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Come è noto la sfortuna non conosce limiti. In Argentina poi — terra meravigliosa quanto sventurata — i guai si accumulano e si aggrovigliano con rara pervicacia: inflazione galoppante, corruzione diffusa, deindustrializzazione sistematica e miseria dilagante. Un disastro pieno a cui si è aggiunta negli ultimi anni anche la cieca, ottusa violenza dei narcotrafficanti, gli oscuri signori della cocaina e delle droghe sintetiche. Una terribile novità anche per la scassata repubblica di Buenos Aires.  Spieghiamo. 

A differenza della Bolivia, del Perù e della Colombia, l’Argentina non è un paese produttore e, considerata l’estrema fragilità dell’economia interna, per decenni i potenti cartelli sudamericani non l’hanno mai considerata un “mercato” fruttuoso su cui investire capitali e traffici. Almeno sino a dieci anni fa. La stretta dei controlli sulle rotte settentrionali (Caraibi e Pacifico) hanno infatti costretto i narcos ad aprire la “rotta del Cono Sud”: sfruttando la lunga via d’acqua — un filo liquido di 3400 chilometri che dal Brasile, attraverso i fiumi Paranà, Paraguay e Rio della Plata, sfocia nell’Atlantico meridionale — la “merce”, ben camuffata, raggiunge i porti argentini e da lì riparte per l’Europa o gli Stati Uniti.

Il punto di snodo è la regione di Santa Fe e soprattutto Rosario, la terza città dell’Argentina, dove s’intrecciano le vie terrestri e fluviali. Approfittando della cronica debolezza delle autorità locali e federali, i trafficanti si sono infiltrati nella gestione del complesso portuale — un hub fluviale che movimenta il 75 per cento delle esportazioni agroalimentari nazionali — appoggiandosi per i lavori sporchi sui “negros”, la malavita locale frammentata in decine di clan a conduzione per lo più familiare. Una manodopera disperata ed estremamente violenta che, pur accontentandosi delle briciole (i narcos non fanno regali a nessuno, tantomeno ai loro dipendenti), ha scatenato da anni una serie di sanguinose faide per il controllo del territorio.

Da qui una sequela di omicidi, sequestri, sparatorie, rapine compiuti soprattutto da giovanissimi (i cosiddetti “soldatinos”) che però i distratti e assai venali politici di Rosario e dintorni consideravano un problema minore, un fastidio apparentemente gestibile. Poi è arrivato Javier Milei, il nuovo presidente dell’Argentina. Lo scorso 10 dicembre nel suo primo discorso ufficiale il ferrigno neo inquilino della Casa Rosada ha dichiarato aperta la «guerra al narcotraffico che tiene in ostaggio una delle nostre principali città». Da subito Maximilliano Pullaro, governatore della regione di Santa Fe, e il suo responsabile per la sicurezza Pablo Cococcioni hanno scelto la linea dura e con l’aiuto dell’esercito hanno formato delle unità speciali per reprimere il crimine organizzato.

La prima mossa è stata la “pulizia” delle carceri: regime duro per tutti, perquisizioni continue, limitazione delle visite, controlli severi sul personale. A scanso d’equivoci il 4 marzo Pullaro ha fornito ai media una serie di immagini decisamente eloquenti: centinaia di detenuti a torso nudo e con il capo rasato inginocchiati a terra nei cortili delle prigioni. Con un solo commento: «per tutti loro, d’ora in poi andrà di peggio in peggio».

Una dimostrazione di forza che però ha scatenato le gang. Il giorno dopo un innocente cittadino veniva accoppato in pieno giorno, poi un altro ancora e così via. Da allora nelle strade di Rosario si registra un omicidio ogni 46 ore. La città vive da mesi nel terrore: al tramonto tutto si svuota, i mezzi pubblici si fermano alle 23, le scuole e gli edifici pubblici sono presidiati, teatri e cinema sono chiusi. 

Cos’è successo? Il peggio. Dimenticati provvisoriamente i loro contrasti, i gruppi criminali hanno intrapreso una mattanza senza fine contro la popolazione civile. Nei loro proclami i “negros” chiedono la fine delle restrizioni carcerarie e le dimissioni di Pullaro e Cococcioni. In caso contrario «continueremo ad uccidere innocenti d’ogni età».

Millei ha risposto con la costituzione di un comitato di crisi che ha inviato altre unità a sostegno della repressione e ha annunciato un nuovo programma anti-crimine che prevede l’abbassamento dell’età penale da 16 a 14 anni, in modo da poter punire anche i “soldatinos” più giovani, la povera “carne da macello” dei capi banda, e l’impiego, su larga scala e con il sostegno tecnico degli Stati Uniti, delle forze armate. Come ai tempi della dittatura militare. Intanto la folle guerra prosegue e l’Argentina continua a soffrire.

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