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	<title>Roberto Pellegrino Archives - InsideOver</title>
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	<title>Roberto Pellegrino Archives - InsideOver</title>
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		<title>Addio spaccio e illegalità Fioriscono i cannabis club</title>
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		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Aug 2018 09:16:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cannabis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna1-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>S e chiedi informazioni per la arrivarci, la gente del quartiere ti guarda come se avessi chiesto la strada per l’armeria di fucili Stupore, sospetto e teste che dicono no. Eppure i Cannabis Social Club (CSC) nella città di Antoni Gaudí sono una realtà, un grande successo tra gli amanti dell’erba legale. Dopo l’esempio catalano, hanno aperto a Madrid, Bilbao, Salamanca, Valencia e nelle isole ingolfate di turisti. Sono centri ricreativi gestiti da soci che possono consumare per uso ludico e terapeutico, liberamente marijuana e hascisc. Sono sorti, moltiplicandosi nel vuoto legislativo, sia del governo centrale di Madrid che di quello delle comunità . Ma per molti spagnoli la percezione dei CSC è confusa, spesso sbagliata. Nei club non si va per sballarsi, per quello ogni maggiorenne può comprare una bottiglia di whiskey o una collezione di pastiglie a base di anfetamina illegalmente per strada. Gli utilizzatori dei CSC non cercano lo sballo, sono trentenni, quarantenni e cinquantenni, alcuni sposati, con una cultura medio alta e nessun precedente penale. Non è facile trovarli, nemmeno quando ti hanno spiegato bene la strada. Non hanno insegne, né nomi sul campanello, da fuori sembrano negozi dismessi. Alcuni sono camuffati all’interno di centri commerciali o piazze turistiche. Pochi fanno pubblicizzano il club, meglio il passa-parola. Meglio navigare nella tra il pulviscolo del «non so». Poi, quando ci entri, comprendi perché non sono e non potrebbero essere luoghi oscuri ubicati in malfamate periferie col rischio di essere rapinati dallo stesso spacciatore che ti vende il fumo. Nulla di questo. Nel Caval, quartiere multietnico con una forte impronta araba, al secondo piano, senza ascensore, un appartamento dei primi del Novecento è un club dove fumare in tranquillità. Volti accoglienti, luci soffuse, aria condizionata non aggressiva. Il socio mostra la tessera ed entra, al giornalista è concesso di guardare, ma non toccare. Attorno ambienti confortevoli, divani abbondanti, tavolini puliti con posaceneri, scaffali carichi di tanti libri in materia, ma anche di viaggi. Un tv da 40 pollici e tanti dvd («Qualche socio viene anche soltanto per vedersi un film»). In un angolino, persino un frigorifero con bibite a base di aloe a marijuana. Nell’aria il brano, molto distensivo, Put it on di Bob Marley. I soci sorridono, hanno varie età, tra i trent’anni e i cinquanta, accomunati dalla voglia di fumarsi uno spinello in tutta calma, lontano da occhi indiscreti. Le regole? Poche, ma semplici: ogni socio deve avere almeno 21 anni, deve risiedere in città, avere un lavoro, e pagare una quota annua che copre le spese di mantenimento del club e di produzione della marijuana da utilizzare tra soci. Cifra che va dai 20 ai 60 euro al mese e che garantisce una certa quantità annuale di erba a scelta da fumare o custodire, soltanto nel club. Vietato regalarla o venderla, dentro e fuori l’associazione, vietato aprire ai turisti o a chi vuole solo provare e non è un abituale. Ogni violazione comporta l’espulsione dal club e, qualche volta, la denuncia alle autorità. A pochi passi dalle ramblas degli sanguinosi attentati islamisti, dal 2006 c’è un altro club, con qualche italiano. «Dodici anni fa eravamo