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	<title>Sebastiano Caputo Archives - InsideOver</title>
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	<title>Sebastiano Caputo Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Ebrei e cristiani nella Repubblica Islamica dell&#8217;Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/ebrei-e-cristiani-nella-repubblica-islamica-delliran</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2019 08:55:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Iran.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Iran-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Nella piazzetta centrale di Jolfa, quartiere armeno a maggioranza cristiano di Isfahan, alcuni uomini sulla settantina si sono radunati di primo mattino. Seduti sulle panchine e sui muretti, all’ombra del pino per ripararsi dal caldo, parlano del più e del meno. Tutto intorno la vita scorre normale. Le studentesse si incamminano zaino in spalla per l’università di storia dell’arte situata ad un centinaio di metri da lì, i commercianti aprono i loro negozi, gli operai ricominciano i lavori. Gli edifici bassi color terracotta, i sampietrini disseminati sul pavimento stradale e i campanili di fianco alle chiese ricordano alcuni piccoli borghi europei. Eppure siamo in Iran. A ricordarcelo è una donna col velo sul capo che chiama suo figlia in farsi. “Ani! Ani! Vieni qui!”, grida.  Da decenni la stessa comunità cristiana d’Iran elegge i suoi parlamentari al Majlis (il Parlamento), ed è proprio in questa direzione che il presidente Hassan Rohani ha convocato di recente un ministero che gestisce i rapporti tra minoranze religiose e governo.  Tra questi anche gli ebrei. Perché a differenza da quello che si pensa, escludendo la terra di Israele, quella iraniana rappresenta ancora oggi la comunità ebraica più numerosa dell’intero Medio Oriente. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/ebrei-e-cristiani-nella-repubblica-islamica-delliran">Ebrei e cristiani nella Repubblica Islamica dell&#8217;Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Iran.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Iran-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Nella piazzetta centrale di Jolfa, quartiere armeno a maggioranza cristiano di Isfahan, alcuni uomini sulla settantina si sono radunati di primo mattino. Seduti sulle panchine e sui muretti, all’ombra del pino per ripararsi dal caldo, parlano del più e del meno. Tutto intorno la vita scorre normale. Le studentesse si incamminano zaino in spalla per l’università di storia dell’arte situata ad un centinaio di metri da lì, i commercianti aprono i loro negozi, gli operai ricominciano i lavori. Gli edifici bassi color terracotta, i sampietrini disseminati sul pavimento stradale e i campanili di fianco alle chiese ricordano alcuni piccoli borghi europei. Eppure siamo in Iran. A ricordarcelo è una donna col velo sul capo che chiama suo figlia in farsi. “Ani! Ani! Vieni qui!”, grida. Da decenni la stessa comunità cristiana d’Iran elegge i suoi parlamentari al Majlis (il Parlamento), ed è proprio in questa direzione che il presidente Hassan Rohani ha convocato di recente un ministero che gestisce i rapporti tra minoranze religiose e governo. Tra questi anche gli ebrei. Perché a differenza da quello che si pensa, escludendo la terra di Israele, quella iraniana rappresenta ancora oggi la comunità ebraica più numerosa dell’intero Medio Oriente. </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/ebrei-e-cristiani-nella-repubblica-islamica-delliran">Ebrei e cristiani nella Repubblica Islamica dell&#8217;Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Medici italiani in Siria. Viaggio tra i feriti di guerra</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/medici-italiani-in-siria-viaggio-tra-i-feriti-di-guerra</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 09:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Damasco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Siria19.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Siria19.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Siria19-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>DAMASCO - Il conflitto siriano è un complesso mosaico di interessi economici e geopolitici ma è soprattutto la storia di giovani infermiere donne che medicano giovani soldati uomini che a loro volta si sono sacrificati per difendere il loro avvenire. Mano nella mano, uniti da un solo obiettivo: liberare la Siria dal terrorismo che da più di cinque ha creato il deserto laddove c’era la pace. La guerra ha la capacità e la forza di trasformare l’approccio spirituale che solitamente ogni essere umano intrattiene con l’esistenza. Provate a chiedere ad un bambino di Aleppo, Homs o Damasco cosa vuole fare da grande. Risponderà entusiasta: “il soldato!”. Da quelle parti non esistono le “popstar” perché gli eroi sono diventati i generali dell’esercito premiati da medaglie al valore, feriti o morti sul fronte. Ecco che improvvisamente giovani tra i 18 e 25 anni si sono ritrovati a condurre una vita che molti non avevano nemmeno immaginato. Alcuni di loro si sono lanciati in prima linea a combattere con le armi, altri invece hanno scelto di stare nelle retrovie, negli ospedali di guerra, per curare ogni forma di trauma.</p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Siria19.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Siria19.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Siria19-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>DAMASCO &#8211; Il conflitto siriano è un complesso mosaico di interessi economici e geopolitici ma è soprattutto la storia di giovani infermiere donne che medicano giovani soldati uomini che a loro volta si sono sacrificati per difendere il loro avvenire. Mano nella mano, uniti da un solo obiettivo: liberare la Siria dal terrorismo che da più di cinque ha creato il deserto laddove c’era la pace. La guerra ha la capacità e la forza di trasformare l’approccio spirituale che solitamente ogni essere umano intrattiene con l’esistenza. Provate a chiedere ad un bambino di Aleppo, Homs o Damasco cosa vuole fare da grande. Risponderà entusiasta: “il soldato!”. Da quelle parti non esistono le “popstar” perché gli eroi sono diventati i generali dell’esercito premiati da medaglie al valore, feriti o morti sul fronte. Ecco che improvvisamente giovani tra i 18 e 25 anni si sono ritrovati a condurre una vita che molti non avevano nemmeno immaginato. Alcuni di loro si sono lanciati in prima linea a combattere con le armi, altri invece hanno scelto di stare nelle retrovie, negli ospedali di guerra, per curare ogni forma di trauma.</span></p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/medici-italiani-in-siria-viaggio-tra-i-feriti-di-guerra">Medici italiani in Siria. Viaggio tra i feriti di guerra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Gli angeli francesi voltano le spalle all’Eliseo</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/siria-vivere-in-un-paese-in-guerra/gli-angeli-francesi-voltano-le-spalle-alleliseo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Apr 2019 15:11:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Non tutti gli europei che vanno in Siria sono foreign fighters. Esiste una massa di disadattati che fugge dalla miseria interiore imbracciando un kalashnikov con stampato il marchio del Califfato, ma c’è anche un esercito di angeli che ricerca l’eroismo nelle piccole cose. Si chiamano Sos Chrétiens d’Orient (Sos cristiani d’Oriente) e vivono a Damasco &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/siria-vivere-in-un-paese-in-guerra/gli-angeli-francesi-voltano-le-spalle-alleliseo.