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Guerra

La guerra di Hezbollah in Siria

Nel sanguinoso groviglio della guerra civile che da oltre cinque anni sconvolge la Siria, l’organizzazione militantelibanese di Hezbollah è riuscita progressivamente a ritagliarsi un ruolo importante. Il “Partito di Dio” guidato da Hassan Nasrallah ha infatti intensificato nel corso dei mesi una presenza attiva sul campo dispiegata a partire dalla seconda metà del 2012 nell’ambito della coalizione sciita, diretta conseguenza del supporto accordato al governo di Damasco e al suo alleato iraniano sin dall’inizio delle ostilità.

Guerra

Yemen, la guerra dimenticata

Guerre dimenticate, morti che non fanno notizia, distruzioni e disperazioni purtroppo concrete e reali. L’accusa lanciata da Fausto Biloslavo a fine dicembre 2016 su Gli Occhi della Guerra è più che mai attuale in riferimento al conflitto civile che dal marzo 2015 insanguina lo Yemen e sinora ha causato oltre 16.000 morti, di cui almeno 10mila civili, e oltre 3 milioni di sfollati su una popolazione di poco superiore ai 25 milioni di abitanti, devastando in maniera sistematica un Paese già da tempo classificato tra i più poveri del pianeta. Un conflitto che è tornato improvvisamente all’attenzione dei media internazionali per pochissime ore nella giornata di domenica 30 gennaio, quando nel corso di un raid dei Navy Seals contro una base di Al Qaeda le forze armate statunitensi hanno subito la prima perdita dell’era Trump e nel quale, mentre vi si ode l’eco lontana del visa ban imposto dalla Casa Bianca, è oggigiorno letteralmente insabbiata l’Arabia Saudita, ambiguo alleato di Washington che il neo-Presidente sembra destinato a rivalutare. Video di Roberto Di Matteo e Andrea Muratore

Guerra

La resistenza di Deir Ezzor. La città siriana sotto assedio

La storia di Deir Ez Zour, nel già particolare contesto bellico siriano, appare unica e singolare: vi è simbiosi tra militari e civili, tutti hanno lo stesso scopo e per tutti l’unico obiettivo per il quale ci si sveglia ogni giorno è quello inerente la salvezza della propria stessa vita. Adesso la situazione in città è più tranquilla, le linee di difesa reggono ma l’assedio non è finito: gli altri reparti dell’esercito sono lontani 250 km da Deir Ezzour ed allora, per chissà ancora quanto tempo, la vita quotidiana di questo capoluogo siriano è destinata ad essere immersa nel conflitto, in attesa che sui campi petroliferi ad ovest del centro urbano possa tornare nuovamente a sventolare la bandiera siriana.

Società

L’India tra potenza e contraddizione

L’India contemporanea, ancor più che in passato, si presenta, parafrasando la celebre descrizione della Russia di Winston Churchill, come “un rebus avvolto in un mistero che si trova dentro una contraddizione”. Contraddizione è la parola chiave per raccontare l’attuale condizione dell’India e gli indirizzi verso cui si muoverà in futuro il suo sviluppo: contraddizione tra un posizionamento internazionale sempre più rilevante e una delicatissima fragilità interna; contraddizione tra un’identità nazionale mostrata dal Paese di fronte al resto del mondo e una variegata eterogeneità etnico-culturale molto spesso portatrice di tensioni; contraddizione tra le nuove, importanti opportunità che il mondo offre e coglie da un’India sempre più aperta ad esso e le ristrettezze a cui il governo di Nuova Delhi va incontro perpetrando l’annosa rivalità col Pakistan, adeguatamente ricambiato da Islamabad. Nessuna contraddizione, invece, tra l’ampiezza geografica dell’India e l’estensione delle disuguaglianze e del dimorfismo socio-economico ad essa interni: entro l’unico, ampio fuso orario del Paese, ma anche nei diversi quartieri di metropoli come Delhi, Kolkata e Mumbai, si possono riscontrare diversi fusi orari storici relativamente al tenore di vita della popolazione e alle possibilità di accesso ai servizi essenziali e alle opportunità che ad essa è concesso. Tali opposte pulsioni hanno un riflesso primario sulla condotta dell’attuale governo indiano e sulle politiche implementate dal Primo Ministro Narendra Modi e dai suoi ministri tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.

