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	<title>Riccardo Antonucci Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Wed, 19 Feb 2020 08:16:44 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Riccardo Antonucci Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Geopolitica dell&#8217;idrogeno</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/geopolitica-dellidrogeno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Antonucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Feb 2020 08:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Idrogeno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1056" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Centrali elettriche energia pulita" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse-300x165.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse-768x422.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse-1024x563.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Assieme alle rinnovabili, l&#8217;idrogeno è la nuova frontiera della transizione energetica. Aziende e nazioni si stanno spendendo per inserirsi in questo nuovo settore e sembra che i tempi siano maturi per l’avvio di una rivoluzione energetica. Le radici di questo processo sono certamente ambientali ma anche geopolitiche, con motivazioni ben legate ai parametri di diversificazione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/geopolitica-dellidrogeno.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/geopolitica-dellidrogeno.html">Geopolitica dell&#8217;idrogeno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1056" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Centrali elettriche energia pulita" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse-300x165.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse-768x422.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Energia-elettirca-centrali-La-Presse-1024x563.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Assieme alle rinnovabili, l&#8217;<strong>idrogeno</strong> è la nuova frontiera della transizione energetica. Aziende e nazioni si stanno spendendo per inserirsi in questo nuovo settore e sembra che i tempi siano maturi per l’avvio di una rivoluzione energetica. Le radici di questo processo sono certamente ambientali ma anche geopolitiche, con motivazioni ben legate ai parametri di diversificazione rispetto a Paesi rivali. Per rendersi conto di questo, è sufficiente guardare alla grande alternativa all&#8217;idrogeno soprattutto per quanto riguarda la mobilità sostenibile: il litio.</p>
<h2>L’idrogeno e la transizione promessa</h2>
<p>Tra i <a href="https://energiaoltre.it/idrogeno-petrolio-italia/" target="_blank" rel="noopener">vantaggi</a> che l’idrogeno offre, oltre al fatto che non è un gas climalterante, vi è che la possibilità di utilizzarlo in differenti settori come i trasporti, il riscaldamento degli ambienti e la produzione di elettricità. Specificamente sulla mobilità, l’idrogeno offre maggiore efficienza – secondo l’<a href="https://www.eia.gov/energyexplained/hydrogen/use-of-hydrogen.php" target="_blank" rel="noopener">Ei</a>a, di due fino a tre volte – delle celle a combustione rispetto ai motori a combustione interna.</p>
<p>Fra i modi di produzione dell’idrogeno che non impattano sull&#8217;ambiente vi è l’elettrolisi basata su energia prodotta da fonti rinnovabili – il cosiddetto <strong>“idrogeno verde”</strong> –, di cui ci sono esempi pratici a Mariestad, <a href="https://www.agi.it/blog-italia/energia-e-sostenibilta/stazione_rifornimento_idrogeno_svezia-5598970/post/2019-06-04/" target="_blank" rel="noopener">Svezia</a>. Altro <a href="https://www.snam.it/it/gas-naturale/energia-verde/idrogeno/" target="_blank" rel="noopener">metodo</a> è quello di produrre idrogeno dal gas naturale tramite cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) – il cosiddetto <strong>“idrogeno blu”</strong> –, il quale dovrebbe essere rimpiazzato dall’idrogeno verde per arrivare ad un mix totalmente rinnovabile.</p>
<p>Vista la necessità di affrontare il cambiamento climatico sempre più nazioni stanno producendo documenti e programmi di indirizzo dedicati all’idrogeno, fra cui anche il nostro Paese. Non potendo fornire un quadro completo a livello mondiale, si è optato per raccogliere alcune storie provenienti dal mondo per poter fornire alcune indicazioni su come si stia procedendo, a cominciare dall’Italia.</p>
<h2>Strategie nazionali: Italia, Germania, Giappone</h2>
<p>Snam ha realizzato un <a href="https://www.snam.it/it/hydrogen_challenge/potenziale_idrogeno_italia/" target="_blank" rel="noopener">rapporto con McKinsey</a> sulle <a href="https://www.snam.it/it/hydrogen_challenge/repository_hy/file/The-H2-challenge-Position-Paper.pdf" target="_blank" rel="noopener">prospettive di sviluppo dell’idrogeno</a> nel nostro Paese e nel quale afferma che in uno scenario di <strong>decarbonizzazione al 95%</strong> &#8220;l&#8217;idrogeno potrebbe fornire fino al<strong> 23%</strong> del consumo totale di energia entro il <strong>2050</strong>. L&#8217;azienda individua la possibilità di sviluppare infrastrutture per il fotovoltaico nei Paesi dell&#8217;<strong>Africa settentrionale</strong> ed importare successivamente l’idrogeno verde prodotto lì in <strong>Sicilia</strong> tramite l’infrastruttura esistente, il tutto con un costo inferiore del <strong>14%</strong> rispetto alla produzione domestica. Tale organizzazione della produzione e distribuzione dell’idrogeno in Italia permetterebbe anche una successiva riesportazione dell’idrogeno in Europa, rendendo l’Italia un hub per gli altri Paesi.</p>
<p>Dal punto di vista governativo vi è stato l’apporto del sottosegretario al Mise <a href="https://energiaoltre.it/idrogeno-petrolio-italia/" target="_blank" rel="noopener">Davide Crippa</a>, il quale ha istituito un tavolo di lavoro sull&#8217;idrogeno come fonte di energia pulita. Fra i <a href="https://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2039855-crippa-presiede-il-primo-tavolo-sull-idrogeno" target="_blank" rel="noopener">partecipanti</a> Eni, Fincantieri, Hydrogen Park, Snam, Rse ed esperti del Cnr. Il tutto era volto anche ad elaborare le linee guida per adempiere agli impegni presi a livello internazionale come il Protocollo sottoscritto dal Sottosegretario Crippa all’<a href="https://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2038733-energia-crippa-firma-la-dichiarazione-di-tokyo-sull-idrogeno" target="_blank" rel="noopener">Hydrogen Energy Meeting di Tokyo</a> del 23 ottobre 2018. L’obiettivo dell’evento era promuovere la cooperazione sulla ricerca, sviluppo e diffusione delle tecnologie a idrogeno e si è concluso con la sigla di un documento di conferma del valore della collaborazione.</p>
