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	<title>Riccardo Intini Archives - InsideOver</title>
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	<title>Riccardo Intini Archives - InsideOver</title>
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		<title>Il Califfato si espande in Afghanistan:  i pericoli per le nazioni confinanti</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/califfato-si-espande-afghanistan-pericoli-le-nazioni-confinanti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2018 08:28:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Save the Children]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-1024x681.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>L’ambasciatore iraniano in Tajikistan, Hojjatollah Faghani, ha recentemente affermato che le nazioni dell’Asia Centrale dovranno tenere ben presente la minaccia rappresentata dall’Isis e da tutti gli estremisti islamici, specialmente dopo la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq. L’avvertimento merita senz’altro di essere approfondito, perché alcune nazioni dell’Asia Centrale, tra le quali le &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/califfato-si-espande-afghanistan-pericoli-le-nazioni-confinanti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20180124182350_25535156-1024x681.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>L’ambasciatore iraniano in Tajikistan, Hojjatollah Faghani, ha recentemente affermato che le nazioni dell’Asia Centrale dovranno tenere ben presente la minaccia rappresentata dall’<strong>Isis</strong> e da tutti gli estremisti islamici, specialmente dopo la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq.</p>
<p>L’avvertimento merita senz’altro di essere approfondito, perché alcune nazioni dell’Asia Centrale, tra le quali le ex repubbliche sovietiche di Tajikistan, Uzbekistan e Kyrgyzstan, sembrano vivere nel costante timore che i miliziani dell’Isis possano sfruttare la loro posizione di forza in Afghanistan per penetrare nei loro stati, per oltrepassare le frontiere e portare con sé l’ideologia estremista.</p>
<p>In Afghanistan, e in particolare nelle sue regioni settentrionali, l’Isis si sta rafforzando con sorprendente rapidità, e negli ultimi anni ha condotto attentati devastanti contro gli sciiti e le forze di sicurezza governative, in particolare a Kabul. Uno degli attacchi più sconvolgenti è quello verificatosi il 24 gennaio a Jalalabad City, nella provincia di Nangarhar, dove un commando dell&#8217;Isis ha colpito il quartier generale di Save the Children (almeno sei morti e una ventina di feriti, secondo le ultime stime). </p>
<p>Ma gli estremisti che compiono attentati in Afghanistan sono ben diversi dai miliziani dell’Isis che hanno combattuto in Siria e Iraq: in Afghanistan, l’Isis è conosciuto con il nome Is-Kp, lo Stato islamico della Provincia di Khorasan &#8211; un’antica regione che comprende diversi segmenti del Pakistan, dell’Afghanistan e di alcuni stati centroasiatici – ed è formato in gran parte da ex combattenti talebani appartenenti a diversi gruppi, tra i quali i terroristi del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan).</p>
<p>Le milizie dell’Is-Kp, nel nord dell’Afghanistan, sono formate essenzialmente da combattenti di etnia centro asiatica, come gli uzbeki, mentre in Siria e in Iraq una buona parte degli estremisti dello Stato islamico era formata da mediorientali e da europei radicalizzati. In definitiva, data la crescente influenza dell’Isis nella parte settentrionale dell’Afghanistan, l’ipotesi che gli estremisti possano penetrare nelle nazioni centroasiatiche sembra molto temuta, specialmente dagli stati confinanti.</p>

