rivendicare o documentare atti di violenza. In uno studio più recente (2024) pubblicato su arXiv, sociologi e data scientist hanno mappato reti di relazioni tra membri di bande e micro-gruppi attraverso i social media, scoprendo una struttura “a nuvola” anziché piramidale. Questo nuovo ecosistema, osservano gli studiosi, “rende obsolete le metriche tradizionali di appartenenza”.
Alla luce di queste evoluzioni, il numero lanciato da Kash Patel appare più come un’affermazione simbolica che una fotografia fedele della realtà. Non esiste al momento alcuna pubblicazione dell’FBI che supporti l’idea di 110.000 membri attivi a Chicago, né è chiaro se Patel si riferisse a dati aggiornati, a vecchie stime del CPD o a un’estrapolazione basata su informazioni interne non rese pubbliche. Alcuni analisti, come il criminologo John Hagedorn, autore di A World of Gangs, hanno commentato che “parlare di membri attivi di gang in questi termini è fuorviante: le affiliazioni sono fluide, temporanee, e spesso più sociali che criminali”.
Eppure la forza politica della cifra resta enorme. L’idea di una Chicago infestata da 100.000 criminali dà forza a una narrativa securitaria che da anni accompagna la politica statunitense, soprattutto in campagna elettorale. Patel, nominato alla guida dell’FBI in un momento di forte tensione tra amministrazione federale e governi locali democratici, ha spesso sostenuto un approccio più duro alla criminalità urbana. Dichiarazioni come questa, servono tanto a orientare l’opinione pubblica quanto a giustificare misure straordinarie, come il dispiegamento di truppe della Guardia Nazionale o l’espansione dei poteri investigativi.
Nel frattempo, la Chicago reale continua a convivere con due anime: da un lato la metropoli economica e culturale che si reinventa con l’innovazione e il turismo; dall’altro, la città delle disuguaglianze profonde, dove interi quartieri continuano a vivere sotto la pressione della povertà, della disoccupazione e della violenza. Ed è proprio in questi spazi di marginalità che le nuove gang – spesso adolescenti o ventenni, più connessi ai social che alla strada – trovano terreno fertile.
Alla fine, il caso del “5 per cento di criminali” racconta più del clima politico americano che della realtà criminale di Chicago. È il sintomo di una narrazione in cui i numeri diventano armi retoriche, e la paura – come sempre – il linguaggio più potente della politica. Fino a quando non emergeranno dati verificabili, la cifra di Patel resta un fantasma statistico: suggestiva, ma priva di fondamenta. E forse proprio per questo, ancora più pericolosa.