<p>In Europa, fra i Paesi che hanno bisogno di affrontare il nodo della transizione energetica senza accrescere la propria dipendenza dall&#8217;estero c&#8217;è la <strong>Germania</strong>, che con la <a href="https://oilprice.com/Alternative-Energy/Renewable-Energy/Is-Germany-Too-Dependent-On-Renewable-Energy.html" target="_blank" rel="noopener">Energiewende</a> si è fatta promotrice di un modello di produzione energetica completamente rinnovabile la cui realizzazione è però tuttora incompleta. Se il <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/limportanza-gasdotto-nord-stream-due.html">Nord Stream 2</a> rimane un progetto prioritario per Berlino, è anche vero che esso non migliora la posizione del Paese sul fronte della diversificazione e dell’indipendenza energetica. A tale proposito, l’idrogeno rappresenta una fonte di energia su cui le aziende tedesche sono interessate ad investire, mentre il ministro dell’economia tedesco <a href="https://www.reuters.com/article/us-germany-hydrogen-government/germany-should-aim-to-be-a-leader-in-hydrogen-technology-minister-idUSKBN1WO27V" target="_blank" rel="noopener">Peter Altmaier</a> ha dichiarato che la Germania debba ambire a divenire un leader mondiale dell’idrogeno. Inoltre, il ministro ha proposto di creare una certificazione europea ed internazionale per le tecnologie ad idrogeno per renderle interessanti per il mercato e raggiungere potenziali Paesi partner.</p>
<p>Nei <a href="https://www.euractiv.com/section/energy-environment/news/germany-floats-draft-hydrogen-strategy-ahead-of-eu-presidency/" target="_blank" rel="noopener">primi giorni di febbraio</a> 2020 lo stesso ministro dell’Economia Altmaier ha fatto circolare la prima bozza di strategia nazionale dell’idrogeno della Germania, dove si afferma che una <strong>soglia minima del 20%</strong> dell’idrogeno dovrà essere prodotto tramite energie rinnovabili per il 2030. A tale proposito si prevede lo sviluppo di tre fino a cinque gigawatts di capacità per l’elettrolisi. Inoltre, l’idrogeno è stato definito fra le priorità in vista della <strong>presidenza Ue della Germania</strong>, con l’intento di sviluppare un mercato europeo dell’idrogeno. Tali obiettivi sono elaborati in vista della presentazione per il 2021, da parte della UE, di un pacchetto per il gas che dovrebbe includere l’idrogeno come elemento chiave. La bozza di strategia prevede anche la necessità della Germania di importare gran parte dell’idrogeno verde, dal momento che il Paese non è al momento in grado di produrre la quantità di energia da fonti rinnovabili necessaria per la produzione di idrogeno.</p>
<p>Un Paese che ha saputo elaborare una <a href="https://www.meti.go.jp/english/press/2017/pdf/1226_003a.pdf" target="_blank" rel="noopener">visione sistematica</a> della strategia di sviluppo dell’idrogeno è il <strong>Giappone</strong>, anche alla luce del <a href="https://www.iea.org/countries/japan" target="_blank" rel="noopener">massiccio impiego di fonti fossili</a> accresciuto ulteriormente con la riduzione della capacità nucleare negli anni post-Fukushima. Stando ai dati forniti dallo stesso Governo giapponese, la nazione asiatica dipende da fonti fossili per circa il 94% della propria offerta energetica primaria, mentre il livello di autosufficienza raggiunto a seguito della chiusura delle centrali è il secondo più basso fra i Paesi Ocse – 6-7% –. Tali fattori hanno spinto il Giappone ad elaborare la propria <strong>“Basic Hydrogen Strategy”</strong>, all&#8217;interno della quale l’idrogeno viene definito sia come uno strumento per garantire diversificazione e maggiore <strong>sicurezza energetica</strong> che come un mezzo per raggiungere la decarbonizzazione.</p>
<p>Per raggiungere gli obiettivi sopra enunciati, il Giappone punterebbe a ridurre i costi di utilizzo dell’idrogeno, raggiungibile tramite l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili</p>
<p>E lo sviluppo di una supply-chain globale dell’idrogeno stesso – con il connesso sviluppo di infrastrutture di contenimento e trasporto –. Su questo punto specifico il Giappone dichiara di voler sviluppare una supply-chain dell’idrogeno liquefatto per metà del <strong>decennio 2020-30</strong>, per commercializzarlo nel 2030 circa.</p>
<p>Gli sforzi dei Paesi presi in considerazione hanno certamente in mente la necessità di far fronte ad una crisi climatica sempre più evidente e dall’impatto che si prospetta di volta in volta più catastrofico. Tuttavia, un racconto focalizzato esclusivamente sull&#8217;aspetto della decarbonizzazione sarebbe parziale in quanto anche questo ambito è influenzato dalla geopolitica e dallo scontro fra diverse nazioni per accrescere la propria influenza sugli altri e ridurre la propria dipendenza dai propri rivali. Parlando proprio di rivali, l’idrogeno ha soprattutto nel settore della mobilità un rivale nel litio e nel suo utilizzo all’interno della mobilità elettrica, settore in cui a farla da padrone è un Paese dalla complicata relazione con l’Occidente ed i suoi alleati: la <strong>Cina</strong>.<strong> </strong></p>
<h2>Il grande rivale: la Cina</h2>
<p>Le manovre cinesi per acquisire il litio vedono l’<a href="https://www.ilcaffegeopolitico.org/57770/america-latina-un-tesoro-chiamato-litio" target="_blank" rel="noopener">America Latina</a> come lo scenario prediletto. A motivare la scelta sono due fattori: in primis, la regione vede Argentina, Cile e Bolivia come i Paesi con le riserve più grandi al mondo – l’<a href="https://www.agi.it/economia/litio_geopolitica-5506301/news/2019-05-22/" target="_blank" rel="noopener">80%</a> delle riverse di litio al mondo si troverebbe in queste tre nazioni –. Inoltre, in tutti e tre i Paesi menzionati la Cina è un attore dalla presenza estremamente influente, come nel caso della Bolivia: all’interno del Paese la Cina ha partecipato alla costruzione della diga Rositas e la <a href="https://www.ilcaffegeopolitico.org/109174/la-bolivia-fra-il-gas-naturale-e-il-business-del-litio" target="_blank" rel="noopener">Bolivia</a> sarà a sua volta destinataria di fondi legati alla Belt and Road Initiative. In <a href="https://www.ilcaffegeopolitico.org/92847/cile-lo-sfruttamento-del-litio-si-apre-a-nuovi-attori" target="_blank" rel="noopener">Cile</a>, invece, nel 2018 la compagnia cinese Tianqi ha fatto scattare l’intervento dell’autorità antitrust per l’acquisizione del 24% della Società Chimica e Mineraria, all&#8217;epoca la seconda azienda produttrice di litio al mondo, procedendo poi all’acquisto per 4.1 miliardi di dollari.</p>
