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Criminalità

Bandito, primula rossa, fuggiasco. Le molte vite di Graziano Mesina

Bandito, primula rossa, fuggiasco. Le molte vite di Graziano Mesina, bandito sardo morto a 83 anni dopo anni in ospedale a Milano.

Graziano Mesina è morto, e con lui se ne va la storia del banditismo sardo. A 83 anni compiuti da poco, lo scorso 4 aprile, Gratzianeddu è morto all’Ospedale San Paolo di Milano, tra la periferia residenziale della Barona e le risaie, dopo esser stato scarcerato nella giornata di ieri dalla prigione di Opera. Con Mesina se ne va una storia tormentata, beffarda, a tratti anche contraddittoria.

Mesina, l’ultimo bandito

Artefice di molteplici rapine e sequestri di persona a partire dagli Anni Sessanta, per molti era il bandito “sociale” che con le sue azioni faceva in modo che si buttasse una luce sulla Sardegna della seconda metà del Novecento, terra spesso dimenticata dal “continente”. Per tanti, invece, era un volgare fuorilegge che ha contribuito a gettare un’ombra sinistra sulla sua terra. Una terra che per i sardi è radice e condanna.

Nativo di Orgosolo, provincia di Nuoro, nel pieno della selvaggia Barbagia, Mesina crebbe tra la povertà e l’asprezza di un territorio che i suoi abitanti si sono dovuti conquistare palmo dopo palmo, salvo poi fare, da inizio Anni Sessanta, di quel territorio la sua fortezza, la roccaforte dove venivano tenute prigioniere le vittime di sequestri di persona a scopo di estorsione.

La carriera criminale di Mesina

Fino al 1967, anno in cui il compagno fu ucciso, Mesina guidò nelle scorribande per sequestrare imprenditori e parenti dei maggiorenti locali una banda co-fondata assieme a Miguel Atienza, disertore spagnolo della Legione Straniera che dalla Corsica si era dato alla macchia in Sardegna. Nel mezzo, una vita passata per la metà in carcere (40 anni di detenzione scontati) tanti arresti, tanti tentativi di fughe, molte evasioni: 22 quelle tentate, 10 quelle riuscite.

La prima evasione di Mesina avvenne il 6 settembre 1962, quando era poco più che ventenne, dal carcere di Nuoro. L’ultima, la fuga da una sentenza di condanna a trent’anni di carcere che tra il luglio 2020 e il dicembre 2021 l’ha visto sfuggire come latitante ricercato per associazione a delinquere nell’area di Cagliari. Diciassette anni prima, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli aveva concesso la grazia, ma Gratzianeddu era rimasto nel giro. Organizzava traffici di stupefacenti, coordinava ladri e rapinatori, pianificava sequestri di persona anche oltre i settant’anni d’età.

Negli anni la sua immagine di bandito-gentiluomo, di sequestratore che trattava nel migliore dei modi i prigionieri nel famoso “Hotel Supramonte” cantato da Fabrizio de André si era appannata in quella del criminale comune, tra serate passate per bische e vizi con i banditi Turatello e ad Angelo Epamindonda il Tebano nella Milano degli Anni Ottanta e il superamento del fuoco della conflittualità politica che dava un’immagine quasi romantica ai fuorilegge. L’uomo che l’editore-guerrigliero Giangiacomo Feltrinelli voleva arruolare come guida dell’indipendentismo sardo per fare della terra mediterranea una vera e propria Tortuga del Mediterraneo, progetto al cui contrasto negli Anni Sessanta si mossero anche i servizi segreti italiani, tra un arresto e l’altro era caduto nell’oblio.

Un mito finito nel fango

Come ha scritto dieci anni fa il compianto Pietro Mannironi su La Nuova Sardegna, “può sembrare oggi sconcertante, ma in quei roventi anni Sessanta il mito Mesina riuscì a creare una rimozione collettiva della censura morale per i suoi reati. Incredibilmente sfuggiva la percezione dell’essenza violenta del furto della libertà in cambio di danaro“, cuore pulsante del banditismo che creava “un baratto nel quale era impossibile trovare qualcosa di nobile o di giustificabile: solo sopraffazione e volgare ricatto”. Di quella “lontana indulgenza” di cui parlava il giornalista non resta più nulla oggi.

Dopo la clemenza di Ciampi di ventuno anni fa, resta un ultimo atto di umana pietas, la scarcerazione per gravi motivi di salute che ha fatto morire il bandito a lungo “primula rossa” di Sardegna formalmente da uomo libero, per quanto in un letto d’ospedale. La Barbagia e la Barona sono lontane, due periferie diverse: quest’ultima, periferia di una Milano mondiale; la prima, periferia di una periferia geografica e esistenziale. Percepita tale anche per responsabilità delle bande di Mesina: un’immagine da cui una parte di Sardegna, terra senza tempo e con una storia profonda, ha faticato a liberarsi per tutto il Novecento.

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