Da Totò ad Alberto Sordi, tanti grandi italiani hanno cantato le lodi della pastasciutta. Un patrimonio tutto italiano, tra luogo comune e orgoglio, che gli abitanti della Penisola hanno saputo portare ovunque.
Ed è così che comincia la storia di Bruno Serato e della sua famiglia, originaria del Veneto, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì in Francia, per lavorar duro come tanti altri connazionali prima di loro. Ed è per questo che Bruno nasce a Nord di quella Parigi che accoglie la grande immigrazione dal sud d’Europa. Nel 1967, però, la sua famiglia ritorna in quel di Soave (Verona) per rientrare in famiglia: hanno sette figli, mantenerli non è semplice, e il papà camionista non ce la fa a sbarcare il lunario. Fino a quando non gli propongono di rilevare una trattoria-bar: ed è qui che Bruno mettere letteralmente le mani in pasta. Nel 1976, però, sono costretti a chiudere: Bruno è a Pratica di Mare per il servizio di leva, e non riesce più ad aiutare la famiglia in trattoria. Terminata la naja, dopo alcuni lavori in quel di Verona e del Lago di Garda, ha il desiderio di imparare l’inglese. Coltiva il sogno di fare lo steward per viaggiare in lungo e in largo. Ha una sorella in California che può fornirgli vitto e alloggio: così, nel 1980, con 200 dollari in tasca, va in America. E non torna più.

Qui percorre con entusiasmo e sudore tutti i gradini che spettano a un aspirante chef: lavapiatti, commis, cameriere, capocameriere: soltanto cinque anni dopo, Bruno vince il premio come miglior direttore della California del Sud. Una carriera che procede come un missile grazie al ristorante francese che lo lancia: il nome conteneva già un destino, La vie en rose. Quando nel 1985 il maître del ristorante White House di Anheim lo chiama, ha un’importante proposta per lui: il locale è in vendita e propone a Bruno di rilevarlo. L’impegno economico è esorbitante rispetto alle sue minime possibilità: tre mesi dopo, di fronte alla stessa proposta, il direttore del ristorante premia l’onestà di Bruno, affidandogli il ristorante in leasing, concedendogli un prestito e tre anni di tempo per ottenere un mutuo e rilevare il ristorante. I cambiamenti sono lenti e parsimoniosi. Il ristorante inizia ad aver successo in un luogo baciato dalla fortuna, visitato dalle star e a pochi passi da Disneyland. In un baleno Bruno si troverà a deliziare i palati di Jimmy Carter, George Bush Jr, Madonna, Andrea Bocelli. Non è tutto rosa e fiori: un terremoto prima e l’11 settembre poi, lasciano il locale vuoto per quasi due mesi. I guai sarebbero stati all’ordine del giorno anche negli anni a venire. Ma come ama ripetere Bruno, Chef Serato è una fenice e un gatto alle stesso tempo: risorge dalle ceneri e ha sette vite. Accanto a lui, tutta la famiglia, ma soprattutto Mamma Caterina, che sulle “note” di quel successo balla felice in quello che chiamerà “il suo ristorante”.

Quella fortuna, però, Bruno vuole restituirla alla vita, e lo fa aiutando fin da subito bambini, anziani e bisognosi. Tre categorie fragili nel crogiuolo americano. Ma è nell’aprile del 2005, precisamente il 18 del mese, che qualcosa cambia. Mamma Caterina è in visita dal figliolo, e lo accompagna al locale Boys and Girls Club, uno dei cinquemila centri diurni per minori sparsi negli Stati Uniti. Qui i bambini giocano e fanno i compiti, una sorta di “oratorio” all’americana. Molto di loro sono dei Motel kids, bimbi che vivono stipati con fratelli e genitori dentro una stanza di un motel per risparmiare sull’affitto. Attorno a loro prostitute, tossici, spacciatori e sbandati di ogni genere. Qui gli unici giochi sono il cemento e la ferraglia esterna dei motel, le giornate sono lunghe e quasi sempre si mangia una volta al giorno. Bruno e Mamma Caterina incrociano la vita di un bambino di otto anni, che racconta di come la sua cena sarà un triste pacchetto di patatine. E’ uno scontro duro con l’ingiustizia e il dolore del mondo, a pochi passi dai lustrini e dagli zuccheri di Disneyland. Mamma Caterina allora, semplice e diretta, suggerisce al figlio: “Perché non gli fai una pastasciutta?“. Bruno comprende di avere uno strumento potente per le mani, nonostante lui non sia tra i “potenti”. Quella giornata gli cambierà la vita: inzia quello “che Dio mi ha dato”, ripete Bruno.

