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La Turchia non è mai stata una realtà di facile comprensione per i politici e i politologi dell’Occidente. Ciclicamente testimone di golpe militari, economicamente imprevedibile e perennemente preda di guerre culturali tra i kemalisti e gli islamisti, la Turchia è una delle grandi incognite delle relazioni internazionali. E, oggi, età di Erdoğan, quell’inafferrabilità è più che mai perspicua e pronunciata.

Politici e politologi abituati ad osservare il mondo con le lenti dell’occidentalo-centrismo faticano a capire che la Turchia può essere tutto ed il contrario di tutto nello stesso momento: luogo dove il culto di Mustafa Kemal ha i caratteri di una religione civile e culla di personaggi come Necmettin Erbakan, mentore di Erdoğan e precursore della reislamizzazione della Turchia. Luogo dove l’economia può essere tanto rampante quanto fragile, perché collegata al mondo e, dunque, da esso dipendente. E luogo di misteri e cospirazioni, dove pullulano le zone grigie e dove il confine tra legalità e illegabile, talvolta, può essere molto labile.

La vecchia storia delle narco-lire

Questa storia potrebbe cominciare dalla fine, cioè il 4 agosto di quest’anno, giorno in cui le autorità brasiliane hanno trovato a Fortaleza più di una tonnellata di cocaina in un aereo privato i cui proprietari appartengono alla classe dirigente turca, ma non potrebbe essere compresa nella sua totalità, nella sua profondità e nelle sue mille sfaccettature, ignorandone il principio: l’incidente automobilistico di Susurluk.

È il 3 novembre 1996, una giornata caliginosa, ed una Mercedes 600 L sta percorrendo ad alta velocità una strada nei pressi della piccola località di Susurluk (Turchia occidentale). A bordo vi sono quattro persone, tre delle quali troveranno la morte proprio quel giorno, a causa della collisione tra l’autovettura ed un furgone.

Qualcuno chiama i soccorsi e gli inquirenti, che sin dal momento dell’arrivo capiscono che qualcosa non quadra: troppo sangue per tre persone. La macchina ospitava un quarto passeggero, che si è dato alla fuga. Alcuni investigatori credono che possa essere scappato a causa dello spavento, altri ancora pensano che i loro colleghi siano in errore, cioè che i passeggeri fossero soltanto tre.

Nelle ore successive, però, un caso ordinario di incidente automobilistico avrebbe dato vita al giallo più sconvolgente ed inquietante della storia della Turchia repubblicana: lo scandalo di Susurluk. Uno scandalo che avrebbe cominciato a prendere forma dopo il riconoscimento delle tre vittime – Abdullah Çatlı (capo dei Lupi Grigi, agente dell’Organizzazione di Intelligence Nazionale, assassino su contratto e narcotrafficante), Huseyin Kocadağ (vicecapo della polizia di Istanbul) e la modella Gonca Us – e dopo il ritrovamento del quarto passeggero: Sedat Bucak, parlamentare di origine curda.

Lo sviluppo delle indagini avrebbe condotto all’apertura di una serie di processi individuali e collettivi, tra i quali il celebre Ergenekon durato quasi un decennio, quasi 10mila pagine d’accusa, un totale di 531 imputati –, avvenuti sullo sfondo di e accompagnati dalle morti misteriose di testimoni-chiave, incriminati, investigatori – come Ertugrul Berkman – e uomini di giustizia – come il giudice Akman Akyürek.

Da Susurluk a Fortaleza

La dipartita prematura di testimoni, inquirenti e giudici non avrebbe sortito l’effetto sperato, perché le varie corti di giustizia, in diversi gradi e in sedi differenti, sarebbero giunte alla medesima conclusione: in Turchia, al momento dell’incidente di Susurluk, esisteva un tutt’uno tra apparati statali, servizi segreti, terrorismo e crimine organizzato. Un tutt’uno nato con il duplice obiettivo di avere la meglio sulla tenace resistenza curda e di condurre una politica estera più incisiva. Un tutt’uno che vedeva un numero imprecisato di agenti segreti, politici, poliziotti e criminali impegnati a trafficare sostanze stupefacenti nel mondo, in primis eroina, al fine della raccolta del denaro necessario alla lotta contro i curdi e gli altri nemici di Ankara.

Oggi come allora, nel 2021 come nel 1996, sembra che quella concatenazione criminosa esista ancora. Una concatenazione dura a morire, o forse immortale, perché uno dei tanti volti del temibile Derin devlet (ndr. Stato profondo). Una realtà sempiterna, trascendente le affiliazioni politiche e il regime di turno, e che, secondo Sedat Peker (ex criminale reinventatosi personaggio pubblico e critico feroce di Erdoğan), l’attuale presidente e l’AKP starebbero utilizzando al fine dell’arricchimento personale.

Nelle accuse di Peker non v’è nulla di nuovo, comunque, ovvero non v’è nulla che l’opinione pubblica turca non sappia già. Perché la storia delle “narco-lire” risale alla guerra fredda e circolava dapprima che scoppiasse lo scandalo di Susurluk. A cambiare, rispetto al passato, sarebbero soltanto le rotte e il tipo di droga: si è passati dall’eroina proveniente dall’Asia centrale, e smerciata in Europa via Anatolia tra gli anni Settanta e Novanta, alla cocaina originaria dell’America Latina, ed introdotta nel Vecchio Continente a partire dal Duemila.

Cocaina, quella presumibilmente trafficata da Ankara, che il potente e sfingeo Derin devlet acquisterebbe principalmente da uno dei grandi rivali degli Stati Uniti – il Venezuela chavista –, procedendo poi ad occultare la fonte primigenia dei proventi a mezzo di un’oculata opera di riciclaggio. Un traffico moralmente biasimevole, finanche raccappricciante, che, comunque, non ha nulla di unico e straordinario. La storia recente, invero, è ricca di esempi di attori statuali che hanno finanziato le loro battaglie ricorrendo all’illecito: dall'”eroina dello Sdece” (French Connection) alla “cocaina della Cia” ai tempi dei Contras e delle guerre civili mesoamericane.

Traffici illeciti, quelli che nel tempo hanno coinvolto tanto gli Stati Uniti quanto la Turchia, che sono tutt’altro che fantasiosi, e la cui esistenza va conosciuta e riconosciuta, perché utile a ricordare agli spettatori delle relazioni internazionali, specie ai neofiti, che la politica non è né morale né immorale, ma machiavellicamente amorale. Un’amoralità che spiega perché i governi, a volte, non si facciano a problemi a commettere un male minore per sconfiggerne uno maggiore, che si tratti di siglare un patto di sangue con una mafia o di trafficare stupefacenti con dei cartelli della droga.

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