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/siria-vivere-in-un-paese-in-guerra/gli-angeli-francesi-voltano-le-spalle-alleliseo.html">Gli angeli francesi voltano le spalle all’Eliseo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/13063126_1539836726321808_2732329238987983526_o-1024x683-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>Non tutti gli europei che vanno in Siria sono <em>foreign fighters</em>. Esiste una massa di disadattati che fugge dalla miseria interiore imbracciando un <strong>kalashnikov</strong> con stampato il marchio del <strong>Califfato</strong>, ma c’è anche un esercito di angeli che ricerca l’eroismo nelle piccole cose. Si chiamano<em> Sos Chr</em><em>é</em><em>tiens d</em><em>’</em><em>Orient</em> (Sos cristiani d’Oriente) e vivono a Damasco da più di un anno.Seminano vita, perché disprezzano la morte. Sono un gruppo di volontari francesi, osteggiati dall’Eliseo che ha scelto di stare dalla parte dei terroristi, dispiegati tra la capitale, Aleppo, Maaloula, Latakia e Homs al fianco del popolo siriano martoriato dalla guerra. Ricostruiscono case distrutte dalle bombe, insegnano a scuola, giocano con i bambini negli orfanotrofi, donano beni di prima necessità alle famiglie in difficoltà, aiutano le comunità cristiane a rimanere nella terra che i loro padri, due millenni fa, hanno forgiato.Abbiamo incontrato a Damasco <strong>Benjamin Blanchard</strong>, co-fondatore dell’organizzazione per parlare dell’intero progetto.</p>
<p>“Charles De Meyer ed io abbiamo ideato <em>Sos Chr</em><em>é</em><em>tiens d</em><em>’</em><em>Orient </em>nel settembre del 2013, in quel periodo Francia e Stati Uniti volevano bombardare la Siria, e mentre Maaloula, un villaggio cristiano dove si parla ancora l’aramaico, veniva conquistata dai jihadista di <em>Al Nusra</em>, il ramo siriano di <em>Al Qaeda</em>. Ci siamo detti che non potevamo stare lì a non fare niente e che i siriani non possono ricordarsi il nostro Paese la Francia, solo per le bombe e i jihadisti”, racconta Benjamin Blanchard.“C’è l’aspetto umanitario, ma soprattutto c’è la condivisione alla base della nostra idea   &#8211; e aggiunge &#8211; perché non ci accontentiamo di mandare beni di prima necessità, noi  vogliamo stare tra le persone”. L’organizzazione non è presente soltanto in Siria ma è anche in Giordania, Egitto, Iraq e in Libano. E non aiuta solo i cristiani ma tutti gli abitanti di questa regione. “<strong>Non chiediamo il certificato di battesimo</strong>” sottolinea Blanchard “però riteniamo che i cristiani siano una componente importante per la ricchezza del Vicino e Medio Oriente, li aiutiamo a restare e non a scappare”.La Francia come molti altri Paesi occidentali, scegliendo di schierarsi contro <strong>Bashar Al Assad</strong>, ha sacrificato le comunità cristiane (armeni, greco-melchiti, ecc.) sull’altare della geopolitica del <em>clash of civilisation</em>. Se prima del conflitto i seguaci di un Cristo con l’abito orientale erano perfettamente integrati e professavano liberamente la loro fede, ora non gli resta che scappare dalla violenza, sottomettersi alla legge dei terroristi oppure rimanere, resistere e convivere con i colpi di mortaio nella speranza che la vita torni di nuovo normale. Non sempre le decisioni delle élite rappresentano l’espressione popolare. E da europei c’è solo un modo per difendere il mosaico etnico-religioso siriano: arruolarsi nel civile come volontario e stare al fianco della popolazione perché l’esercito regolare non accetta combattenti stranieri a meno che non facciano parte di unità specializzate inquadrate da una nazione alleata (vedi le milizie sciite libanesi di Hezbollah, gli <em>Specnaz</em> russi o i <em>Pasdaran</em> iraniani).</p>
<p>Proprio come hanno fatto i volontari francesi di <em>Sos Chr</em><em>é</em><em>tiens d</em><em>’</em><em>Orient </em>che senza finanziamenti da parte dello Stato sono riusciti a tirare su una struttura umanitaria consolidata e in continuo sviluppo.“Facciamo quello che il governo francese si è rifiutato di fare, vale a dire sostenere le minoranze religiose, in particolare quelle cristiane in Medio Oriente. Il nostro slogan è ‘insieme per la Siria’ perché vogliamo far capire ai siriani che non siamo qui solo per aiutare i cristiani ma proviamo a tutelare tutte le componenti etniche e religiosi presenti in questo Paese. Il nostro obiettivo è quello di tutelare il mosaico siriano per mezzo dei cristiani d’Oriente. E sostenere i cristiani significa per noi difendere l’unità, l’identità e il nazionalismo arabo siriano, visto che questi ultimi rappresentano storicamente i precursori e la spina dorsale della Siria contemporanea. E poi non dimentichiamoci che sono i cristiani ad aver combattuto sia l’Impero Ottomano sia i francesi durante l’occupazione”. spiega Alexandre Goodarzy, capo della missione.“Quello che gli altri vogliono dividere noi tentiamo di ricucirlo, io la definisco una forma di eroismo alternativa alla Jihad, perché non è facile fare quello che facciamo mentre i media occidentali offrono una visione oscura della Siria”, continua, e lancia un appello ai volontari che vorranno unirsi ai loro progetti: “credo che siamo molto coerenti, non aiutiamo la gente a scappare ma a radicarsi in questa terra dove convivono pacificamente da secoli cristiani e musulmani. E i siriani, di tutte le confessioni, apprezzano quello che facciamo perché vedono che non tutti i francesi sono dalla parte dei suoi rappresentanti che hanno partecipato alla distruzione di questo Paese”, conclude Goodarzy. Ora che il Quay D’Orsay (nostra Farnesina) ha chiuso l’ambasciata francese sono loro a ricucire dal basso i rapporti diplomatici con la Siria e le sue istanze religiose (non solo cristiane).</p>

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			</item>
		<item>
		<title>&#8220;L&#8217;Iraq ha ancora bisogno di cristiani:  chiediamo scusa a nome dell&#8217;islam&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/liraq-ancora-bisogno-cristiani-chiediamo-scusa-nome-dellislam.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 13:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Sciiti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>(Najaf e Karbala) La città santa per eccellenza dell’Islam sciita, sede del santuario di Ali, genero del Profeta e marito di Fatima, si è svuotata dei suoi pellegrini. Quel periodo di commemorazione di suo figlio Hussein, ucciso nella battaglia di Karbala, e luogo in cui è sepolto, che viene chiamato “Arbaeen”, è finito da pochi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/liraq-ancora-bisogno-cristiani-chiediamo-scusa-nome-dellislam.