Inizia una catena di montaggio pazzesca, fatta di mani amorevoli, sugo di pomodoro e pasta: alcuni piatti vengono portati direttamente nei club, altri vengono ritirati. Da alcune decine, oggi Bruno e il suo ristorante servono dai 3 ai 4000 pasti al giorno, spediti attraverso quattro autisti che raggiungono 30 città e 130 centri in Sud California in tempo per il pranzo. Nel frattempo, negli Stati Uniti scoppia l’effetto domino: tanti amici di Bruno iniziano a fare lo stesso, dentro e fuori dal Paese. Un mese fa il ristorante di Bruno ha celebrato i 10milioni di pasti serviti attraverso il Caterina’s Club, la “macchina da guerra” che ha messo in piedi diciannove anni fa. Non si è fermato mai, nemmeno quando nel 2017 un cortocircuito mandò in fiamme il ristorante. Anche di fronte al sudore di una vita perduto, la priorità restarono i bambini: la cucina del White House quella volta andò in trasferta, grazie al vescovo della zona, presso le cucine della vicina cattedrale. Due anni di chiusura e nemmeno un bimbo rimasto senza pastasciutta.
La catena di montaggio, nel frattempo, si allarga. I bimbi diventano sempre di più e bisogna trovare il tempo per gestire il sistema. Bruno sceglie di chiudere a pranzo-una scelta impensabile per qualsivoglia ristoratore-per avere il tempo di cucinare. Assume altre persone in cucina che dalle 5.00 del mattino si occupano del sugo, del pollo e dei legumi: perché la pastasciutta fa bene, ma bisogna mangiare anche tutto il resto per parlare di un pasto vero. Vengono assunti altri autisti e vegono acquistati altri pullmini che spargono sugo e amore in giro per la California. Un via vai che termina alle 15.00 di ogni giorno, giusto il tempo per rassettare il locale e ricominciare tutto daccapo per la cena. Perché bisogna pur guadagnare. Negli anni, Caterina’s Club diventa una causa sposata da grandi celebrità che, attraverso eventi di gala e manifestazioni, raccolgono fondi. Assieme a loro, una schiera di clienti e di fondazioni, pronte ad aiutare la causa. A sostenerlo, anche una grande azienda italiana che si è sempre distinta per l’etica del lavoro: la Barilla, che con la sua pasta è diventata parte integrante del progetto di Bruno. Nel tempo si sono aggiunte la De Cecco e la Felicetti. La gratitudine di Chef Serato per i suoi sostenitori è immensa. Ma sono anche i “piccoli” che tengono in piedi la fabbrica della bontà di Chef Bruno: come il bambino che, ascoltata la sua storia alla Cnn, gli inviò 10 dollari, l’equivalente della mancia dei suoi genitori. Oppure la signora anziana che fa fatica ad arrivare a fine mese, che donò appena 5 dollari per contribuire.

Ma Caterina’s club, con il tempo, ha cominciato a non sfamare più solo gli stomaci. Il progetto si è infatti triplicato: oltre alla pastasciutta aiuta le famiglie che vivono nei motel a spostarsi in abitazioni più dignitose, anticipando loro la famigerata caparra che non sono in grado di coprire. Un’operazione dignità iniziata dodici anni fa e che ha salvato le vite di quasi trecento famiglie, allontanandole da luoghi insalubri e a rischio. E poi c’è la “Scuola di Bruno“: i giovanissimi vengono accolti nel ristorante di Anheim e quelli che mostrano amore per questo lavoro, possono ambire anche all’assunzione. Qualcuno di loro-la voce di Bruno si riempie di orgoglio- arriva perfino al cospetto di quel mostro sacro di Alain Ducasse, in quel della Napa Valley, il paradiso del vino californiano. Ma nel mondo benefico di Bruno Serato, non sempre va tutto rosa e fiori e i momenti di sconforto sono stati tanti. Quelli che a un certo punto ti fanno pensare “Adesso basta”. Era il 2008 e la crisi economica rischiava di mangiarsi il suo ristorante. Ma anche i sogni del Caterina’s club. Il progetto diventa insostenibile: il denaro non basta, la pasta nemmeno, e i bambini in difficoltà sono raddoppiati. Bruno passa una notte di tormento cercando di prendere una decisione. L’indomani, come per magia, duplica la pasta e i sughi, senza lasciare nemmeno un bambino senza il suo pranzo. Il suo impegno lo premia: di fronte a un’epidemia di chiusure, la Cnn si accorge di questa piccola grande storia e la rinnovata popolarità del progetto, come in un circolo virtuoso, produce sostegno all’iniziativa stessa. Momenti così ce ne sono stati altri: l’incendio al ristorante, la pandemia. Ma mai nessun bambino è mai rimasto a pancia vuota.
La mia chiacchierata con Chef Bruno sta per concludersi.
“Bruno, a novembre si vota negli Stati Uniti. Hai mai pensato di darti alla politica?”. (Ride) “Me l’hanno chiesto in tanti. Ma non sono nato in America. Non posso fare il presidente!”.

