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	<title>Spionaggio Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Fri, 15 May 2026 07:54:35 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Spionaggio Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Gli Usa strangolano Cuba e poi trattano: Rubio offre aiuti, il capo della Cia Ratcliffe chiede &#8220;riforme&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/gli-usa-accerchiano-cuba-il-blocco-soffoca-lavana-rubio-usa-larma-degli-aiuti-il-capo-della-cia-in-visita.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 07:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[America Latina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Usa accerchiano Cuba: il blocco soffoca L'Avana, Rubio usa l'arma degli aiuti, il capo della Cia in visita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-usa-accerchiano-cuba-il-blocco-soffoca-lavana-rubio-usa-larma-degli-aiuti-il-capo-della-cia-in-visita.html">Gli Usa strangolano Cuba e poi trattano: Rubio offre aiuti, il capo della Cia Ratcliffe chiede &#8220;riforme&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_2026021517503618_0ed7a1dcf8fd6dd696c5b737e59b8f5e-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Stati Uniti stanno utilizzando un&#8217;alternanza di <strong>strumenti politici, aperture e pressioni coercitive</strong> per spingere <strong>Cuba</strong> a cambiare rotta e aprire al dialogo con Washington, cinque mesi dopo che la caduta di <strong>Nicolas Maduro in Venezuela</strong> ha inaugurato la fase forse più critica per L&#8217;Avana dalla presa del potere di <strong>Fidel Castro nel 1959</strong>, che segnò l&#8217;inizio sostanziale della competizione tra i due Paesi americani. Negli ultimi giorni, mentre Cuba comunicava di essere rimasta a secco di <a href="https://www.ft.com/content/bc369299-2048-4d28-b5aa-c3227c9fb0b7?syn-25a6b1a6=1">diesel e olio combustibile</a> per il prolungato embargo energetico che la sta sostanzialmente stritolando e <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/cuba-assedio-alla-popolazione-modalita-sopravvivenza.html" type="reportage" id="514746">ha prodotto gravi conseguenze anche sul <strong>sistema sanitario</strong></a>, Washington ha fatto le sue mosse.</p>



<p>Il 13 maggio Marco Rubio, Segretario di Stato del presidente Donald Trump e principale fautore del rovesciamento del regime socialista di L&#8217;Avana, ha ribadito l&#8217;offerta di 100 milioni di dollari di <strong>assistenza umanitaria alla popolazione cubana,</strong> chiedendo che Ong ritenute affidabili e la Chiesa Cattolica si facciano carico in luogo del regime cubano dell&#8217;aiuto ai bisognosi. Una mossa di cinica pressione politica,<strong> dato che i problemi umanitari, al netto dell&#8217;indubbiamente problematica gestione politica </strong>da parte del governo, sono stati enormemente acuiti dall&#8217;attivo programma di blocco economico condotto da Washington, promosso tanto tramite il pluridecennale embargo quanto per mezzo del suo rafforzamento dall&#8217;inizio del 2026, che ha preso le forme di un vero e proprio strangolamento. </p>



<p>Il fatto che<a href="https://www.reuters.com/legal/government/cuba-mulls-us-offer-100-million-aid-wary-trumps-motives-blockade-2026-05-14/">il presidente <strong>Miguel Diaz-Canel</strong> non abbia chiuso esplicitamente all&#8217;offerta espressa da Rubio</a> ne palesa la fragilità politica: <strong>nelle ultime settimane, più volte la popolazione civile si è riversata a protestare in strada</strong>, reclamando soprattutto risposte alle interruzioni energetiche, ai continui blackout, all&#8217;indisponibilità di carburante che blocca sostanzialmente ogni attività quotidiana. E anche se la responsabilità più grave per tutto ciò ricade indubbiamente sullo stritolante processo di assedio statunitense, non si può certamente negare che <strong>è comprensibile che sia il governo cubano a subire il rinculo di questo stato di malessere sotto forma di proteste e manifestazioni</strong>. Questo fatto è pesantemente scontato dal governo cubano nella sua capacità negoziale. Colloqui diretti con gli Stati Uniti si sono saltuariamente svolti nei mesi scorsi senza un&#8217;agenda precisa, ma è da segnalare come rilevante la recente visita del <strong>direttore della Cia John Ratcliffe sull&#8217;isla Grande,</strong> con l&#8217;obiettivo di <strong>trasmettere i desiderata di Washington</strong> e mandare un bonario ultimatum a Diaz-Canel e ai suoi.</p>



<p>Ratcliffe ha visitato L&#8217;Avana giovedì, dopo l&#8217;offerta di Rubio, facendosi latore di una missiva in cui Trump propone colloqui aperti, franchi e diretti con Cuba qualora Diaz-Canel e il suo governo aprissero a profonde riforme economiche e sociali. &#8220;Ratcliffe ha anche discusso di cooperazione nell&#8217;intelligence, stabilità economica e questioni di sicurezza&#8221;, nota il <em>Financial Times</em>, incontrando anche il Ministro dell&#8217;Interno <strong>Lázaro Álvarez Casas.</strong></p>



<p>Il Ft aggiunge che &#8220;<strong>Cuba ha dichiarato di essere aperta a discutere di democrazia, diritti umani, affari e cooperazione con gli Stati Uniti su migrazione e traffico di droga&#8221;</strong>, ma non sull&#8217;impianto istituzionale dello Stato. Per Trump, un cambio di regime a Cuba potrebbe essere un obiettivo perseguibile con l&#8217;aspettativa di conquistare un risultato concreto in un 2026 avaro di soddisfazioni politiche interne ed internazionali e per dare continuità alla dottrina di sicurezza nazionale prospettante la &#8220;sicurezza emisferica&#8221; nelle Americhe come obiettivo strategico della superpotenza. </p>



<p><a href="https://it.insideover.com/politica/la-groenlandia-e-lansia-americana-da-sicurezza-che-racconta-la-crisi-di-un-impero.html" type="post" id="501899"><strong>In America Latina</strong>, sostanzialmente, non devono più insidiarsi potenziali nemici</a> di Washington. Cuba, e in misura minore il Nicaragua, sono due delle ultime nazioni che per gli Usa escono da questo seminato, anche per il rapporto profondo di L&#8217;Avana con Russia e Cina. Geopolitica, pressioni diplomatiche e uso strategico della leva umanitaria si combinano mentre gli Usa rafforzano una competizione che avrebbe tutti i contorni per <strong>essere un relitto della Guerra Fredda facilmente emendabile</strong> se non portasse con sé una coda di pressioni ideologiche e storiche che l&#8217;hanno resa sempre più aspra. E, nel frattempo, chi soffre maggiormente è una popolazione civile cubana ormai allo stremo.</p>
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		<title>L&#8217;intelligence di Mosca: come lavorano e si dividono i compiti le spie del Cremlino</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/lintelligence-di-mosca-come-lavorano-e-si-dividono-i-compiti-le-spie-del-cremlino.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 17:11:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[gru]]></category>
		<category><![CDATA[intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi federali per la sicurezza (Fsb)]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi segreti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1235" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-1024x659.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-768x494.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-1536x988.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-600x386.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tre servizi segreti e due asset a cui appoggiarsi per le operazioni clandestine. Ecco quali sono gli obiettivi, la forza e le debolezze dell'apparato spionistico russo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/lintelligence-di-mosca-come-lavorano-e-si-dividono-i-compiti-le-spie-del-cremlino.html">L&#8217;intelligence di Mosca: come lavorano e si dividono i compiti le spie del Cremlino</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1235" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-1024x659.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-768x494.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-1536x988.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/russia-2-600x386.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Tre servizi segreti</strong>, due nati dalle ceneri del famigerato KGB, l’FSB e l’SVR, e poi il GRU, l’onnisciente servizio segreto militare che è nato dai figli della rivoluzione, fondato da Lenin nel 1918 e ancora oggi il più attivo su ogni campo e a ogni livello. Al di sotto di loro, <strong>due asset a cui appoggiarsi per le operazioni clandestine</strong>: le unità Spetsnaz, forze speciali alle dirette dipendenze dei servizi segreti, e la Wagner, la componente paramilitare a cui viene assegnato, sempre più frequentemente, il “lavoro sporco” nelle zone grigie o nel nuovo <em>Grande Gioco post-coloniale</em>. Così le spie del Cremlino si muovono sullo scacchiere globale, dall’Ucraina all’Africa, dall’Europa alle Americhe, dividendosi ruoli e operazioni ma servendo insieme, come un’unica entità, il presidente <strong>Vladimir Putin</strong>, che ne è stato parte come agente operativo e direttore, e gli interessi specifici della Federazione Russa nata dalle ceneri della grande Unione Sovietica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La sicurezza interna e il controspionaggio</h2>



<p>Il <strong>Servizio Federale di Sicurezza</strong>, o <strong>FSB</strong>, spesso considerato come il diretto erede del KGB e il principale organo di sicurezza interna con la delicata funzione di controspionaggio, opera sotto la direzione di Alexander Bortnikov e concentra tutte le sue risorse sulla stabilità interna della Federazione Russa, svolgendo <strong>operazioni di controspionaggio</strong>, antiterrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza ad ampio spettro. Il focus principale dell’FSB riguarda il <strong>contrasto a qualsiasi forma di influenza occidentale</strong> percepita come minaccia: tentativi di infiltrazione dei servizi stranieri, attività di Organizzazioni non governative considerate sospette, reti diplomatiche e altri vettori di penetrazione interna. Essenzialmente ciò che i servizi segreti occidentali, come l’MI5 britannico o la nostra AISI, oppongono alla minaccia ibrida che viene continuamente attribuita alle potenze che sorgono a oriente dei confini della NATO. </p>



<p>Pur concentrandosi sulle questioni che riguardano il territorio all’interno dei confini della Federazione, l’FSB estende le proprie attività anche all’estero, in quella che Mosca definisce una <strong>dimensione “difensiva”</strong>. Monitora diplomatici stranieri, ostacola operazioni di reclutamento di agenti da parte delle spie occidentali e conduce sempre più frequentemente operazioni informatiche e di influenza con impatto internazionale. Il servizio è stato inoltre profondamente coinvolto nel contesto ucraino, sia nella fase preparatoria che ha anticipato il <strong>conflitto con Kiev</strong>, sia nella gestione dei territori occupati e annessi dalla Russia, dalla Crimea alle Repubbliche separatiste del Donbass, mostrando quelli che gli americani hanno definito “<em>limiti significativi nella valutazione della resistenza ucraina</em>”. L’FSB può avvalersi, secondo quanto reso noto, di alcune unità di Spetsnaz sotto la sua direzione: il <strong>Gruppo Alpha</strong>, anche noto come Specgruppa A, un’unità d’élite specializzata nell’antiterrorismo, e il Gruppo Vympel, o Direttorato V, focalizzato sulla sicurezza di installazioni strategiche che sorgono oltre i confini territoriali. Il presidente russo Vladimir Putin è stato direttore dell’<strong>FSB dal 1998 al 1999</strong> per nomina del presidente Boris Eltsin.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo spionaggio estero e le vere &#8220;spie&#8221; di Mosca</h2>



<p>Il <strong>Servizio di Intelligence Estera</strong>, o <strong>SVR</strong>, costituisce invece lo strumento principale per lo spionaggio all’estero. Diretto, secondo fonti ampiamente riportate ma non del tutto chiare, da <strong>Sergey Naryshkin</strong>, ha come missione la <strong>raccolta di informazioni strategiche</strong>, l’<strong>influenza politica</strong> e il reclutamento di agenti stranieri, anche se è ben noto il ruolo svolto dal GRU, l&#8217;intelligence militare, in questo ambito. Gli obiettivi privilegiati dell&#8217;SVR, il servizio segreto meno &#8220;citato&#8221; in Occidente, includono le istituzioni governative dei principali &#8220;avversari&#8221; teorici, come il governo degli Stati Uniti, le diverse leadership della NATO, i sistemi politici europei in genere, i <em>think tank</em> che collaborano con tali governi, centri economici rilevanti e, ovviamente, i servizi d&#8217;intelligence rivali. L’SVR è l’equivalente più vicino alla direzione operativa della CIA statunitense e svolge il ruolo che in Italia compete all&#8217;AISE.</p>



<p>Secondo Ken Robinson, esperto di antiterrorismo ed ex ufficiale delle forze speciali statunitensi, l&#8217;approccio di questa altra agenzia di spionaggio, che raccoglie l&#8217;eredità del KGB, si distingue per un metodo di &#8220;<em>lungo periodo, fondato sulla pazienza e sull’accesso strategico</em>&#8220;. Emblematico è il programma dei cosiddetti &#8220;<strong>illegali</strong>”, agenti sotto copertura inseriti per decenni nei Paesi target che operano senza copertura diplomatica, e che a differenza degli ufficiali di intelligence che lavorano sotto la protezione dell&#8217;immunità diplomatica nelle ambasciate, dunque sono <strong>formalmente registrati</strong>, vivono sotto false identità per infiltrarsi negli apparati straniere e raccogliere informazioni o fungere da agenti dormienti per essere attivati quando necessario. Questi agenti dovrebbero essere addestrati e gestiti da una particolare sezione nota come <strong>Direttorato S</strong>.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;intelligence militare, la più aggressiva</h2>



<p>Il <strong><a href="https://it.insideover.com/spionaggio/cosi-losint-ha-individuato-le-unita-del-gru-che-conducono-la-guerra-psicologica.html">GRU</a></strong>, ovvero la Direzione principale dello Stato Maggiore, rappresenta l’intelligence militare russa ed è generalmente considerato l’<strong>attore più aggressivo dal punto di vista operativo</strong>. Guidato, secondo diverse fonti, da <strong>Igor Kostyukov,</strong> si occupa di <strong>intelligence militare</strong>, supporto diretto al campo di battaglia, operazioni segrete, <strong>sabotaggio</strong> e <strong>guerra informatica</strong>. I suoi obiettivi includono infrastrutture militari della NATO, reti logistiche, industrie della difesa e infrastrutture critiche europee. </p>



<p>A differenza dell’SVR, il GRU privilegia l’azione immediata rispetto alla costruzione di lungo periodo. Tra i suoi reparti operativi figurano numerose forze speciali impiegate in missioni di ricognizione, sabotaggio e guerra non convenzionale, le già note <strong>unità Spetsnaz</strong>, gli &#8220;<a href="https://www.ilgiornale.it/news/guerra/omini-verdidi-putin-ai-confini-delleuropa-2552762.html">omini verdi</a>&#8221; ampiamente utilizzati in Crimea e in Ucraina, che secondo gli osservatori internazionali stanno svolgendo ricognizioni in diversi territori ai confini della NATO, in particolare intorno all&#8217;exclave di Kaliningrad. <br><br>Tra le unità dirette dall&#8217;intelligence militare russa vi è la ben nota <strong>unità 29155</strong>, specializzata in operazioni di &#8220;<em>sovversione, sabotaggio e assassinio</em>&#8220;, collegata a operazioni clandestine e tentativi di assassinio in Europa e alla quale è stato attribuito l&#8217;attentato all&#8217;ex spia doppiogiochista <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-russia-non-perdona-le-spie-skripal-gas-nervino-8-anni.html">Sergej Skripal</a>, e le unità 26165 e 74455, responsabili di campagne di guerra informatica, incluse interferenze elettorali e attacchi a infrastrutture. La forza del GRU risiede nella sua propensione all’azione, ma la sua &#8220;debolezza&#8221; emergerebbe nello scarso livello di furtività, essendosi esposta in diverse occasioni e diventando la principale realtà di spionaggio russa monitorata in Europa.</p>