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/liraq-ancora-bisogno-cristiani-chiediamo-scusa-nome-dellislam.html">&#8220;L&#8217;Iraq ha ancora bisogno di cristiani:  chiediamo scusa a nome dell&#8217;islam&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8990088-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>(Najaf e Karbala)</strong> La città santa per eccellenza dell’Islam sciita, sede del santuario di Ali, genero del Profeta e marito di Fatima, si è svuotata dei suoi pellegrini. Quel periodo di commemorazione di suo figlio Hussein, ucciso nella battaglia di Karbala, e luogo in cui è sepolto, che viene chiamato “Arbaeen”, è finito da pochi giorni. Dopo aver battuto i pugni sul petto e pianto l’Imam, è tempo di tornare a casa, lavare i peccati e combattere quotidianamente ogni forma di ingiustizia, di tirannia, di intolleranza, in difesa dei “dannati della terra”. Così come ha insegnato l’Imam Hussein, il “Principe dei Martiri”, attraverso la sua epopea leggendaria, ai suoi fedeli sostenitori e discepoli. Per capire in quale direzione sta andando l’Iraq occorre camminare sulla sabbia che da Najaf porta a Karbala, in quella regione meridionale popolata interamente dagli sciiti, che ha portato<strong> Muqtada Sadr</strong>, figlio del religioso Mohammed Sadeq al Sadr, al potere, dopo aver resistito per decenni alle repressioni perpetuate dal partito Baath di <strong>Saddam Hussein</strong>. Le ferite della guerra con la Repubblica islamica dell’Iran, nazione sorella nella fede, sono scolpite sulle tombe del cimitero tra i più grandi al mondo, e nelle fotografie dei caduti appese in tutte le case. Iracheni e iraniani, entrambi di confessioni sciita, combattevano su barricate opposte, e quarant’anni dopo, camminano insieme in occasione del pellegrinaggio più grande al mondo (22 milioni quest’anno). E nei santuari, il ricordo di quella dominazione arabo-sunnita, viene tracciata sulle pareti, come sulla tomba dell’Ayatollah Abu al Qasim al Khoei, all’interno del mausoleo di Ali, affinché tutti sappiano cosa ha dovuto subire la gente del posto. Dopo l’invasione nel 2003 le meccaniche di potere sono cambiate radicalmente. Se le autorità politico-religiose sciite avevano favorito per convenienza l’aggressione militare statunitense, queste non hanno mai accettato finanziamenti e supporto logistico dal Pentagono, e oggi si ritrovano ad occupare le leve del potere, e a governare un Paese in bilico tra le consuete richieste di Washington e la nuova influenza di Teheran.</p>

<p>Le pressioni non solo soltanto esterne ma anche interne. L’Iraq non è una teocrazia bensì una repubblica in cui l’autorità spirituale è separata da quella temporale, tuttavia il consenso religioso, in una società fortemente tradizionale, resta determinante. Per comprenderlo occorre entrare nella prima cerchia dell’Ayatollah Ali Al Sistani, guida spirituale e politica del Paese, direttore della hawza di Najaf. A riceverci in una scuola coranica della città, è il suo consigliere Sayyid Ahmad Al Husseini, anche lui un anziano col turbante. Siede su una vecchia poltrona, impugnando il suo tasbeh. “Il clero iracheno svolge tre funzioni principali: veglia sul rispetto degli insegnamenti di un governo islamico, segue una linea religiosa condivisa con l’Iran ed infine si occupa degli affari sociali, nella difesa della comunità dei credenti, che siano sciiti, sunniti o cristiani”, racconta in esclusiva a <em>Gli Occhi della Guerra</em>. L’obiettivo dunque, in accordo con la separazione tra Stato e “Chiesa”, sembra quello di preservare una posizione quietista (consultiva, de facto) e non rivoluzionaria come nella Repubblica Islamica dell’Iran . “Sapete, a volte è meglio un governo laico che rispetta la religione piuttosto che un governo che si dice islamico tradendolo costantemente”, ribadisce Al Husseini. E continua: “Questo periodo di Arbaeen ci aiuta a capirlo, vedete, Yazid espandeva il suo dominio sotto falso nome dell’Islam, seminando odio religioso e barbarie, così Hussein ha ribaltato letteralmente questo<em> modus operandi</em>. Nei giorni che hanno preceduto il suo martirio lui ha sempre rispettato le minoranze, le opinioni, la persona umana in generale. Per capire la grandezza dell’Imam Hussein domandatevi perché ancora oggi, dopo tutti questi secoli, milioni di pellegrini vengono da tutto il mondo per commemorarlo, l’Arbaeen è un movimento che nasce dal basso, non è eterodiretto da nessuno, perché i suoi insegnamenti sono universali”. In pochi infatti conosceranno la storia di Wahab ibn Janah al Kalby, un giovane cristiano che decise di seguire l’Imam Hussein per combattere le truppe omayyadi del califfo Yazid nella storica battaglia di Karbala del 680. Si dice che nessuno gli chiese di convertirsi tanto da rimanere fedele al suo credo religioso fino alla morte e oggi al pari degli altri soldati musulmani viene considerato uno dei 72 martiri di quel massacro ed è sepolto insieme a tutti loro nel mausoleo di Karbala. Nella concezione sciita, il martirio è un fatto universale, che vive nel ricordo di Hussein, a difesa di tutti gli oppressi.</p>

<p>“Vedete, oggi noi sciiti siamo dispiaciuti della fuga dei cristiani d’Iraq, abbiamo bisogno di loro e dobbiamo usare tutte le nostre forze affinché restino nel Paese, e ci scusiamo con tutti quelli che sono partiti, a nome di quelli che hanno strumentalizzato l’Islam”, ripete con voce calma e commossa Sayyid Ahmad Al Husseini facendo roteare il tasbeh.</p>

<p>Alla vigilia dell’attacco a Saddam Hussein nel 2003 i cristiani in Iraq erano circa 1,5 milioni, ora sono meno di 300mila, soprattutto caldei e siro-cattolici, di cui la stragrande maggioranza è fuggita col tempo nel Nord, nella regione curda, mentre le 86 chiese di Baghdad si sono svuotate progressivamente.</p>
<p>Nel 2010 la scuola siriaca cattolica della Cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso venne colpita da un violento attacco terroristico rivendicato da Al Qaeda. Monsignor Abba, ci accompagna al memoriale che ricorda le 50 persone che quel terrificante giorno persero la vita. Accanto un giovane sciita iracheno prega la Vergine Maria affinché possa avere dei figli. L’Arcivescovo siriaco cattolico crede molto nella convivialità con la maggioranza musulmana sciita d’Iraq e nel dialogo con l’Ayatollah Al Sistani per la costruzione di un futuro comune e condiviso. Le sue parole si conciliano con quelle di Ahmad Al Husseini, incontrato il giorno prima a Najaf. Ma problema rimane l’esodo massiccio dei cristiani e con loro quello di una borghesia imprenditoriale che aveva contribuito a tenere in piedi il Paese anche negli anni delle sanzioni e dell’embargo. Senza parlare di quella classe dirigente di confessione cristiana che lavorava nell’unità della comunità. Lo stesso Cardinale <strong>Louis Raphael I Sako</strong>, patriarca caldeo di Baghdad, è di recente entrato in contrasto con i cinque membri del Parlamento del blocco cristiano i quali si sono rifiutati di sostenere la candidatura di Hanaa Korkis, appoggiata dalla Chiesa cattolica, a ministro degli sfollati e delle migrazioni, giudicandola un’ingerenza negli affari politici. E nonostante le diatribe interne rimane viva la speranza e il viaggio del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, tra Baghdad e Qaraqosh, si iscrive in questo solco tracciato dal nuovo esecutivo che ha infatti approvato un emendamento che sancisce l’ufficialità “della nascita di Gesù Cristo” nel calendario delle festività e la estende a tutta la comunità, non solo ai cristiani come avvenuto sinora.</p>