sette amici, tutti abituali fumatori di cannabis», spiega uno dei soci fondatori. «Volevamo un luogo tranquillo e intimo dove farci un porro (uno spinello, ndr), ma soprattutto avevamo il desiderio di produrre noi stessi la marijuana, perché stanchi di erba troppo costosa e di cattiva qualità. Oggi siamo quasi mille soci che coltivano e consumano un ottimo prodotto naturale a un costo trasparente. Abbiamo una lista di attesa lunghissima per i nuovi iscritti e al momento diamo priorità a chi è in terapia». Anche qui c’è un ambiente caldo e famigliare, pulito, da circolo privato. Divani per rilassarsi, tavolini con carte da gioco, una macchinetta del caffè. «C’è chi viene anche per lavorare al computer, per leggere un romanzo, fare due chiacchiere. Qui si fa un uso responsabile, la quantità è modica per tutti. Il costo annuale dell’abbonamento varia tra i club, la «consumazione», il prezzo dell’erba, va dai 6 ai 9 euro al grammo, mentre per quanto riguarda l’hashish si trovano estratti di tutte le qualità e di tutti i prezzi. Nella quasi totalità dei club visitati, non è mai successo nulla di illegale. Nemmeno una lamentela dei vicini per chiasso. Si cerca di non attirare troppo l’attenzione. A Barceloneta, ex quartiere di pescatori, ora ci sono gli hipster. «Sono molti i turisti che vogliono iscriversi, ma a tutti diciamo “no”. Se fosse permesso, Barcellona diventerebbe come Amsterdam», spiega Josep, biologo marino. «Se vendi ai turisti, il Comune ti chiude. Ne ha chiusi una ventina in pochi anni». E anche se «In Spagna c’è “il fai da te”», ricorda Paolo, designer, «con tre soci apri “l’asociación cannabica”, paghi la tassa comunale, ti registri all’agenzia delle entrate che vede gli iscritti, il bilancio e i libri contabili… in Italia c’è l’uso terapeutico, ma il consumo è limitato e clandestino che, regolarizzato, cancellerebbe lo spaccio».</p>

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		<title>Fragile, rischioso e stretto. I guai del nuovo Canale di Panama</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/fragile-rischioso-stretto-guai-del-canale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Aug 2018 07:20:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1295" height="677" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268.jpg 1295w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268-768x401.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268-1024x535.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1295px) 100vw, 1295px" /></p>
<p>Hijos de p&#8230;! Hijos de p&#8230;! Il presidente Juan Carlos Varela ha un diavolo per capello. A Las Garzas, lo splendido palazzo in stile coloniale, lo hanno sentito urlare, mentre picchiava sulla stessa scrivania, occupata 35 anni prima da cara de piña Noriega. Colpa del New York Times che ha ficcato il naso nella mastodontica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/fragile-rischioso-stretto-guai-del-canale.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1295" height="677" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268.jpg 1295w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268-768x401.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7305268-1024x535.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1295px) 100vw, 1295px" /></p><p><em>Hijos de p&#8230;! Hijos de p&#8230;!</em> Il presidente Juan Carlos Varela ha un diavolo per capello. A Las Garzas, lo splendido palazzo in stile coloniale, lo hanno sentito urlare, mentre picchiava sulla stessa scrivania, occupata 35 anni prima da cara de piña Noriega. Colpa del New York Times che ha ficcato il naso nella mastodontica opera che per i panamensi rimane l&#8217;orgoglio del Paese: il Canale di Panama.</p>
