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Un omicidio dai contorni oscuri il cui bandolo potrebbe condurre a un intrigo internazionale. Così si potrebbe definire il giallo che tieni da giorni la Svezia con il fiato sospeso e che vede come vittima Salwan Momika, rifugiato iracheno di 38 anni, trovato morto nella sua abitazione di Södertälje, non distante da Stoccolma. Questo nome era noto alle forze dell’ordine svedesi e a tutta l’opinione pubblica del regno scandinavo in quanto nell’estate del 2023 era assurto agli onori della cronaca per aver dato fuoco, in più occasioni, a copie del Corano e mettendo in atto tali gesti al cospetto di luoghi i istituzionali e religiosi come la moschea della capitale. Secondo le prime ricostruzioni, l’omicidio sarebbe avvenuto mentre l’uomo stava facendo una diretta sul suo profilo TikTok e, secondo le prime ricostruzioni, gli assassini si sarebbero introdotti nella sua residenza attraverso il tetto per poi freddare Momika con dei colpi d’arma da fuoco. La polizia avrebbe raggiunto la scena del crimine dopo che la centrale era stata contattata da dei vicini che temevano che fosse in corso una sparatoria e ad avere interrotto la diretta sul social cinese pare che sia stato proprio un agente in divisa. Probabilmente la registrazione del contenuto multimediale si rivelerà fondamentale per fare luce su quanto accaduto. 

Cinque persone arrestate

Poche ore dopo la diffusione della notizia, cinque persone sono state arrestate perché sospettate di avere a che fare con la morte di Momika, sebbene non siano stati rilasciati dettagli sul loro conto, ma l’eco dell’omicidio, però, avrebbe gettato nel panico Salwan Najem, sodale della vittima e che ha espresso timore per la propria vita, scrivendo su X: “Ho paura di essere il prossimo”. I due uomini erano accusati di istigazione all’odio razziale e il verdetto del tribunale di Stoccolma era atteso per giovedì 30 gennaio, ovvero il giorno dopo il delitto, ma date le circostanze i giudici si sono trovati costretti a posticipare la lettura della sentenza al 3 febbraio. Il tribunale di Stoccolma ha condannato l’unico imputato ormai rimasto, ovvero Najem, a una multa di 4 mila corone e a una “pena sospesa”, il che significa che se nell’arco di due anni dovesse commettere un altro reato, l’autorità giudiziaria rivedrebbe la sua condizione e propendere per una pena più severa.  

A questo punto, però, cosa ha spinto il 38enne iracheno a mandare in scena i roghi del libro sacro dell’Islam? Momika era nato in una famiglia cristiana, ma lui si era sempre professato ateo ed era giunto in Svezia nel 2018 come rifugiato politico dopo essere stato affiliato a una milizia sciita impegnata a contrastare lo Stato Islamico. Al fine di giustificare le sue azioni, ha dichiarato che il Corano rappresentava una minaccia per i valori democratici e, in una delle sue manifestazioni più provocatorie, aveva infilato una fetta di bacon – il maiale per i musulmani è un animale impuro e per questo  non ne consumano la carne – tra le pagine del libro sacro per poi darlo alle fiamme. Sebbene in tanti abbiano sollevato interrogativi sulla legittimità di dimostrazioni di questo genere, le autorità si sono sempre appellate all’inviolabilità del principio della libertà d’espressione e dunque senza interferire nelle azioni dell’attivista.

La reazione della politica

La politica non è rimasta indifferente alla notizia dell’omicidio e se la vicepremier Ebba Busch ha parlato di “minaccia alla nostra libera democrazia”, il primo ministro Ulf Kristersson si è spinto oltre adombrando il coinvolgimento di agenti esteri nella morte dell’iracheno: “Posso assicurarvi che i servizi di sicurezza sono profondamente coinvolti perché c’è ovviamente il rischio che ci sia un collegamento con una potenza straniera”. A dire il vero, le azioni di Momika avevano innescato tensioni internazionali di vasta portata tra Stoccolma e il mondo arabo e che spesso sono sfociate in attacchi contro il personale diplomatico svedese, come nel caso dell’assalto all’ambasciata a Baghdad e del lancio di un ordigno inesploso contro la sede diplomatica a Beirut. Non è tutto, perché gli episodi delle pagine del Corano date alle fiamme hanno ostacolato non poco l’ingresso della monarchia scandinava nella Nato visto che la Turchia si era messa di traverso accusando la Svezia di ospitare persone che fomentavano l’islamofobia (Stoccolma è poi entrata nell’organizzazione nordatlantica l’anno scorso). 

A dare credito all’ipotesi del primo ministro, c’è la promessa di una ricompensa – ormai non più valida dato l’epilogo degli eventi – della bellezza di due milioni di dollari e di una copia dorata del Corano messe a disposizione dalle autorità di una città irachena a chi avrebbe ucciso Momika. Per di più, le autorità svedesi accusarono due anni fa i servizi segreti iraniani di aver hackerato il sistema di sicurezza telefonica e di aver inviato più di 15 mila messaggi che inneggiavano alla vendetta contro chi bruciava il libro sacro, sebbene Teheran abbia smentito di essere i promotrice di un’operazione simile. Al di là della vicenda che vi stiamo raccontando, a Stoccolma credono che ci sia lo zampino di qualche potenza straniera anche relativamente a un fenomeno che sta affliggendo da tempo la società svedese, ovvero la dilagante violenza perpetrata da gang criminali composte per lo più da minorenni. Secondo le autorità locali, almeno 600 giovani che si sarebbero macchiati di azioni vandaliche e cruente vivrebbero all’estero e sarebbero stati reclutati mediante piattaforme social come Telegram e coordinati da una centrale con sede fuori dai confini nazionali.     

Non si esclude che a uccidere Momika possa essere stata proprio una gang di delinquenti minorenni, ma il tema cruciale è che questo delitto rivela come la convivenza multiculturale in Svezia sia appesa a un filo molto flebile e che qualcosa sia andato storto con le politiche di integrazione, soprattutto se si pensa che il regno nordico è stato pioniere nel varare un provvedimento finalizzato a erogare un compenso monetario per invitare gli immigrati a fare ritorno nei loro Paesi d’origine.

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