<p>Sebbene formalmente distinti, questi servizi operano con ampie sovrapposizioni negli stessi campi &#8211; <strong>soprattutto in Europa, Ucraina e nei principali centri economici globali </strong>&#8211; dove le loro attività comprendono il reclutamento di agenti nelle istituzioni occidentali, l’infiltrazione nelle industrie della difesa, operazioni di sabotaggio e la <strong>manipolazione</strong> della <strong>narrazione politica</strong>. Secondo gli esperti d&#8217;intelligence il sistema russo è progettato per integrare rapidamente raccolta informativa e azione, comprimendo il tempo tra analisi e intervento in modo difficilmente replicabile dalle burocrazie occidentali: un&#8217;arma a doppio taglio che rappresenta allo stesso tempo un vantaggio e uno svantaggio, e <strong>rischia di ledere operazioni di lungo termine con azioni aggressive elaborate nel breve termine</strong> dove i diversi servizi segreti si &#8220;<em>accavallano</em>&#8220;. Ciò nonostante, si può chiaramente osservare come negli ultimi anni la dottrina operativa russa si sia evoluta verso un modello di guerra ibrida, che combina strumenti militari e non militari in una campagna continua e multidimensionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Spetnaz e paramilitari, i nuovi asset della Guerra Ibrida </h2>



<p>È in questo contesto che le forze Spetsnaz e il Gruppo Wagner hanno iniziato a svolgere ruoli chiave come asset dei servizi d&#8217;intelligence convenzionali che li hanno resi una risorsa preziosa e non sempre riconducibile al loro operato. <br><br>Come sappiamo come il termine “<strong>Spetsnaz</strong>” non viene sempre indicata una determinata formazione o unità, ma un insieme non sempre lineare di forze speciali appartenenti a diversi rami, in particolare al GRU, che hanno diversi ruoli, dall&#8217;antiterrorismo alle operazioni speciali in territori ostili dove vengono condotte, ad esempio, operazioni di guerra a bassa intensità. Queste unità sono impiegate in azioni dirette, ricognizione e operazioni non convenzionali, con obiettivi che includono posizioni avanzate dei potenze avversarie, linee di rifornimento e infrastrutture critiche. In Ucraina, ad esempio, hanno svolto compiti di attacco mirato e supporto alle forze convenzionali, evidenziando sia elevate capacità operative sia vulnerabilità legate a intelligence imprecisa. <br><br>Il&nbsp;<strong>Gruppo Wagner</strong>, fondato da Yevgeny Prigozhin, il vertice dei paramilitari di punti che è morto a bordo del suo jet privato caduto tra Mosca e San Pietroburgo il 23 agosto, ha rappresentato invece uno <strong>strumento paramilitare</strong> operante nella <strong>zona grigia tra Stato e attori non statali</strong>. Impiegato in teatri come <strong>Siria,</strong> <strong>Libia</strong>, <strong>Repubblica Centrafricana</strong>, <strong>Mali</strong> e Ucraina, dove ha consentito alla Russia di proiettare potenza mantenendo una plausibile negabilità fin dal principio delle operazioni. In Ucraina ha avuto un ruolo rilevante, in particolare in battaglie ad alta intensità come Bakhmut, dove è stato utilizzato come forza d’assalto con tattiche estremamente costose in termini di perdite.</p>



<p>L&#8217;autonomia di questa grande struttura paramilitare, inquadrante secondo criteri diversi da quelli previsti dall&#8217;apparato militare, che è notoriamente permeato da gravi casi di negligenza e mancanza di disciplina, ha portato alla grave crisi del 2023, culminata nella sfida posta alla leadership militare di Mosca che ha portato a un rapido smantellamento del gruppo. Secondo le informazioni raccolte progressivamente, la <strong>Wagner è stata assorbita dallo Stato</strong>, che ha recuperato e reclutato le risorse più utili per metterle sotto il controllo del Ministero della Difesa e del GRU. Questo approccio si inserisce in una strategia più ampia, visibile già dal 2014 e intensificata dopo il 2022, basata su cyberattacchi, disinformazione, sabotaggio e uso di intermediari criminali. Tali attività operano <strong>sotto la soglia del conflitto aperto</strong>, ma nel lungo periodo erodono la coesione degli avversari, aumentando incertezza e costi decisionali. L’obiettivo non è una vittoria rapida e decisiva, ma la creazione di attrito diffuso e continuo che è poi regolarmente &#8220;sottolineato&#8221; dalle fonti d&#8217;intelligence che preferiscono rimanere anonime, e che accusano Mosca di condurre una <a href="https://www.ilgiornale.it/news/guerra/nuova-guerra-ombra-mosca-cos-rete-wagner-recluta-giovani-2610502.html">guerra ombra</a> in Europa. <br></p>



<h2 class="wp-block-heading">Forze e debolezza di un sistema complesso</h2>



<p>I servizi russi presentano punti di forza strutturali rilevanti: capacità di sostenere operazioni a lungo termine, elevata tolleranza al rischio e integrazione diretta con il potere statale. Tuttavia, queste caratteristiche sono <strong>controbilanciate da debolezze sistemiche</strong>. La politicizzazione dell’intelligence genera distorsioni analitiche, le rivalità interne ostacolano il coordinamento e la corruzione compromette l’affidabilità dei dati. Inoltre, l’ambiente operativo occidentale si è trasformato radicalmente. Le società europee e nordamericane sono caratterizzate da un ecosistema di sorveglianza diffuso e decentralizzato, basato su dati finanziari, digitali e biometrici. Questo rende sempre più difficile per gli agenti operare in anonimato. Le tecniche tradizionali, efficaci durante la <strong>Guerra Fredda</strong>, risultano oggi meno adattive, come dimostrato dalla scoperta di numerose reti clandestine in Europa. Il moderno “<em>campo di battaglia della sorveglianza</em>” è definito da un’enorme quantità di dati generati quotidianamente, che consente alle agenzie di tracciare movimenti e correlare comportamenti con grande rapidità. Di conseguenza, lo spionaggio resta possibile, ma l’esposizione è molto più probabile e le reti individuate possono essere rapidamente smantellate. </p>



<p>In questo contesto, <strong>la guerra ibrida rappresenta il vero centro di gravità dell’approccio russo.</strong> Operazioni informatiche, disinformazione, influenza politica e pressione economica sono integrate in una strategia unificata volta a creare confusione e rallentare il processo decisionale degli avversari. In Europa ciò si traduce in interferenze elettorali e sostegno a movimenti estremisti, mentre in Ucraina include attacchi cyber e campagne di influenza rivolte anche al pubblico occidentale. L’obiettivo finale non è necessariamente la vittoria, ma la paralisi decisionale. L&#8217;analisi del complesso sistema di spionaggio russo ci mostra, almeno in superficie, come le spie del Cremlino e i le loro nuove risorse combinino <strong>pazienza strategica, integrazione con il potere statale, aggressività operativa</strong> e una notevole capacità di operare nella zona grigia in con contesto di ridondanza non necessariamente preventiva. <br><br>Ciò lo rende allo stesso tempo estremamente efficace e vulnerabile, specialmente dalle rivalità interne, e dai limiti operativi in ambienti ad alta sorveglianza dove un singolo passo falso può elevare la sorveglianza vanificando gli sforzi del servizio d&#8217;intelligence che ha operato meglio negli anni, causando, secondo alcune visioni, la &#8220;<strong>crescente esposizione</strong>&#8221; che si sta registrando in questi ultimi anni, che non può o deve sempre essere collegata a un crescere delle operazioni spionistiche condotte dalla Russia, ma alle <strong>negligenze</strong> che in uno scenario di maggiore allerta possono essere monitorate con maggiore efficienza, e portano all&#8217;attivazione delle contromisure o delle procedure necessarie.</p>
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		<title>Cina, Iran, Usa e la guerra invisibile dei servizi</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/cina-iran-usa-e-la-guerra-invisibile-dei-servizi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 04:31:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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<p> Pechino osserva ciò che accade a Teheran con attenzione particolare. Non per solidarietà ideologica automatica, ma per interesse strategico.</p>
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<p>La guerra tra <strong><a href="https://it.insideover.com/tecnologia/guerra-rischio-ai-data-center-medio-oriente.html" type="post" id="508879">Stati Uniti, Israele e Iran </a></strong>non si combatte soltanto nei cieli, nei centri di comando, nelle basi militari o nelle infrastrutture nucleari. Si combatte anche dentro i sistemi informatici, nelle reti di intelligence, nei canali di comunicazione clandestini, nelle catene di approvvigionamento tecnologico e nei sospetti che attraversano gli apparati di sicurezza degli Stati autoritari. <strong>Per questo Pechino osserva ciò che accade a Teheran con un’attenzione particolare. </strong>Non per solidarietà ideologica automatica, ma per interesse strategico.</p>



<p>La storia recente offre un precedente pesante. <strong>Tra il 2010 e il 2012, la rete della CIA in Cina subì una delle peggiori compromissioni della storia dell’intelligence americana. </strong>Secondo varie ricostruzioni, Pechino riuscì a smantellare una parte rilevante dell’apparato clandestino statunitense, con l’uccisione o l’arresto di decine di fonti. La causa precisa resta discussa, ma una delle ipotesi più inquietanti collega quella catastrofe alla Repubblica islamica iraniana.</p>



<p><strong>L’Iran, all’epoca, cercava di capire come fosse stato possibile l’attacco Stuxnet contro l’impianto nucleare di Natanz. </strong>Quel programma malevolo, attribuito a Stati Uniti e Israele, aveva colpito le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio, provocando danni fisici a infrastrutture industriali attraverso un’arma informatica. Era una svolta: il sabotaggio non apparteneva più soltanto al mondo degli esplosivi, delle talpe e delle incursioni militari. Poteva essere inserito nel cuore di un sistema tecnico e trasformare il codice in distruzione materiale.</p>



<p>Secondo alcune fonti, <strong>durante quelle indagini Teheran avrebbe scoperto che la CIA usava siti apparentemente innocui per comunicare con i propri informatori. </strong>L’informazione sarebbe poi stata condivisa con la Cina, dove l’agenzia americana utilizzava strumenti simili. Se questa ricostruzione è corretta, Stuxnet non produsse soltanto conseguenze sul programma nucleare iraniano. Contribuì indirettamente a una devastazione dell’intelligence statunitense in Cina.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il nuovo trauma iraniano</strong></h2>



<p>Oggi si apre un possibile secondo capitolo. L’operazione congiunta americano-israeliana del 28 febbraio, con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri alti funzionari iraniani, rappresenta un salto di qualità nella guerra di intelligence. Non si tratta più soltanto di sabotare infrastrutture. Si tratta di <strong>decapitare il vertice politico e strategico di uno Stato nemico </strong>attraverso una combinazione di intelligence umana, penetrazione informatica, sorveglianza, localizzazione e capacità militare di precisione.</p>



<p>Per Pechino, questa operazione è un avvertimento. La Cina non è l’Iran, dispone di apparati di sicurezza molto più vasti, di un controllo interno più sofisticato e di una capacità tecnologica enormemente superiore. Ma il principio resta lo stesso: se gli Stati Uniti e Israele riescono a combinare spionaggio umano, guerra informatica e attacchi mirati contro un alleato strategico di Pechino, allora anche la Repubblica Popolare deve ricalcolare i propri rischi.</p>



<p>Il punto non è che <strong>Xi Jinping </strong>tema un’operazione identica domani mattina. Il punto è che ogni successo dell’intelligence occidentale contro un regime ostile rafforza la convinzione cinese che la sicurezza dello Stato debba essere totale, preventiva e permanente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sicurezza come ossessione del potere cinese</strong></h2>



<p>Da quando Xi Jinping è arrivato al vertice nel 2012, la sicurezza nazionale è diventata il centro della politica cinese. Non più un settore tra gli altri, ma il principio ordinatore dello Stato. <strong>Sicurezza del Partito, sicurezza tecnologica, sicurezza ideologica, </strong>sicurezza sociale, sicurezza alimentare, sicurezza energetica, sicurezza digitale: tutto rientra nella stessa visione.</p>



<p>Xi ha disciplinato il Partito, rafforzato il controllo sulla società e allargato enormemente il concetto di minaccia. La corruzione, in questa visione, non è soltanto un problema morale o economico. È una falla di sicurezza. Un funzionario corrotto può essere comprato. Un ufficiale sottopagato può essere avvicinato. Un quadro locale ricattabile può diventare una porta d’ingresso per l’intelligence straniera.</p>



<p>Negli anni Duemila, la combinazione di corruzione, bassi salari e opacità interna avrebbe favorito la capacità delle agenzie americane di reclutare fonti all’interno dell’apparato cinese. Da qui nasce una delle ragioni profonde delle grandi purghe anticorruzione. <strong>Non soltanto eliminare rivali politici, ma chiudere gli spazi</strong> attraverso cui potenze straniere potrebbero penetrare nel sistema. La repressione interna, dunque, ha anche una logica di controspionaggio. Ogni epurazione è un messaggio al Partito: nessuno è intoccabile, nessuno è fuori dal controllo centrale, nessuno può costruire reti autonome.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La CIA prova a sfruttare la paura</strong></h2>



<p>Naturalmente, questa stessa macchina repressiva produce vulnerabilità. Se dirigenti, ufficiali e funzionari vivono nel sospetto permanente, alcuni possono maturare paura, risentimento o sfiducia. La CIA sembra voler lavorare proprio su questo terreno. La diffusione di video di propaganda rivolti a potenziali fonti cinesi, soprattutto dopo epurazioni di alto profilo nell’Esercito Popolare di Liberazione, dimostra che Washington cerca di trasformare il clima di purga in opportunità di reclutamento.</p>



<p>Il messaggio è chiaro: chi è ambizioso, capace o troppo visibile rischia di essere eliminato dal sistema; <strong>meglio allora collaborare con gli Stati Uniti.</strong> È una vecchia logica dell’intelligence: reclutare non solo per denaro, ma per paura, vendetta, frustrazione o senso di insicurezza personale. Pechino lo sa. E proprio per questo, dopo ogni crisi internazionale che dimostri la potenza dello spionaggio occidentale, tenderà a rafforzare ulteriormente controlli, verifiche, sorveglianza e disciplina interna.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tecnologia straniera, catene vulnerabili e autarchia digitale</strong></h2>



<p>Un altro punto decisivo riguarda la tecnologia. L’esplosione dei cercapersone usati da Hezbollah nel 2024, attribuita a una sofisticata operazione di penetrazione nella catena di fornitura, ha mostrato quanto possa essere vulnerabile un sistema che dipende da componenti, piattaforme o strumenti esterni. <strong>Anche qui la lezione per Pechino è evidente: ogni tecnologia straniera può essere un cavallo di Troia.</strong></p>



<p>La Cina affronta da anni questo problema. Per molto tempo, anche le amministrazioni cinesi hanno usato sistemi operativi occidentali, in particolare Microsoft Windows. Ma da oltre un decennio Pechino spinge per sostituire software, componenti e architetture straniere con alternative interne. Non è soltanto una scelta industriale. È una scelta di sicurezza nazionale.</p>