<p>Per il quotidiano americano, il Canal avrebbe un futuro alquanto incerto a causa dell&#8217;ampliamento del 2016. Il terzo corridoio non soddisferebbe «i minimi standard di sicurezza per la qualità delle infrastrutture e la resa economica». Inoltre, «non dispone d&#8217;acqua sufficiente, non garantisce la solidità nelle sue costruzioni in cemento armato e non ha chiuse abbastanza grandi da permettere il passaggio in sicurezza delle navi più ingombranti che spesso devono alleggerire il carico», scrive il New York Times, basandosi su decine d&#8217;interviste a lavoratori ed esperti e su documenti pubblici e secretati.</p>

<p>Il Canal è l&#8217;opera idraulica artificiale che spezza in due continenti l&#8217;America del Nord e e quella del Sud. Permette alle navi commerciali di lasciarsi l&#8217;Atlantico alle spalle per entrare nel Pacifico, attraversando un istmo d&#8217;acqua dolce di lago e salata di oceano per poi navigare gli 81 chilometri del canale realizzato nel 1914 dal genio militare americano del colonnello Gothal. Le opere durarono sette anni, sotto la protezione e pressione della Casa Bianca di Roosevelt che causò una rivolta popolare, pur di realizzare il ciclopico progetto, affittarne il prezioso usufrutto, e affrancare Panama dalla Colombia. Il canale è profondo 12 metri ed è largo tra i 240 e i 300 metri nel lago Gatún, mentre va dai 90 ai 150 nel tratto del taglio della Culebra. La sua capacità dipende dalla grandezza delle chiuse di accesso che permettono il transito. Nel 2009 furono avviati i lavori d&#8217;espansione del «Post Panamax» per aggiungere una terza corsia e creare due nuove chiuse, ognuna con tre camere: una sul lato dell&#8217;Atlantico e l&#8217;altra del Pacifico. Le chiuse avrebbero dovuto permettere in due ore il sollevamento delle navi dal livello degli oceani al lago Gatún dell&#8217;istmo. Ognuna delle camere, che formano le chiuse, doveva essere larga 55 metri, lunga 426 e profonda dai 23 ai 33 metri, con un sistema di paratie scorrevoli in senso orizzontale per superare il dislivello di 27 metri tra gli oceani e il lago.</p>
<p>L&#8217;appalto fu vinto dalla Gupc con l&#8217;offerta più bassa, ma anche finanziariamente più fragile: 3,12 miliardi di dollari, molto inferiore persino a quanto indicato dall&#8217;Autorità del Canale di Panama (Acp). Nel consorzio vincitore c&#8217;erano l&#8217;italiana Salini-Impregilo, la belga Jan De Nul, la panamense Constructora Urbana e la spagnola Sacyr Vallehermoso che sono attualmente in causa col Governo panamense per riscuotere parte della commessa. Un dirigente della Bechtel, impresa uscita perdente, dichiarò che per quell&#8217;importo la Sacyr «non poteva nemmeno versare il calcestruzzo». Nel 2009 Varela, all&#8217;epoca vicepresidente, confidò all&#8217;ambasciatrice americana: «Se c&#8217;è un&#8217;offerta di un miliardo inferiore alla seconda, qualcosa non va».</p>

<p>Il calcestruzzo impiegato per le strutture delle enormi chiuse, sempre secondo il quotidiano newyorkese, è stato definito da un&#8217;analisi dell&#8217;assicurazione della casa costruttrice «di qualità bassa». Per la spesa del calcestruzzo, infatti, il consorzio sborsò una cifra inferiore del 71% a quella del secondo miglior offerente; il 25% in meno di costi, invece, per l&#8217;acciaio di rinforzo del calcestruzzo. L&#8217;offerta del consorzio vincitore avrebbe avuto troppo poco margine «per errori di esecuzione o significative inefficienze» che avrebbero prodotto «una situazione ad alto rischio». Per il New York Times «se nel calcestruzzo c&#8217;è troppo poco cemento, la miscela finale è porosa e debole. Nel 2015 un filmato mostrava abbondanti perdite d&#8217;acqua dalle strutture in costruzione. Si decise di rattoppare con l&#8217;acciaio, contro la maldestra previsione di Quijano, leader dell&#8217;Acp, che «il calcestruzzo sarebbe durato cent&#8217;anni».</p>