<p>Gli stati centroasiatici che confinano con l’Afghanistan sono il Turkmenistan (a nord-ovest), il Tajikistan e l’Uzbekistan, con i quali condivide le proprie frontiere settentrionali. Una delle zone in cui l’Isis è più attivo – oltre alla provincia afghana di Nangarhar e ai distretti di Achin, Khogyani e Sherzad – è proprio l’area di Jowzjan, situata al confine con l’Uzbekistan. Nella provincia di Kunduz, a poco più di 60 chilometri dal confine con il Tajikistan, gran parte dei miliziani arruolati dall’Isis proviene dalle repubbliche centro asiatiche, e si dice che gli estremisti di nazionalità tagika attraversino i confini con sorprendente disinvoltura, specialmente quelli con il Turkmenistan e il Tajikistan (i mercenari tagiki utilizzerebbero dei passaporti falsi, ma si tratta di un’ipotesi non confermata). Del resto, i miliziani dell’Is-Kp spadroneggiano nel nord dell’Afghanistan da almeno due anni, e i tentativi delle autorità locali per sconfiggerli si sono risolti in miseri fallimenti.</p>
<p>In Afghanistan, i miliziani dell’Isis sembrano in grado di sfruttare al meglio le condizioni naturali offerte dal paesaggio delle regioni settentrionali – in gran parte montagnose –, e per cercare di neutralizzarli serviranno certamente sforzi eccezionali, continuativi. Gli Stati Uniti hanno iniziato a colpire i combattenti dell’Isis con una serie di raid aerei, ma la loro minaccia è ancora persistente.</p>
<p>&#8220;È molto difficile sconfiggere l’Isis nel nord dell’Afghanistan – afferma <strong>Raman Ghavami</strong>, analista ed esperto di politica estera; &#8211; Per porre fine alle loro attività non serviranno gli eserciti tradizionali: soltanto la guerriglia tra le montagne potrà sconfiggere definitivamente l’Isis nel nord del Paese&#8221;.</p>
<p>Secondo Ghavami, inoltre, la penetrazione dell’Isis negli Stati dell’Asia Centrale è resa altamente improbabile dalla solidità delle loro posizioni nel nord dell’Afghanistan, una base affidabile che può permettere agli estremisti di organizzare operazioni lampo e di ritirarsi con grande serenità.</p>
<p>&#8220;Tra le montagne, i terroristi possono nascondersi, combattere e scappare, utilizzando al meglio la strategia fight and run – prosegue Ghavami; &#8211; Se la situazione resterà invariata, è davvero improbabile che i miliziani possano abbandonare le loro posizioni per dirigersi nelle nazioni confinanti&#8221;.</p>

<p>Se una penetrazione dell’Isis nelle repubbliche centroasiatiche appare abbastanza improbabile, almeno per il momento, la connessione tra l’Asia Centrale e il terrorismo islamico è abbastanza evidente: secondo un rapporto pubblicato nel 2015, i centroasiatici che si sono uniti allo Stato islamico sarebbero tra i 2mila e i 4mila. Una parte di loro viene reclutata durante la loro permanenza (spesso per lavoro) in Stati stranieri, ad esempio in Russia, una nazione che condivide con le repubbliche centro asiatiche degli ovvi legami linguistici, economici e culturali.</p>
<p>Chi decide di radicalizzarsi è solitamente spinto dalla mancanza di libertà e di prospettive, un problema che affligge la quasi totalità delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale. In Uzbekistan e Tajikistan, due delle nazioni che hanno contribuito in misura maggiore ai rincalzi dell’Isis in Siria – nel 2016 gli uzbeki e i tagiki che combattevano per l’Isis in Siria erano circa un migliaio – la radicalizzazione avviene per gradi, e dipende soprattutto dall’oppressione politica e religiosa esercitata dai governi, dalla sostanziale mancanza di opportunità economiche e lavorative.</p>
<p>Nonostante il severo controllo del governo su ogni forma di espressività religiosa, in Uzbekistan si sviluppò l’Imu, l’Islamic Movement of Uzbekistan, un gruppo terrorista animato dal desiderio di dare vita a un califfato islamico nel Paese. Nel 2015, il gruppo strinse alleanza con l’Isis, e i suoi componenti sono ritenuti responsabili di diversi attentati suicidi verificatisi in Pakistan, uno dei territori in cui risultano maggiormente attivi. Indipendentemente dalla minaccia rappresentata dai gruppi estremisti nazionali, in ogni caso, il governo uzbeko è costantemente preoccupato dall’accrescersi delle attività terroristiche perpetrate nel vicino Afghanistan, specialmente in prossimità del confine (l’Uzbekistan condivide con gli afghani un confine di circa 150 km).</p>