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		<title>Quella rinascita sciita che può cambiare l&#8217;Iraq</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/iraq-sciiti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Dec 2018 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sciiti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="750" height="499" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/136201895441262018233837S.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/136201895441262018233837S.jpg 750w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/136201895441262018233837S-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p>(Baghdad) Nessun Paese ha sofferto come ha sofferto l’Iraq. Quarant’anni di guerra non si cancellano facilmente dalla memoria collettiva di un intero popolo che per la prima volta, dopo la caduta dello Stato islamico, forse, potrebbe finalmente rialzare il capo. Baghdad accoglie i suoi visitatori nel traffico, tra checkpoint e controlli di sicurezza, sullo sfondo dell’Eufrate &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/iraq-sciiti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="750" height="499" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/136201895441262018233837S.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/136201895441262018233837S.jpg 750w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/12/136201895441262018233837S-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p><p><strong>(Baghdad)</strong> Nessun Paese ha sofferto come ha sofferto l’Iraq. Quarant’anni di guerra non si cancellano facilmente dalla memoria collettiva di un intero popolo che per la prima volta, dopo la caduta dello Stato islamico, forse, potrebbe finalmente rialzare il capo. Baghdad accoglie i suoi visitatori nel traffico, tra checkpoint e controlli di sicurezza, sullo sfondo dell’Eufrate che taglia in due la città e col rumore delle esplosioni in lontananza che il giorno seguente diventano notizie scolpite sui giornali nazionali. Eppure dentro la <strong>Green Zone</strong>, l’area di dieci chilometri quadrati collocata nel cuore di Baghdad che oggi è diventata la roccaforte delle diplomazie e dei palazzi governativi, non si sente nulla. Lì si vive in una prigione a cielo aperto, tagliati fuori dal Paese, dove i 4&#215;4 blindati sfrecciano sui vialoni deserti tagliati dai gabbiotti militari, tra ristoranti e alberghi frequentati soltanto da non iracheni. Chi non vedi mai in giro però, tantomeno nella “Zona Verde”, sono gli americani. Pare che militari e personale di ambasciata &#8211; la più grande al mondo con una facciata di almeno un 800 metri di lunghezza &#8211; non si affaccino mai fuori da quelle mura alte tre metri. Eppure la loro presenza, a vedere dagli elicotteri che decollano e atterrano in continuazione dall’eliporto interno, è massiccia. Si dice che i posti letto in questa mega-struttura siano qualche decina di migliaia.</p>
<p>Accanto ai titoli sugli attentati, che a volte in realtà sono soltanto regolamenti interni di conti legati alla criminalità, in cima al notiziario c’è il dibattito sul nuovo governo in fase di formazione. Se è vero che il conflitto a bassa intensità resta una costante del territorio, il processo politico di rappresentanza continua ad andare avanti, a singhiozzo, ma gli sforzi ci sono tutti. Le elezioni di maggio 2018, col conseguente riconteggio dovuto alle accuse per frode insieme all’insorgere di proteste di massa a Bassora contro la <strong>corruzione</strong>, hanno tuttavia portato alle nomine di <strong>Adil Abdul Mahdi</strong> e di <strong>Barham Salih</strong>, rispettivamente primo ministro e presidente della Repubblica d’Iraq, grazie alla conferma della Commissione elettorale.</p>

<p>Salih, di recente in visita anche in Italia, come Mahdi, vengono entrambi percepiti sia da Washington che Teheran, come figure di compromesso e inclini a promuovere il dialogo tra i vari partiti politici iracheni, avendo ricevuto il supporto sia della Coalizione Sairoon di al Sadr che dell’Alleanza Fatah di al Ameri, senza contare quello delle Nazioni Unite e della comunità internazionale.</p>
<p>Ora tocca però a <strong>Muqtada Sadr</strong>, leader della coalizione sciita al Sairoon, sostenuto dal Partito Comunista e vincitore di questa tornata, in collaborazione con l’ex ministro <strong>Hadi El Ameri</strong>, capo dell’Alleanza Fatah, arrivata invece in seconda posizione e con cui forma la maggioranza dei seggi del Parlamento, a dover sbloccare una situazione intricata che vede nominare e decadere tutta una serie di ministri considerati troppo legati al vecchio sistema politico (ne mancherebbero ancora due, Difesa e Interni, per chiudere la formazione del nuovo governo). Nessuno prima delle elezioni si aspettava così. Quell’uomo mite, col turbante nero e il volto giovane è riuscito a strutturare una lista con candidati slegati da qualsiasi logica tradizionale di partito e a pronunciare parole molto severe in campagna elettorale contro la corruzione endemica che attanaglia il Paese. Così Sadr ha poi sfruttato il fatto di essere membro di una delle famiglie più radicate, connesse e 28importanti della regione. Muqtada è figlio dell&#8217;ayatollah Mohammad Sadeq al Sadr, assassinato nel 1999 durante l’amministrazione Saddam Hussein, e cugino di <strong>Musa Sad</strong>r, una delle personalità più influenti della storia contemporanea legata allo Sciismo politico, nato a Qom (Iran), e catapultato in Libano per volontà dall’Ayatollah Al Hakim, il più anziano del clero di Najaf, col compito di riunificare la comunità sciita nel Paese dei Cedri e riportarla al centro della scena politica e sociale. Non a caso appena scoppiò la guerra civile nel 1975 riuscì a fondare Harakat al Mahrumin (Movimento dei diseredati) che progressivamente lasciò spazio ad Amal (Speranza), organizzazione politico-militare da cui nacque Hezbollah (Partito di Dio). Dietro al nome della famiglia Sadr dunque esiste un vero e proprio networking regionale e trans-nazionale che collega l’intero universo sciita dal Libano all’Iran passando dalla Siria e appunto anche dall’Iraq. Muqtada, forte della sua appartenenza “tribale”, è riuscito pertanto a conciliare una posizione politica fortemente nazionalista ostile a qualsiasi interferenza negli equilibri interni del Paese. A questo si aggiunge un passato da predicatore e guerriero. Nelle settimane successive all’invasione americana nel 2003, diede vita all’<strong>esercito del Mahdi</strong>, per lottare contro l’occupazione con attacchi mirati ad obiettivi militari della Coalizione occidentale, e di recente ha anche usato toni incendiari anche contro l’ingerenza iraniana negli affari politici iracheni.</p>

<p>A Baghdad, non lontano dalla “Green zone”, abbiamo incontrato nella sua abitazione, <strong>Jafar al Mussawi</strong>, portavoce di Muqtada Sadr, nonché chief prosecutor della Commissione giuridica che allora condannò a morte Saddam Hussein. “Muqtada Sadr è una persona serena, calma, che ascolta molto, soprattutto i suoi consiglieri – racconta in esclusiva per <em>Gli Occhi della Guerra</em> – lo conosco da diverso tempo, iniziammo a collaborare dopo la morte di Saddam Hussein, e oggi ci vediamo una o due volte a settimana per organizzare il lavoro. Lui è sempre con la penna in mano a prendere appunti, ma la cosa incredibile è la sua memoria, si ricorda tutto. Chiunque sia la persona di fronte a lui, povera o ricca, cittadino comune o meno, la affronta con la stessa calma e serietà”.</p>