<p>Le chiuse sono la parte più problematica. Iván de la Guardia, capo sindacalista dei capitani dei rimorchiatori, denunciò al New York Times l&#8217;assenza di condizioni di sicurezza durante il traghettamento nelle chiuse delle navi più grandi, «perché gli spazi sono troppo ristretti, con troppo poco margine di sicurezza. Sarà un vero disastro». Preoccupante anche la decisione di sostituire le locomotive per guidare le navi in posizione corretta perché «i canali in cui si utilizzano i rimorchiatori non hanno le forti correnti causate dall&#8217;acqua salata con l&#8217;acqua dolce. E i rimorchiatori necessitano di molto spazio per manovrare: hanno soltanto 30 metri per le navi più grandi, quando, secondo il New York Times, l&#8217;Acp aveva stabilito che fossero 50. «Passare in una chiusa con una nave di quelle dimensioni con vento e correnti», ha detto un capitano, «è come infilare un filo in un ago con le mani tremanti». Scarsi anche gli ammortizzatori sulle pareti per «proteggere» le navi. Poi c&#8217;è il problema del lago artificiale Gatún che spesso non riceve sufficiente acqua dal fiume Chagres per riempire vecchie e nuove chiuse: le navi devono alleggerire il carico per non toccare il fondo. I lavori dei serbatoi d&#8217;emergenza furono fermati dalle proteste delle comunità indigene.</p>

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		<title>La follia dell&#8217;architettoFinire la Sagrada Familia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-follia-dellarchitettofinire-la-sagrada-familia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jul 2018 10:26:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="469" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135-300x176.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135-768x450.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>&#160; Eternamente in divenire. E in costruzione con le gru che si alternano a duecento metri d&#8217;altezza sopra le teste dei barcellonesi. È da qui che il Temple Expiatori de la Sagrada Família acquista il suo fascino, nell&#8217;essere incompiuto. È un&#8217;opera unica, maestosa, magnetica e misteriosa. Una grande basilica, consacrata «minore» da Benedetto XVI, che &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-follia-dellarchitettofinire-la-sagrada-familia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="469" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135-300x176.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/7303135-768x450.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p><p>&nbsp;</p>
<p>Eternamente in divenire. E in costruzione con le gru che si alternano a duecento metri d&#8217;altezza sopra le teste dei barcellonesi. È da qui che il Temple Expiatori de la Sagrada Família acquista il suo fascino, nell&#8217;essere incompiuto. È un&#8217;opera unica, maestosa, magnetica e misteriosa. Una grande basilica, consacrata «minore» da Benedetto XVI, che dal 1882 si sviluppa lentamente verso il cielo, con le tempistiche del «secula seculorum» in una delle città più dinamiche al mondo.</p>

<p>Senza fretta. Anche se nell&#8217;ultimo decennio i lavori si sono intensificati, lei cresce ogni giorno senza fondi statali, alimentata dalle sole donazioni dei fedeli e dei biglietti di quei tre e passa milioni di turisti che ogni anno entrano nel suo ventre e scalano le torri antiche. La basilica, più maestosa di una cattedrale, è un miracolo di pietra che, con lo sviluppo del progetto iniziale di Antoni Gaudí, ha assunto forme futuribili, l&#8217;esatto opposto della più modeste dimensioni di Francisco de Paula del Villar, l&#8217;architetto incaricato dal libraio di Barcellona Josep Maria Bocabella che poi lo cacciò malamente. «Prima di posare una nuova pietra, dobbiamo comprendere l&#8217;idea originale disegnata nel progetto di Gaudí e aggiornarla con le nuove tecniche», spiega in esclusiva a Il Giornale Jordi Faulí i Oller (59 anni), l&#8217;architetto, direttore dei lavori del tempio. «Gaudí ci ha lascito centinaia di disegni di un&#8217;opera mastodontica che comprende anche soluzioni inconcepibili per la sua epoca, realizzabili soltanto ora. Ci ha lasciato problemi inauditi e soluzioni inedite. Anche quando sarà terminata, il lavoro di manutenzione non finirà mai». L&#8217;unicità della Sagrada è anche nel sorgere nel quartiere popolare dell&#8217;Eixample, che nel 1882 era campagna. Dodici affusolate torri degli Apostoli che svettano tra condomini, garage e panifici, come se il Duomo di Milano sorgesse al Giambellino.</p>