<p>L’autarchia tecnologica cinese nasce anche da questa paura: che il codice straniero, il componente importato, il programma apparentemente neutro o l’applicazione di uso comune possano diventare strumenti di sorveglianza, sabotaggio o localizzazione. La guerra contro l’Iran, con il ricorso a telecamere, applicazioni religiose, intercettazioni telefoniche e programmi distruttivi, rafforza questa percezione.</p>



<p>Per Pechino, il futuro della sovranità passa dalla capacità di controllare l’intera filiera: chip, reti, sistemi operativi, dati, piattaforme, telecomunicazioni, intelligenza artificiale e infrastrutture critiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Valutazione strategica: il controspionaggio diventa offensivo</strong></h2>



<p>La Cina non si limita a difendersi. Dispone di capacità offensive considerevoli. Operazioni attribuite a gruppi legati all’Esercito Popolare di Liberazione o al Ministero della Sicurezza dello Stato, come Volt Typhoon e Salt Typhoon, mostrano una strategia più ampia: penetrare infrastrutture critiche, telecomunicazioni, reti logistiche e sistemi sensibili degli avversari.</p>



<p>Volt Typhoon è stato associato alla penetrazione di infrastrutture critiche e alla possibilità di osservare o minacciare la logistica navale americana nel Pacifico. Salt Typhoon, attivo da anni secondo alcune ricostruzioni, avrebbe preso di mira infrastrutture di telecomunicazione per raccogliere informazioni e contrastare intrusioni straniere.</p>



<p>Queste operazioni non sono solo spionaggio. Sono preparazione del campo di battaglia. In caso di crisi su Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale o nel Pacifico occidentale, la capacità di conoscere, disturbare o sabotare reti logistiche americane diventerebbe decisiva.</p>



<p>Dunque, la risposta cinese alla guerra contro l’Iran potrebbe non essere spettacolare né visibile. Potrebbe consistere in un rafforzamento silenzioso delle operazioni informatiche già in corso, in una stretta sui controlli interni, in una revisione dei protocolli di sicurezza dei dirigenti, in un’accelerazione dell’indipendenza tecnologica e in una maggiore cooperazione selettiva con Paesi ostili a Washington.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cina e Iran: alleanza flessibile, non matrimonio strategico</strong></h2>



<p>Il rapporto tra Pechino e Teheran non assomiglia alle alleanze strutturate dell’Occidente, come quelle tra i Paesi anglosassoni. È un rapporto più opportunistico, flessibile, costruito su convergenze pratiche: energia, commercio, opposizione alla pressione americana, aggiramento delle sanzioni, cooperazione diplomatica, tecnologie e talvolta intelligence.</p>



<p>Questa flessibilità è un vantaggio. Non essendoci un’architettura formale troppo visibile, i due Paesi possono condividere informazioni quando conviene e mantenere distanza quando il costo politico è troppo alto. Alcune notizie hanno suggerito che la Cina avrebbe fornito all’Iran coordinate su truppe e attrezzature statunitensi. Se confermato, sarebbe un segnale rilevante: non un’alleanza militare dichiarata, ma una cooperazione operativa contro l’avversario comune.</p>



<p>Tuttavia, oggi l’Iran è indebolito. L’uccisione di parte della sua leadership politica e di intelligence rende incerto il futuro dei canali di collaborazione. Prima di capire se Teheran e Pechino rafforzeranno lo scambio informativo, bisognerà vedere chi controllerà i nuovi apparati iraniani e quale linea adotterà dopo il trauma della decapitazione.</p>



<p>È probabile che, almeno nel breve periodo, la cooperazione più intensa resti quella tra Iran e Russia, perché Mosca e Teheran condividono una dimensione militare e operativa più diretta. La Cina, invece, tende a muoversi con maggiore prudenza. Aiuta, osserva, apprende, ma evita di farsi trascinare in conflitti che possano compromettere i propri interessi economici globali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scenari economici: la guerra accelera il disaccoppiamento</strong></h2>



<p>La conseguenza economica più importante riguarda il disaccoppiamento tecnologico. Ogni operazione occidentale contro l’Iran rafforza in Cina l’idea che dipendere da software, componenti, semiconduttori, sistemi operativi o infrastrutture straniere sia un rischio esistenziale. La guerra diventa così carburante per l’autonomia tecnologica cinese.</p>



<p>Questo significa più investimenti in semiconduttori nazionali, più controllo sulle imprese tecnologiche, più limitazioni ai prodotti stranieri nelle amministrazioni pubbliche, più attenzione alle reti di telecomunicazione e più pressione sulle aziende cinesi perché riducano esposizioni critiche verso Stati Uniti e alleati.</p>



<p>Ma l’autarchia ha un costo. Sostituire tecnologie straniere richiede tempo, capitali, competenze e sacrifici di efficienza. Non sempre le alternative interne sono equivalenti. La Cina può ridurre la dipendenza, ma difficilmente può eliminarla del tutto nel breve periodo, soprattutto nei settori più avanzati dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale.</p>



<p>La guerra con l’Iran, dunque, non produce solo conseguenze militari. Accelera la frammentazione dell’economia mondiale in blocchi tecnologici sempre meno compatibili.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Geopolitica della paura</strong></h2>



<p>Il dato più interessante è che la Cina non ha bisogno di essere direttamente colpita per reagire. Le basta osservare ciò che accade agli altri. L’Iran diventa uno specchio. Hezbollah diventa uno specchio. Il Venezuela diventa uno specchio. Ogni decapitazione, ogni sabotaggio, ogni penetrazione informatica mostra a Pechino ciò che potrebbe accadere a un regime considerato nemico dagli Stati Uniti.</p>



<p>Da qui nasce una geopolitica della paura. La Cina teme l’infiltrazione. Gli Stati Uniti temono l’espansione cinese. L’Iran teme la decapitazione. Israele teme l’accerchiamento regionale. Ciascuno rafforza i propri strumenti di sicurezza, ma così facendo aumenta l’insicurezza degli altri.</p>



<p>Il risultato è una corsa permanente al controllo: controllo dei dati, delle reti, delle persone, dei confini digitali, delle infrastrutture, delle élite, delle comunicazioni e delle filiere produttive.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La lezione di Pechino</strong></h2>



<p>Pechino probabilmente non cambierà radicalmente strategia a causa della guerra contro l’Iran. Piuttosto, userà quella guerra per confermare ciò che già pensava: che il mondo è entrato in una fase di competizione totale, nella quale la sicurezza dello Stato coincide con la sopravvivenza del regime.</p>



<p>La risposta cinese sarà quindi prevedibile: più purghe, più controspionaggio, più sorveglianza, più autarchia tecnologica, più operazioni informatiche, più cautela nei movimenti dei vertici, più protezione delle catene di comando e più diffidenza verso ogni infrastruttura straniera.</p>



<p>La guerra invisibile non ha bisogno di dichiarazioni ufficiali. Si combatte nei server, nei telefoni, nei programmi, nei satelliti, nelle ambasciate, nelle università, nelle aziende tecnologiche e nei ministeri. Stuxnet aveva già mostrato che un codice poteva distruggere centrifughe. L’operazione contro Khamenei mostra che l’informazione può uccidere un vertice politico.</p>



<p>La Cina ha tratto la sua conclusione: nella guerra del XXI secolo, chi perde il controllo dei dati perde il controllo del potere. E per il Partito comunista cinese, questa è la minaccia più grande di tutte.</p>
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		<title>Dal Terzo Reich a Israele: l&#8217;incredibile vita di Otto Skorzeny, cuore di tenebra del Novecento</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/dal-terzo-reich-a-israele-lincredibile-vita-di-otto-skorzeny-cuore-di-tenebra-del-novecento.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 14:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="965" height="429" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412.jpg 965w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-300x133.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-768x341.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-600x267.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 965px) 100vw, 965px" /></p>
<p>Dal mito nazista alla guerra segreta. Otto Skorzeny appartiene a quella categoria di uomini che il Novecento ha prodotto nei suoi laboratori più oscuri: soldati politici, specialisti della violenza, tecnici dell’operazione clandestina, figure capaci di sopravvivere al crollo dei regimi perché più utili che presentabili. Alto, segnato dalla cicatrice sul volto, trasformato dalla propaganda nazista &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/dal-terzo-reich-a-israele-lincredibile-vita-di-otto-skorzeny-cuore-di-tenebra-del-novecento.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/dal-terzo-reich-a-israele-lincredibile-vita-di-otto-skorzeny-cuore-di-tenebra-del-novecento.html">Dal Terzo Reich a Israele: l&#8217;incredibile vita di Otto Skorzeny, cuore di tenebra del Novecento</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="965" height="429" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412.jpg 965w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-300x133.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-768x341.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-600x267.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 965px) 100vw, 965px" /></p>
<p>Dal mito nazista alla guerra segreta. Otto Skorzeny appartiene a quella categoria di uomini che il Novecento ha prodotto nei suoi laboratori più oscuri: soldati politici, specialisti della violenza, tecnici dell’operazione clandestina, figure capaci di sopravvivere al crollo dei regimi perché più utili che presentabili. Alto, segnato dalla cicatrice sul volto, trasformato dalla propaganda nazista in immagine vivente del commando moderno, <strong><a href="https://it.insideover.com/schede/storia/otto-skorzeny-il-nazista-che-visse-pericolosamente.html" type="schede" id="335159">Skorzeny fu molto più di un ufficiale delle SS.</a></strong> Fu un prodotto perfetto della guerra totale: audacia, brutalità, capacità di muoversi fuori dalle regole e di trasformare l’azione militare in teatro politico.</p>



<p>La sua fama nasce con l’operazione del Gran Sasso, nel settembre 1943, quando Benito Mussolini viene liberato dalla prigionia. L’azione, per il Reich, non fu soltanto un successo tattico. Fu una rappresentazione. Hitler aveva bisogno di mostrare che la Germania poteva ancora colpire con sorpresa, volontà e ardimento. Skorzeny diventò così un simbolo: l’uomo capace di piegare l’impossibile, il volto della guerra speciale nazista.</p>



<p>Poi vennero l’operazione in Ungheria, l’infiltrazione durante la battaglia delle Ardenne, il processo di Dachau e l’assoluzione. Ma già allora era chiaro che Skorzeny non era soltanto un combattente. Era una risorsa. E le risorse, quando cambia il mondo, non scompaiono: passano di mano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dopo il 1945: la sconfitta non cancella le reti</h2>



<p>La fine del Terzo Reich non chiuse il capitolo Skorzeny. Lo spostò. Come molti ex funzionari, militari, agenti e tecnici del mondo nazista, anche lui trovò una nuova geografia nella guerra fredda. Internato, poi evaso, approdò nella Spagna franchista, che nel dopoguerra divenne rifugio, crocevia e piattaforma per reti anticomuniste, nostalgiche, clandestine e operative.</p>



<p>Madrid non era soltanto un luogo di esilio. Era un mercato politico. Vi transitavano uomini compromessi, intermediari, ex ufficiali, servizi paralleli, emissari di Stati che non potevano permettersi relazioni ufficiali ma non volevano rinunciare a competenze utili. Skorzeny si inserì in questo ambiente con naturalezza. Non aveva più un impero da servire, ma possedeva ancora contatti, esperienza, reputazione e capacità di accesso.</p>



<p>Negli anni Cinquanta il suo nome ricompare anche nell’Egitto di Nasser, dove diversi ex tecnici e ufficiali tedeschi contribuirono a programmi militari sensibili. Qui la questione assume un significato strategico preciso. Il capitale tecnico e operativo del nazismo sconfitto veniva riciclato da nuovi attori, dentro un mondo ormai dominato dalla competizione tra Stati Uniti, Unione Sovietica, nazionalismi arabi e potenze regionali emergenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Israele e il calcolo più duro</h2>



<p>Il passaggio più inquietante della vicenda riguarda il rapporto tra Skorzeny e i servizi israeliani. All’inizio degli anni Sessanta, Israele osservava con crescente allarme la collaborazione tra l’Egitto di Nasser e specialisti tedeschi impegnati in programmi missilistici. Per lo Stato ebraico, circondato da nemici e ancora segnato dalla memoria della Shoah, la possibilità che il Cairo sviluppasse capacità balistiche avanzate era una minaccia strategica primaria.</p>



<p>Il Mossad aveva bisogno di informazioni: nomi, indirizzi, società di copertura, filiere logistiche, intermediari, scienziati, canali finanziari. E Skorzeny possedeva proprio ciò che un servizio cerca nei momenti decisivi: accesso, credibilità, contatti, capacità di entrare in ambienti dove un agente israeliano non avrebbe mai potuto muoversi senza destare sospetti.</p>



<p>Qui non c’è redenzione, né conversione morale. C’è ragion di Stato. Israele non assolve Skorzeny. Lo usa. Skorzeny non diventa amico di Israele. Accetta una collaborazione perché gli conviene, perché gli garantisce protezione, centralità e forse la possibilità di continuare a essere parte di un gioco più grande di lui.</p>



<p>È la lezione più dura della guerra segreta: i servizi non cercano uomini puri. Cercano uomini utili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Agente, intermediario o strumento?</h2>



<p>La definizione esatta del ruolo di Skorzeny resta delicata. Non fu un funzionario organico del Mossad. Più probabilmente fu un agente officioso, un collaboratore clandestino, una risorsa manovrata per penetrare i circuiti degli ex nazisti al servizio dell’Egitto. La distinzione non è formale. È sostanziale. Nel mondo dell’intelligence, la differenza tra appartenere a un servizio ed essere usati da un servizio è decisiva.</p>



<p>Le ricostruzioni più clamorose attribuiscono a Skorzeny un ruolo diretto nella vicenda del tecnico tedesco Heinz Krug, coinvolto nei programmi egiziani. Secondo queste versioni, egli avrebbe fornito al Mossad una mappa preziosa delle reti germano-egiziane e sarebbe stato coinvolto nella loro neutralizzazione. Anche prendendo con cautela ogni dettaglio, il punto politico rimane: l’ex commando delle SS divenne un pezzo della lotta israeliana contro un progetto militare percepito come esistenziale.</p>



<p>Questa non è una contraddizione della storia. È la sua nudità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La morale e la sopravvivenza degli Stati</h2>



<p>Il caso Skorzeny mostra fino a che punto la guerra fredda abbia assorbito, trasformato e riutilizzato i residui del nazismo. Scienziati, ufficiali, tecnici, agenti, propagandisti: molti furono recuperati perché conoscevano missili, intelligence, reti clandestine, guerra psicologica, logistica e sicurezza. Gli Stati Uniti lo fecero. L’Unione Sovietica lo fece. L’Egitto lo fece. Anche Israele, quando ritenne che la minaccia lo imponesse, entrò in quella logica.</p>



<p>La differenza sta nella ferita morale. Per Israele, utilizzare un uomo come Skorzeny significava piegare la memoria del passato alla necessità del presente. Non era un dettaglio. Era una frattura. Ma nella gerarchia delle minacce, impedire all’Egitto di costruire una capacità missilistica pesava più del disgusto storico verso un ex ufficiale delle SS.</p>



<p>È qui che la vicenda diventa universale. La ragion di Stato non cancella la morale, ma spesso la subordina. Non la nega apertamente: la sospende, la rinvia, la sacrifica in nome della sopravvivenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Scenari economici e mercato della potenza</h2>