<p>Muqtada Sadr, 44 anni, si è promesso di rompere con l’establishment del passato e affrontare i problemi reali del Paese senza filtri ideologici. La ricetta politica sembra quella di un tecno-populismo applicato ad una società in cui l’etno-confessionalismo torna sempre ad essere fattore di divisione. “L’Iraq è di tutti, cristiani, sciti, musulmani, yazidi, assiri, arabi e curdi, non esistono minoranze nel nostro Paese, siamo iracheni prima di tutto”, sottolinea Jafar al Mussawi. Non a caso nel programma di Sairoon le priorità sono il sistema delle infrastrutture, la lotta alla corruzione, la gestione del rientro degli sfollati interni ed esterni, la crisi idrica, infine, l’indipendenza nazionale. “Non è importante la vittoria elettorale, quello che conta per lui è la volontà popolare e il fatto che la sua voce venga ascoltata – spiega a <em>Gli Occhi della Guerra</em> il portavoce di Muqtada Sadr &#8211; mancano le infrastrutture primarie, manca l’acqua, l’elettricità, il lavoro, guarda la situazione a Bassora che è una delle regioni più ricche del Paese per via del petrolio! La gente protesta, queste sono le prime cose che faremo. Non sarà un governo politico ma concreto. In questo rappresentiamo la rottura con il passato, metteremo fine alla corruzione, perché i ladri sono nei partiti tradizionali. Molti ministri indicati sono stati squalificati perché troppo legati alla politica tradizionale, dobbiamo investire sulla gente del popolo, professionisti, scienziati, persone appartenenti alla società civile”.</p>

<p>Non a caso il Grande Ayatollah Ali al Sistani, guida politica e religiosa dell’Iraq, aveva invitato nel suo sermone del 4 maggio il popolo iracheno a non dare il proprio supporto a gruppi politici “che sono stati al potere in passato” e il cui operato si era macchiato di corruzione e sprechi di fondi pubblici. E successivamente, durante i sollevamenti di quest’estate proprio a Bassora, si era schierato dalla parte dei manifestanti criticando la classe dirigente irachena di mettere gli interessi personali e dei partiti di fronte a quelli del Paese ed intimandoli a formare al più presto un governo. “L’Ayatollah al Sistani non è contro di noi &#8211; ribadisce Al Mussawi &#8211; semplicemente ci osserva da lontano, approva e disapprova le nostre decisioni, nell’interesse nazionale”. Gli sciiti in Iraq, pur essendo la confessione maggioritaria e non rappresentando un blocco monolitico, sembrano aver superato definitivamente quella marginalizzazione legata agli anni dell’egemonia “baathista”. Ora con Muqtada Sadr, e il ritorno dei sermoni religiosi di Al Sistani, gli sciiti sono tornati alla ribalta e si stanno riprendendo tutto quello che gli era stato levato.</p>
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		<title>Il futuro del Paese si gioca nel Nord dove si affrontano curdi e turchi</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/futuro-del-paese-si-gioca-nel-nord-si-affrontano-curdi-turchi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 07:13:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Curdi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1695" height="932" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5.jpg 1695w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5-300x165.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5-768x422.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5-1024x563.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1695px) 100vw, 1695px" /></p>
<p>La sconfitta dei jihadisti nella Ghouta è andata di pari passo con la resa dell&#8217;Arabia Saudita che ha abbandonato progressivamente le fazioni terroristiche &#8211; in primis Jaish al Islam &#8211; assediate dall&#8217;Esercito Arabo Siriano nella periferia di Damasco. Ora il futuro della guerra e della diplomazia in Siria si gioca in quella parte settentrionale definita &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/futuro-del-paese-si-gioca-nel-nord-si-affrontano-curdi-turchi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1695" height="932" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5.jpg 1695w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5-300x165.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5-768x422.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Cattura-5-1024x563.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1695px) 100vw, 1695px" /></p><p>La sconfitta dei jihadisti nella Ghouta è andata di pari passo con la resa dell&#8217;Arabia Saudita che ha abbandonato progressivamente le fazioni terroristiche &#8211; in primis Jaish al Islam &#8211; assediate dall&#8217;Esercito Arabo Siriano nella periferia di Damasco. Ora il futuro della guerra e della diplomazia in Siria si gioca in quella parte settentrionale definita «Rojava» dai curdi e «Jazira» dal governo di Damasco, una regione complessa in cui convivono turkmeni e arabi in un territorio a maggioranza curda, spartita in zone di influenza tra turchi, americani, russi e iraniani. Tutti gli occhi sono puntati però sul cantone di Afrin dove le fazioni anti-Assad &#8211; in realtà ex combattenti dello Stato Islamico e di Jabhat al Nusra riciclati sotto la bandiera dell&#8217;Esercito Libero Siriano &#8211; sostenute da Erdogan e inquadrate nell&#8217;operazione «Ramoscello d&#8217;Olivo», conquistano terreno nel silenzio della comunità internazionale.</p>

<p>Lungo la strada che da Qamishli porta a Manbij, al confine con la Turchia, gli operai curdi a bordo dei trattori scavano trincee sotto gli occhi delle torrette di controllo del nuovo Sultanato disseminate sul muro di separazione costruito dopo lo scoppio della crisi dei rifugiati. «Questa volta non c&#8217;e nessuno scandalo mediatico come avvenne durante la resistenza di Kobane (a cavallo tra il 2014 e il 2015, ndr) perché i governi occidentali ci hanno sacrificati ancora una volta per compiacere il loro alleato Erdogan», lasciano intendere alcuni civili che partecipano alle manifestazioni in solidarietà di Afrin. Pare che l&#8217;obiettivo del governo di Ankara sia quello di pacificare la Siria attraverso i colloqui di Astana, preservando allo stesso tempo un conflitto a bassa intensità attraverso i gruppi terroristici che occupano Idlib (e che godrebbero della retrovia turca).</p>

<p>Dal canto suo la Russia non si pronuncia e sembra voler temporeggiare nella speranza che le autorità curde trovino un accordo con il governo siriano, con l&#8217;obiettivo di convincere i primi a espellere le basi statunitensi dal suo territorio &#8211; con l&#8217;intermediazione di Mosca &#8211; e diventare una regione autonoma integrata nello Stato siriano. Non è un caso che nei corridoi parlamentari a Damasco già si parli di una riforma costituzionale inclusiva nei confronti dei curdi: la Siria potrebbe trasformarsi in una Repubblica tout court cancellando la parola «Araba».</p>

<p>«Le negoziazioni sono già in corso», racconta in esclusiva a <em>Il Giornale</em> il sacerdote siriaco ortodosso di al Hassake. Al suo fianco, dentro la chiesa situata in territorio siriano, è seduto il suo migliore amico, Martin Tamrass, originario di Tal Jazira, che è stato rapito per un anno dai miliziani di Daesh insieme ai suoi tre figli, Josephine (22 anni), Tamrass (21) e Sharbel Joseph (16) e suo padre (86 anni). Martin, di confessione cristiana, faceva il falegname e si trovava assieme alla moglie lontano da casa per impegni di lavoro. Il 23 febbraio del 2015 conquistarono il villaggio e con loro si portarono via i suoi famigliari insieme a 97 abitanti di Tal Jazira. Pochi minuti prima aveva ricevuto una telefonata dalla primogenita in cui avvertiva l&#8217;arrivo dei pick up neri del Califfato così, dopo aver perso le tracce, si rimise in macchina da solo per consegnarsi ai rapitori. «Non potevo vivere senza di loro», racconta. Rimasero prigionieri in un bunker a Raqqa per un anno e vide la luce del sole in un&#8217;unica occasione: indossava una tuta arancione, in mezzo al deserto, con una telecamera di fronte e una uomo incappucciato e armato alle spalle. Chiedeva un riscatto in mondovisione di 6 milioni di dollari per la liberazione di tutti gli ostaggi. I traumi dell&#8217;occupazione sul volto di Martin Tamrass sono scolpiti anche sulle macerie di Deir Ezzor, tornata sotto il controllo dell&#8217;Esercito Arabo Siriano e dei suoi alleati, iraniani, afghani, russi, libanesi, che ora vegliano la città fantasma che si affaccia sull&#8217;Eufrate, accarezzando i kalashnikov ai checkpoint, in della fine del conflitto bellico.</p>