<p>A livello globale la Cina è senz’altro l’attore principale per quanto riguarda il litio, dalla sua estrazione al riutilizzo delle batterie. Secondo il <a href="https://www.ft.com/content/455fe41c-7185-11e9-bf5c-6eeb837566c5" target="_blank" rel="noopener"><em>Financial Times</em></a>, la Cina possiede l’83% della miniera del litio Mariana in Argentina, nonché il 50% del progetto di estrazione pianificato Caucharl-Olaroz sempre in Argentina ed il cui avvio è atteso per i <a href="https://www.lithiumamericas.com/cauchari-olaroz/" target="_blank" rel="noopener">primi mesi del 2021</a>. Non solo: la Cina è anche in Irlanda, con la sua quota del 55% del progetto Avalonia; in Australia con il 50% delle quote di Mount Marion; il 51% della miniera di litio di Greenbushes, sempre in Australia; in Messico con la miniera di litio programmata dalla Bacanora Minerals, di cui la Cina possiede una quota del 30%.</p>
<p>La Cina è divenuta un significativo esportatore di <strong>carbonato di litio</strong> nel <a href="https://www.benchmarkminerals.com/china-lithium-field-trip-2019-announced/" target="_blank" rel="noopener">2018</a> con un export di circa 11.131 tonnellate ed un export di <strong>idrossido di litio</strong> cresciuto del <strong>40%</strong>, mentre nello stesso periodo le importazioni calavano del 20% &#8211; un segno, secondo Benchmark Mineral Intelligence, dell’accresciuta autosufficienza del gigante asiatico su questo fronte –. Inoltre, sempre il <em>Financial Times</em> riporta come secondo Benchmark Mineral Intelligence la Cina, in data aprile 2019, abbia prodotto più del 60% del litio mondiale rispetto a meno dell’1% prodotto dagli Stati Uniti.</p>
<p>L’<a href="https://www.agi.it/blog-italia/energia-e-sostenibilta/batterie_al_litio_auto_elettriche-5716093/post/2019-06-27/" target="_blank" rel="noopener">ultimo step</a> della filiera del litio, quello che riguarda la fine dell’utilizzo delle batterie ed il <a href="https://www.cell.com/heliyon/fulltext/S2405-8440(19)34701-2" target="_blank" rel="noopener">recupero</a> dei materiali in esse contenuti, è a sua volta terreno di competizione fra la Cina e gli altri Paesi. In palio c’è il recupero pressoché integrale dei componenti principali delle <strong>batterie</strong>, come il cobalto, il nickel, il rame e l’alluminio. Nel settore del riciclo stanno investendo le stesse aziende cinesi che si occupano della produzione di batterie, garantendosi la possibilità di dominare anche nella fase finale del ciclo del litio.</p>
<p>La chiave del successo cinese non è tanto nel possesso effettivo della risorsa – il litio – all&#8217;interno del proprio territorio nazionale. Su questo aspetto altri Paesi come le già citate nazioni sudamericane o l’Australia – la quale deterrebbe il <strong>40% della produzione globale</strong> di litio secondo Benchmark Mineral Intelligence (dati del 2018 citati dal <em>Financial Times</em>) – sono decisamente avanti rispetto alla Cina. L’ambito su cui Pechino vuole distinguersi dal resto del mondo è la conoscenza, ovvero le competenze necessarie per produrre le batterie al litio tanto necessarie alla mobilità elettrica e ad altri settori.</p>
<p>Il valore geopolitico di questi dati è stato confermato dalla stessa Unione Europea, la quale nel 2019 ha espresso l’intenzione di supportare tramite un prestito di <strong>350 milioni di euro</strong> della <a href="https://www.eib.org/en/press/all/2019-127-european-backing-for-northvolt-s-battery-gigafactory-in-sweden" target="_blank" rel="noopener">Banca Europea degli Investimenti</a> (BEI) la società svedese <strong>Northvolt</strong>, specializzata proprio nella produzione di batterie in litio. L’intento è quello di sovvenzionare la costruzione di una gigantesca fabbrica a Skelleftea, nella Svezia settentrionale, dove c’è un distretto industriale favorevole per chi opera nel settore minerario ed il progetto di Northvolt includerebbe l’utilizzo al 100% di energia rinnovabile all&#8217;interno dei propri processi di produzione per creare, come detto dallo stesso vicepresidente della Bei Andrew McDowell, una “catena del valore verde” di batterie.</p>
<p>Con la necessità di ridurre l’impatto ambientale della mobilità è evidente che non si possa evitare la transizione dal petrolio ad un’altra fonte di energia più pulita, fattore che espone l’Occidente al confronto con una nazione, la Cina, che ricopre un ruolo fondamentale nella filiera di una delle principali alternative al petrolio e che ha manifeste ambizioni egemoniche. Per questo motivo, la mobilità elettrica è un settore che presenta un fattore di rischio in termini geopolitici, con la possibilità che la dipendenza nei confronti della Cina venga accresciuta a causa del suo vantaggio competitivo su pressoché ogni passaggio della filiera. In questo contento il focus sull&#8217;idrogeno assume un valore non esclusivamente legato alla transizione energetica ed alla sostenibilità – obiettivi peraltro estremamente importanti e da perseguire con rigore – ma include anche una componente strategica: perseguire la transizione senza accrescere l’influenza cinese nei propri confronti.</p>
<h2>Progetti ambiziosi e rischi connessi</h2>
<p>L’idrogeno è dunque sempre più parte della visione strategica delle nazioni per quanto concerne il <strong>futuro dell’energia</strong>. Visti gli elementi geopolitici che fanno parte dell’insieme, è prevedibile che sempre più documenti e linee programmatiche si focalizzeranno in maniera esclusiva o determinante sull&#8217;idrogeno sia in ottica strategica che climatica, seguendo anche il trend di alcune organizzazioni internazionali come l&#8217;Irena, l&#8217;Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile: quest’ultima ha espresso le proprie considerazioni sull&#8217;idrogeno all&#8217;interno del suo report &#8220;<a href="https://www.irena.org/publications/2019/Jan/A-New-World-The-Geopolitics-of-the-Energy-Transformation" target="_blank" rel="noopener">A New World. The Geopolitics of the Energy Transformation</a>&#8220;, evidenziando come l’idrogeno rinnovabile prodotto tramite elettrolisi “potrebbe permettere alle rinnovabili di espandersi all&#8217;interno di un crescente ambito di settori difficilmente elettrificabili” come la mobilità aerea e marittima.</p>
<p>Essendo sia l’idrogeno che le rinnovabili fonti puliti ed ampiamente disponibili, la loro sinergia contribuirebbe agli obiettivi di sicurezza energetica delle nazioni senza compromettere la decarbonizzazione. Il report dell’Irena ricorda però come la dipendenza da combustibili come l’idrogeno – nonché dai materiali necessari per costruire le tecnologie per le rinnovabili – potrebbe determinare nuove forme di dipendenza e vulnerabilità, elemento che bisognerà considerare qualora i Paesi europei decidano di intraprendere questo percorso magari proprio per ridurre la dipendenza dalla filiera del litio.</p>