<p>“È molto difficile che l’Isis possa pensare di stabilire una propria base in una delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, soprattutto a causa della natura autoritaria e repressiva di alcuni regimi – continua Raman Ghavami; &#8211; Dal punto di vista delle infiltrazioni dell’Isis, le nazioni centroasiatiche maggiormente a rischio potrebbero essere il Kyrgyzstan e l’Uzbekistan, che in passato sono state aiutate dalla Russia a combattere alcuni gruppi sunniti che si erano sviluppati all’interno dei confini nazionali. In futuro potrebbero essere nuovamente a rischio, ma la gravità del pericolo dipenderà soprattutto da chi deciderà di supportare i gruppi di estremisti”.</p>
<p>Negli scorsi giorni, quasi a confermare la serietà della minaccia rappresentata dall’Isis in Asia Centrale, l’amministrazione Trump ha annunciato di voler potenziare il contingente statunitense in Afghanistan, rafforzandolo con mille consiglieri militari, droni da combattimento e artiglieria.</p>

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		<title>&#8220;Guerra tra Israele e Hezbollah?  Solo se ci sarà un errore di calcolo&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/guerra-israele-hezbollah.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jan 2018 08:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hezbollah (Partito di Dio)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="984" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911-1024x672.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Da quando Donald Trump ha annunciato la propria intenzione di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza contro lo Stato ebraico sono stati più di venti: una parte di essi è stata intercettata dai sistemi di difesa israeliani, mentre gli altri sono precipitati in territorio palestinese. Ma i razzi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/guerra-israele-hezbollah.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="984" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20170811172037_24005911-1024x672.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Da quando <strong>Donald Trump</strong> ha annunciato la propria intenzione di riconoscere <strong>Gerusalemme</strong> quale capitale di <strong>Israele</strong>, i razzi lanciati dalla Striscia di Gaza contro lo Stato ebraico sono stati più di venti: una parte di essi è stata intercettata dai sistemi di difesa israeliani, mentre gli altri sono precipitati in territorio palestinese. Ma i razzi e i colpi di mortaio provenienti da Gaza – ai quali Israele ha già risposto con una serie di bombardamenti aerei – non rappresentano certo l’unico problema con il quale sono costretti a misurarsi gli israeliani: lo Stato ebraico deve guardarsi anche dalle mire espansionistiche dell’Iran, considerato da Israele un vero e proprio nemico esistenziale.</p>
<p>L’Iran sciita è anche uno dei principali alleati del governo siriano, e nell’ultima guerra civile il suo contributo si è rivelato assolutamente decisivo: senza le milizie iraniane, infatti, il governo di<strong> Bashar al Assad</strong> sarebbe stato quasi sicuramente spodestato dai numerosissimi gruppi armati e dalle forze ribelli che volevano abbatterlo. Grazie all’appoggio di Iran e Russia &#8211; quest’ultima decisiva soprattutto per i suoi bombardamenti aerei &#8211; Assad è riuscito a mantenere il controllo del governo, un risultato ottenuto dopo un conflitto che ha causato più di 400mila morti.</p>