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		<title>Il muro cristiano di Mahardeh  che ha fermato gli assalti jihadisti</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/muro-cristiano-mahardeh-fermato-gli-assalti-jihadisti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2018 07:01:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Damasco]]></category>
		<category><![CDATA[Ribelli siriani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1115" height="742" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891.jpg 1115w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1115px) 100vw, 1115px" /></p>
<p>Da Mahardeh (Siria). L&#8217;enclave della Ghouta è caduta sotto i colpi, incessanti, dell&#8217;aviazione, mentre l&#8217;Esercito Arabo Siriano, insieme agli operatori della Mezzaluna Rossa, apriva i corridoi umanitari per far evacuare i civili e negoziare lo spostamento dei jihadisti verso Idlib. È in quella roccaforte, prima ancora che a Deraa, nella parte settentrionale, che si sta spostando &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/muro-cristiano-mahardeh-fermato-gli-assalti-jihadisti.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/muro-cristiano-mahardeh-fermato-gli-assalti-jihadisti.html">Il muro cristiano di Mahardeh  che ha fermato gli assalti jihadisti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1115" height="742" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891.jpg 1115w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7271891-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1115px) 100vw, 1115px" /></p><p><strong>Da Mahardeh (Siria)</strong>. L&#8217;enclave della Ghouta è caduta sotto i colpi, incessanti, dell&#8217;aviazione, mentre l&#8217;Esercito Arabo Siriano, insieme agli operatori della Mezzaluna Rossa, apriva i corridoi umanitari per far evacuare i civili e negoziare lo spostamento dei jihadisti verso Idlib. È in quella roccaforte, prima ancora che a Deraa, nella parte settentrionale, che si sta spostando la prima linea, e forse l&#8217;ultima, del conflitto siriano. I pullman verdi con dentro gli uomini, kalashnikov in spalla, circondano Damasco, attraversano Homs e Hama, per giungere a destinazione dove ad attenderli ci sono tutta una serie di fazioni, alcune finanziate dalla Turchia, altre dal Qatar, altre ancora dall&#8217;Arabia Saudita. I loro volti consumati da un assedio durato più di cinque anni si sporgono fuori dal finestrino, gli occhi fissano il vuoto, una Siria che probabilmente non rivedranno più. L&#8217;inferno non è finito.</p>
<p>Le città sulla linea del fronte sono state già avvertite, è ora di prepararsi alla battaglia finale. Tra queste, sopra una piccola collina, c&#8217;è quella cristiana di Mahardeh, diventata famosa in tutto il Paese per aver resistito fin dall&#8217;inizio del conflitto alle offensive dei jihadisti. Una vera e propria diga che in tutti questi anni ha bloccato l&#8217;avanzata dei combattenti di Jabhat al Nusra verso Damasco ed evitato il ricongiungimento geografico con la sacca di Hama. Ma la sua storia è strettamente collegata alla vita privata di Simon Alwakeel, il Generale. Senza di lui Mahardeh sarebbe caduta al primo attacco.</p>
<p>La sua casa si trova non lontano dal centro. Intorno i soldati fanno le ronde, i droni sorvegliano ogni passo. I jihadisti hanno stilato una lista degli uomini da uccidere il prima possibile e Simon Al Wakeel è in terza posizione, dopo il druso Issam Zahreddine che resistette per più di tre anni a Deir Ezzor circondato dai miliziani dello Stato Islamico e Suheil Al Hassan, il comandante delle Forze Tigre siriane pluridecorato al valore militare per non aver mai perso una sola battaglia. Il profilo del capo della difesa nazionale di Mahardeh non è tanto diverso da loro. Prima che cominciasse la guerra faceva il costruttore, era uno degli uomini più ricchi della città, poi nel 2012 rapirono il figlio Fahed che allora si trovava al nord di Aleppo per svolgere il servizio militare assieme ad altri 150 ragazzi. Ma i ribelli dell&#8217;Esercito Siriano Libero circondarono l&#8217;accademia e dopo sei mesi di resistenza i militari si arresero.</p>
<p>Fahed è accanto al padre nel salotto di casa, sul volto si leggono ancora le ferite traumatiche di quei giorni. «Eravamo assediati da cecchini e uomini armati, avevamo finito le sigarette, fumavamo il tè, mangiavamo l&#8217;erba racconta con lo sguardo basso e più il tempo passava più alcuni di noi morivano sotto il fuoco dei ribelli, ne abbiamo sotterrati una trentina in quei mesi». Quando si arresero, sapevano che tra loro c&#8217;era anche Fahed Alwakeel, il figlio di Simon. «Domandarono subito un milione di dollari per la mia liberazione, altrimenti mi avrebbero ammazzato», aggiunge. Simon Alwakeel è seduto accanto, ride. «Gli dissi che se gli avessero sfiorato un capello, li avrei uccisi con le mie mani, ma dopo 60 giorni di prigionia decisi di pagare per Fahed e per il suo migliore amico Salem, che nel frattempo era stato trasferito a Idlib». Salem, anche lui cristiano, conosceva le lingue tra cui il francese e l&#8217;italiano, così invece di tenerlo in carcere lo fecero lavorare per più di un mese con i giornalisti occidentali. «Già nel 2012 Idlib era diventata una roccaforte islamista, c&#8217;erano già combattenti stranieri &#8211; spiega il giovane -, io ero costretto a fare quello che mi ordinavano altrimenti mi avrebbero tagliato la gola. In quei giorni accompagnai principalmente giornalisti nordeuropei, i reportage duravano sì e no quattro ore, poi questi tagliavano la corda. Grazie a Dio Simon ci ha tirati fuori da quel postaccio».</p>
<p>Fu proprio quando la guerra arrivò alle porte di Mahardeh che il Generale decise di finanziare da solo la resistenza. «Prima della guerra giravo il mondo in business class, mai avrei pensato di ritrovarmi con una divisa a capo della difesa nazionale», esclama Simon. Nessuno si aspettava una reazione così decisa e positiva da parte dei cittadini. «Quando il pericolo incombe e il nemico ti minaccia, la reazione della gente può essere sorprendente, qui l&#8217;economia girava, le persone vivevano bene, avevano tutte le libertà che la Siria tutela. Temevano che gli abitanti ci avrebbero considerati dei matti e che avrebbero preferito fuggire. Invece tutti hanno appoggiato la resistenza», racconta in esclusiva a Il Giornale Simon Al Wakeel. Ciò che colpisce di quest&#8217;uomo è l&#8217;umiltà. «Sarei potuto andarmene via dalla Siria, portarmi tutti i miei soldi all&#8217;estero, invece ho deciso di rimanere per difendere la mia famiglia, la mia comunità, la mia patria, e ti dirò, da quando non ho più soldi in banca sono un uomo felice». Prima che scoppiasse la guerra aveva un tumore, pagò le cure e iniziò la chemioterapia. «Più il tempo passava più il mio corpo si affaticava, ricordo che non riuscivo nemmeno a fare una passeggiata. Poi, da quando ho indossato questa divisa è cambiato tutto, non chiedermi perché, non so darti spiegazioni, ma sono guarito». Simon ha partecipato a tutte le operazioni militari di Mahardeh tanto che ha nove pallottole in corpo. I suoi uomini lo chiamano «il miracolato». Più volte hanno provato ad ammazzarlo imbottendo di esplosivi la sua auto, eppure è sempre riuscito a scamparla. «Non credevo in Dio, ricordo che mia moglie mi trascinava di forza a messa la domenica. Ora ringrazio Dio ogni giorno, è Lui che mi tiene in vita, assieme a questa maledetta guerra».</p>