<p>La storia di Skorzeny non è solo militare. È anche geoeconomica. Dopo il 1945, le competenze nate nei laboratori della guerra totale diventarono beni strategici. Informazioni, reti, tecnologie, conoscenze missilistiche, capacità di addestramento, contatti nei regimi autoritari: tutto divenne merce nel mercato internazionale della potenza.</p>



<p>L’ex nazista non vendeva soltanto sé stesso. Vendeva accesso. E l’accesso, nella guerra fredda, valeva più dell’ideologia. Valeva contratti, protezione, influenza, sicurezza, canali diplomatici indiretti. Il mondo uscito dal 1945 condannava il nazismo sul piano politico, ma ne recuperava frammenti sul piano operativo. Questa è una delle grandi ipocrisie del secondo dopoguerra: la giustizia celebrava i processi, mentre la strategia selezionava gli uomini da salvare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Valutazione militare e geopolitica</h2>



<p>Sul piano militare, Skorzeny incarna il passaggio dalla guerra convenzionale alla guerra ibrida ante litteram: infiltrazione, sabotaggio, uso dell’identità nemica, propaganda, operazioni speciali, reti non ufficiali. La sua figura anticipa un modello oggi familiare: il combattente irregolare al servizio di obiettivi statali, l’uomo che opera dove la diplomazia non può arrivare e dove l’esercito non può apparire.</p>



<p>Sul piano geopolitico, il suo percorso racconta la continuità tra fascismo europeo, guerra fredda, nazionalismo arabo e sicurezza israeliana. Berlino, Madrid, Il Cairo, Tel Aviv: non sono tappe casuali, ma stazioni di una stessa ferrovia clandestina. Il potere non dimentica gli uomini utili. Li sposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lezione finale</h2>



<p>Otto Skorzeny non fu un uomo redento. Fu un uomo riutilizzato. La sua traiettoria non dimostra che le ideologie siano irrilevanti, ma che gli Stati, quando percepiscono una minaccia vitale, sono pronti a servirsi anche di ciò che dichiarano di detestare.</p>



<p>Il vero scandalo non è che un ex ufficiale delle SS abbia potuto aiutare Israele. Il vero scandalo è che la storia segreta degli Stati funziona spesso così: il nemico di ieri diventa lo strumento di oggi, non perché sia cambiato, ma perché è cambiata la necessità di chi lo impiega.</p>



<p>Skorzeny resta dunque una figura capitale non per il fascino oscuro della sua biografia, ma perché rivela una verità scomoda: nella guerra clandestina la linea tra giustizia e utilità è fragile, mobile, spesso invisibile. E quando entra in scena la sopravvivenza dello Stato, la morale non scompare. Semplicemente, viene messa in coda.</p>
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		<title>Navi, sommergibili, droni subacquei: tutte le armi del GUGI, lo spionaggio sottomarino di Putin</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/navi-sommergibili-droni-subacquei-tutte-le-armi-del-gugi-lo-spionaggio-sottomarino-di-putin.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 12:28:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Navi spia]]></category>
		<category><![CDATA[Osint]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sottomarini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1198" height="624" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Yantar_research_vessel_01-e1777465976421.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Yantar_research_vessel_01-e1777465976421.jpg 1198w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Yantar_research_vessel_01-e1777465976421-600x313.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Yantar_research_vessel_01-e1777465976421-300x156.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Yantar_research_vessel_01-e1777465976421-1024x533.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Yantar_research_vessel_01-e1777465976421-768x400.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1198px) 100vw, 1198px" /></p>
<p>Il GUGI, acronimo russo della Direzione principale per la Ricerca in profondità, è poco noto rispetto a sigle come FSB o GRU, eppure rappresenta uno degli asset più strategici di Mosca.</p>
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<p>Il <strong>GUGI</strong>, acronimo russo della <strong>Direzione principale per la Ricerca in profondità</strong>, è ancora poco noto al grande pubblico rispetto a sigle come FSB o GRU. Eppure, secondo numerosi analisti di intelligence, rappresenta uno degli asset più sensibili e strategici della Federazione Russa. Formalmente inserito nella Marina militare, gode di uno status particolare: il livello di segretezza delle sue attività è tale da farlo rispondere direttamente al ministro della Difesa e al presidente della Federazione. Il <a href="https://lynceans.org/all-posts/you-need-to-know-about-russias-main-directorate-of-deep-sea-research-gugi/">quartier generale</a> si trova a San Pietroburgo, sul Baltico, ma il GUGI dispone anche di una base artica nella <strong>baia di Olenya Guba</strong>, la Baia dei Cervi, nella <a href="https://it.insideover.com/guerra/ecco-la-fortezza-nucleare-della-russia-che-affaccia-sullartico.html">penisola di Kola</a>, dove è concentrata la flotta russa di sottomarini nucleari strategici. La sua specializzazione riguarda sorveglianza, sabotaggio, ricognizione e operazioni tecniche subacquee ad altissima profondità. In questo settore, soltanto gli Stati Uniti possono vantare capacità comparabili. Alcuni osservatori identificano il GUGI anche con l’<strong>Unità Militare 40056</strong>, una struttura interna al ministero della Difesa distinta dalla Marina Militare. Dal 15 marzo 2021 il comando è affidato al viceammiraglio <a href="https://www.intelligenceonline.com/europe-russia/2023/09/29/vladimir-grishechkin-russian-submarine-intelligence-s-master-spy-in-the-ocean-depths,110059778-art">Vladimir Vladimirovich Grishechkin</a>.</p>



<p>Le missioni attribuite al GUGI sono molteplici. In tempo di pace comprendono indagini sottomarine, mappature dei fondali, campionamenti geologici e raccolta dati utili anche a sostenere le rivendicazioni russe sulla piattaforma continentale estesa nell’Artico. Rientrano inoltre tra i compiti la localizzazione di infrastrutture sensibili, il posizionamento o recupero di oggetti sul fondo del mare, la manutenzione di sistemi subacquei militari e la sorveglianza clandestina. In caso di conflitto, queste capacità potrebbero tradursi in attacchi contro <strong>infrastrutture critiche</strong> occidentali: cavi internet, linee elettriche, oleodotti e gasdotti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La flotta segreta di Mosca</h2>



<p>Negli anni il GUGI è stato associato a una discreta flotta di unità di superficie e a una crescente componente subacquea che molti analisti definiscono la “<a href="https://news.usni.org/2021/11/30/russia-growing-secret-submarine-fleet-key-to-moscows-undersea-future">flotta segreta</a>” di Mosca. Si tratta di mezzi destinati alla guerra sottomarina, allo spionaggio e alle missioni speciali. Oltre ai sottomarini, il GUGI gestisce navi di superficie ufficialmente classificate come oceanografiche o da ricerca, ma considerate in Occidente piattaforme <em>dual use</em>. Tra queste figurano la <strong>Yantar</strong> e la <strong>Ladoga</strong>, spesso descritte come “navi spia”. Sono dotate di hangar per minisommergibili con equipaggio, veicoli telecomandati (ROV) e sistemi sonar avanzati.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Operated by the Russian Directorate of Deep Sea Research (GUGI), she is officially classed as an oceanographic research vessel. <a href="https://t.co/QF1o2X9sP8">https://t.co/QF1o2X9sP8</a></p>&mdash; U.S. Naval Institute (@NavalInstitute) <a href="https://twitter.com/NavalInstitute/status/2047088118382076137?ref_src=twsrc%5Etfw">April 22, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>La&nbsp;<strong>Yantar</strong>&nbsp;è probabilmente l’<a href="https://it.insideover.com/spionaggio/mare-dirlanda-gasdotti-cavi-dati-interconnettori-elettrici-e-una-nave-spia-russa.html">unità più nota</a>. Negli ultimi anni è stata osservata in prossimità di cavi sottomarini e infrastrutture sensibili al largo di Irlanda e Regno Unito, ma anche nell’Atlantico, nel Mediterraneo e nel Golfo Persico. In almeno due occasioni ha operato sopra i relitti di velivoli della Marina russa precipitati nel Mediterraneo durante operazioni aeronavali. Per gli Stati Uniti, mezzi di questo tipo sarebbero in grado di impiegare droni e minisommergibili capaci di intervenire sui cavi a grandi profondità. Tra i sistemi associati figurano i minisommergibili classe&nbsp;<strong>Rus</strong>&nbsp;(Progetto 16810) e classe&nbsp;<strong>Konsul</strong>&nbsp;(Progetto 16811), entrambi progettati per immersioni estreme.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sottomarini speciali e “navi madri”</h2>



<p>Tra i battelli collegati al GUGI vi sono il <strong>Nelma</strong> (AS-23), considerato il primo sottomarino nucleare russo per operazioni speciali, due unità classe <strong>Paltus</strong> (AS-21 e AS-35), diversi classe <strong>Kashalot</strong> (AS-13, AS-15 e AS-33) e soprattutto il celebre <strong>Losharik</strong> (AS-31), mezzo con scafo in titanio capace, secondo varie fonti, di operare fino a 6.000 metri di profondità. Il battello rimase gravemente danneggiato in un <a href="https://www.dagospia.com/cronache/incendio-in-sottomarino-russo-muoiono-14-sommergibilisti-e-nucleare-207533">incidente nel 2019</a>. Accanto a queste piattaforme più piccole esistono grandi sottomarini convertiti in “navi madri”, le cosiddette &#8220;<a href="https://www.hisutton.com/Unbuilt_Russian_Spy_Subs.html">Stazioni sottomarine multifunzionali</a>&#8221; o sottomarini spia russi considerati delle vere e proprie &#8220;stazioni in profondità&#8221; che verrebbero gestiti interamente dall&#8217;Unità 40056, dopo essere stati convertiti da sottomarini lanciamissili in degli asset che una volta rimossi i tubi di lancio e ai depositi dei missili, possono integrare le stive da 1.000 metri cubi che consentono di trasportare, posizionare o recuperare oggetti di grandi dimensioni sul fondale marino. </p>



<p>Tra le unità di maggiori dimensione compaiono il <strong>BS-136</strong> e il <strong>BS-64</strong>, originariamente unità lanciamissili balistici Delta III e Delta IV. I tubi missilistici sono stati rimossi e gli scafi modificati con una sezione centrale dedicata a missioni speciali e con punti d’attracco per minisommergibili da profondità. Anche il <strong>K-329 Belgorod</strong>, derivato dalla classe Oscar II, rientra in questa categoria. Si tratta di una delle piattaforme più complesse della Marina russa, adattata per missioni speciali, trasporto di mezzi subacquei e impiego di sistemi autonomi.<br><br>Si ritiene inoltre che diverse unità, come il Belgorod, la maggiore delle unità sottomarine destinata a impiegare il <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-mistero-del-poseidon-larma-da-fine-di-mondo-di-putin.html">siluro nucleare Poseidon</a>, siano state operate dalla Direzione principale per la Ricerca in profondità prima di essere assegnate a alla Marina russa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Droni subacquei e mezzi autonomi</h2>



<p>Il GUGI disporrebbe inoltre di una gamma di veicoli subacquei senza equipaggio (UUV), lanciabili sia da navi di superficie sia da sottomarini madre. Tra questi viene spesso citato l’<strong>Harpsichord</strong>, piattaforma multi-missione capace di operare fino a circa 2.000 metri di profondità. Questi sistemi sono particolarmente rilevanti perché possono essere impiegati con discrezione, anche di notte, per ispezionare cavi, installare sensori, intercettare traffico dati o danneggiare infrastrutture senza un’immediata attribuzione politica o militare. È la dimensione classica della <strong>guerra ibrida</strong>: azioni ostili sotto la soglia del conflitto aperto che Mosca ha sempre negato di condurre o aver l&#8217;intenzione di condurre, ma delle quali viene continuamente accusata.<br></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Mosca vanta una flotta segreta che può svolgere missioni nelle profondità marine che custodiscono infrastrutture critiche come cavi e oleodotti che forniscono la NATO. Secondo l&#39;intelligence britannico potrebbero anche compiere azioni di sabotaggio: il <a href="https://twitter.com/hashtag/GUGI?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#GUGI</a> è più di quel sembra <a href="https://t.co/Jmc8XCkVRL">pic.twitter.com/Jmc8XCkVRL</a></p>&mdash; Davide B. (@DBinTweet) <a href="https://twitter.com/DBinTweet/status/2049499651196285396?ref_src=twsrc%5Etfw">April 29, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le navi di superficie del GUGI</h2>



<p>Il comparto di superficie comprende anche unità come la&nbsp;<strong>Evgeny Gorigledzhan</strong>&nbsp;(Progetto 02670), ex rimorchiatore di soccorso riadattato tra il 2016 e il 2022 presso il cantiere Yantar di Kaliningrad. Secondo diversi analisti, dovrebbe affiancare la Yantar in missioni di sorveglianza e intelligence marittima. Vi sono poi la&nbsp;<strong>Akademik Alexandrov</strong>&nbsp;(Progetto 20183), rompighiaccio multiuso destinato a operazioni artiche, la&nbsp;<strong>Vice Ammiraglio Burilychev</strong>&nbsp;(Progetto 22011), varata nel 2025 e ritenuta orientata alla sorveglianza delle infrastrutture sottomarine, e la&nbsp;<strong>Akademik Ageyev</strong>&nbsp;(Progetto 16450). Tra le piattaforme ausiliarie figurano inoltre la&nbsp;<strong>Zvezdochka</strong>&nbsp;e il bacino galleggiante&nbsp;<strong>Sviyaga</strong>, utilizzato per il trasporto e il supporto di minisommergibili e veicoli autonomi.<br></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">BREAKING: The Ministry of Defence has released satellite images of the GUGI base the UK believes Russia deployed a series of submarines to covertly spy on Britain’s undersea cable network. It has also released an image of the alleged spy ship the Yantar, alongside at one of those… <a href="https://t.co/LiwSVzWnYc">pic.twitter.com/LiwSVzWnYc</a></p>&mdash; Tom Cotterill (@TomCotterillX) <a href="https://twitter.com/TomCotterillX/status/2042191986262790177?ref_src=twsrc%5Etfw">April 9, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La minaccia alle infrastrutture sottomarine occidentali</h2>