<p>Come è prevedibile, ogni scelta chiuse alcune possibilità e ne apre delle altre e questo riguarda sia le opportunità che i rischi che potrebbero emergere. L’idrogeno, naturalmente, non è da meno ed essendo ancora un ambito emergente ci vorrà del tempo prima di capire quale strategia ed interesse prevarrà. Nell&#8217;attesa, questo articolo ha cercato di fornire un orientamento non esaustivo di come stiano procedendo le cose, al fine di avere le idee più chiare man mano che il dibattito prosegue.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/geopolitica-dellidrogeno.html">Geopolitica dell&#8217;idrogeno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L’Italia messa all’angolo fra Eastmed e Turkish Stream</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/litalia-messa-allangolo-fra-eastmed-e-turkish-stream.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Antonucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 09:14:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[East-Med]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Turk Stream]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1005" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480-768x402.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480-1024x536.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 2020 si è aperto con due novità estremamente interessanti sul fronte energetico e che hanno in comune il fatto di vedere l&#8217;Italia coinvolta sebbene non protagonista. Si tratta di due progetti di gasdotti appena entrati nelle loro fasi cruciali e su cui il nostro Paese potrebbe – o avrebbe potuto – giocarsi un ruolo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/litalia-messa-allangolo-fra-eastmed-e-turkish-stream.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1005" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480-768x402.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8794509-e1563862699480-1024x536.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 2020 si è aperto con due novità estremamente interessanti sul fronte energetico e che hanno in comune il fatto di vedere l&#8217;Italia coinvolta sebbene non protagonista. Si tratta di due progetti di gasdotti appena entrati nelle loro fasi cruciali e su cui il nostro Paese potrebbe – o avrebbe potuto – giocarsi un ruolo interessante al netto di una diffusa incertezza e scarsa incisività.</p>
<h2>Uno sguardo su EastMed</h2>
<p>Per parlare del primo scenario bisogna spostarsi in Grecia, una fra le nazioni al centro delle discussioni sul <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/progetto-east-med-gasdotto.html">progetto EastMed</a>, il gasdotto che dovrebbe trasportare il gas naturale estratto nel Bacino Levantino e trasportato attraverso <strong>Cipro</strong> e la <strong>Grecia</strong> continentale. Il progetto è balzato sulle cronache nostrane anche per via dello scontro fra Grecia e <strong>Turchia</strong>, con Ankara che intende mantenere la propria influenza su quanto accade nel Mediterraneo Orientale e che preme sul progetto tramite la propria <a href="http://www.hurriyetdailynews.com/east-med-pipeline-project-wont-be-realized-without-turkish-approval-turkish-cypriot-premier-says-150613">influenza</a> sulla Repubblica Turca di Cipro Nord, in aggiunta alla propria <a href="https://www.offshore-technology.com/features/cyprus-and-turkey-the-battle-for-oil-and-gas-in-the-eastern-mediterranean/">presenza militare</a> nella regione.</p>
<h2>L&#8217;Italia, il suo ruolo e la ricerca di una posizione</h2>
<p>Il progetto EastMed ci riguarda sia perché fra le compagnie che operano per il progetto c’è Edison, ma anche perché l’Italia avrebbe potuto essere la destinazione di parte di quello stesso gas estratto nel Bacino Levantino attraverso <strong>Poseidon</strong>, diramazione di Eastmed che avrebbe connesso la parte del gasdotto giunta in Grecia con la <strong>Puglia</strong> via mare.</p>
<p>Su Poseidon stesso il <strong>Governo Conte I</strong> ha espresso la mancanza di apertura proprio perché si tratterebbe di un’ulteriore infrastruttura energetica da far approdare nella regione dove <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/gasdotto-tap.html">il Tap</a> è ormai stato presentato come un’opera necessaria ed i mal di pancia legati a questa decisione sostengono tuttora la carriera politica di esponenti del Movimento 5 Stelle come <strong>Barbara Lezzi</strong>, ex ministro per il Sud rappresentante dell’ala pugliese contraria al Tap ed ora <a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2019/10/30/barbara-lezzi-dissidenti-cinque-stelle/44155/">critica di Luigi Di Maio</a>. L’<a href="https://www.quotidianodipuglia.it/regione/gasdotti_conte_chiude_a_poseidon_possibile_solo_un_innesto_a_tap-4429271.html">alternativa</a> presentata da Conte era proprio un innesto al Tap così da risparmiare la creazione di un nuovo gasdotto offshore e le discussioni legate ad un nuovo sito di approdo.</p>
<p>L’Italia, dunque, è partita definendo EastMed come un progetto strategico sotto il Governo <strong>Renzi</strong> tramite la dichiarazione congiunta firmata dal ministro dello Sviluppo Economico <strong>Carlo Calenda</strong> ed il ministro dell’Ambiente e dell’Energia greco <strong>Giorgos Stathakis</strong> il <a href="https://www.snam.it/export/sites/snam-rp/repository/media/energy-morning/allegati_energy_morning/20170915_3.pdf">14 settembre 2017</a>, per poi incartare la discussione sull’estensione di EastMed che dovrebbe rifornire proprio il nostro Paese, ovvero Poseidon. Un progetto che &#8211; va ricordato &#8211; è solo interesse nostro portare avanti visto che la Grecia verrebbe già raggiunta dal gasdotto nel proprio territorio, per cui potrà dire di aver fatto abbastanza per sé stessa.</p>
<p>A riprova di ciò vi è il fatto che Grecia, Cipro ed Israele ovvero i tre Paesi coinvolti nel progetto nell’area del Mediterraneo Orientale hanno continuato a lavorare ad un accordo con la benedizione dell’Ue che è arrivato il <strong>2 gennaio</strong> di quest’anno. A far presenza per l&#8217;Italia, una lettera di supporto da parte del ministro per lo Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, firmatario di un <a href="https://www.ilmessaggero.it/economia/news/energia_patuanelli_firma_memorandum_d_intesa_italia_grecia-4888187.html">Memorandum d’Intesa</a> sulla cooperazione energetica con la Grecia, al suo corrispettivo greco <strong>Kostis Hatzidakis</strong>, mentre le fonti ministeriali greche contattate dai giornalisti a fine dicembre in vista della firma dell’accordo <a href="http://www.ekathimerini.com/247848/article/ekathimerini/news/eastmed-deal-to-be-inked-january-no-word-on-italy-yet">non erano in grado</a> di affermare se l’Italia avrebbe o meno firmato.</p>
<h2>Il Turkish Stream: chi approfitta delle nostre incertezze</h2>
<p>Altro fronte dove le incertezze italiane si sono manifestate ed in cui potrebbero essere già visibili le conseguenze è il ruolo del Belpaese nel rilancio della nuova rotta del gas russo attraverso l’Europa meridionale, concretizzatosi nel <strong>Turkish Stream</strong>. Il <a href="https://www.startmag.it/energia/turkishstream-turchia-gas/">lancio</a> del gasdotto è stato programmato per l’<strong>8 gennaio</strong> di quest’anno dal ministro dell’Energia Fatih Donmez, il quale ha evidenziato sia il ruolo dell’infrastruttura per il consumo interno in Turchia sia il suo apporto alla sicurezza energetica europea. In particolare, assieme a Nord Stream 1 e 2 il Turkish Stream dovrebbero portare 110 miliardi di metri cubi di capacità totale per i due gasdotti Nordstream e <strong>15,75 miliardi di metri cubi</strong> per il Turkish Stream 2 – la linea destinata al mercato europeo –.</p>