<p>Il Generale Al Wakeel ha conquistato il rispetto di tutti in Siria, persino all&#8217;estero. «I russi qui si coordinano con noi prima di ogni operazione, senza il nostro consenso non agiscono, ci chiamiamo sadiq (amico, ndr), beviamo il tè assieme». E poi ci sono gli iraniani. Qasem Soleiman, il comandante delle Brigate al Quds &#8211; i reparti speciali dei Pasdaran iraniani &#8211; un giorno si è presentato a casa sua perché voleva conoscerlo di persona e stringergli la mano. «Quando lo vidi arrivare rimasi sorpreso, quasi non ci credevo, era accompagnato da altre persone». Soleiman rimase a casa di Simon per più di quattro ore, si felicitò per il suo operato sul campo e poi scomparve nel nulla. «Non bevve tè, né caffè, non fumò nemmeno una sigaretta, mi ascoltò con attenzione, mi ringraziò e disse che avrebbe partecipato alla resistenza in qualsiasi modo». Qualche settimana dopo dei suoi delegati ritornarono per firmare un&#8217;intesa: i soldati cristiani di Mahardeh sarebbero stati addestrati in Iran dai Pasdaran. Sulla prima linea della città tutti i responsabili delle postazioni militari sono stati lì. Tra questi c&#8217;è il comandante Georges, 40 anni, una croce tatuata sul braccio.</p>
<p>«Il supporto che ricevemmo fu provvidenziale, nei primi tempi la situazione era tragica, eravamo abbandonati a noi stessi perché il governo non riusciva a tenere tutti i fronti, poi molti di noi non avevano mai combattuto tantomeno svolto il servizio militare &#8211; racconta a Il Giornale così ci vennero a prendere in aereo e ci portarono a Teheran. Noi eravamo cristiani, loro sciiti, ma c&#8217;era un rispetto reciproco, la fede ci univa contro lo stesso nemico». In questa internazionale anti-jihadista a Mahardeh ci sono anche i francesi dell&#8217;associazione SOS Chrétiens d&#8217;Orient. «Abbiamo appena finito di ricostruire una scuola che consente a più di cento bambini di avere un luogo sicuro dove studiare, e sosteniamo economicamente l&#8217;unità di soccorso della città, un progetto straordinario di cui non sentirete parlare in Occidente», spiega Alexandre Goodarzy, capo della missione. In effetti è piuttosto interessante.</p>
<p>Intanto dall&#8217;alto della collina, sulla prima linea, già si intravedono le colonne verdi dei pullman che si dirigono verso Idlib. Georges poggia il binocolo, accarezza il kalashnikov, sorride: «Non vedevamo l&#8217;ora che arrivassero vero Generale Simon?».</p>
<p>Foto di François Thomas</p>
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		<title>La forza che muove migliaia di pellegrini</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/la-forza-muove-migliaia-pellegrini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2017 07:39:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sciiti]]></category>
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<p>Quella che lo studioso irano-americano Vali Reza Nasr ha definito «The Shia Revival» in un saggio profetico apparso nel 2006, si manifesta nella geopolitica della «rivincita», con i successi militari e diplomatici della Repubblica Islamica dell&#8217;Iran e dei suoi alleati siro-iracheni, come nelle piazze di tutto l&#8217;universo sciita nel giorno dell&#8217;Ashura nel ricordo di Hussein, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/la-forza-muove-migliaia-pellegrini.html">[...]</a></p>
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<p>E se oggi i sunniti considerano l&#8217;Ashura come l&#8217;esaltazione di una scissione che ha indebolito l&#8217;Islam, gli sciiti l&#8217;hanno trasformata in una mobilitazione planetaria contro l&#8217;ingiustizia. «Kullu yaumin Ashura, kullu ardhin Karbala», «ogni giorno è Ashura, ogni terra è Karbala», recita il motto di questa cerimonia. È col martirio di Hussein che si consolida la fitna, il grande litigio, tra sciiti e sunniti. Quell&#8217;uomo carismatico rappresentato dall&#8217;iconografia con un copricapo verde, la barba folta, in sella ad un cavallo bianco, adorato da tutti i fedeli per la sua tenacia e quello spirito di ribellione nei confronti di un Califfato oppressore, considerato peraltro il responsabile dell&#8217;assassinio di suo padre Alì (primo Imam dello sciismo, genero del profeta Maometto ed emiro dei credenti). Il Signore dei Martiri &#8211; questo è l&#8217;appellativo di Hussein &#8211; decise dunque di partire insieme ai suoi seguaci ed alcuni familiari, tra cui donne e bambini, per liberare Karbala. Improvvisamente quando da Damasco si venne a sapere che la rivolta degli «alidi» sarà repressa col sangue da un esercito di 4mila soldati mandati dal Califfo Yazid (oggi nessun sciita chiama il proprio figlio con questo nome proprio), gli abitanti di Karbala si rifugiarono in casa e non uscirono in soccorso di Hussein, lasciandolo così ad un tragico destino che lui stesso in fin dei conti scelse volontariamente. La battaglia si concluse con la tortura e la morte di tutti i suoi fedelissimi, ad eccezione di Zayn, rimasto sotto una tenda perché malato, mentre la sua testa fu mozzata e portata trionfalmente nell&#8217;attuale capitale siriana dove oggi sorge la Grande Moschea Omayyade. La commemorazione dell&#8217;Ashura serve proprio a mettere indietro le lancette del tempo ed espiare la colpa di aver tradito il figlio di Fatima sacrificatosi per un&#8217;intera comunità religiosa che oggi vendica secoli di persecuzioni. Oggi il centro più importante delle celebrazioni è ovviamente Karbala, dove si svolge anche il pellegrinaggio dell&#8217;Arbain che ormai ha assunto proporzioni tali da rivaleggiare con l&#8217;Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell&#8217;islam &#8211; esattamente quaranta giorni dopo la ricorrenza del massacro. Tuttavia esistono altrettante città dove l&#8217;Ashura ha una forza simbolica devastante. Una di queste è appunto Beirut.</p>

<p>Metropoli multiconfessionale e dalle mille sfaccettature che vede i locali scintillanti del Viale degli Armeni ad Ashrafieh frequentati da giovani libanesi cristiani intersecarsi con i quartieri sciiti dove invece, una volta l&#8217;anno, decine di migliaia di persone si riversano nelle strade per celebrare l&#8217;Ashura. Tutto è iniziato a Dahieh, la sera del 30 settembre. È buio pesto, solo le moschee brillano di una luce verde al neon. Verso ora di cena una fiumana di persone si dirige in fila verso la piazza principale. I carri armati dell&#8217;esercito libanese sono disseminati su tutti viali che conducono all&#8217;epicentro della cerimonia. I controlli ai checkpoint sono interminabili.</p>
<p>Il 16 ottobre 1983, in piena guerra civile, un convoglio dell&#8217;esercito israeliano si infiltrò tra i fedeli, e secondo il racconto del giornalista Robert Fisk ne Il martirio di una nazione fu riconosciuto e preso d&#8217;assalto dalla folla. Questa volta invece si teme l&#8217;ennesimo attentato su ordine di Daesh contro la comunità sciita. Il sedicente Califfo Abu Bakr al Baghdadi ha già colpito altre volte e già dal 2012 aveva minacciato di punire «i traditori dell&#8217;Islam» con la presa delle due città sante, Kerbala e Najaf. Del resto lo stesso predecessore Abu Musab Al Zarqawi quando era capo di «Al Qaeda in Iraq» prese di mira in diverse occasioni gli sciiti con stragi ed attentati fino a portare l&#8217;Iraq ad un passo dalla guerra civile.</p>