<p>Dal 2015 circa la NATO segnala un aumento dell’attività navale russa in prossimità di <strong>cavi sottomarini per telecomunicazioni </strong>ed energia, oltre che di oleodotti e gasdotti, nell’Atlantico settentrionale, nel Mare del Nord, nel Baltico e nel Mediterraneo. Le <a href="https://www.ilgiornale.it/news/difesa/royal-navy-caccia-sottomarini-russi-i-cavi-sottomarini-nel-2648985.html">preoccupazioni manifestate a più risiere da Londra </a>, da Washington e dell’<strong>Alleanza atlantica</strong> in generale, è che questa &#8220;sistematica attività di ricognizione&#8221; serva in realtà a costruire una mappa dettagliata delle vulnerabilità occidentali. In caso di crisi o guerra, Mosca potrebbe tentare di interrompere flussi di dati, energia e comunicazioni, attivando anche <strong>dispositivi </strong>eventualmente <strong>preposizionati sui fondali</strong>. Colpire le infrastrutture sottomarine significherebbe mettere sotto pressione economie nazionali, sistemi finanziari, reti energetiche e capacità militari. Ed è proprio in questo scenario che il GUGI rappresenta uno degli strumenti più sofisticati e meno visibili dell&#8217;apparato russo. Ovviamente, il Cremlino smentisce queste intenzioni e la conduzione di missioni che possono essere associati alle operazioni di guerra ibrida che interessano la famosa &#8220;zona grigia&#8221; che viene regolarmente citata dai governi occidentali. Ciò nonostante, da un quarto di secolo a questa parte, la <strong>Direzione principale per la Ricerca in profondità</strong> opera regolarmente negli abissi, sotto gli occhi di &#8220;quasi&#8221; tutti.</p>
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		<title>Morti due agenti Usa in Messico: la CIA e le operazioni contro i cartelli della droga</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/morti-due-agenti-usa-in-messico-la-cia-e-le-operazioni-contro-i-cartelli-della-droga.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 04:12:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Cartelli messicani]]></category>
		<category><![CDATA[cia]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1326" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-300x207.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-1024x707.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-768x530.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-1536x1061.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-2048x1414.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I due funzionariUsa sono morti in un incidente d'auto dopo lo smantellamento di un laboratorio clandestino di droga. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/morti-due-agenti-usa-in-messico-la-cia-e-le-operazioni-contro-i-cartelli-della-droga.html">Morti due agenti Usa in Messico: la CIA e le operazioni contro i cartelli della droga</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1326" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-300x207.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-1024x707.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-768x530.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-1536x1061.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/cia-la-presse-2048x1414.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Due agenti della CIA sono morti</strong> in un incidente che si è verificato in <strong>Messico</strong> al termine di un’operazione antidroga. L’agenzia di spionaggio statunitense ha ampliato in modo significativo il suo ruolo nel contrasto ai cartelli della droga che operano in Sudamerica durante la seconda amministrazione Trump ed è attiva da diverso tempo proprio in Messico, dove sono stati schierati <strong>diversi asset, militari e dell’intelligence</strong>, per contrastare il traffico degli stupefacenti diretti negli Stati Uniti, in particolare il temuto fentanyl, un oppioide sintetico con alto potere analgesico e anestetico.</p>



<p>Le operazioni condotte dalla Central Intelligence Agency, che avevano attirato l’attenzione degli osservatori internazionali a causa dell&#8217;<a href="https://it.insideover.com/spionaggio/guerra-ai-cartelli-della-droga-gli-usa-schierano-anche-gli-aerei-spia-u-2.html">ampio dispiegamento di forze</a> – che ha coinvolto diversi aerei spia U-2, un aereo di intelligence strategica Rc-135 Rivet Joint e droni MQ-9 Reaper operati direttamente dall’agenzia – sono passate in secondo e terzo piano per via delle escalation e crisi internazionali in Sudamerica e Medio Oriente – dove le spie americane hanno giocato un ruolo rilevante – ancora in corso, e la presenza di 007 statunitensi determina un ruolo ancora attivo. Quale?</p>



<p>Secondo quanto riportato dal <em>Washington Post</em>, i due funzionari di stanza presso l’ambasciata statunitense di Città del Messico sono deceduti in un incidente automobilistico nel Nord del Messico mentre tornavano dal “<em>luogo di un’operazione antidroga</em>”. Entrambi lavoravano per la <strong>Central Intelligence Agency</strong> nella lotta al narcotraffico nell’emisfero occidentale, secondo quanto riferito da due fonti a conoscenza dei fatti. L’incidente, che si è verificato nello stato di Chihuahua, ha spinto la presidente messicana <strong>Claudia Sheinbaum </strong>verso l’<strong>apertura di un’indagine</strong> per accertare se l’operazione avesse violato le leggi sulla sicurezza nazionale, mentre altri osservatori si domandano se le dinamiche dell’incidente possano rivelare trame più torbide o una semplice e tragica fatalità. La CIA ha rifiutato di commentare la notizia relativa all’avvio di un’indagine.</p>



<p>In passato, le autorità messicane hanno sempre garantito la piena collaborazione nelle operazioni antidroga condotte dagli Stati Uniti lungo i confini e all’interno del territorio messicano. Secondo le informazioni diffuse dalla stampa americana, i morti sarebbero stati quattro: tutti tornavano da “<em>un incontro con funzionari messicani a seguito dell’operazione per lo smantellamento di un laboratorio clandestino di droga in una zona remota</em>” del Messico, dove è stato recentemente condotto un <strong>blitz contro il laboratorio</strong> definito come “<em>uno dei più grandi mai scoperti</em>”.</p>



<p>I funzionari messicani hanno riferito che l’auto su cui si trovavano i due agenti americani “<em>è sbandata, precipitata in un burrone ed è esplosa</em>”.</p>



<p>Un evento tragico, dalle dinamiche contorte, avvenuto in un contesto complesso, in cui l’amministrazione Trump, già alle prese con l’ampia operazione contro i cartelli della droga condotta nel <strong>Mar dei Caraibi</strong>, e in particolare <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/gli-usa-colpiscono-sul-territorio-venezuelano-lescalation-contro-i-narcos-annunciata-da-trump.html">contro il Venezuela</a>, dove i droni armati hanno affondato decine di imbarcazioni che, secondo l’amministrazione, erano “<em>coinvolte nel traffico di droga</em>”, uccidendo almeno 180 persone, culminata con il<a href="https://it.insideover.com/guerra/penetrazione-soppressione-difesa-e-sorveglianza-gli-usa-nei-cieli-del-venezuela.html">blitz delle forze speciali </a>che ha portato alla cattura (o rapimento) dell’ex presidente <strong>Nicolas Maduro</strong>, attualmente sotto processo presso un tribunale federale di Manhattan con accuse di narcotraffico, corruzione e terrorismo, sta imponendo una “<em>crescente pressione</em>” sul Messico affinché le autorità “<em>intraprendano azioni più incisive contro i cartelli</em>”.</p>



<p>L’agenzia d’intelligence statunitense ha ampliato le sue <strong>operazioni antidroga</strong> nel Paese e in altre parti dell’<strong>America Latina</strong>. Non si possono escludere a priori ritorsioni nei confronti degli emissari di Langley che stanno portando avanti, di fatto, una guerra aperta alla droga, intaccando pesantemente le capacità logistiche e gli introiti economici dei cartelli della droga. Come è già stato reso noto, la CIA ha <a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/cia-contro-i-cartelli-messicani-2440414.html">impiegato droni non armati sul Messico</a> per rintracciare i capi dei cartelli e individuare laboratori clandestini di droga, svolgendo un ruolo di primo piano nelle retate che hanno portato alla cattura e al sequestro di figure apicali e importanti hub per la lavorazione e lo stoccaggio di sostanze stupefacenti pronte per essere messe sul mercato. Secondo funzionari statunitensi, le informazioni fornite dall’intelligence sono state fondamentali per supportare le autorità messicane nella localizzazione di <strong>Nemesio Rubén Oseguera Cervantes</strong>, il boss della droga noto come “<em>El Mencho</em>” e capo del cartello <strong>Jalisco Nuova Generazione</strong>, morto durante l’operazione a causa delle ferite da arma da fuoco.</p>



<p>Sebbene le operazioni non siano state condotte dagli americani e non abbiano visto, almeno ufficialmente, un coinvolgimento attivo, la loro presenza sul campo li rende bersagli potenziali in una guerra sempre più aperta contro i cartelli. Che da un anno a questa parte devono fare i conti con un <strong>nemico straniero</strong> in quello che reputano il <em>loro</em> territorio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/morti-due-agenti-usa-in-messico-la-cia-e-le-operazioni-contro-i-cartelli-della-droga.html">Morti due agenti Usa in Messico: la CIA e le operazioni contro i cartelli della droga</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Seajewel, l&#8217;ombra dell&#8217;attentato sulla petroliera esplosa a Savona. Le domande da fare all&#8217;Ucraina</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/seajewel-lombra-dellattentato-sulla-petroliera-esplosa-a-savona-le-domande-da-fare-allucraina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 04:17:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Seajewel, l'ombra dell'attentato sulla petroliera danneggiata a Savona e le linee rosse sull'Ucraina. Italia al centro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/seajewel-lombra-dellattentato-sulla-petroliera-esplosa-a-savona-le-domande-da-fare-allucraina.html">Seajewel, l&#8217;ombra dell&#8217;attentato sulla petroliera esplosa a Savona. Le domande da fare all&#8217;Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260421104120626_9330d95c5af3fd6498f91429237f1fda-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Disastro sfiorato, atto doloso: la perizia compiuta in <strong>Grecia</strong> sulla petroliera <strong>Seajewel, la nave battente bandiera maltese</strong> squarciata da un&#8217;esplosione mentre era all&#8217;ancora tra <strong>Savona e Vado Ligure</strong> nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 2025, ha portato forti elementi a sostegno dell&#8217;ipotesi dell&#8217;<strong>origine dolosa dei fatti.</strong> </p>



<h2 class="wp-block-heading">Seajewel, i periti: fu un atto doloso</h2>



<p>I test tecnici condotti su mandato della Procura di Genova dall&#8217;ingegnere navale Alfredo Lonoce e dall’ispettore Federico Canfarini, responsabile del <strong>Nucleo Artificieri della Polizia di Stato di Genova,</strong> hanno rilevato tre elementi chiave. In primo luogo, gli ordigni utilizzati per compiere il sabotaggio sono di tipo militare, per la precisione delle mine temporizzate che possono consentire di dilazionare il tempo dell&#8217;esplosione di almeno una settimana. In secondo luogo, <a href="https://www.primocanale.it/cronaca/65933-sabotaggio-sea-jewel-perizia-esplosioni-perizia-mine-cisterba-cuscino-acqua.html"><strong>secondo quanto riporta la testata e emittente ligure Primocanale</strong>,</a> è plausibile che gli ordigni siano stati piazzati quando la nave si trovava in un porto, non necessariamente quello di Savona. Infine, solo uno dei due ordigni è esploso, l&#8217;altro era difettoso.</p>



<p>Questo ha evitato danni eccessivi e il doppio scafo ha protetto la petroliera dal perdere parte del suo carico, fatto che avrebbe causato un vero e proprio disastro ambientale alle porte dell&#8217;Italia, nel cuore del <strong>Mar Ligure</strong>, importante riserva di biodiversità per una ricca e complessa fauna, a partire dai cetacei. La questione che si pone, però, è di importante natura politica. E si inserisce nel quadro della <strong>competizione a tutto campo che ruota attorno un conflitto, quello ucraino, le cui conseguenze si irradiano fin nel Mediterraneo</strong>. </p>



<p><a href="https://www.vesselfinder.com/it/vessels/details/9585900">La Seajewel</a>, costruita nel 2013, aveva fatto parlare di sé perché sospettata di essere <strong>parte di quella &#8220;flotta ombra&#8221; russa</strong> utilizzata per trafficare petrolio bypassando le sanzioni occidentali a Mosca. L&#8217;ipotesi del <strong>sabotaggio, dunque, rimanda chiaramente a questo teatro</strong>: la Seajewel nel 2024, molto spesso, <a href="https://www.ilsecoloxix.it/savona/2025/02/18/news/nave_seajewel_viaggi_russia_analisi-15008762/#:~:text=Gli%20ultimi%20viaggi%20della%20%E2%80%9CSeajewel,volte%20il%20porto%20di%20Ceyhan.">ha fatto sponda a Novorossiysk, in Russia</a>, e a <strong>Ceyhan, in Turchia,</strong> lasciando sospettare molti osservatori della possibilità di un suo coinvolgimento nel commercio di petrolio clandestino da parte di Mosca. <strong>Va sottolineato che questo coinvolgimento non è mai stato provato</strong> né c&#8217;è stata la pistola fumante a riguardo, ma è tutto fuorché improbabile pensare che l&#8217;attentato alla nave abbia la sua matrice nella caccia, da parte dell&#8217;Ucraina e dei suoi alleati, alle esportazioni di greggio che finanziano la <strong>guerra d&#8217;aggressione russa. </strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Ingerenze esterne contro la Seajewel</h2>



<p><strong>E qui ci chiediamo: non sarebbe politicamente doveroso, da parte dell&#8217;Italia,</strong> di fronte al sospetto di ingerenze esterne per un attentato contro una nave che, alla lettera, appartiene a uno Stato dell&#8217;Unione Europea chiedere conto e ragione di ciò che è successo? E non sarebbe, forse, necessario partire capendo con l&#8217;<strong>Ucraina alleata e ampiamente sostenuta dall&#8217;Italia</strong> nella sua difesa se non sia stata superata una linea rossa mettendo a rischio la sicurezza di vite umane, ambiente e ordine pubblico con un atto del genere? </p>



<p><strong>Citiamo l&#8217;Ucraina</strong> perché è evidente che, qualora l&#8217;ipotesi dolosa fosse confermata, i primi sospettati sarebbero o Kiev o il cerchio stretto dei partner più attivi del Paese sotto attacco. Nel 2025 altre due petroliere simili alla Seajewel, la Seacharm, colpita vicino Ceyhan, e la Grace Ferrum, nave battente bandiera liberiana danneggiata vicino alla Libia, sono state soggette ad attacchi con dispositivi simili. Negli stessi mesi si erano verificati gli affondamenti del mercantile <em>Ursa Major</em> al largo della Spagna il 24 dicembre 2024 e della superpetroliera da 16.4000 tonnellate <em>Koala</em>, il 9 febbraio 2025.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ombra degli attacchi ucraini</h2>



<p><a href="https://ambrey.com/app/uploads/2025/03/AMBREY-THREAT-CIRCULAR-INCREASED-THREAT-TO-MERCHANT-SHIPPING-CALLING-RUSSIAN-OIL-EXPORT-HUBS.pdf">La società di sicurezza <strong>Ambrey</strong> ha parlato dell&#8217;operato di </a>&#8220;un attore statale non identificato che prendeva di mira le navi che facevano scalo nei porti petroliferi russi&#8221;, mentre il quotidiano specializzato in notizie <a href="https://www.lloydslist.com/LL1154049/Fear-and-speculation-mount-after-another-tanker-is-hit-by-unexplained-blast">sulla navigazione Lloyd&#8217;s List comment</a>ò apertamente che &#8220;sebbene tale rapporto non abbia indicato l&#8217;Ucraina come responsabile, le conversazioni private tra analisti della sicurezza, sia privati ​​che governativi, hanno sempre menzionato attori ucraini come probabile e potenziale fonte delle esplosioni&#8221; e sottolineava l&#8217;ansia degli armatori navali, per i quali &#8220;la mancanza di un movente chiaro o di una fonte confermata degli attacchi renda difficile la valutazione del rischio per ogni singola nave&#8221;. Ci sono tutti i presupposti per parlare di una <strong>campagna a tutto campo contro le presunte attività di aggiramento delle sanzioni</strong> dietro la quale non è difficile pensare ci possa esser stata una regia comune. </p>



<p><a href="https://it.insideover.com/terrorismo/salta-una-nave-a-savona-la-pista-della-flotta-fantasma-russa-e-dei-commando-ucraini.html">Davide Bartoccini su queste colonne aveva già ipotizzato l&#8217;idea dell&#8217;intervento di un commando ucraino</a> contro la Seajewel, che avrebbe potuto anche operare in altri porti. Prima di arrivare a Savona, la Seajewel aveva fatto tappa a Fos-sur-Mer, vicino Marsiglia in Francia, dall&#8217;1 al 3 febbraio, per poi toccare Arzew, vicino Orano in Algeria, da cui partì l&#8217;11 febbraio con un carico petrolifero. Qui avrebbero potuto essere piazzate le mine temporizzate, con <strong>tempi d&#8217;attivazione dilatabili fino a 7-9 giorni.</strong> Chi ha posto le mine sapeva che la nave sarebbe attraccata in Italia? Su che basi si è definita la Seajewel un obiettivo militare? Come sono evolute le strategie contro la flotta ombra russa e i suoi presunti vascelli nell&#8217;ultimo anno? <strong>Roma ha cercato di muoversi politicamente</strong> per capire gli accaduti? </p>