Guerra

Srebrenica, la strage insepolta

Nel 1995 a Srebrenica in Bosnia, le unità del generale Ratko Mladić trucidarono oltre 8000 musulmani sotto gli occhi dei caschi blu dell'ONU, e ne nascosero i cadaveri nelle fosse comuni. Oggi, dopo oltre vent'anni, le ferite di quella strage ancora tardano a rimarginarsi, e ancora si piange per i propri cari spariti e mai più ritrovati.

Politica

I soldati fantasma di America e Russia

Nel “derby siriano” tra Washington e Mosca appare sempre più evidente il ricorso alle società militari private. Un sottobosco di realtà organizzate in base alla normativa di riferimento, spesso collegate a grandi imprese multinazionali, che consentono alle due superpotenze di calcare il tallone sul terreno senza dover render conto all’opinione pubblica nazionale delle operazione più delicate. Non a caso, le truppe impiegate per questo genere di operazioni, in gergo, vengono definite “ghost soldier”. Si tratta di unità composte da personale altamente specializzato che, però, non esistono almeno finché qualcuno non muore, ed allora una croce di legno o lo sfogo dei familiari restituiscono dimensione pubblica alle loro storie.

Politica

I nativi americani contro l’oleodotto, una battaglia d’identità

A circa nove mesi dall’inizio delle proteste, l’ampio movimento sviluppatosi in North Dakota e nei circostanti Stati degli USA contro la realizzazione del Dakota Access Pipeline (DAPL) si mantiene attivo anche dopo aver conseguito alcuni successi importanti. La storia delle proteste del movimento che si oppone alla costruzione dell’imponente oleodotto destinato a collegare Stanley, città del North Dakota situata vicino ai ricchi giacimenti della Bakken Formation, con le raffinerie di Patoka, Illinois, è la storia del “risveglio” delle comunità dei Nativi Americani, più precisamente delle poche migliaia di abitanti della riserva di Standing Rock, sita al confine tra North e South Dakota. Essi sono insorti contro il progetto del DAPL, accusata di minacciare la sicurezza del corso superiore del fiume Missouri, unica consistente fonte di approvvigionamento idrico della riserva, di violare numerosi siti ritenuti sacri e la sovranità dalle tre tribù risiedenti nella riserva di Standing Rock: i Lakota Hunkpapa e Shiasapa e i Dakota Yanktonai, tre gruppi un tempo parte della Grande Nazione Sioux che combatté contro il governo federale statunitense battaglie epiche come quella di Little Bighorn del 1876.

Società

El Basurero, dove i miserabili si sentono liberi

Circa 20 anni fa, nel 1996, alcuni migranti guatemaltechi in fuga dal loro Paese iniziarono a lavorare come “pepenadores” o cacciatori di rifiuti nel Basurero, la discarica comunale di Tapachula, posta a soli 20 chilometri dalla frontiera fra Messico e Guatemala. L’obiettivo era quello di racimolare un po’ di danaro per proseguire il proprio viaggio in cerca di fortuna, ma spesso i soldi guadagnati riciclando e vendendo i rifiuti non bastavano neanche a comprare il biglietto per tornare in città. Molti lavoratori del Basurero dunque, per risparmiare il tempo ed il danaro che andavano perduti negli spostamenti, iniziarono a costruire delle catapecchie con materiali di scarto recuperati fra i rifiuti, per fermarsi a dormire accanto al luogo di lavoro. Fu così che nacque il piccolo villaggio di Linda Vista. Ed è strano che il nome scelto sia questo poiché in italiano “Linda Vista” vuol dire “Bel Panorama”. Ma qui di bello non c’è proprio nulla. Video di Roberto Di Matteo