<p>Gli attuali sviluppi del Turkstream 2 vedono Paesi come la <strong>Bulgaria</strong> costruire le necessarie infrastrutture per acquisire il gas proveniente dal gasdotto russo, con il piano di far transitare il carico verso l’Ungheria e l’Austria. Quello che poteva essere un progetto che ricalcava la rotta del South Stream, progetto Eni, Gazprom, Edf, Wintershall che attraversava in due diramazioni Bulgaria, Grecia e poi Italia da una parte ed Serbia, Ungheria, Slovenia, Croazia ed Austria dall’altra sembra invece seguire le orme di <strong>Nabucco</strong>, altro progetto di gasdotto mai portato avanti che esclude la diramazione verso l’Italia concentrandoli solamente su quella che passa per la Bulgaria. Il progetto Nabucco era volto all’estrazione di gas naturale dal Mar Caspio, dunque non dipendente dai giacimenti russi, ma la connessione del Turkstream 2 con la Bulgaria proposta dal lato russo sembra ricalcarne il tracciato.</p>
<p>Probabilmente alla base della scelta vi è <em>in primis</em> il fatto che i Paesi sudorientali europei sono tendenzialmente il ventre molle del continente, maggiormente esposti a problemi economici e meno sviluppati della controparte occidentale, divenendo dunque facile bersaglio della tentazione dei denari russi.  Come scritto da <a href="https://www.startmag.it/energia/come-mosca-corteggia-la-bulgaria-e-non-solo-con-il-turkstream/">Gianni Bessi</a> per <em>Startmag</em>, la Bulgaria condivide legami commerciali e culturali molto antichi con l’asse russo-turco. Inoltre, il suo approccio pragmatico ha portato alla costruzione dell’<a href="https://www.startmag.it/energia/la-pista-bulgara-del-gas-ecco-le-ultime-novita/">Interconnettore Turchia-Bulgaria</a> dalla capacità di <strong>3 bcm/anno</strong> e con possibilità di arrivare fino a <strong>5 bcm/anno</strong>. In seguito è stata costruita l’interconnessione fra Varna e il confine serbo e si progetta l’interconnessione dalla Russia attraverso il Mar Nero verso <strong>Varna</strong>, ricalcando la mappa del South Stream e creando le basi per il transito verso <strong>Romania</strong>, <strong>Serbia</strong> e <strong>Grecia</strong>. Rispetto a progetti come il South Stream, l’Italia non acquisirebbe alcun maggior peso come <em>transit country</em> qualora il Turkstream 2 venisse connesso esclusivamente alla Bulgaria e da lì al resto dell’Europa.</p>
<h2>Sanzioni e reazioni</h2>
<p>Anche sul Turkish Stream la <a href="https://www.euractiv.com/section/energy/news/bill-sanctioning-nord-stream-2-turkish-stream-goes-to-white-house-russia-cries-foul/">risposta americana</a> non si è fatta attendere ed il Senato statunitense ha approvato un documento di politica di difesa che include sanzioni contro le compagnie che operano nel Turkish Stream e Nord Stream 2, le quali vengono decise sulla base della presenza delle aziende partecipanti all’interno di un report elaborato dal <strong>Segretario di Stato Usa</strong> entro 60 giorni dall’approvazione della legge. In caso una compagnia si trovasse nel report, verrebbe bandita dagli Usa a meno che non venga acclarato che essa si stia tirando indietro dal progetto. L’impatto delle sanzioni americane sul Turkish Stream sono controverse dato che il lancio del gasdotto <a href="https://www.euractiv.com/section/energy/news/turkey-russia-launch-turkish-stream-pipeline-carrying-gas-to-europe/">è già avvenuto</a>, tuttavia gli Usa hanno fatto sapere che le <a href="https://www.euractiv.com/section/energy/news/additional-line-to-turkish-stream-would-face-us-sanctions/">sanzioni</a> colpiranno ogni linea aggiuntiva costruita in futuro, non fermandosi dunque allo stato attuale.</p>
<p>La posizione italiana su questo dossier e su EastMed, come su altri scenari anche estranei al mondo dell’energia è puntualmente minata dall’incertezza dimostrata dai nostri governi, in particolare i <strong>Governi Conte I e II</strong>, nel prendere una posizione rispetto a progetti e decisioni strategiche per il Paese qualora queste si debbano scontrare con questioni elettorali locali, come nel caso pugliese. L’impressione è che la politica estera e l’interesse nazionale vengano fagocitati da questioni di partito che al massimo possono tradursi in qualche punto percentuale in più alle prossime elezioni, ma che non potranno mai vantare un impatto duraturo come quelle stesse <a href="https://it.insideover.com/economia/cosi-erdogan-vuole-sottrarre-allitalia-il-gas-e-il-petrolio.html">questioni</a> su cui <a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2019/12/07/news/siamo-il-nulla-in-libia-291269/">non riusciamo</a> ad essere incisivi.</p>
<p>La differenza fra noi e la <a href="https://www.ft.com/content/cfeb60f6-219e-11ea-b8a1-584213ee7b2b">Germania</a>, la quale prosegue i progetti per il Nord Stream 2 con attualmente più di <strong>2100 km</strong> di gasdotto completato e circa <strong>300 km</strong> ancora da realizzare e non sembra voler distogliere la propria attenzione dal progetto nemmeno di fronte alle <a href="https://www.euractiv.com/section/energy/news/bill-sanctioning-nord-stream-2-turkish-stream-goes-to-white-house-russia-cries-foul/">sanzioni</a> statunitensi, è evidente. Non si tratta di sfidare apertamente Washington ribadendo i propri interessi – evidenti e sacrosanti – nel progetto di riferimento e cercare lo scontro pensando di poterne uscire vincitori. Questo scenario è difficilmente realizzabile qualora la sola Germania – o Italia – decida di intraprendere una simile sfida, motivo per cui <a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-defense-congress-nord-stream-merk/merkel-rules-out-retaliation-after-u-s-sanctions-russian-gas-pipeline-idUSKBN1YM1IS">Merkel</a> stessa ha escluso ritorsioni contro le sanzioni statunitensi. Si tratta piuttosto di saper individuare quali progetti, quali temi, quali strategie sono fondamentali per garantire la prosperità e la centralità del proprio Paese rispetto ad alcune tendenze globali o regionali e cercare di <a href="https://www.startmag.it/mondo/non-solo-nord-stream-2-come-merkel-e-putin-non-russano/">adattare la propria strategia</a> alle contingenze al fine di portare a termine quanto stabilito.</p>