<p>Se a colpire sono stati gli ucraini, su ordine del governo o per iniziativa di gruppi del Sbu e degli altri apparati d&#8217;intelligence, l&#8217;Italia ha parlato con il partner sotto attacco? Sostenere Kiev è legittimo e doveroso, ma anche per gli alleati devono valere linee rosse capaci di evitare di provocare effetti-domino nella <strong>risposta a un&#8217;aggressione russa che l&#8217;Europa ha l&#8217;interesse non diventi guerra senza limiti</strong>. E fare chiarezza sul caso Seajewel è un passo decisivo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/seajewel-lombra-dellattentato-sulla-petroliera-esplosa-a-savona-le-domande-da-fare-allucraina.html">Seajewel, l&#8217;ombra dell&#8217;attentato sulla petroliera esplosa a Savona. Le domande da fare all&#8217;Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Israele e l’intelligence permanente: lo Stato che si è costruito attorno alla sicurezza</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/israele-e-lintelligence-permanente-lo-stato-che-si-e-costruito-attorno-alla-sicurezza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 22:51:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Mossad]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Israele, per necessità storica, è lo Stato a essersi in parte costruito attorno ai propri servizi. Ecco le conseguenze. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/israele-e-lintelligence-permanente-lo-stato-che-si-e-costruito-attorno-alla-sicurezza.html">Israele e l’intelligence permanente: lo Stato che si è costruito attorno alla sicurezza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/israele-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ci sono Paesi che usano i servizi segreti come uno strumento dello Stato e Paesi nei quali, al contrario, è lo Stato a essersi in parte costruito attorno ai propri servizi. Israele appartiene a questa seconda categoria. Non per una scelta ideologica, ma per una necessità storica, geografica e militare. Nato dentro una frattura irrisolta del Novecento, circondato per decenni da ostilità dichiarate o latenti, sottoposto a guerre convenzionali, infiltrazioni, terrorismo, insurrezioni e minacce esistenziali, I<strong>sraele ha elevato l’intelligence a funzione vitale, quasi a sistema nervoso del potere.</strong></p>



<p>È in questa cornice che va letto il rapporto tra <a href="https://it.insideover.com/politica/inside-the-mossad-la-storia-del-servizio-segreto-israliano.html" type="post" id="220037">Mossad, Shin Bet e Aman</a>. Non come semplice divisione burocratica di competenze, ma come articolazione di una stessa strategia di sopravvivenza. Il primo proietta la capacità d’azione all’estero, il secondo presidia il fronte interno, il terzo traduce l’informazione in vantaggio militare. Sono tre rami distinti, con culture organizzative differenti, priorità diverse e talvolta anche attriti reciproci. Ma tutti rispondono a una medesima logica: <strong>impedire che la vulnerabilità geografica di Israele si trasformi in vulnerabilità politica.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tre agenzie, una sola ossessione</strong></h2>



<p>La struttura dell’intelligence israeliana dice molto più di quanto sembri. <strong>Lo Shin Bet, custode della sicurezza interna,</strong> vive nel punto più delicato della realtà israeliana: il confine mobile tra sicurezza, controllo sociale, controspionaggio e gestione di una conflittualità permanente con la popolazione palestinese. <strong>L’Aman, intelligence militare</strong>, non si limita a raccogliere informazioni sul campo di battaglia, ma concorre alla pianificazione operativa, all’innovazione tecnologica e all’analisi delle minacce regionali. <strong>Il Mossad, infine, è la longa manus dello Stato oltre frontiera,</strong> il simbolo stesso dell’azione clandestina israeliana, l’organo che più di ogni altro ha alimentato nell’immaginario internazionale l’idea di un Paese piccolo ma capace di colpire lontano e in profondità.</p>



<p>Questa tripartizione ha una sua razionalità. Specializzare significa affinare. Separare significa evitare concentrazioni eccessive di potere, ma anche garantire una certa pluralità di analisi. Tuttavia la storia mostra che la separazione porta con sé un rischio strutturale: l’informazione può restare compartimentata, i segnali possono essere sottovalutati, le gelosie interne possono ostacolare il coordinamento. È il lato meno spettacolare ma più pericoloso dell’intelligence: non il fallimento dell’azione, bensì il fallimento della comunicazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Eichmann, la giustizia e la forza</strong></h2>



<p>Il caso Eichmann è probabilmente il punto in cui la storia dell’intelligence israeliana si intreccia più chiaramente con la storia morale e politica dello Stato. La cattura in Argentina di uno dei principali organizzatori della macchina sterminatrice nazista non fu soltanto un successo operativo. <strong>Fu un atto fondativo, una dichiarazione di sovranità storica.</strong> Israele non si limitava a cercare un criminale; affermava il diritto di rappresentare la memoria di un popolo perseguitato e di trasformare quella memoria in giustizia.</p>



<p>Qui si vede tutta la complessità della questione. Dal punto di vista del diritto internazionale, l’operazione violava la sovranità argentina. Dal punto di vista politico e simbolico, però, essa apparve a molti come una necessità superiore. Israele si trovò davanti a tre strade: chiedere l’estradizione, con il rischio che la rete di protezione attorno agli ex nazisti consentisse a Eichmann di sparire nuovamente; eliminarlo sul posto, trasformandolo in una vendetta senza processo; sequestrarlo e trasferirlo clandestinamente in Israele. La terza opzione fu la più rischiosa sul piano diplomatico, ma la più potente sul piano storico.</p>



<p>Il processo ebbe infatti un valore enorme. Non riguardò soltanto la colpevolezza individuale di Eichmann. Riportò la Shoah al centro della scena internazionale in un momento in cui, a quindici anni dalla fine della guerra, il rischio dell’assuefazione era già presente. Diede voce ai sopravvissuti, costrinse il mondo a riascoltare ciò che era accaduto, consolidò l’identità politica di Israele come Stato nato anche dalla promessa che certe vittime non sarebbero più state abbandonate. In questo senso l’operazione fu un successo totale. Ma fissò anche un principio destinato a ripresentarsi più volte: <strong>per Israele, quando la posta in gioco tocca la sicurezza esistenziale o la memoria fondativa, il diritto internazionale può essere subordinato alla ragion di Stato.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Monaco 1972 e la dottrina della rappresaglia</strong></h2>



<p>Con l’operazione successiva agli attentati di Monaco, questa logica divenne ancora più netta. La strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi non fu percepita soltanto come un atto terroristico. Fu vissuta come una doppia umiliazione: per la morte degli ostaggi e per l’incapacità altrui di proteggerli e poi di punire efficacemente i responsabili. Da qui la decisione di reagire con una campagna lunga, capillare, transnazionale, volta a colpire gli esecutori, i pianificatori, i facilitatori e l’intero ambiente operativo che aveva reso possibile l’attacco.</p>



<p><strong>Quella che passò come operazione Ira di Dio non fu una semplice caccia ai colpevoli. Fu l’elaborazione di una vera dottrina di deterrenza extraterritoriale.</strong> Il messaggio era semplice: chi colpisce Israele non troverà rifugio né nel tempo né nello spazio. Sul piano della psicologia strategica fu un messaggio potentissimo. Restituì all’opinione pubblica israeliana l’idea di uno Stato capace di reagire, e al nemico l’idea di una punizione certa.</p>



<p>Ma la strategia della rappresaglia contiene sempre una contraddizione. Può rafforzare la deterrenza nell’immediato, ma non necessariamente riduce la violenza di lungo periodo. Anzi, in contesti ideologici e nazionalisti radicalizzati, può alimentare la spirale. Le operazioni di eliminazione e i bombardamenti contro basi collegate all’universo palestinese ebbero anche questo effetto: <strong>trasformarono la vendetta in linguaggio politico, ma non produssero una pacificazione. </strong>Il terrorismo non scomparve. Cambiò forma, si adattò, si radicalizzò. La lezione è dura ma chiara: la superiorità clandestina può infliggere costi altissimi all’avversario, ma non basta a risolvere un conflitto quando il conflitto ha radici storiche, territoriali e identitarie.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La frontiera torbida degli interrogatori</strong></h2>



<p>Ogni apparato di sicurezza che opera in stato d’assedio tende ad ampliare la zona grigia entro cui si muove. Israele non fa eccezione. Una parte decisiva del suo sistema antiterrorismo si è sviluppata sul presupposto che l’urgenza di prevenire gli attacchi giustificasse metodi di interrogatorio coercitivi, duri, spesso spinti fino al limite della tortura o oltre. È uno dei terreni più controversi della vicenda israeliana, perché mostra il contrasto insanabile tra efficacia operativa e legalità liberale.</p>



<p>Le accuse di pestaggi, scosse violente, abusi fisici e psicologici, uso di pratiche umilianti e degradanti, fino a episodi denunciati in sedi internazionali, hanno accompagnato per anni il lavoro di sicurezza interna. Anche quando la magistratura israeliana ha provato a imporre limiti più stringenti, il problema non è scomparso. È la logica stessa dell’emergenza permanente che tende a riprodurlo. Se il prigioniero è visto come vettore di una minaccia imminente, la pressione a ottenere informazioni rapidamente diventa fortissima. Ed è proprio lì che il diritto vacilla.</p>



<p>Per Israele, questa contraddizione è ancora più grave perché colpisce il cuore della sua auto-rappresentazione democratica. Uno Stato che rivendica di essere l’avamposto della legalità in un Medio Oriente instabile paga un prezzo politico elevatissimo ogni volta che le sue pratiche antiterrorismo appaiono incompatibili con gli standard del diritto. Eppure il sistema continua a oscillare tra due poli: da un lato il bisogno reale di intelligence preventiva, dall’altro la tendenza a considerare l’eccezione come norma.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Anche il nemico può essere interno</strong></h2>



<p>C’è poi un elemento spesso rimosso nelle narrazioni più semplificate: la minaccia non proviene soltanto dall’esterno. Israele ha conosciuto forme di terrorismo e di violenza politica generate al proprio interno, sia da parte di estremisti ebraici sia da coloni radicalizzati, fino al trauma dell’assassinio di Yitzhak Rabin. Questo dato è fondamentale, perché costringe a correggere una lettura troppo comoda del problema della sicurezza. Non esiste soltanto il nemico palestinese o arabo; esiste anche una radicalità interna che può colpire lo Stato stesso o incendiare ulteriormente il conflitto.</p>



<p>Per lo Shin Bet, ciò significa un compito particolarmente delicato: sorvegliare e reprimere minacce che nascono dentro il corpo politico israeliano, senza distruggere il tessuto democratico che si dichiara di voler difendere. È una missione molto più difficile di quella esterna, perché <strong>obbliga lo Stato a guardare dentro di sé</strong>, a riconoscere che l’estremismo può nascere anche dalla propria società, dalla propria ideologia di frontiera, dalla propria cultura dell’assedio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli omicidi mirati e l’illusione della precisione</strong></h2>



<p>Un altro punto cruciale è la pratica degli omicidi mirati. Israele ne ha fatto un uso sistematico, considerandoli uno strumento di autodifesa efficace, chirurgico, meno costoso di una guerra aperta e teoricamente in grado di ridurre i danni collaterali. In realtà il problema è proprio qui: la chirurgia strategica esiste solo se l’informazione è perfetta. Quando l’informazione è incompleta, contaminata, obsoleta o semplicemente sbagliata, l’operazione “mirata” si trasforma in una strage.</p>



<p>Il caso di <strong>Salah Shehadeh</strong> è esemplare. L’obiettivo era un dirigente militare di Hamas, ma l’attacco causò la morte di civili, comprese donne e bambini. La pretesa di precisione si rovesciò nel suo contrario: una dimostrazione di forza che produsse indignazione internazionale e ulteriore radicalizzazione. È il problema strutturale di tutte le strategie di decapitazione: possono eliminare un individuo, ma non controllano il significato politico dell’azione. E spesso quel significato è devastante.</p>



<p>Qui la questione militare si salda a quella geoeconomica e geopolitica. La superiorità tecnologica israeliana, inclusa la capacità di individuare e colpire bersagli in tempi rapidissimi, costituisce un vantaggio formidabile e alimenta anche il prestigio del suo apparato industriale. <strong>Ma ogni errore moltiplica il costo diplomatico,</strong> logora il capitale reputazionale, rafforza i nemici sul piano narrativo e contribuisce a internazionalizzare le accuse contro Israele.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il 7 ottobre e il crollo del mito</strong></h2>



<p>Poi è arrivato il 7 ottobre. E con esso la dimostrazione che anche uno degli apparati di intelligence più celebrati del mondo può fallire in modo clamoroso. La questione non riguarda solo il mancato allarme. Riguarda la struttura mentale di un sistema che, per anni, aveva finito per credere nella propria superiorità come in una garanzia. I segnali c’erano, le attività sospette lungo il confine c’erano, la possibilità di un’azione coordinata era stata in qualche misura evocata. <strong>Ma l’avversario è stato sottovalutato.</strong></p>



<p>Questo è il punto decisivo. L’intelligence non fallisce soltanto quando ignora i dati; fallisce soprattutto quando li interpreta alla luce di pregiudizi consolidati. Se si ritiene che Hamas non sia in grado di concepire e sostenere un attacco di vasta scala, ogni indizio che punti in quella direzione tende a essere ridimensionato, spiegato via, normalizzato. È così che nasce la sorpresa strategica: non dall’assenza di informazioni, ma dall’eccesso di convinzioni.</p>



<p>Il 7 ottobre ha colpito Israele nel suo punto più sensibile, cioè nella credibilità del proprio apparato di sicurezza. Ha mostrato che la tecnologia, la sorveglianza, l’intercettazione e la raccolta dati non bastano se manca la capacità di mettere insieme i frammenti, di superare la compartimentazione, di dubitare delle proprie certezze. In un certo senso, ha riportato Israele alla verità originaria della guerra: nessun sistema è infallibile, e chi si crede tale è già più vicino all’errore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La forza e il suo limite</strong></h2>



<p>Il paradosso finale è questo. Israele possiede un’intelligence straordinariamente avanzata per dimensioni dello Stato, qualità del capitale umano, integrazione con la difesa e capacità tecnologica. Ha trasformato la pressione geopolitica in innovazione, l’assedio in competenza, la vulnerabilità in prontezza operativa. <strong>Ma ha anche finito per costruire una parte della propria potenza su uno stato di eccezione permanente.</strong> E questo produce conseguenze profonde.</p>



<p>Sul piano militare, significa che la sicurezza tende a essere pensata come eliminazione preventiva delle minacce. Sul piano politico, significa che il compromesso viene spesso percepito come rischio. Sul piano economico, significa che il complesso sicurezza-tecnologia-difesa diventa un motore strutturale dello Stato. Sul piano morale e giuridico, significa che la legalità resta costantemente esposta alla tentazione dell’eccezione.</p>



