V’è un luogo, nel cuore dell’Europa, dove attività investigative e operazioni poliziesche hanno appurato una sovrabbondanza sui generis di narco-bande, gruppi criminali e mafie provenienti da ogni parte del continente. Questo luogo, che non è immune dal fenomeno delle aree ad accesso vietato (no-go zones), è la principale porta d’accesso delle sostanze stupefacenti che vengono immesse nei mercati europei della droga, incluso quello italiano, e costituisce uno dei più fulgidi esempi di globalizzazione del crimine organizzato. Questo luogo, che può essere considerato a tutti gli effetti il crocevia delle mafie del Vecchio Continente (e non solo), è l’insospettabile Belgio.

La mafia albanese alla conquista del Belgio

Il Belgio ha scoperto di avere un problema con il crimine organizzato il 14 gennaio 1989, giorno del sequestro a scopo di estorsione dell’ex primo ministro Paul Vander Boeynants. Vane le ricerche degli investigatori: del politico non v’era traccia. Messi sotto scacco dai rapitori, tanto impavidi quanto abili nel nascondere il politico, i poliziotti belgi furono costretti a sventolare bandiera bianca, cioè a pagare un riscatto – la cui entità non è mai stata resa di pubblico dominio. I criminali, ad ogni modo, non ebbero il tempo di godersi la cifra: furono intercettati e arrestati poco dopo la liberazione dell’ex primo ministro. La loro identità avrebbe scioccato gli inquirenti: per metà belgi, tra cui il noto Patrick Haemers (uno dei sospettati nel caso irrisolto degli “assassini del Brabante”), e per metà albanesi.

Oggi, a più di trent’anni dal rapimento Boeynants, i criminali albanesi non sono più la manovalanza violenta al servizio della criminalità autoctona: essi sono la criminalità autoctona. Secondo François Farcy, uno dei massimi esperti di criminalità organizzata in Belgio – che combatte dal lontano 2001 –, “da più di vent’anni vi è un insediamento permanente di criminali albanesi”, i cui “clan criminali sono diventati una vera e propria mafia, e rappresentano la criminalità organizzata più attiva e pericolosa”.

Allevati dagli autoctoni, ai quali sono poi subentrati, i membri della Mafia Shqiptare detengono un potere e una struttura equiparabili a quelli delle mafie italiane: controllano il territorio, sono coinvolti in una vasta gamma di traffici illeciti – stupefacenti, prostituzione, immigrazione illegale, rapine, riciclaggio di denaro illecito, eccetera –, “hanno accesso diretto al porto di Anversa come facilitatori […] e organizzatori” e “hanno connessioni dirette con il Sud America”.

Traffico internazionale di sostanze stupefacenti a parte, i mafiosi albanesi “sono anche coinvolti nell’organizzazione e nel controllo di molte piantagioni di cannabis”. Un mercato dal valore milionario, anch’esso egemonizzato dalla criminalità albanese, come mostrano e dimostrano le operazioni che “ogni settimana” conducono allo smantellamento di piantagioni clandestine di cannabis. 

L’importanza del porto di Anversa

Nei porti belgi, in sintesi, non si muove foglia che la Mafia Shqiptare non voglia. Perché tutti, dai portavoce delle mafie italiane ai rappresentanti delle narco-bande magrebine di Paesi Bassi e Francia, debbono avere il permesso e la benedizione dei colleghi albanesi per usufruire dello strategico porto di Anversa, la principale porta d’accesso della cocaina latinoamericana in Europa.

Non è dato sapere a quanto ammonti il profitto derivante alla Mafia Shqiptare dal controllo del porto di Anversa, ma i numeri e le scoperte delle operazioni di polizia degli anni recenti possono senz’altro contribuire a dare un’idea della centralità rivestita da questo sito all’interno dell’euromercato della droga:

Il melting pot del crimine

Il panorama criminale belga assomiglia ad una Babele delle mafie popolata da bande urbane, gruppi criminali e cartelli della droga provenienti da una costellazione molto variegata di Paesi e appartenenti a innumerevoli gruppi etnici. Perché, albanesi a parte, in Belgio, cuore delle istituzioni comunitarie, sono presenti quasi tutte le mafie italiane (‘Ndrangheta, Camorra, Cosa nostra e Stidda) – coinvolte in una sequela di attività illecite, dalla droga ai furti di autovetture di lusso –, clan criminali della Bulgaria e della Nigeria – specializzati in prostituzione e rapine – ed è radicata territorialmente la cosiddetta “Mocro Mafia” – ovvero “la criminalità organizzata di origine marocchina”, che è in affari con la Mafia Shqiptare per l’acquisto regolare di una parte della cocaina che entra ad Anversa e che, forte della demografia, controlla interi quartieri.

Non meno importante, all’ombra dei palazzi di vetro degli enti europei e delle periferie controllate dai clan albanesi e magrebini, negli anni recenti si è assistito all’attecchimento del crimine organizzato ceceno. Secondo Farcy, che negli anni della lotta alle mafie di importazione ha avuto modo di affrontare diverse volte i clan provenienti dalle alture del Caucaso settentrionale, i ceceni non soltanto manifesterebbero una violenza pari e talvolta superiore a quella delle controparti albanesi e marocchine, ma costituirebbero una minaccia particolarmente sinistra per la sicurezza nazionale alla luce dei loro legami con il terrorismo islamista.

Dalla presenza di aree ad accesso vietato alle infiltrazioni del crimine organizzato nelle forze dell’ordine, Bruxelles è la prova di come, a volte, dietro il luccichio delle vetrine, in questo caso rappresentate dalle sedi futuristiche e accattivanti dei principali organismi dell’Unione Europea, si nascondano segreti indicibili e traffici illeciti dalle dimensioni solo lontanamente immaginabili.

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