<p>In piazza i partiti maggioritari sciiti Hezbollah e Amal hanno organizzato un sistema di sicurezza perfetto. Tutto è controllato dagli uomini muniti di walkie talkie e kalashnikov. Ad attendere i fedeli c&#8217;è un maxi schermo che ad un certo punto proietterà il discorso del leader Hassan Nasrallah. Solo pochi minuti perché all&#8217;alba dell&#8217;indomani, domenica primo ottobre, c&#8217;è la grande cerimonia di chiusura con la parata nazionale sciita ad Haret Hreik, il celebre quartiere nella periferia Sud di Beirut bombardato a tappeto nel 2006 dall&#8217;aviazione israeliana, poi ricostruito in pochi anni dalla compagnia privata Wa&#8217;d, in arabo, «la promessa». Alle 6 del mattino già arrivano i primi pullman dai villaggi situati a Sud del Libano e nella Valle della Bekaa.</p>
<p>Bastano poche ore che già l&#8217;intero vialone che dalla moschea Qazem conduce alla piazza dove un altro maxi-schermo proietterà in diretta il discorso finale dell&#8217;Ashura, è già invaso da centinaia di migliaia di pellegrini. Gli sciiti saranno anche una minoranza ma nessuno oggi sembra avere questa capacità di mobilitazione popolare. Le ideologie sono tutt&#8217;altro che morte.</p>

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		<title>Così il Front National vuole riconquistare la classe media</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cosi-front-national-vuole-riconquistare-la-classe-media.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2017 14:25:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1089" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134-300x218.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134-768x558.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134-1024x743.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La politica non è una scienza ma la sociologia elettorale rimane uno strumento efficacissimo per comprendere le sue dinamiche. Tra i dati più importanti che emergono dai risultati del primo turno c’è quello legato all’orientamento religioso dei votanti. Secondo un’inchiesta dell’Ifop per il settimanale Pélerin François Fillon (Les Républicains) sarebbe arrivato in testa con il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cosi-front-national-vuole-riconquistare-la-classe-media.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1089" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134-300x218.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134-768x558.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/LAPRESSE_20170423132748_22885134-1024x743.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La politica non è una scienza ma la sociologia elettorale rimane uno strumento efficacissimo per comprendere le sue dinamiche. Tra i dati più importanti che emergono dai risultati del primo turno c’è quello legato all’orientamento religioso dei votanti. Secondo un’inchiesta dell’Ifop per il settimanale <em>Pélerin</em> François Fillon (<em>Les Républicains</em>) sarebbe arrivato in testa con il 28 per cento tra i cattolici (praticanti e non), seguito da Emmanuel Macron (<em>En Marche</em>) e Marine Le Pen (<em>Front National</em>) al 22, ed infine da Jean Luc Mélenchon (<em>Parti de Gauche</em>) al 14 per cento. In vista del ballottaggio tutta la partita potrebbe giocarsi nel campo conservatore. Dopo una campagna elettorale prevalentemente “socialista” che ha permesso ai sovranisti di diventare il primo partito tra i ceti produttivi (operai, artigiani, agricoltori) ora l’obiettivo è quello di riconquistare la fiducia della classe media (e borghese nei valori) più attenta al tema dell’identità.L’operazione politica è cominciata lunedì sera negli studi televisivi di <em>France 2 </em>dove Marine Le Pen ha annunciato di mettersi in congedo dalla presidenza del<em> Front National</em>. “Non sono più la presidentesarò al di sopra delle considerazioni di parte &#8211; ha dichiarato &#8211; penso che ci avviciniamo al momento decisivo. Ho sempre pensato che il presidente della Repubblica è il presidente di tutti i francesi e deve riunire tutti i francesi. Ma bisogna passare dalle parole ai fatti”.Dopo un discorso riconciliante verso tutti gli elettori ha sfondato il muro di vetro che la separa dal candidato François Fillon. “Ci sono in corso contatti con i rappresentanti dei <em>Les Républicains</em> &#8211; ha annunciato rispondendo ad una domanda in vista del ballottaggio del 7 maggio &#8211; non c’è unanimità, ci sono molti quadri del partito che non capiscono la posizione del loro candidato e c’è ancora meno unanimità tra i loro elettori. Durante tutto il primo turno, François Fillon ha detto che Emmanuel Macron era un piccolo Hollande e ora chiede esplicitamente che si voti per lu”.Marine Le Pen sembra aver capito che parlare solo di economia (uscita dall’euro, protezionismo, re-industrializzazione del Paese) vuol dire entrare nel terreno preferito del suo diretto avversario Emmanuel Macron, ex banchiere, ex ministro delle Finanze, che tra tra le altre cose gode del sostengo dell’intero sistema finanziario nazionale ed europeo. Ecco che l’offensiva del <em>Front National</em> si sta progressivamente spostando sul campo di battaglia dei valori della Francia profonda. Quella Francia profonda che fu sedotta nel 2007 dai grandi discorsi di Nicolas Sarkozy sull’identità francese dettati dal suo consigliere-intellettuale Patrick Buisson.Per forzare questo cambio di passo Marine Le Pen ha bisogno della massima esposizione mediatica della nipote Marion Marechal, 27 anni, volto più conservatore e identitario del <em>Front National</em>. Il suo appoggio non è venuto a mancare e la giovane deputata sta già lavorando in questa direzione non a caso la prima intervista all’indomani dei risultati del primo turno elettorale in cui ha definito Emmanuel Macron “un pericolo per la civiltà” è stata rilasciata alla rivista <em>Famille Chrétienne</em>. Marion Maréchal ha rimarcato le posizioni del <em>Front National</em> contro l’eutanasia, per l’abrogazione dei matrimoni omosessuali, contro la maternità surrogata, invitando i cattolici di tutti gli schieramenti, in particolare quelli di François Fillon, a dare il proprio voto ai sovranisti.Questa “transizione identitaria” è stata già accolta con favore da Christine Boutin, una delle massime esponenti dell’universo cattolico francese che ha lanciato un appello agli elettori repubblicani: “votare Le Pen non vuol dire aderire al Front National ma indebolire Emmanuel Macron, un voto rivoluzionario può essere la risposta” ha scritto sul suo profilo <em>Twitter</em>. Ora il prossimo obiettivo è quello di convincere tutto il mondo – di destra e di sinistra &#8211; che ruota intorno alla <em>Manif pour Tous,</em> quel movimento di dimensioni gigantesce nato per contrastare la legge gay-friendly di Madame Taubira.</p>
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		<title>La vittoria di Marine Le Pen</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Apr 2017 21:31:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Front National]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/GETTY_20170423215513_22890831.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/GETTY_20170423215513_22890831.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/GETTY_20170423215513_22890831-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/GETTY_20170423215513_22890831-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/GETTY_20170423215513_22890831-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
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