<p>Israele non è soltanto il Paese dei servizi efficienti e delle operazioni spettacolari. È anche il laboratorio di una domanda che riguarda tutto l’Occidente: <strong>fino a che punto una democrazia può spingersi nella guerra clandestina senza perdere se stessa?</strong> La risposta israeliana, fin qui, è stata netta: fin dove la sopravvivenza lo richiede. Ma proprio questa risposta, così comprensibile sul piano storico, resta anche il nucleo del problema. Perché uno Stato può vincere molte battaglie nell’ombra e tuttavia non trovare, con gli strumenti dell’ombra, una vera soluzione politica alla propria guerra. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/israele-e-lintelligence-permanente-lo-stato-che-si-e-costruito-attorno-alla-sicurezza.html">Israele e l’intelligence permanente: lo Stato che si è costruito attorno alla sicurezza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Vaticano, la più antica potenza informativa del mondo</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/il-vaticano-la-piu-antica-potenza-informativa-del-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 09:13:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa cattolica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="vaticano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/vaticano-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel saggio curato da Mario Caligiuri una lettura dell'intelligence vaticana fuori dagli schemi e calata nel mondo contemporaneo. </p>
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<p>C’è un merito che va riconosciuto subito a questo volume: prova a sottrarre il Vaticano sia alla devozione pigra sia al gusto infantile del complotto. Ed è già molto. Perché appena si pronunciano insieme le parole Vaticano e intelligence, il dibattito scivola quasi sempre in due fossi: da una parte l’agiografia, dall’altra la letteratura del sospetto. <strong>Mario Caligiuri </strong>e gli autori raccolti in <strong><em>Il Vaticano e l’intelligence. Osservatore e osservato nella storia politica della Santa Sede </em></strong>scelgono invece una strada più difficile e più feconda: <a href="https://it.insideover.com/schede/religioni/come-il-vaticano-e-la-chiesa-fanno-intelligence.html" type="schede" id="330254">trattare il tema come materia scientifica, storica e politica,</a> mostrando che la Santa Sede non è un semplice oggetto di curiosità, ma <strong>un nodo strutturale della storia occidentale</strong> e dunque, inevitabilmente, anche della storia dell’informazione, della diplomazia e dei servizi. Il libro nasce dentro un preciso percorso di studi sull’intelligence promosso dall’Università della Calabria e si inserisce in una collana che ha già affrontato figure decisive della storia repubblicana e della Guerra fredda italiana. In questo caso, però, il salto è ulteriore: non un uomo di Stato, non un episodio, ma una delle più longeve macchine di osservazione del mondo mai esistite. </p>



<p>La tesi di fondo è semplice solo in apparenza: <strong>il Vaticano osserva ed è osservato.</strong> Osserva perché possiede da secoli una rete globale di presenza, ascolto, mediazione, raccolta di segnali, interpretazione degli eventi. È osservato perché chiunque voglia capire davvero i mutamenti del mondo, dalla politica alla religione, dai conflitti alle transizioni ideologiche, deve prima o poi misurarsi con la Santa Sede. È questa la forza del titolo scelto da Caligiuri, che non indulge all’effetto letterario ma condensa un problema strategico. <strong>Il Vaticano non è solo una sovranità spirituale. È anche una potenza informativa disseminata sul pianeta, </strong>capace di fare arrivare a Roma flussi di conoscenza che nessun altro attore, salvo forse le grandi potenze moderne, ha saputo convogliare con pari continuità storica. Non è dunque sorprendente che il volume insista sull’impossibilità di separare fino in fondo storia della Chiesa, storia dell’Occidente e storia dell’intelligence. È proprio questa zona di sovrapposizione che il libro intende portare alla luce. </p>



<p>Qui sta la prima intuizione forte dell’opera. <strong>L’intelligence, nella lettura di Caligiuri, non coincide soltanto con gli apparati. </strong>È prima ancora un metodo, una forma raffinata di intelligenza applicata alla realtà, la capacità di distinguere l’essenziale dal rumore, di riconoscere i segnali deboli, di leggere ciò che ancora non è manifesto. In questo senso la Santa Sede, assai prima della nascita dei moderni servizi, ha incarnato una pratica di raccolta e organizzazione del sapere che possiede molte delle caratteristiche che oggi attribuiamo all’intelligence. Non nel senso banale del “servizio segreto vaticano” da romanzo d’appendice, ma nel senso più profondo di <strong>una struttura che ha fatto dell’informazione una leva di sopravvivenza, </strong>di influenza e di proiezione universale. La forza del saggio introduttivo sta proprio nel collocare il rapporto tra Vaticano e intelligence in una cornice lunghissima, quasi di civiltà, dove il punto di contatto non è la cospirazione ma la parola: il Verbo come fondamento teologico della Chiesa e l’informazione come fondamento operativo del potere. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Diplomazia o intelligence?</h2>



<p>Da questo punto di vista il libro è più ambizioso di quanto sembri. Non vuole soltanto raccontare episodi. Vuole fondare un campo di studi. Caligiuri lo dice con chiarezza quando osserva che finora il tema, nonostante la sua evidenza, è stato affrontato poco e male, spesso in modo episodico, sensazionalistico o definitorio. La domanda vera non è se il Vaticano abbia avuto o no una sua intelligence, ma cosa debba essere considerato intelligence quando ci si muove dentro una realtà antica, globale, diplomatica, religiosa e politica al tempo stesso. <strong>Se una nunziatura raccoglie informazioni rilevanti in un Paese dove altri Stati vedono poco o niente, siamo dentro la diplomazia o già dentro un’area di intelligence? </strong>Se un episcopato orienta l’opinione pubblica e viene a sua volta monitorato da potenze esterne, siamo di fronte a una dinamica pastorale o a un gioco di influenza? Il merito del volume è non fingere che queste frontiere siano nette. Le assume, al contrario, come il cuore stesso della ricerca. </p>



<p>Naturalmente un’operazione del genere rischia molto. Rischia la dispersione, perché il tema è sterminato. Rischia l’astrazione, perché i concetti possono inghiottire i fatti. Rischia perfino la suggestione, perché il soggetto è talmente carico di simboli da trascinare facilmente verso il mito. <strong>Il libro evita in buona misura questi pericoli grazie alla struttura.</strong> Il sommario è costruito come una serie di affondi che, presi insieme, compongono una mappa: l’impianto teorico generale; il ruolo dell’episcopato italiano; la figura di Félix Morlion; il Vaticano negli archivi inglesi; il rapporto con la CIA; la dimensione della sicurezza interna affidata alla Gendarmeria; il monitoraggio della Stasi; gli episodi del lungo inverno del 1943; le guerre jugoslave; infine l’appendice con il discorso di Leone XIV ai vertici dell’intelligence italiana. Non c’è, dunque, l’illusione dell’esaustività. C’è piuttosto la volontà di mostrare diverse porte d’ingresso in uno stesso edificio.</p>



<p>Il saggio di Caligiuri, che funge da asse portante, è anche il più esposto. Perché tenta la sintesi più ampia, <strong>dalla Bibbia a Sun Tzu, dalla Repubblica di Venezia alla crisi contemporanea del linguaggio, dalla Riforma protestante alla Guerra fredda,</strong> fino all’intelligenza artificiale. A tratti l’arco è così ampio da sembrare perfino eccessivo. Ma è proprio dentro questa ampiezza che si misura la sua scommessa: dimostrare che il Vaticano può essere compreso solo se lo si sottrae alla cronaca e lo si riporta alla lunga durata. Da questo punto di vista il riferimento alla parola è decisivo. Per Caligiuri il cristianesimo è innanzitutto una civiltà del Verbo, e dunque della trasmissione di senso, della costruzione di significati, della capacità di nominare il mondo. L’intelligence, a sua volta, è l’arte di trattare informazioni e di organizzarle in decisione. Le due dimensioni si incontrano qui, prima ancora che in qualunque apparato: nella convinzione che sapere significhi potere e che il controllo dei flussi informativi sia decisivo per la sopravvivenza di una comunità. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Una diagnosi del mondo contemporaneo</h2>



<p>L’argomento si fa particolarmente interessante quando il volume affronta la Chiesa come rete. Roma riceve da secoli informazioni da diocesi, missioni, ordini religiosi, nunziature, episcopati, istituti, università, santuari, organismi caritativi. <strong>È un reticolo che non coincide con una catena di comando statale in senso moderno, ma che possiede una straordinaria continuità spaziale e temporale. </strong>La Santa Sede ha spesso saputo prima, o diversamente, ciò che accadeva in aree dove gli Stati avevano una presenza debole, intermittente o nulla. Da qui la sua rilevanza oggettiva: non semplicemente perché “sa”, ma perché sa in modo diffuso, capillare, sedimentato e talvolta unico. È questo che rende la Santa Sede non solo osservatrice ma anche bersaglio permanente delle osservazioni altrui. Fascismo, nazismo, servizi anglosassoni, CIA, blocco sovietico, tutti hanno avuto necessità di capire il Vaticano, penetrarlo, decifrarlo, contenerlo, utilizzarlo o neutralizzarlo. Il libro rende bene questa circolarità. </p>



<p>Non meno rilevante è il modo in cui Caligiuri collega questo discorso alla crisi del presente. Nel suo saggio, la riflessione su Vaticano e intelligence non è archeologia erudita. <strong>È anche una diagnosi della contemporaneità.</strong> La questione del linguaggio inadeguato, del “cedimento linguistico”, della difficoltà crescente a nominare fenomeni sempre più rapidi; l’irruzione dell’intelligenza artificiale e la perdita di forme tradizionali di sapere; il bisogno di recuperare l’oralità come verifica della competenza; il disfacimento della sfera pubblica: tutto questo serve a dire che il tema del libro non appartiene al museo. Appartiene alla battaglia attuale per il senso. In un’epoca dove la manipolazione è diventata industriale e il rumore tende a sommergere la comprensione, il problema dell’intelligence non è solo operativo ma culturale. E qui la Chiesa, con il suo rapporto millenario con la parola, torna a essere un attore che merita studio. </p>



<p>Il saggio di Paolo Gheda sposta il fuoco sull’episcopato italiano nel Novecento e ha il pregio di evitare l’eccesso di centralismo romano. Il Vaticano, infatti, non è soltanto la Curia. È anche la sua proiezione nazionale e locale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove il cattolicesimo ha inciso per decenni nella formazione dell’opinione pubblica, nelle dinamiche elettorali, nella costruzione del consenso e nella mediazione tra potere politico e società. Gheda suggerisce che le attività diplomatiche e relazionali dei vescovi italiani, sia sul piano collegiale sia su quello individuale, possono essere lette come una forma implicita di intelligence ecclesiastica. È una formula felice, perché allarga il quadro senza forzarlo. <strong>I vescovi non diventano agenti segreti, ma attori informativi, </strong>nodi di ascolto e di influenza che inevitabilmente attirano l’interesse dei servizi di vari Paesi. Nel fascismo, nella guerra, nella Guerra fredda e fino a Giovanni Paolo II, il peso dell’episcopato italiano non è stato solo religioso. È stato anche politico, sociale, informativo. E questo rende del tutto plausibile l’attenzione che esso suscitò dentro e fuori l’Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un occhio sul mondo</h2>



<p>Ancora più intrigante è il capitolo dedicato a Félix Morlion, figura che sembra uscita da un romanzo e che invece rinvia a un pezzo centrale della Guerra fredda cattolica. Pacini lo ricostruisce come uomo di fede, propaganda, psicologia sociale e diplomazia parallela, in rapporto con i servizi americani fin dagli anni Quaranta. Il punto non è soltanto biografico. Morlion diventa qui il simbolo di un’intera stagione nella quale l’anticomunismo cattolico e quello statunitense si toccano, collaborano, talvolta si sovrappongono. Che un religioso possa muoversi tra Vaticano, Stati Uniti, iniziative culturali e canali informali verso il mondo sovietico, soprattutto in una fase acutissima come la crisi dei missili di Cuba, mostra <strong>quanto il confine tra pastorale, diplomazia, informazione e operazione politica sia stato, in certi decenni, estremamente poroso. </strong>È una delle parti del volume che meglio restituiscono il Vaticano come soggetto immerso nella storia del Novecento e non sospeso sopra di essa. </p>



<p>Il saggio di Giovanni Fasanella, basato sui documenti britannici, allarga ulteriormente il campo. Qui emerge un altro dato fondamentale: il Vaticano non è rilevante solo nei rapporti con Washington e con il blocco sovietico. <strong>È anche un osservatorio imprescindibile per Londra,</strong> cioè per una potenza che da secoli ha fatto dell’informazione e della diplomazia un’arte di governo. Le trattative segrete per sottrarre Mussolini all’abbraccio mortale con il nazismo, la guerra sotterranea contro De Gasperi e il compromesso costituzionale con il Partito comunista, fino al drammatico 1978 dei tre papi e del caso Moro: tutto questo colloca la Santa Sede nel pieno delle grandi faglie italiane ed europee del Novecento. Ed è importante che il libro lo faccia non per nutrire sospetti indistinti ma per restituire al Vaticano il suo peso reale di attore monitorato, corteggiato, talvolta temuto. </p>



<p>Di grande rilievo è anche il contributo di Valeria Moroni sul rapporto con la CIA. Qui il volume evita la trappola più ovvia: presentare il Vaticano come semplice alleato docile degli Stati Uniti. Moroni insiste invece sull’ambivalenza di questo legame. Vaticano e CIA, si legge, sono stati alleati, competitori e avversari nel teatro globale del confronto non convenzionale. Questa definizione andrebbe scolpita, perché coglie il cuore del problema. <strong>La Santa Sede e Washington hanno certamente condiviso obiettivi, soprattutto in funzione anticomunista</strong>, ma non per questo sono stati la stessa cosa. In Italia la convergenza fu stretta; in America Latina, invece, le tensioni furono molto più evidenti. È un richiamo importante, perché restituisce al Vaticano una sua autonomia strategica, relativa ma reale. La Chiesa può convergere con una potenza, ma non coincide mai completamente con gli interessi di quella potenza. E proprio qui nasce il bisogno di osservarla. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Un corpo fisico da proteggere</h2>



<p>Il capitolo di Domenico Giani offre un contrappunto prezioso, perché introduce il punto di vista operativo della sicurezza. Finché si resta nella grande storia, infatti, il rischio è dimenticare che il Vaticano è anche un corpo fisico da proteggere: il Papa, le folle, i luoghi, gli archivi, le comunicazioni, i flussi di accesso, le vulnerabilità. Giani ricorda che la Gendarmeria non difende soltanto la persona del Pontefice, ma l’integrità delle informazioni in un contesto di minacce crescenti. Questo passaggio è essenziale, perché mostra come l’intelligence vaticana, o se si preferisce la dimensione informativa della sicurezza vaticana, non riguardi solo il grande gioco delle potenze ma anche il lavoro quotidiano di prevenzione, vigilanza, tutela. È il momento in cui il libro scende dalle strutture della lunga durata alla concretezza delle procedure, dimostrando che la Santa Sede è insieme simbolo e infrastruttura.&nbsp;</p>