<p>Gli alleati della Siria &#8211; tra i quali anche <strong>Hezbollah</strong>, il gruppo libanese appoggiato dall’Iran &#8211; possono ora vantare un enorme credito nei confronti del governo di Assad. Una situazione che potrebbe rivelarsi estremamente problematica soprattutto per Israele (che confina anche con la Siria). Israele ha già annunciato che non tollererà soldati iraniani a meno di 40 chilometri dal proprio confine, e il divieto è stato esteso anche alle installazioni e alle basi militari di matrice iraniana.</p>
<figure id="attachment_40012" aria-describedby="caption-attachment-40012" style="width: 1500px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40012 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20170729213727_23912111.jpg" alt="Truppe di Hezbollah schierate in Siria" width="1500" height="1000" /><figcaption id="caption-attachment-40012" class="wp-caption-text">Truppe di Hezbollah schierate in Siria</figcaption></figure>
<p>Una delle conseguenze più evidenti del conflitto siriano, in ultima analisi, è stata la progressiva penetrazione dell’Iran e dei suoi alleati in Siria, un territorio che potrebbe essere utilizzato come una sorta di base per le successive operazioni contro Israele. È ovviamente uno degli scenari maggiormente temuti dagli israeliani, e alcuni analisti hanno addirittura parlato della possibilità di un conflitto imminente tra Israele e il gruppo libanese di Hezbollah, finanziato anche dall’Iran.</p>
<p>Di tutto ciò abbiamo parlato con <strong>Yossi Melman</strong>, noto analista ed esperto di intelligence, al quale abbiamo sottoposto qualche domanda incentrata sullo scacchiere mediorientale e sulla possibilità di un conflitto imminente tra Israele e i suoi peggiori nemici.</p>
<p><strong>Molti esperti parlano di un conflitto imminente tra Israele ed Hezbollah. È uno scenario plausibile, secondo la sua opinione?</strong></p>

<p>“No. Entrambe le parti non vogliono una guerra. La pace lungo il confine libanese è stata mantenuta per undici anni e mezzo. È il risultato della deterrenza israeliana e del profondo coinvolgimento di Hezbollah in Siria, dove ha perso quasi 2000 combattenti: circa il 10% della sua forza regolare. Il pericolo più grande è che una guerra possa scoppiare a causa di un errore di calcolo, proprio come è successo nell&#8217;estate del 2006 contro la volontà delle due parti”.</p>
<p><strong>I missili recentemente utilizzati dallo Yemen sembrerebbero di fabbricazione iraniana. Com’è possibile che siano arrivati in Yemen? L’Iran potrebbe trasportarli anche in Siria?</strong></p>
<p>&#8220;No, sono trasportati via mare e in passato anche da navi del Sudan, un ex alleato dell&#8217;Iran che ha recentemente cambiato schieramento per unirsi ai sauditi”.</p>
<p><strong>Come è stata accolta dagli israeliani la notizia della liberazione del Ghouta occidentale da parte dell’esercito siriano? Il loro avvicinamento a Israele è considerato una minaccia?</strong></p>
<p>&#8220;No. L&#8217;esercito israeliano e la comunità di intelligence vedono ora Assad come una forza stabilizzatrice e non più come una minaccia: Israele accoglierà con favore il ritorno dell&#8217;esercito di Assad fino al confine secondo l’accordo stipulato nel 1974 tra le due parti, che è tuttora in vigore (il riferimento è alla risoluzione 350 del 31 maggio 1974, con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite diede vita a una missione per gestire il disimpegno delle forze israeliane e siriane, n.d.r.). In ogni caso, essi continuano a opporsi allo schieramento e alla presenza delle forze iraniane e / o dei loro alleati di Hezbollah e degli altri alleati delle milizie sciite vicino al confine israeliano, nonché al trasferimento di missili guidati a Hezbollah in Libano”.</p>
<figure id="attachment_40013" aria-describedby="caption-attachment-40013" style="width: 1500px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40013 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/OLYCOM_20171222152602_25335293.jpg" alt="OLYCOM_20171222152602_25335293" width="1500" height="999" /><figcaption id="caption-attachment-40013" class="wp-caption-text">Bombardamenti governativi a Douma, un sobborgo di Damasco</figcaption></figure>
