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Migrazioni

Il cacciatore di migranti

Per Gli occhi della Guerra Eleonora Vio e Costanza Spocci sono andate in Ungheria, al confine con la Serbia dove il governo ungherese ha costruito un muro anti- migranti. Il sindaco di Assotthalom, Laszlo Toroczkai, ha istituito un corpo di guardie civili che hanno il compito di affiancare la polizia nella caccia dei migranti che ogni giorno riescono a superare il muro illegalmente. Questo è quanto hanno visto.

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In fuga dal Venezuela

Le testimonianze di Maria Daniella e Risschis, due giovani venezuelani che a causa della crisi hanno lasciato il loro Paese. "La situazione in Venezuela era diventata invivibile. È difficile iniziare tutto daccapo e lasciare una vita indietro, ma il governo di Maduro ha fatto solo danni al Paese”. Di Marianna Di Piazza

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Mellila, il truman show spagnolo

Siamo a Mellila, enclave spagnola in Marocco. Qui niente è come sembra: da un lato una città pressoché disabitata, vuota, spoglia. Ma allontanandosi un poco dal centro la situazione cambia totalmente: il puesto fronterizo di Beni-Enzar, la dogana internazionale tramite la quale si entra in Marocco, è un mix di voci, volti che raccontano di un Paese pieno di contraddizioni. Dai portadores, che ogni giorno trasportano i beni che vengono importati dalla Spagna. Melilla, infatti, come la vicina Nador in Marocco non ha alcun tipo di produzione ed esporta solo merce importata a sua volta. Poi ci sono i migranti: Attraverso le enclavi spagnole scorre infatti la “Western Mediterranean route” (Frontex), una tratta percorsa nel 2015 e 2016 da un totale di 30.000 migranti. La particolarità di questa rotta è che non prevede l’attraversamento in barca del Mar Mediterraneo, molto rischioso e costoso. Riccardo Sartori ha documentato per Gli Occhi della Guerra le contraddizioni di questo Truman Show spagnolo in terra africana.

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Migranti, si apre la rotta balcanica

Seduti sui binari nella deserta stazione di Sarajevo, sempre più migranti progettano il proprio viaggio e per molti la destinazione è l'Italia. Da quando la polizia greca ha sgomberato gli accampamenti irregolari la rotta balcanica si è spostata verso i Balcani occidentali, e già a febbraio il governo bosniaco segnalava un aumento del 700% degli ingressi rispetto alle rilevazioni precedenti.

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Il dramma dei siriani nei campi in Libano

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

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La fuga dei cristiani dalle montagne del Libano

Il rumore penetrante del flex si propaga tra la vuota strada principale e i vicoli collegati senza ostacoli. Nel silenzio rimbombano i suoni delle martellate di un manovale che solitario lavora alla costruzione di un enorme edificio. Molto più alto delle modeste palazzine del piccolo villaggio di Masmura. Mancano ancora croci, simboli cristiani e dalle pareti di anonimo cemento non si capisce che da quella struttura verrà fuori un luogo di culto. Procedendo lungo la strada nella zona di Bhifa si passa da un piccolo villaggio all’altro: trecento, cinquecento abitanti al massimo. Le persone in giro sono pochissime. A Msrada il presepe è allestito curando al massimo i particolari. Di alberi di Natale addobbati se ne incontrano quasi a ogni incrocio. Insieme alle luminarie e altri simboli del Natale. E poi Ishlaeliah, un'altra chiesa, enorme, su una piccola collina, cui mancano tutti gli allestimenti ma spicca distintamente il campanile che ospiterà le campane. Non si sa quando. Ovunque regna una calma irreale e un silenzio profondo. Le tracce della cristianità sono le uniche visibili in tutta l’area. Tante da lasciar pensare che la maggioranza dei residenti sia cristiana. Eppure non supera il 10%. Nulla rispetto al 60% precedente alla guerra civile, meno di quarant’anni fa. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

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Il corridoio dell’inferno

Secondo le autorità messicane sono circa quattrocentomila i clandestini che ogni anno attraversano la frontiera fra la città guatemalteca di Tecun Uman e la gemella messicana di Tapachula. Secondo Amnesty International invece i migranti in transito in questo limbo di terra sono più di 700mila.Sono soprattutto persone che fuggono dalla zona conosciuta come “il Triangolo del Nord” (Honduras, El Salvador e Guatemala), area considerata fra le più violente del mondo al di fuori delle zone di guerra. Secondo le statistiche infatti, sui 30 milioni di abitanti, solo nel 2015 sono morte assassinate 17.500 persone, più che in Afghanistan, Siria e Iraq. La corruzione diffusa, il governo incapace di controllare il territorio e la forte presenza di gruppi criminali internazionali conosciuti come “maras”, hanno dato origine ad una escalation di violenza che ha spinto il 10% della popolazione a fuggire via dalla propria terra. A questi desperados, che stanno alimentando un esodo di massa senza precedenti, si sono affiancati nel corso degli anni anche migranti provenienti dai paesi caraibici, africani ed asiatici. Tutti sono mossi dalle più molteplici e disparate motivazioni ma hanno un’ambizione che li accomuna: inseguire il sogno americano. Reportage di Roberto Di Matteo

Migrazioni

Melilla, enclave spagnola in terra africana

L’Europa è a pochi passi. Le montagne del massiccio di Gourgou sovrasta la città marocchina di Nador e un’insenatura fra i monti mostra la via per Melilla e l’Unione Europea. Al mattino, durante l’inverno, la cappa d’umidità copre le montagne e la temperatura anche a bordo oceano è bassa. Dalla pianura si scorgono le foreste arrampicarsi sulle rocce e mai si potrebbe immaginare che, al loro interno, migliaia di migranti sviluppano tattiche per tentare di “assediare” le griglie poste al confine della città di Melilla, una delle due enclavi spagnoli rimaste su territorio marocchino (insieme a Ceuta).Reportage di Filippo Rossi.Montaggio di Roberto Di Matteo

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