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	<title>Sara Belligoni Archives - InsideOver</title>
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	<title>Sara Belligoni Archives - InsideOver</title>
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		<title>La terra di mezzo che resiste a Isis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2016 09:52:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
		<category><![CDATA[Peshmerga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="740" height="408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/ypg.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/ypg.jpg 740w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/ypg-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></p>
<p>È di pochi giorni fa la notizia degli scontri avvenuti nella città di Qāmishlī nel nord-est della Siria, tra la polizia curda delle People’s Protection Forces (YPG) e i guerriglieri che appoggiano il regime siriano di Bashir al Assad. Questa zona, appartenente al distretto amministrativo dello Jazira, a sua volta parte del territorio del Rojava, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-terra-di-mezzo-che-resiste-a-isis.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="740" height="408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/ypg.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/ypg.jpg 740w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/ypg-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></p><p>È di pochi giorni fa la notizia degli <strong>scontri avvenuti nella città di Qāmishlī</strong> nel nord-est della Siria, tra la polizia curda delle<em> People’s Protection Forces (YPG)</em> e i guerriglieri che appoggiano il regime siriano di Bashir al Assad. Questa zona, appartenente al distretto amministrativo dello Jazira, a sua volta parte del territorio del Rojava, venne liberata dalle forze vicine ad Assad, le quali vi detengono ancora oggi alcuni posti di blocco.Il fronte siriano non è l’unico a “preoccupare” i curdi. Attorno alla metà di aprile, infatti, <strong>la Turchia aprì il fuoco attorno alla città di Kobane</strong>, nel centro-nord della Siria, nota alle cronache per la resistenza dei Peshmerga (i guerriglieri del Kurdistan iracheno) che ripresero la città all’ISIS il 26 gennaio 2015. Un retaggio storico significativo è proprio quello che i curdi hanno<strong> con la Turchia</strong>, i cui rapporti si incrinarono sin dai tempi del Trattato di Losanna (1923) che tradì le aspettative per un Kurdistan indipendente dato che l’Occidente negoziò la pace con la Turchia kemalista senza dare alcuna voce al popolo curdo, il quale fondava le proprie speranze su quel principio di autodeterminazione dei popoli che il Trattato di Sèvres aveva invocato appena tre anni prima.<strong>Il Kurdistan, che è quindi una Nazione ma non uno Stato indipendente</strong>, sembra essere stretto in una morsa che vede protagonisti quegli stati quali la Turchia, l’Iraq, la Siria, l’Iran e l’Armenia che non solo trattano la “questione curda” in maniera differente ma, soprattutto, si inseriscono in una più complessa dinamica rappresentata dalla divisione interna alla minoranza stessa. Sappiamo infatti come in Iraq vi sia la regione federale del <strong>Kurdistan iracheno</strong>, la quale gode di una certa autonomia politica dal 2003, anno in cui cadde Saddam Hussein. I <strong>curdi siriani</strong>, che hanno visto riconoscersi una flebile autonomia politica in occasione della guerra civile, non vedono di buon occhio quelli iracheni, provocando così ulteriori frazionamenti interni che indeboliscono eventuali richieste di indipendenza, piuttosto che di maggiore autonomia, per l’intero popolo curdo.Lo scorso 3 maggio, i Peshmerga curdi si sono resi protagonisti di un’operazione atta ad indebolire le postazioni dell’ISIS attorno alla città di Mosul, nel nord dell’Iraq, considerata roccaforte dei terroristi. Nell’<strong>operazione di Tel Skuf </strong>sarebbero rimasti uccisi oltre 100 jihadisti dell’ISIS e circa 75 guerriglieri curdi, oltre ad un consigliere militare delle forze statunitensi, le quali hanno bombardato l’area a nord di Mosul colpendo diverse postazioni dell’ISIS. Le tensioni attorno a quest’area perdurano ed hanno imposto la decisione di inviare circa <strong>450 militari italiani</strong> a protezione della Diga di Mosul dove la Società Trevi, di Cesena, è intenta a compiere lavori di rimessa in sicurezza.Se sul fronte iracheno della lotta all’ISIS i Peshmerga curdi sono considerati una resistenza imprescindibile per la protezione di diverse aree nel nord dell’Iraq, <strong>in Turchia</strong>, nella stessa giornata in cui si registrò l’operazione di Tel Skuf, le <strong>tensioni in Parlamento</strong> sfociarono in una vera e propria rissa. Il motivo? Il Partito Democratico del Popolo (HDP), vicino alla minoranza curda, contesta la legge che vorrebbe revocare l’immunità per i parlamentari, voluta dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), il che imporrebbe la necessità di perseguire quelli aventi un presunto sostegno al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) considerato fuorilegge.È chiara quindi  la presenza di numerose sfaccettature alla questione curda e la diversità con la quale tale minoranza è “trattata” nei diversi territori in cui si trova a vivere come Nazione, ma non come Stato indipendente.</p>