<p><strong>Le proteste in Iran potrebbero concludersi con una riduzione della loro aggressività espansionistica?</strong></p>

<p>&#8220;Sì, nel senso che stanzieranno meno denaro per sostenere i loro delegati in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Alcuni slogan dei dimostranti dicono “No Gaza, no Libano, solo il sacro Iran”.</p>
<p><strong>Qual è la sua opinione in merito all’accordo raggiunto da Israele e Stati Uniti per contrastare l’attività dell’Iran in Medio Oriente?</strong></p>
<p>“Solo parole. Sono necessarie azioni concrete da parte dell&#8217;amministrazione Trump, ma la sua politica finora è ruotata attorno all’isolamento e all’allontanamento dalla politica mondiale, ovunque”.</p>
<p><strong>Se si arriverà a una guerra tra Israele e l’Iran, che tipo di guerra sarà?</strong></p>
<p>&#8220;Non credo che si arriverà a un conflitto tra le due nazioni nel prossimo futuro, ma se scoppierà, l&#8217;Iran lancerà missili e utilizzerà Hezbollah come fanteria, cercando di fare lo stesso con Hamas e il gruppo Jihad islamico a Gaza. Israele lancerebbe missili, attiverebbe la sua aviazione e bombarderebbe Hezbollah in Libano e in Siria, se tenteranno di aprire anche un quarto fronte dalla Siria”.</p>
<p>Secondo il giornale kuwaitiano<em> Al-Jarida</em>, Washington avrebbe dato il via libera a Israele per l’uccisione di Qassem Soleimani, un generale iraniano specializzato nelle operazioni all’estero. Quest’ultimo, a inizio dicembre, avrebbe addirittura manifestato la disponibilità dell’Iran a sostenere alcuni gruppi impegnati nella striscia di Gaza nel caso di un conflitto contro Israele.</p>
<p>La connessione tra l’Iran e <strong>Hamas</strong> non è più un segreto per nessuno: tre giorni fa, mentre in Iran infuriavano ancora le proteste antigovernative, il generale israeliano Gady Eisenkot ha affermato che Teheran, nel corso degli ultimi cinque anni, avrebbe versato 100 milioni di dollari ogni anno ad Hamas e ad altri gruppi della Striscia di Gaza, e che la cifra stanziata per gli Hezbollah libanesi sarebbe ancora maggiore: tra i 700 milioni e il miliardo di dollari. Secondo alcuni media israeliani, negli scorsi giorni, alcuni dei cori più violenti intonati dai dimostranti iraniani erano diretti proprio contro Hamas ed Hezbollah.</p>

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		<title>Un orologiaio di Nicosia rivela il fallimento dell’Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/un-orologiaio-nicosia-rivela-fallimento-delleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Dec 2017 13:19:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[unione-europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il dedalo di strade compreso tra la via Eleftherias e il checkpoint di Ledra Street, a Nicosia, colpisce soprattutto per la desolazione che caratterizza gli edifici, il selciato, le mura sovrastate dal filo spinato, per lo stato di evidente abbandono in cui versano i vecchi negozi e le abitazioni fatiscenti situate a pochi passi dalla &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/un-orologiaio-nicosia-rivela-fallimento-delleuropa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/IMG_4488-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il dedalo di strade compreso tra la via Eleftherias e il checkpoint di Ledra Street, a <strong>Nicosia</strong>, colpisce soprattutto per la desolazione che caratterizza gli edifici, il selciato, le mura sovrastate dal filo spinato, per lo stato di evidente abbandono in cui versano i vecchi negozi e le abitazioni fatiscenti situate a pochi passi dalla Green Line, il confine tra la Repubblica di Cipro e Cipro Nord, tracciato nel 1964 dagli inglesi con una penna a inchiostro verde.</p>