Società

Il regno dei contrabbandieri

Lo Stato messicano, geograficamente situato in nord America ma culturalmente annoverato fra i paesi dell’America Latina, vive la sua doppia natura fra mille incongruenze e contraddizioni. Se da un lato è un paese esportatore di migranti, dall’altro ne è ricettore. Se da una parte subisce annualmente il razzismo e le deportazioni dei vicini americani del nord, dall’altro si comporta allo stesso modo con i vicini americani del sud. In questo marasmatico clima fatto di violenze, caos e vittimismo, i poli opposti dello Stato messicano sono magnificamente rappresentati proprio dalle sue frontiere. Se a nord il confine è ben delineato dalla presenza di un triplice muro in acciaio e cemento lungo più di mille chilometri, protetto da sensori di movimento, luci ad alta densità, scanner a infrarossi, termo rivelatori e droni, il confine sud con il Guatemala (e per un breve tratto con il Belize) è praticamente un colabrodo. Non c’è alcun tipo di controllo, le autorità di entrambi i Paesi non hanno la capacità di gestire l’ingente flusso di merci e persone in transito e questo con il tempo ha trasformato l’intera area nel regno del contrabbando. Da una parte ci sono le organizzazioni internazionali specializzate nel trasporto di veicoli rubati che seguono la direttrice che dal Messico porta sud, dall’altra parte ci sono i narcos che in assenza di dogane importano indisturbatamente la cocaina colombiana che verrà poi immessa nel mercato statunitense. In mezzo a questi grandi interessi miliardari, gli abitanti del posto si sono adoperati a loro volta, dando vita ad una prolifera industria del contrabbando che offre lavoro a migliaia di persone e che, soprattutto per lo stato del Guatemala, risulta essere un vero flagello per l’economia nazionale. Reportage di Roberto Di Matteo

Società

Il regno dei contrabbandier

Lo Stato messicano, geograficamente situato in nord America ma culturalmente annoverato fra i paesi dell’America Latina, vive la sua doppia natura fra mille incongruenze e contraddizioni. Se da un lato è un paese esportatore di migranti, dall’altro ne è ricettore. Se da una parte subisce annualmente il razzismo e le deportazioni dei vicini americani del nord, dall’altro si comporta allo stesso modo con i vicini americani del sud. In questo marasmatico clima fatto di violenze, caos e vittimismo, i poli opposti dello Stato messicano sono magnificamente rappresentati proprio dalle sue frontiere. Se a nord il confine è ben delineato dalla presenza di un triplice muro in acciaio e cemento lungo più di mille chilometri, protetto da sensori di movimento, luci ad alta densità, scanner a infrarossi, termo rivelatori e droni, il confine sud con il Guatemala (e per un breve tratto con il Belize) è praticamente un colabrodo. Non c’è alcun tipo di controllo, le autorità di entrambi i Paesi non hanno la capacità di gestire l’ingente flusso di merci e persone in transito e questo con il tempo ha trasformato l’intera area nel regno del contrabbando. Da una parte ci sono le organizzazioni internazionali specializzate nel trasporto di veicoli rubati che seguono la direttrice che dal Messico porta sud, dall’altra parte ci sono i narcos che in assenza di dogane importano indisturbatamente la cocaina colombiana che verrà poi immessa nel mercato statunitense. In mezzo a questi grandi interessi miliardari, gli abitanti del posto si sono adoperati a loro volta, dando vita ad una prolifera industria del contrabbando che offre lavoro a migliaia di persone e che, soprattutto per lo stato del Guatemala, risulta essere un vero flagello per l’economia nazionale. Reportage di Roberto Di Matteo

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