Sono un fotografo di guerra. Il mio lavoro mi ha portato in alcune delle aree più fragili e segnate dal conflitto degli ultimi anni: Armenia, Ucraina, Libano, Iraq, Palestina, Israele. Non cerco la spettacolarizzazione della violenza, ma l’impatto umano che ogni guerra lascia dietro di sé – nei volti, nei gesti quotidiani, nei dettagli che spesso sfuggono all’osservatore distante.
La mia fotografia è empatica per scelta e per necessità. Credo che solo avvicinandosi con rispetto e ascolto si possano raccontare storie autentiche. Ogni scatto che realizzo nasce da un incontro, da un silenzio condiviso, da una ferita visibile o nascosta. Cerco l’intimo anche nel caos. La macchina fotografica diventa così uno strumento di relazione, oltre che di documentazione.
Nel 2025 ho ricevuto il Premio Almerigo Grilz, un riconoscimento che onora il giornalismo di frontiera e che per me rappresenta una conferma dell’importanza di continuare a raccontare ciò che spesso il mondo preferisce non vedere.
Le mie immagini sono state pubblicate dalle principali testate internazionali. Non è una medaglia, ma un mezzo per amplificare le voci che restano inascoltate.
Continuo a muovermi, a cercare, a entrare in contatto con realtà che meritano di essere raccontate. Perché la fotografia, per me, è un modo per restituire dignità, per non dimenticare, per dare un volto alla parola “conflitto”.