<p>Attraversando queste viuzze, specialmente la mattina presto o nel tardo pomeriggio, poco prima dell’imbrunire, si sperimenta una peculiare sensazione di sospensione, di assenza, come se il viandante venisse gradualmente catapultato in un’altra dimensione, in un’epoca remota e insieme straordinariamente vicina. La sensazione si acuisce quando si giunge nei pressi della zona presidiata dai peacekeepers, le forze delle<strong> Nazioni Unite</strong> che arrivarono sull’isola più di cinquant’anni fa, nel lontano 1964, nel momento culminante degli scontri interetnici tra greco-ciprioti e turco-ciprioti che condussero alla suddivisione di Cipro in due entità ben distinte: a sud la Repubblica di Cipro, una nazione appartenente all’Unione Europea e abitata da una popolazione a maggioranza ortodossa che parla il greco, a nord la Repubblica Turca di Cipro del Nord, uno stato autoproclamatosi nel 1983 – nove anni dopo l’invasione turca del 1974, che certificò la separazione dell’isola – e formalmente non riconosciuto da nessun’altra nazione, ad eccezione della Turchia.</p>
<p>Da allora si è ripetutamente cercato di completare il processo di <strong>riunificazione dell’isola</strong>, ma tutti i tentativi si sono invariabilmente risolti in miseri fallimenti. L’ultimo risale soltanto a pochi mesi fa, in occasione dei colloqui di Crans-Montana (Svizzera), quando l’ennesimo tentativo di giungere a un risultato concreto è naufragato sotto gli occhi di Antonio Gutierres, segretario generale delle Nazioni Unite.</p>
<p>Tutto ciò ha generato una percepibile <strong>sfiducia nei confronti dell’Onu</strong> e delle istituzioni comunitarie, nei confronti della stessa Unione europea, verso la quale molti greco-ciprioti sembrano nutrire sentimenti ben poco amichevoli, in qualche caso persino apertamente ostili. Uno di questi è Haig Indjirdjian, un anziano riparatore di orologi che lavora a pochi passi dalla Green Line e dal checkpoint di Ledra Street, uno dei sette punti d’accesso che collegano le due anime di Cipro, quella greca e quella turca. Al vecchio orologiaio, che per una vita intera ha spostato lancette avanti e indietro, strofinandole e dedicandovi grandi cure, abbiamo chiesto come si sarebbe comportato con la lancetta per lui più importante, quella che scandisce la storia recente dell’isola di Cipro.</p>

<p>“Se potessi riportare indietro le lancette del tempo, certamente le fermerei al periodo in cui la Repubblica di Cipro non era ancora parte integrante dell’Unione europea &#8211; afferma con convinzione l’anziano orologiaio; &#8211; Unendoci all’Europa abbiamo perso la nostra identità, la nostra cultura, abbiamo perso i nostri soldi e i nostri risparmi. Io mi considero soltanto cipriota: dell’Europa non mi importa nulla”.</p>
<p>In seguito agli scontri interetnici e alla susseguente separazione dell’isola, il signor Indjirdjian è stato costretto a chiudere il proprio negozio e a trasferirsi altrove, più a sud, nelle immediate adiacenze della zona cuscinetto controllata dalle Nazioni Unite. Al posto del suo vecchio negozio, in questo momento, si trovano gli uffici della polizia e dell’esercito greco-cipriota, dove i funzionari controllano i passaporti di chi desidera transitare tra Cipro Nord e la Repubblica di Cipro.</p>
<p>In quella stessa zona, a cavallo tra le due postazioni di controllo – quella greco-cipriota e quella turco-cipriota -, ogni sabato mattina si riuniscono i volontari di “Unite Cyprus Now”, un gruppo animato dal desiderio di “connettere i ciprioti attraverso la ricerca della verità, costruendo empatia, rispettando la diversità e rinforzando la solidarietà, promuovendo un futuro comune”. Indipendentemente dall’entusiasmo dei volontari, i nodi irrisolti tra le due parti rimangono ancora troppo numerosi per poter sperare in una rapida riunificazione di Cipro: uno dei più evidenti è rappresentato dalla presenza dell’esercito turco sull’isola, un tema discusso anche a Crans-Montana tra i due leader ciprioti, Mustafa Akinci (il presidente turco-cipriota) e Nicos Anastasiades (presidente della Repubblica di Cipro).</p>