<p>Molto forte anche il contributo di Gianluca Falanga sulla Stasi. Se il rapporto con la CIA poteva apparire quasi prevedibile, quello con l’intelligence della Germania orientale riporta il lettore al cuore gelido della Guerra fredda. La Chiesa cattolica, in particolare sotto Giovanni Paolo II ma già prima, rappresentava per il blocco comunista un soggetto da sorvegliare attentamente, tanto più nei territori dove la religione conservava forza di radicamento e capacità di aggregazione. Il saggio mostra come, nonostante la distruzione di gran parte degli archivi cartacei della Stasi, le banche dati residue consentano di ricostruire flussi informativi, strategie e metodi impiegati per monitorare e contenere la Chiesa cattolica. È una parte molto importante del volume, perché rende visibile il Vaticano come nemico sistemico per una certa idea di potere totalitario: non solo per ciò che faceva, ma per ciò che rappresentava.&nbsp;</p>



<p>Il contributo di Cesare Catananti sul lungo inverno del 1943 sposta la lente su una fase tra le più drammatiche e controverse: l’occupazione nazista di Roma, la persecuzione degli ebrei, i silenzi e le ambiguità di Pio XII, le operazioni britanniche intorno alla Santa Sede. È uno dei punti in cui la materia si fa più sensibile, perché qui si tocca una delle questioni più laceranti della memoria cattolica e occidentale. Il merito del volume è affrontare anche questo nodo dentro la logica della ricerca e non dell’assoluzione preventiva o della requisitoria ideologica. Il Vaticano emerge come spazio attraversato da conflitti interni, solidarietà, operazioni informative e pressioni esterne. Non una cittadella immobile, ma un ambiente saturo di rischio, nel quale le scelte morali, diplomatiche e informative si intrecciano in modo spesso tragico.&nbsp;</p>



<p>Sergio Vento, infine, con il suo sguardo da ambasciatore, porta il discorso fino alle guerre di successione jugoslave e più in generale al rapporto tra intelligence pontificia e trasformazioni acceleratissime del mondo contemporaneo. È un passaggio molto significativo perché dimostra che il tema non si esaurisce con la Guerra fredda classica. Le guerre balcaniche mostrano infatti quanto la Santa Sede possa continuare a giocare un ruolo di osservazione, influenza, mediazione e lettura anticipata delle crisi in contesti dove identità religiosa, frammentazione nazionale e interessi delle potenze si sovrappongono. Qui il Vaticano appare non come residuo del passato, ma come attore capace di adattamento. E la sua “intelligence” è presentata non tanto come apparato occulto, quanto come strumento di difesa e di comprensione del mondo che cambia.&nbsp;</p>



<p>L’appendice con il discorso di Leone XIV ai vertici dell’intelligence italiana del 12 dicembre 2025 aggiunge un tassello che, da solo, giustificherebbe l’attenzione per il volume. Per la prima volta un Papa riceve in modo ufficiale i vertici del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, in occasione del centenario dell’intelligence italiana e in anno giubilare. Il significato simbolico è notevole. Ma ancora più notevole è il contenuto: il riconoscimento dell’importanza del lavoro di intelligence unito a un richiamo severo all’etica, alla verità, al rispetto della dignità umana e al divieto di usare le informazioni riservate per intimidire, manipolare, ricattare o screditare politici e giornalisti. È un testo che il libro colloca nel posto giusto: non come omaggio formale, ma come segnale della maturazione culturale di un rapporto. Per secoli il Vaticano è stato oggetto e soggetto di intelligence; oggi arriva anche un riconoscimento pubblico del valore dell’intelligence come presidio della pace, purché resti dentro limiti morali precisi.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Al centro della Guerra Fredda</h2>



<p>Qual è allora il bilancio complessivo del volume? Anzitutto che siamo davanti a un’opera utile, e utile in senso forte. Non perché risolva definitivamente il tema, ma perché lo rende finalmente studiabile fuori dalle caricature. Caligiuri insiste sul fatto che questa pubblicazione inaugura un campo di studi. Non è una formula promozionale. È la descrizione più corretta del risultato ottenuto. Dopo aver letto questi saggi, <strong>diventa difficile accettare ancora la riduzione del Vaticano a pura istituzione religiosa o, all’opposto, a pura macchina di intrighi.</strong> La Santa Sede appare piuttosto per ciò che storicamente è stata: una realtà spirituale dotata di implicazioni temporali, una monarchia assoluta con vocazione universale, una rete globale di produzione e ricezione di informazioni, un attore diplomatico e simbolico sottoposto da sempre allo sguardo delle potenze. </p>



<p>Il libro ha anche un altro merito, meno evidente ma forse ancora più importante: costringe a ripensare la storia italiana. Se il Vaticano è davvero una potenza informativa e un attore politico di lunga durata, allora gran parte della storia nazionale non può essere compresa senza misurarsi con la sua presenza. Dalla questione romana al non expedit, dal Patto Gentiloni alla Democrazia cristiana, dalla Guerra fredda al ruolo di Andreotti, fino alle relazioni con i servizi occidentali e ai conflitti interni alla Chiesa, il Vaticano non sta sullo sfondo. Sta nel quadro. Non sempre al centro, ma sempre dentro la scena. E questa centralità indiretta è uno dei fili più interessanti del saggio di Caligiuri, soprattutto quando richiama il “vantaggio competitivo” dell’Italia nell’ospitare la Santa Sede. È un tema enorme, che la politica italiana non ha quasi mai saputo trattare in modo strategico.&nbsp;</p>



<p>Naturalmente non tutto è perfetto. In un’opera così vasta e pionieristica alcuni squilibri sono inevitabili. La cornice teorica di Caligiuri è spesso brillante, ma talvolta tende ad accumulare riferimenti molto lontani tra loro, con il rischio di comprimere i passaggi storici in una grande narrazione unitaria. Qualche lettore potrà trovare il percorso troppo largo, dai testi biblici fino all’intelligenza artificiale. Altri forse avrebbero voluto un maggiore approfondimento documentale su alcuni dossier specifici. Ma sono limiti che appartengono più al carattere inaugurale del libro che a una debolezza strutturale. In altre parole: qui conta soprattutto l’apertura della pista. E la pista è aperta bene.&nbsp;</p>
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		<title>Così l&#8217;Osint ha individuato le unità del GRU che conducono la guerra psicologica</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/cosi-losint-ha-individuato-le-unita-del-gru-che-conducono-la-guerra-psicologica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito russo]]></category>
		<category><![CDATA[gru]]></category>
		<category><![CDATA[intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Servizi segreti]]></category>
		<category><![CDATA[spionaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1185" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-300x185.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-1024x632.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-768x474.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-1536x948.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-2048x1264.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Gli analisti avrebbero tracciato una delle unità più segrete dell'intelligence russa con la faleristica, lo studio di medaglie e decorazioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/cosi-losint-ha-individuato-le-unita-del-gru-che-conducono-la-guerra-psicologica.html">Così l&#8217;Osint ha individuato le unità del GRU che conducono la guerra psicologica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1185" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-300x185.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-1024x632.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-768x474.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-1536x948.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220320181014490_13fe1ea552dc4d022ed11c780f79965e-2048x1264.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Svelare unità e operativi del <strong>GRU</strong>, l&#8217;intelligence militare russa, con Osint è possibile? Degli analisti avrebbero &#8220;t<em>racciato l&#8217;infrastruttura di una delle unità più segrete dell&#8217;intelligence russa</em>&#8221; utilizzando la faleristica, ovvero lo studio accademico di medaglie e decorazioni militari, e attraverso altre tecniche Osint, attività di <strong>Open Source Intelligence</strong>. Cosa ne è venuto fuori?</p>



<p>L’analisi delle operazioni informative russe ha spesso sofferto di un limite strutturale: la difficoltà di collegare attività digitali, apparentemente frammentate, a unità militari concrete. Un recente studio basato su tecniche OSINT propone però un approccio diverso, capace di ricostruire – almeno in parte – l’<strong>architettura delle cosiddette </strong><em><strong>Information Operations Troops</strong> </em>del GRU. Il punto di partenza è tanto semplice quanto inusuale: medaglie, distintivi e simboli militari. Attraverso la raccolta e l’<strong>analisi sistematica di immagini pubbliche</strong>, i ricercatori hanno <a href="https://checkfirst.network/wp-content/uploads/2026/02/OSINT_Phaleristics_Unveiling_GRUs_Information_Operations_Troops.pdf">applicato principi di Phaleristics</a> (lo studio delle decorazioni militari, <em>ndr</em>) per individuare ricorrenze, connessioni e riferimenti incrociati tra personale, unità e funzioni operative.</p>



<p>Il risultato della <strong>mappatura preliminare pubblicata da CheckFirst 2026</strong> mostra un ecosistema che, fino a oggi, era noto soprattutto per singoli episodi – attacchi cyber, campagne di disinformazione, operazioni di influenza – ma raramente osservato come struttura organizzata. Citiamo testualmente: &#8220;<em>Sulla base degli indicatori visibili sulle decorazioni che abbiamo analizzato, e corroborati attraverso ricerche open-source, le Truppe per le Operazioni Informatiche (VIO) del GRU sembrano comprendere oggi almeno quindici unità, che abbracciano tre specializzazioni storicamente radicate: crittografia e crittoanalisi, operazioni di rete informatica e operazioni psicologiche. La maggior parte di queste unità precedono la creazione delle VIO e hanno avuto origine all&#8217;interno di diverse branche del GRU. Tuttavia, sono state successivamente riunite sotto una struttura di comando unificata che è stata molto probabilmente istituita nel 2014 e, secondo quanto riferito, supervisionata dall&#8217;Unità Militare 55111 del GRU. Alcune delle unità VIO sono note al pubblico da tempo, in particolare le Unità 26165 e 74455, poiché le rivelazioni pubbliche hanno rispettivamente attribuito loro le operazioni dei gruppi di hacker APT28 e Sandworm. Altre, invece, sono state scarsamente documentate, o non documentate affatto, né precedentemente collegate al VIO, come le unità 20766, 48707 o 20978.</em>&#8220;</p>



<p>Tuttavia, il contributo più rilevante dello studio è l’emersione di strutture meno visibili, che suggeriscono un livello di complessità e coordinamento superiore rispetto a quanto ipotizzato in precedenza. L’elemento distintivo dell’indagine è il metodo: invece di partire dagli attacchi per risalire agli attori, il processo si sviluppa “<em>dal basso</em>”, aggregando indizi apparentemente marginali. Un <strong>distintivo fotografato durante una cerimonia</strong>, una medaglia conferita a personale tecnico, un simbolo ricorrente su uniformi non ufficiali: ciascun dettaglio diventa un nodo informativo che, se correlato ad altri, contribuisce a delineare una rete. Chi è amante delle trame di spionaggio, ricorderà l&#8217;analisi che si faceva un tempo degli scatti fotografici rubati durante gli eventi pubblici che potevano attirare funzionari e ufficiali di alto livello, come le parate militari nella Piazza Rossa, per studiare i profili, confrontare posizioni, uniformi, gradi, e volti di uomini e donne che potevano essere inviati oltre cortina, sotto copertura, magari proprio in <strong>missione diplomatica</strong> presso le ambasciate.</p>



<p>Dalle evidenze raccolte emerge un quadro che, pur restando incompleto, appare coerente e soprattutto temporalmente radicato: le cosiddette <em>Information Operations Troops </em>del GRU risultano operative almeno dal 2014, in coincidenza con una fase di profonda trasformazione della postura strategica russa nel dominio informativo. Non si tratterebbe, quindi, di strutture nate in modo estemporaneo o reattivo, ma di un dispositivo progressivamente consolidato, verosimilmente articolato in circa quindici unità distinte, ciascuna con funzioni specifiche ma inserita in un disegno complessivo. L’analisi suggerisce infatti una ripartizione lungo tre direttrici principali. Da un lato, una componente tecnico-analitica legata alla <strong>crittografia</strong> e all’<strong>intelligence dei segnali</strong>, fondamentale per l’intercettazione, la protezione e l’elaborazione delle informazioni; dall’altro, un asse più propriamente offensivo, riconducibile alle operazioni cyber, in cui rientrano <strong>attività di intrusione, sabotaggio e accesso illecito ai sistemi</strong>; infine, una dimensione più sfumata ma altrettanto centrale, quella delle operazioni psicologiche e della <strong>disinformazione</strong>, <strong>orientate a influenzare percezioni, narrazioni e comportamenti</strong>. In breve, le azioni più attuali, frequenti e in un certo senso importanti che l&#8217;intelligence moderna può svolgere, dato che nell&#8217;era dell&#8217;informazione telematica la percezione dell&#8217;opinione pubblica, e l&#8217;influenza che si riesce imporre su di essa, può creare una &#8220;vittoria&#8221; prima ancora che essa venga raggiunta, o tramutare una sconfitta sul campo in una vittoria percepita. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Nella guerra dell’informazione chi è più convincente, vince.</h2>



<p>All’interno di questo perimetro, alcune unità risultano già note alla comunità di analisti, come la 26165, comunemente associata al <strong>gruppo APT28</strong>, <strong>Fancy Bear</strong>, o la<strong>74455</strong>, collegata a operazioni attribuite a Sandworm: sigle che negli anni sono diventate quasi sinonimo delle capacità offensive russe nel cyberspazio. Tuttavia, ciò che conferisce maggiore rilevanza allo studio è l’emersione di ulteriori entità che, fino a oggi, erano rimaste ai margini dell’attenzione o del tutto sconosciute. La loro individuazione, seppur ancora parziale, suggerisce che <strong>l’ecosistema delle operazioni informative del GRU sia più ampio e stratificato di quanto precedentemente ipotizzato</strong>, con livelli di specializzazione e compartimentazione che riflettono una vera e propria istituzionalizzazione della guerra informativa.</p>



<p>Questo approccio evidenzia uno degli aspetti più rilevanti dell’Osint contemporaneo: la capacità di <strong>trasformare dati pubblici e non classificati in intelligence operativa</strong>. In un contesto in cui le organizzazioni militari adottano misure sempre più sofisticate per occultare le proprie attività, l’esposizione involontaria attraverso canali aperti rimane un punto di vulnerabilità. Va tuttavia sottolineato che le conclusioni dello studio restano, per natura, parziali. L’assenza di fonti interne e la dipendenza da materiali <em>open source</em> impediscono di definire con precisione la dimensione delle unità, le catene di comando complete e, soprattutto, il dettaglio delle operazioni condotte.</p>



<p>Nonostante questi limiti, il quadro che emerge è significativo: le operazioni informative non rappresentano più un’estensione accessoria delle attività militari, ma una componente strutturata e istituzionalizzata. L’integrazione tra <strong>cyber warfare </strong>e <strong>guerra psicologica</strong> appare sempre più sistematica, con unità dedicate, simboli identificativi e – verosimilmente – percorsi di carriera specifici. In questa prospettiva, lo studio non si limita a descrivere un insieme di unità, ma contribuisce a ridefinire il modo in cui osserviamo il conflitto contemporaneo. La dimensione informativa non è più un dominio parallelo: è parte integrante del campo di battaglia. E, come dimostra questo caso, può essere analizzata – e in parte svelata – anche partendo da <strong>dettagli</strong> che, a prima vista e per dei &#8220;<strong>non addetti ai lavori</strong>&#8220;, potrebbero sembrare del tutto <em>irrilevanti</em>.<br></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/cosi-losint-ha-individuato-le-unita-del-gru-che-conducono-la-guerra-psicologica.html">Così l&#8217;Osint ha individuato le unità del GRU che conducono la guerra psicologica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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