<p>Che gli Stati Uniti abbiano maggiore capacità di influenza dell’Italia è evidente e nessuno può raccomandare a cuor leggero di rompere l’alleanza. <span style="font-size: 1rem;">Tuttavia, gli interessi italiani e statunitensi sono spesso conflittuali come lo sono quelli tedeschi e statunitensi, per cui è necessario prendere atto che alcuni scenari di confronto – o di scontro – sono e saranno necessari per la nostra sopravvivenza. Occorre dunque agire con visione d’insieme per saper individuare quegli scenari in cui certamente o quasi ci sarà una reazione da parte della Casa Bianca ed elaborare le risposte necessarie per portare avanti i propri obiettivi nonostante le minacce e le sanzioni. Naturalmente ciò non è semplice perché richiede la preparazione necessaria per poter elaborare una visione strategica nel medio e lungo termine, un fattore che oggi vediamo carente nel nostro Paese. Per questo alcuni Paesi cercano di resistere alla tempesta e navigare verso la meta mentre il nostro si condannano all’inattività, sperando che così le onde non ribaltino la nave.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/litalia-messa-allangolo-fra-eastmed-e-turkish-stream.html">L’Italia messa all’angolo fra Eastmed e Turkish Stream</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>La strategia nell&#8217;Indo-Pacifico passa dal gas</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-strategia-nellindo-pacifico-passa-dal-gas.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 08:32:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Gnl]]></category>
		<category><![CDATA[Indo-Pacifico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=239830</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="850" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639-300x133.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639-768x340.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639-1024x453.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Stati Uniti sono da tempo un gigante nel settore energetico, sia per quanto riguarda la produzione di petrolio che di gas naturale. Divenuti un Paese esportatore di entrambe le due fonti energetiche, gli Usa assumono un nuovo ruolo all&#8217;interno del mercato globale e gli interessi economici vanno a braccetto con la visione geopolitica. In &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-strategia-nellindo-pacifico-passa-dal-gas.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/la-strategia-nellindo-pacifico-passa-dal-gas.html">La strategia nell&#8217;Indo-Pacifico passa dal gas</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="850" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639-300x133.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639-768x340.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Gasdotto-Tap-La-Presse-e1567779090639-1024x453.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Gli Stati Uniti sono da tempo un gigante nel settore energetico, sia per quanto riguarda la produzione di petrolio che di </span><a href="https://www.iea.org/newsroom/news/2019/september/the-us-shale-revolution-has-reshaped-the-energy-landscape-at-home-and-abroad-acc.html"><span style="font-weight: 400;">gas naturale</span></a><span style="font-weight: 400;">. Divenuti un Paese esportatore di entrambe le due fonti energetiche, gli Usa assumono un nuovo ruolo all&#8217;interno del mercato globale e gli interessi economici vanno a braccetto con la visione geopolitica. In particolare, è di sempre maggiore interesse l’intrecciarsi delle questioni relative alle esportazioni di Gnl &#8211; gas naturale liquefatto &#8211; verso l’Asia e la dottrina geopolitica che gli Stati Uniti, soprattutto sotto l’amministrazione Trump, adoperano per interpretare questa specifica regione del mondo. A riprova di ciò vi è il report intitolato “</span><a href="https://www.nbr.org/publication/introduction-revolutionizing-lng-and-natural-gas-in-the-indo-pacific/"><span style="font-weight: 400;">Revolutionizing Lng and natural gas in the Indo-Pacific</span></a><span style="font-weight: 400;">”, pubblicato ad </span><b>ottobre 2019</b><span style="font-weight: 400;"> e prodotto dal </span><b>National Bureau of Asian Research</b><span style="font-weight: 400;">, nonché un’analisi pubblicata sul sito del prestigioso centro studi statunitense </span><a href="https://www.csis.org/analysis/energy-opportunities-under-free-and-open-indo-pacific-vision"><span style="font-weight: 400;">Csis</span></a><span style="font-weight: 400;"> nel </span><b>dicembre 2018</b><span style="font-weight: 400;">. Dietro l’interesse accademico, come immaginabile, c’è un apparato dottrinale e un insieme di dati che vale la pena conoscere per comprendere l’ampiezza ed importanza del tema.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per analizzare la strategia d’espansione del gas naturale statunitense in Asia è bene introdurre due idee fondamentali che serviranno per comprendere la visione dietro le azioni intraprese. Il primo concetto chiave è quello di </span><i><span style="font-weight: 400;">energy dominance</span></i><span style="font-weight: 400;">, contenuto nella </span><a href="https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2017/12/NSS-Final-12-18-2017-0905.pdf"><i><span style="font-weight: 400;">National Security Strategy</span></i></a><span style="font-weight: 400;"> degli Stati Uniti del </span>2017<span style="font-weight: 400;">, elaborata dunque sotto la </span><a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/president-donald-j-trump-unleashing-american-energy-dominance/"><span style="font-weight: 400;">presidenza Trump</span></a><span style="font-weight: 400;">. La premessa alla base di questo concetto è che gli Stati Uniti ricopriranno negli anni a venire il ruolo di nazione dominante dal punto di vista energetico, situazione che rappresenta un </span><i><span style="font-weight: 400;">unicum </span></i><span style="font-weight: 400;">nella storia del Paese. Il ruolo dominante degli USA riguarda la produzione, il consumo e l’innovazione tecnologica nell&#8217;ambito energetico e l’abbondanza di fonti energetiche come gas naturale, petrolio, carbone, rinnovabili e nucleare è concepita come la chiave per stimolare l’economia e porre basi per la crescita futura. Inoltre, speciale attenzione è posta nella promozione delle esportazioni di risorse, tecnologie e servizi energetici nel mercato globale, scenario su cui gli USA vogliono imporsi anche tramite il supporto attivo al proprio settore privato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il secondo pilastro fondamentale della geopolitica di <strong>Donald Trump</strong> nella regione è il concetto di </span><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/indo-pacific-strategy-background-analysis-20714"><span style="font-weight: 400;">strategia Indo-Pacifica</span></a><span style="font-weight: 400;">: elaborato per la prima volta da </span><b>Gurpreet s. Khurana</b><span style="font-weight: 400;">, stratega marino e direttore esecutivo della </span>New Delhi National Marine Foundation<span style="font-weight: 400;">, il termine ha ripreso