<p><strong>Un altro punto controverso è la ripartizione del potere</strong>: nonostante rappresentino soltanto il 18% dell’intera popolazione di Cipro, i turco-ciprioti desiderano gli stessi poteri dei greco-ciprioti, ossia il 77% degli abitanti dell’isola (il restante 5% è composto da alcune minoranze, come gli armeni). Prima di Crans-Montana, un altro tentativo di riunificazione era fallito nel 2004, quando il piano dell’ex segretario generale Kofi Annan venne sottoposto al giudizio degli isolani.</p>

<p>Il 65% dei turco-ciprioti votò a favore della riunificazione, mentre un’alta percentuale di greco-ciprioti – il 74% &#8211; si espresse in senso negativo. In totale, il piano di Kofi Annan fu accolto negativamente dal 66.7% dei votanti, un risultato che portò a un altro cocente fallimento. Qualche settimana fa, in occasione della sua (storica) visita in Grecia, il presidente turco <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> ha affermato che la Turchia spera di giungere a “una soluzione equa e praticabile” per la disputa di Cipro. “Quando la Turchia e i turco-ciprioti parlano di una soluzione equa, essi intendono che i turco-ciprioti non dovrebbero essere considerati una minoranza, ma un partner alla pari – ci spiega Gallia Lindestrauss, research fellow all’Institute for National Security Studies in Israele; &#8211; Naturalmente, a causa della loro inferiorità numerica, questa è in qualche modo una sfida, ma bisogna considerare anche altre variabili. Va sottolineato che mentre il numero dei turco-ciprioti è inferiore a quello dei greco-ciprioti, se si guarda al quadro più ampio, l&#8217;asimmetria di dimensioni tra Grecia e Turchia contribuisce in qualche modo a controbilanciare questa apparente debolezza dei ciprioti di origine turca”.</p>
<p>Tra i dossier condivisi da Grecia e Turchia, oltre alla comune lotta all’immigrazione clandestina e ad alcune dispute minori nel mar Egeo – come quella relativa all’isola di Kardak, un isolotto di 40 ettari rivendicato da entrambe le nazioni – il più significativo è proprio quello relativo alla riunificazione di Cipro, continuamente fallita nonostante la mediazione dell’Onu.</p>
<p>“Il fatto che i colloqui di Crans-Montana non abbiano condotto a nessun risultato – prosegue Gallia Lindestrauss &#8211; è sembrato ad alcuni commentatori come un&#8217;indicazione che una Cipro federale non rappresenti più un’opzione praticabile. Dopo ulteriori riflessioni, le due parti potrebbero giungere a una conclusione di questo genere: la soluzione di una Cipro federale racchiude in sé degli evidenti problemi, ma le altre opzioni sarebbero anche peggiori”.</p>
<p>Le Nazioni Unite, da parte loro, continuano a parlare di una “soluzione possibile”, a patto che le due parti dimostrino una condivisa volontà politica. Secondo Aleem Siddique, portavoce delle Nazioni Unite a Cipro, “il Segretario Gutierres ha invitato i due leader ciprioti a riflettere sull’esito della conferenza di Crans-Montana, in modo tale da decidere quale sia la via migliore da seguire. L’Onu, in ogni caso, è pronta ad assistere entrambe le parti”.</p>

<p>Nei dintorni del negozio del vecchio orologiaio, nel cuore di Nicosia, l’oscurità cala con sorprendente rapidità, come se avesse fretta di occultare gli edifici in rovina, il filo spinato e la sbiadita bandiera delle Nazioni Unite che sventola al di sopra della zona cuscinetto presidiata dai peacekeepers. Il vecchio commerciante ci saluta con un sorriso e una stretta di mano, un’espressione sorniona dipinta sul volto brunito dal sole. “Sei fortunato, perché hai ancora la possibilità di decidere come spendere il tuo futuro – ci dice l’orologiaio congedandoci – Dovrai soltanto decidere se lo trascorrerai lavorando per gli altri, o se lavorerai solo per te stesso”.</p>
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