Un terremoto nelle istituzioni giudiziarie sconvolge il Burkina Faso. Nel cuore di Ouagadougou, dove la fragilità dello Stato si intreccia con l’assedio jihadista e la crisi economica, esplode un nuovo fronte: dieci alti magistrati della Corte d’Appello e un avvocato sono accusati dalla giunta militare al potere di gravi atti di corruzione. Una vicenda che scuote l’intero sistema giudiziario burkinabé, accusato di aver garantito l’impunità a un gruppo di doganieri coinvolti in estorsioni ai danni dei trasportatori. Secondo le autorità, prove evidenti – denaro contante, filmati, testimonianze – sarebbero state insabbiate per chiudere il caso con un non-luogo a procedere.
Le ombre dell’operazione KORAG
Le interpellazioni, avvenute in discrezione a metà ottobre, sono state inizialmente presentate come “scomparse misteriose”: un dettaglio che rivela la tensione interna e la fragilità dei rapporti tra poteri. Solo in seguito i magistrati sono riapparsi in stato di fermo, interrogati dal KORAG, l’organo creato dalla giunta per vigilare sulle istituzioni. Il suo portavoce, il capitano Farouk Azaria Sorgho, sostiene che i giudici avrebbero manipolato indagini e sentenze in cambio di laute somme. Una denuncia che fa breccia nell’opinione pubblica, già provata dagli scandali e dalla sfiducia verso le élite urbane.
Traoré e l’eredità di Sankara
La giunta guidata da Ibrahim Traoré utilizza l’affaire per rivendicare la missione “sankarista” di rifondazione morale dello Stato. L’idea è rilanciare un’immagine di rigore etico in un Paese che lotta contro corruzione, infiltrazioni criminali e inefficienze amministrative. Promesse di epurazioni, procedimenti disciplinari e processi esemplari si moltiplicano, mentre il governo di transizione cerca di consolidare l’autorità in un contesto segnato da continui attacchi armati e da un’economia allo stremo, compressa dal crollo degli investimenti e dal peso dei costi operativi della sicurezza.
Stabilità interna, consenso esterno
Per la giunta, mostrare fermezza contro la corruzione ha anche una valenza esterna. Le potenze regionali e internazionali osservano con attenzione: dalla Russia, oggi partner strategico e fornitore di sicurezza, ai Paesi dell’Africa occidentale, già irritati dai colpi di Stato a catena nella regione. Dimostrare di “pulire la casa” offre alla giunta un argomento per giustificare la sospensione delle istituzioni democratiche e chiedere tempo per stabilizzare il Paese. È anche un messaggio ai partner economici: il Burkina Faso intende presentarsi come uno Stato capace di ripristinare l’ordine amministrativo e contrastare gli abusi, condizione indispensabile per attirare capitali e cooperazione.
Il rovescio della medaglia: una giustizia sotto tutela
Ma molti analisti leggono diversamente la vicenda. La lotta anticorruzione rischia di diventare un’arma politica per neutralizzare le ultime sacche di indipendenza del potere giudiziario. Le accuse, per quanto gravi, arrivano in un clima di crescenti restrizioni delle libertà e di compressione degli spazi civici. In nome della moralizzazione, la giunta potrebbe consolidare una rivoluzione “protettiva” che si traduce però in un controllo sempre più stretto sulla magistratura, sui media e sui corpi intermedi. Una dinamica già vista in altri Paesi della regione, dove l’anticorruzione si trasforma in strumento di lealtà politica.
Un Paese in bilico
Mentre la capitale vive questa resa dei conti istituzionale, la popolazione continua a confrontarsi con gli effetti più duri della crisi: inflazione, insicurezza, sfollamenti e un’economia paralizzata. La promessa di moralizzare la giustizia può dare un consenso immediato, ma resta il rischio che la campagna si trasformi in una centralizzazione autoritaria che indebolisce ulteriormente lo Stato di diritto. Il Burkina Faso si trova così sospeso tra una rigenerazione proclamata e una deriva che potrebbe soffocare ogni forma di controllo democratico.