vita con Trump soprattutto nella sua accezione di visione regionale contrapposta all’idea di &#8220;Asia-Pacifico&#8221;, la quale include la Cina e vede l’Asia orientale come un blocco unitario che discute i propri interessi con gli Stati Uniti. Con la promozione di un’idea di Indo-Pacifico, Trump definisce un quadro in cui le nazioni di riferimento, oltre agli Usa, sono l’India, il Sud-est Asiatico, la Corea del Sud, l’Australia e il Giappone, tutti uniti per contenere il ruolo cinese nell’area. La Cina era già presente come minaccia all’interno della sinossi non secretata della </span><a href="https://dod.defense.gov/Portals/1/Documents/pubs/2018-National-Defense-Strategy-Summary.pdf"><i><span style="font-weight: 400;">National Defense Strategy</span></i><span style="font-weight: 400;"> del 2018</span></a><span style="font-weight: 400;">, dove la stessa contrapposizione fra essa e la zona Indo-Pacifica viene evidenziata rappresentando le manovre di Pechino come tentativi di estendere con aggressività la propria influenza nella regione, col fine ultimo di ottenere l’egemonia su di essa. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rivalità fra Cina e Stati Uniti, dunque, si traduce anche in una diversa rappresentazione degli spazi geografici e delle relazioni che li organizzano, come delineato all’interno del documento &#8220;</span><a href="https://media.defense.gov/2019/Jul/01/2002152311/-1/-1/1/DEPARTMENT-OF-DEFENSE-INDO-PACIFIC-STRATEGY-REPORT-2019.PDF"><span style="font-weight: 400;">Indo-Pacific Strategy Report</span></a><span style="font-weight: 400;">&#8221; elaborato dal Dipartimento della Difesa statunitense e pubblicato il primo </span>giugno 2019<span style="font-weight: 400;">. Fin dal messaggio del </span><b>Segretario della Difesa</b><span style="font-weight: 400;"> contenuto nel documento, gli Stati Uniti definiscono l’area Indo-Pacifica come una regione a cui gli Stati Uniti, essendo una &#8220;</span><b>nazione Pacifica</b><span style="font-weight: 400;">&#8220;, si sentono legati da legami storici, culturali, commerciali e valoriali mentre la Cina viene rappresentata come un attore aggressivo che tramite l’influenza, un'&#8221;economia predatoria&#8221; e il potere militare cerca di piegare al suo volere le altre nazioni, il tutto entro il secondo paragrafo del documento. Per capire meglio l’importanza dello spostamento occorre ricordare che anche nella </span><a href="https://obamawhitehouse.archives.gov/sites/default/files/docs/2015_national_security_strategy_2.pdf"><i><span style="font-weight: 400;">National Security Strategy</span></i></a><span style="font-weight: 400;"> elaborata da Obama nel </span>2015<span style="font-weight: 400;"> viene scritto che gli Usa “sono stati e rimarranno una potenza Pacifica”, tuttavia si parla di “Asia” e “Pacifico” come due concetti interconnessi, senza delineare una divisione fra </span><b>blocco Indo-Pacifico</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>blocco cinese</b><span style="font-weight: 400;">. Al contrario, il documento afferma che gli Usa “accolgono l’ascesa di una stabile, pacifica e prospera Cina” ed enfatizzano come l’intenzione sia quella di costruire rapporti positivi con quest’ultima. Il cambio di paradigma è evidente ed aiuta a capire verso chi potesse essere rivolta quella suggestiva idea di </span><i><span style="font-weight: 400;">energy dominance</span></i><span style="font-weight: 400;"> discussa in precedenza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questi concetti sono ciò che serve per inquadrare le mosse degli Stati Uniti nel mercato del gas naturale asiatico. La produzione di gas naturale Usa porta il Paese ad essere </span><a href="https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=40973"><span style="font-weight: 400;">leader mondiale</span></a><span style="font-weight: 400;"> nel settore e l’espansione in altri mercati è fondamentale per garantire l’acquisto di questo stesso gas. La Cina, individuata come il </span><a href="https://www.scmp.com/news/china/policies-politics/article/2152586/china-become-worlds-top-importer-natural-gas-2019"><span style="font-weight: 400;">principale importatore di gas naturale</span></a><span style="font-weight: 400;"> nel </span>2019<span style="font-weight: 400;"> soprattutto grazie agli acquisti di Gnl, è il driver principale del </span><a href="https://www.iea.org/gas2018/"><span style="font-weight: 400;">mercato</span></a><span style="font-weight: 400;"> e l’incontro fra essa e gli Stati Uniti su questo scenario riflette la contrapposizione fra i due Paesi dal punto di vista geopolitico. Un primo segnale evidente è il </span><a href="https://www.reuters.com/article/us-usa-trade-china-lng/trade-war-cuts-u-s-liquefied-natural-gas-exports-to-china-idUSKCN1SG1YU"><span style="font-weight: 400;">mancato arrivo</span></a><span style="font-weight: 400;"> delle navi cargo di Gnl partite dagli Stati Uniti e dirette in Cina a marzo e aprile di quest’anno, blocco che </span><a href="https://www.eia.gov/dnav/ng/hist/ngm_epg0_eng_nus-nch_mmcfM.htm"><span style="font-weight: 400;">persiste tutt’oggi</span></a><span style="font-weight: 400;"> in risposta all’inasprirsi della guerra commerciale fra le due potenze. Il calo c’è stato anche confrontando i dati del </span>2018<span style="font-weight: 400;">, con </span>27<span style="font-weight: 400;"> navi statunitensi arrivate in Cina, rispetto alle </span>30<span style="font-weight: 400;"> navi arrivate nel </span>2017<span style="font-weight: 400;">, dopo che </span><a href="https://www.eia.gov/dnav/ng/hist/ngm_epg0_eng_nus-nch_mmcfA.htm"><span style="font-weight: 400;">il 2015 ed il 2016</span></a><span style="font-weight: 400;"> avevano visto un exploit delle esportazioni di Gnl statunitense nel gigante asiatico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A fronte di una riduzione delle esportazioni verso la Cina, gli </span><a href="https://www.eia.gov/dnav/ng/ng_move_expc_s1_a.htm"><span style="font-weight: 400;">Usa</span></a><span style="font-weight: 400;"> accrescono il volume di Gnl inviato in </span>India, che passa da 16 915 milioni di piedi cubi nel 2016 a 57 634 nel 2018, il Giappone che da 13.310 milioni del 2014 passa a 125.534 milioni nel 2018, il Pakistan che nel 2017 importava 3.166 milioni di piedi cubi e nel 2018 12.188 &#8211; quasi quattro volte tanto in un anno -, la Corea del Sud che da 10.166 milioni nel 2016 raggiunge i 252.223 milioni nel 2018<span style="font-weight: 400;">. Il </span><i><span style="font-weight: 400;">freedom gas</span></i><span style="font-weight: 400;">, come ribattezzato dal </span><a href="https://www.energy.gov/articles/department-energy-authorizes-additional-lng-exports-freeport-lng"><span style="font-weight: 400;">Dipartimento dell’Energia</span></a><span style="font-weight: 400;"> statunitense, sta letteralmente inondando