Nel corso degli anni i video con gli ostaggi dei terroristi vestiti in arancione e poi decapitati hanno rappresentato una triste costante. Il primo a inaugurare questa macabra esecuzione è stato Abu Musab Al Zarqawi. Lui, cresciuto come delinquente comune nella sua Giordania, negli anni della violenza in Iraq è riuscito a diventare braccio destro di Osama bin Laden. La sua parabola criminale è terminata con l’uccisione da parte degli americani.

Una gioventù da delinquente

Nato a Zarqa, il 30 ottobre del 1966, Abu Musab Al Zarqawi vive la prima parte della sua vita in questa povera città della Giordania. Baracche e alloggi di fortuna qui sono una costante, questo territorio è del resto noto per essere la sede del più antico campo profughi palestinese. La gioventù di Al Zarqawi rispecchia la povertà della sua città. A differenza di Osama bin Laden e Auman Al Zawahiri, lui non  può avvalersi di una famiglia di prestigio alle spalle. La sua infanzia trascorre praticamente in strada, per sopravvivere passa da un furto a un altro. Proprio per questo motivo, sin da giovanissimo, Al Zarqawi conosce l’esperienza del carcere. Durante gli anni trascorsi dietro le sbarre per una condanna a cinque anni di reclusione, si radicalizza.

Un fenomeno, quello della radicalizzazione durante la galera, comune per molti altri detenuti. Come per Abu Bakr Al Baghdadi, fondatore dell’Isis, anche per Al Zarqawi la prigionia diventa un’occasione per abbracciare una visione radicale dell’islamismo. Tutto questo anche in presenza di due differenti condizioni territoriali. Mentre infatti nell’Iraq di Al Baghdadi sono gli anni caratterizzati dalla guerra, nella Giordania di Al Zarqwawi non è in corso nessun evento bellico.

L’ingresso di Abu Musab Al Zarqawi in Al Qaeda

Finiti gli anni della prigione, Al Zarqawi si trasferisce in Afghanistan. Siamo sul finire degli anni ’80 e qui è ancora in corso il conflitto contro l’invasione sovietica. Una guerra che in un decennio richiama migliaia di combattenti jihadisti. Nel Paese asiatico, dirigendo un campo di addestramento dei Mujaheddin, mette in pratica la sua radicalizzazione e soprattutto inizia a farsi notare negli ambienti islamisti. Ma la guerra, poco dopo il suo arrivo, finisce con la cacciata dei russi. In quel breve lasso di tempo da combattente in terra afghana, Al Zarqawi si fa conoscere da un miliziano islamista che da poco ha messo in piedi centri di reclutamento jihadisti: si tratta di Osama Bin Laden. Il terrorista saudita più volte lo sprona ad entrare in Al Qaeda. Lui però inizialmente non ne vuole sapere. Agisce, dirà anni dopo l’intelligence Usa, come “terrorista indipendente”.

Il quadro però cambia nel 2003. In Iraq gli Stati Uniti dopo tre settimane di guerra abbattono il regime di Saddam Hussein, il Paese cade nella spirale del vuoto di potere e delle violenze settarie. Per Bin Laden è l’occasione di portare la guerra santa nel cuore del medio oriente e sfrutta l’insurrezione dei sunniti in chiave anti americana. Solo allora Al Zarqawi cede al corteggiamento del fondatore di Al Qaeda. L’ingresso dentro il movimento islamista da parte del terrorista avviene il 21 ottobre del 2004. Due mesi dopo è lo stesso Bin Laden ad annunciare da una radio del Qatar che Al Zarqawi è il capo di Al Qaeda in Iraq. Questi per lui sono gli anni della vera e propria svolta: da una vita povera e di stenti, Al Zarqawi diviene il braccio destro del fondatore di Al Qaeda. Tutto ciò nonostante in realtà i punti di convergenza tra i due sono minimi: Bin Laden infatti mira a colpire quello che viene considerato il nemico d’oltre confine, ovvero gli Usa, mentre  Al Zarqawi intende agire per la rinascita del Califfato. L’eliminazione della neonata classe dirigente irachena è l’unico obiettivo che lega veramente i due.