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		<title>Burundi, il genocidio di cui non si parla</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/burundi-il-genocidio-di-cui-non-si-parla.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2016 13:48:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="620" height="445" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/burundi-politics.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/burundi-politics.jpg 620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/burundi-politics-300x215.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p>Sono oramai decenni che i destini di Burundi e Rwanda si intrecciano attorno alle violenze che hanno coinvolto gli Hutu e i Tutsi. Flagellato dal genocidio del 1994, il Rwanda ha provocato l’esodo di migliaia di profughi verso il Burundi, dinamica che oggi sembra essersi rovesciata, ma che comunque si ripete da anni.Questa storia si &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/burundi-il-genocidio-di-cui-non-si-parla.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="620" height="445" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/burundi-politics.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/burundi-politics.jpg 620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/burundi-politics-300x215.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p><p>Sono oramai decenni che i destini di Burundi e Rwanda si intrecciano attorno alle violenze che hanno coinvolto gli Hutu e i Tutsi. Flagellato dal genocidio del 1994, il Rwanda ha provocato l’esodo di migliaia di profughi verso il Burundi, dinamica che oggi sembra essersi rovesciata, ma che comunque si ripete da anni.Questa storia si ripete perché il Burundi, come il Rwanda, ha visto una lotta intestina tra Hutu e Tutsi, che è ben lontana dall’essere risolta. L’apice delle violenze che oggi stanno caratterizzando la quotidianità burundese deriva dalle elezioni presidenziali dello scorso luglio in cui, per la terza volta consecutiva, è stato confermato Pierre Nkurunziza, al potere dal 2005 e che, molto probabilmente, vi rimarrà sino al 2020.Undici anni fa, Nkurunziza venne eletto dal Parlamento per guidare quella che sarebbe dovuta essere la rinascita democratica del Paese, spinta sotto la luce dei dialoghi tra Hutu e Tutsi, come tra l’altro richiesto dagli Accordi di Arusha raggiunti in Tanzania nell’estate del 2000. Questi ultimi, volevano un’alternanza al potere per i primi tre anni dal loro raggiungimento, in cui, 18 mesi avrebbero visto una presidenza Tutsi ed altrettanti una presidenza Hutu: non solo, essi auspicavano ad una medesima alternanza anche a seguire, data da un massimo di due mandati consecutivi dello stesso presidente appartenente alla stessa etnia. Il terzo mandato di Nkurunziza quindi, non ha lasciato adito alle polemiche sin dalla sua candidatura annunciata nell’aprile del 2015.È da questo momento che le violenze sono scoppiate nuovamente e si sono inasprite quando la stessa Corte Suprema avallò il terzo mandato di Nkurunziza come legittimo in quanto il primo non era da considerarsi rientrante nella casistica voluta dagli Accordi di Arusha, perché eletto dal Parlamento e non dal popolo. Le elezioni di luglio si svolsero in un clima di tensione: la stessa Missione di Osservazione Elettorale delle Nazioni Unite sottolineò la mancanza di libertà e trasparenza. Oltre 12.000 persone fuggirono verso Rwanda, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania.La situazione è quindi critica e, nel disinteresse internazionale, le violenze lasciano presagire una situazione molto vicina a quella del Rwanda di ventidue anni fa. Le violenze, gli omicidi e le denunce dei familiari delle persone uccise non bastano affinché si accendano i riflettori su questo piccolo Paese africano.È per questi motivi, e per la completa sfiducia verso le istituzioni e la Procura della Repubblica del Burundi, che le famiglie delle vittime grazie anche ad un gruppo di avvocati che si sono messi a loro disposizione, intendono presentare prove e memorie dinanzi la Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja, nonostante la Procura burundese continui a chiedere di presentare tali denunce prima ad essa e poi, eventualmente, alla CPI. Tale richiesta non è stata presa in considerazione dalle famiglie delle vittime che sono infatti pronte ad appellarsi all’organismo internazionale denunciando tali crimini.È di pochi giorni fa la notizia che nella capitale Bujumbura le tensioni non accennano ad arrestarsi: non solo violenze contro i civili, ma anche attacchi verso i rappresentanti del governo. È chiaro quindi che non solo è necessario far conoscere quanto stia accadendo ma, soprattutto, è necessario che la comunità internazionale prenda le opportune misure, come ad esempio rafforzare la presenza delle Nazioni Unite nel Paese, con una task-force in grado di vigilare al fianco della Polizia locale, evitando altresì voci sui soprusi che la stessa starebbe commettendo ai danni dei cittadini.</p>
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