<p>Dal 2016, il patronato, di cittadini ed ecclesiastici, proprietario della basilica, guarda al 2026 come probabile fine dei lavori. Sarà anche il centenario della morte di Gaudí, quasi un secolo e mezzo dopo la posa della prima pietra. «Negli ultimi dodici anni abbiamo completato la facciata nuova, le torri apostoliche e iniziato a costruire la torre centrale dedicata a Gesù (che raggiungerà i 172,5 metri, ndr), la torre della Madonna e degli Evangelisti che sono le opere più impegnative», spiega l&#8217;architetto Faulí che sa che al termine dei lavori, il cantiere resterà in parte aperto. «Io dirigo tra tecnici e operai 150 persone, distribuite qui e nel cantiere a 80 chilometri da Barcellona, dove le grandi parti della basilica sono realizzate. Usiamo anche stampanti in 3D per alcuni componenti, ma la maggior parte è manualità». Un&#8217;opera che è sotto gli occhi del mondo. «Avverto una forte responsabilità da parte non solo di Barcellona, ma di tutti coloro nel mondo che l&#8217;amano e che la vogliono vedere completata», continua Jordi Faulí con un sorriso che ci libera dal dovere di chiedergli se nel 2026 l&#8217;opera dell&#8217;Arquitecte de Dios sarà finita. «La basilica è qualcosa di straordinario, come straordinarie sono le sue forme architettoniche e i suoi tempi di realizzazione. Pensate che Gaudí avrebbe voluto ottanta campane azionate ad acqua nella facciata della Natività. E dovremo pensare a come accontentarlo».</p>

<p>La Sagrada è un&#8217;opera architettonica di Art déco, Neogotico e Liberty catalano non solo da ammirare, ma da leggere. È impreziosita da colonne, navate, volte, portali, portici, porte, guglie, sculture, statue e torri che richiedono tempo e grande abilità, perché su ognuna di queste superfici sono scolpiti centinaia di versi e parabole della Bibbia e dei Vangeli. Tutto inciso sulla sua bianchissima arenaria, un tempo scavata a Montjuic, ora proveniente da Francia e Inghilterra, e inserita nella Sagrada con una nuova tecnica. «La infilziamo con barre d&#8217;acciaio inossidabile, non solo per fortificarla, ma per saldarla alle altre parti e rispettare le normative antisismiche», accontentando anche la volontà di Gaudí di plasmare la pietra in forme impossibili e in barba a ogni legge fisica.</p>
<p>Perché l&#8217;ostinato architetto era un vero perfezionista, molto esigente coi suoi collaboratori, uno Steve Jobs ante litteram con lo stesso ingombrante genio. «Qualora fosse ancora in vita, mi piacerebbe osservare che faccia farebbe entrando dalla nuova facciata», ride Faulí per l&#8217;improbabile appuntamento. «E gli chiederei se abbiamo fatto come lui voleva». Gaudí, sicuramente avrebbe gradito molto gli sforzi di tutti gli architetti venuti dopo di lui, tra cui Francesc Quintana o Puig Bada. Pochi anni prima d&#8217;essere investito da un tram disse: «Le torri della facciata le lascio in programma affinché altre generazioni collaborino alla costruzione del tempio. Più volte nella storia delle cattedrali le facciate sono di altri autori, ma anche di altri stili». Un testamento che è un preciso incarico per tutti gli architetti folli e audaci dopo di lui. E considerato che, forse, i «secula seculorum» del divenire della Sagrada sono al termine, il 2026 non è poi così distante.</p>

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