L’inizio della tragica era delle decapitazioni

La notorietà di Al Zarqawi in quegli anni arriva soprattutto grazie a un video. Uno di quelli che, nell’ambito dell’estremismo islamico, appare purtroppo destinato a fare scuola. È il maggio del 2004, anche se i social ancora non hanno la diffusione attuale, il terrorismo jihadista sa già come farsi notare sul web. Al Zarqawi è forse il primo ad intuire la potenzialità data dal far circolare il terrore sulla rete. Una molla sembra farlo scattare: riguarda la diffusione delle immagini delle torture inflitte da alcuni soldati Usa a persone incarcerate ad Abu Ghraib. Quest’ultima è la struttura penitenziaria situati a pochi passi da Baghdad dove vengono rinchiusi molti esponenti dell’insurrezione irachena.

Al Zarqawi a quel punto decide di mettere in atto la vendetta e mandarla in onda su internet. I suoi aguzzini rapiscono Nicholas Berg, giovane imprenditore statunitense di origine ebraica presente in quei mesi in Iraq. L’ostaggio viene messo davanti una telecamera. Ha le mani legate dietro la schiena e indossa una tuta arancione, la stessa che gli americani danno ai detenuti jihadisti. Alle sue spalle è presente un gruppo di cinque persone con il volto coperto e il mitra in mano.

Uno di loro inizia a leggere un proclama con invettive contro gli Usa e l’occidente e con riferimento alla necessità di vendicare le torture inflitte ad Abu Ghraib. Posato il foglio e finito il discorso, la persona al centro estrae una grossa lama con la quale decapita il povero Berg davanti alla telecamera. Ad impugnare l’arma, secondo la Cia, sarebbe proprio Al Zarqawi. Le immagini fanno il giro dei primi blog su internet e diventano celebri in tutto il mondo. Da quel momento in poi la decapitazione degli ostaggi, fatti vestire con la tuta arancione, diviene una macabra normalità per i jihadisti. Video del genere in seguito saranno girati in Iraq, in Siria, in Libia e ovunque la propaganda della guerra santa fa breccia nel corso degli anni successivi. Al Zarqawi diventerà una sorta di riferimento da emulare.

La morte per mano americana

La sua indole violenta genera però ribrezzo tra i musulmani moderati. E ovviamente non fa altro che spaventare gli statunitensi. Secondo la Cia, nei primi anni post Saddam Hussein Al Qaeda in Iraq mette in atto 800 azioni violente contro le truppe Usa, su molte di esse c’è la mano diretta di Al Zarqawi. Per questo il terrorista giordano diventa il più ricercato da Washington subito dopo Osama Bin Laden. Lui questo lo sa e, racconteranno poi fonti locali, sembra compiacersene. Ogni violenza perpetuata è una spinta ad alzare il tiro. La caccia ad Al Zarqawi diventa l’obiettivo fondamentale per la Casa Bianca. Nella primavera del 2005 il terrorista probabilmente rimane ferito durante un attacco americano nel nord dell’Iraq. In quel periodo diversi siti islamisti chiedono infatti di pregare per la salute di Al Zarqawi. Fonti di intelligence parlano di ferite molto gravi in grado di costringerlo a un periodo di riabilitazione.

L’individuazione dell’ultimo nascondiglio del leader di Al Qaeda in Iraq avviene nei primi giorni di giugno del 2006. In quei frangenti Al Zarqawi si trova all’interno di una casa nella città di Baquba. Nel pomeriggio del 7 giugno è impegnato nel presiedere una riunione con altri terroristi. Le forze Usa non hanno dubbi sulla sua presenza nello stabile e lanciano almeno due bombe intelligenti. Nelle ore successive l’esame del Dna, effettuata su una delle vittime del raid, conferma l’identità del terrorista giordano. La sua spirale di terrore giunte così al termine. Il giorno successivo le parole del padre di Nicholas Berg risultano profetiche: “La morte di un uomo è pur sempre una tragedia – dichiara a una tv americana – e l’uccisione di Al Zarqawi darà vita a nuova violenza”. In effetti, l’organizzazione guidata dal terrorista continuerà i suoi attacchi e negli anni successivi darà vita all’Isis. Ma questa è un’altra storia.

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