i mercati asiatici spinto dalla forte domanda di fonti di energia più pulite mentre quello cinese sta sperimentando i primi effetti della guerra commerciale. Nella sfida ad essere il dominatore del mercato del Gnl in Asia, gli Stati Uniti hanno come competitors reali il </span><b>Qatar</b><span style="font-weight: 400;">, il quale sta dirigendo la sua attenzione verso il gas naturale e l’Asia, motivo proprio </span><span style="font-weight: 400;"><a href="https://www.theguardian.com/business/2018/dec/03/qatar-pulls-out-of-opec-to-focus-on-gas-production">abbandono dell’Opec</a></span><span style="font-weight: 400;"> l’</span><b>Australia</b><span style="font-weight: 400;"> che è proiettata verso il ruolo di </span><a href="https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=40853"><span style="font-weight: 400;">principale esportatore di Gnl</span></a><span style="font-weight: 400;"> del mondo e la </span><a href="https://www.reuters.com/article/us-russia-energy-novatek-lng/russia-ups-lng-race-with-green-light-on-21-billion-arctic-lng-2-project-idUSKCN1VQ0IH"><span style="font-weight: 400;">Russia</span></a><span style="font-weight: 400;">, la quale però dovrà sgomitare per farsi spazio in un terreno dove la competizione è serrata. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La lotta per la supremazia è dunque serrata e per gli Stati Uniti non sarà priva di avversari di peso. Tuttavia, i segnali sembrano benevoli e le </span><a href="https://www.reuters.com/article/us-china-usa-lng-iea/u-s-china-will-be-worlds-biggest-lng-exporter-and-importer-in-2024-iea-idUSKCN1UB2EA"><span style="font-weight: 400;">previsioni della Iea</span></a><span style="font-weight: 400;"> vedono gli Usa diventare il principale esportatore di Gnl nel </span>2024<span style="font-weight: 400;">. Una crescita evidentemente guidata in gran parte dall’Asia o, più precisamente, da quell’area Indo-Pacifica a cui il presidente Trump guarda in funzione anticinese. Stringere solidi legami per la fornitura di gas naturale è dunque un ottimo veicolo per garantirsi un legame con quelle nazioni come Giappone, India e Corea del Sud che vedrebbero di buon occhio un ridimensionamento cinese da cui potrebbero ricavare qualche vantaggio e nella corsa alla crescita potranno star certi che il </span><i><span style="font-weight: 400;">freedom gas</span></i><span style="font-weight: 400;"> sarà dalla loro parte. D’altra parte, il potere di cui gli Usa godranno nella regione crescerà di importanza e il Gnl diventerà un veicolo di trasmissione dell’</span><a href="https://nationalinterest.org/feature/us-natural-gas-new-global-soft-power-weapon-76471"><span style="font-weight: 400;">influenza statunitense</span></a><span style="font-weight: 400;"> nell’Indo-Pacifico, portando la divisione fra Stati Uniti e Cina su un ulteriore livello.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/la-strategia-nellindo-pacifico-passa-dal-gas.html">La strategia nell&#8217;Indo-Pacifico passa dal gas</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Putin compra Petroleos de Venezuela?</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/putin-compra-petroleos-de-venezuela.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Oct 2019 15:22:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1046" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Petrolio venezuelano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852-300x164.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852-768x419.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852-1024x558.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La notizia diffusa dal quotidiano venezuelano El Nacional (e riportata dall&#8217;agenzia di stampa russa Tass) potrebbe avere ripercussioni molto importanti. E riguarda la possibilità che il governo venezuelano ceda il controllo della compagnia petrolifera di Stato Pdvsa a Rosneft, colosso petrolifero russo controllata in maggioranza dal Cremlino. El Nacional citerebbe fonti all’interno del settore e definirebbe la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/putin-compra-petroleos-de-venezuela.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1046" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Petrolio venezuelano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852-300x164.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852-768x419.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Petrolio-venezuela-La-Presse-e1572535316852-1024x558.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">La notizia diffusa dal quotidiano venezuelano </span><i><span style="font-weight: 400;">El Nacional</span></i><span style="font-weight: 400;"> (e riportata dall&#8217;agenzia di stampa russa </span><em><span style="font-weight: 400;"><a href="https://tass.com/economy/1083631">Tass</a></span></em><span style="font-weight: 400;">) </span><span style="font-weight: 400;">potrebbe avere ripercussioni molto importanti. E riguarda </span><span style="font-weight: 400;">la possibilità che il governo venezuelano ceda il controllo della compagnia petrolifera di Stato Pdvsa a Rosneft, colosso petrolifero russo controllata in maggioranza dal Cremlino. </span><i><span style="font-weight: 400;">El Nacional</span></i><span style="font-weight: 400;"> citerebbe fonti all’interno del settore e definirebbe la decisione come un modo per ottenere la cancellazione del debito nei confronti della Russia – solo il </span><a href="https://www.reuters.com/article/us-venezuela-rosneft-debt/venezuelas-pdvsa-debt-to-russias-rosneft-down-to-1-1-billion-in-second-quarter-idUSKCN1VB1DI"><span style="font-weight: 400;">debito</span></a><span style="font-weight: 400;"> di Pdvsa con Rosneft ammonterebbe a 1,1 miliardi di dollari –  in cambio del passaggio di proprietà. </span><span style="font-weight: 400;">Ipotesi che è stata smentita dal consigliere di Nicolas Maduro, <strong>Diosdado Cabello</strong>, il quale ha definito la voce riportata da <em>El Nacional</em> una </span><a href="https://ria.ru/20191018/1559929364.html"><span style="font-weight: 400;">falsità</span></a><span style="font-weight: 400;"> presso l’agenzia di stampa russa Ria Novosti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutto finito, dunque? In realtà la situazione potrebbe essere più complessa. Maduro ha infatti già compiuto delle azioni molto rilevanti per definire i rapporti di forza all&#8217;interno del settore petrolifero venezuelano, come il suo recente </span><a href="https://formiche.net/2019/09/maduro-mosca-pdvsa/"><span style="font-weight: 400;">viaggio</span></a><span style="font-weight: 400;"> in <strong>Russia</strong> ed il trasferimento della sede europea di Pdvsa da Lisbona a Mosca deciso in concomitanza. Il trasferimento è stato definito dal ministro del Petrolio venezuelano </span><a href="https://www.ft.com/content/01f525da-4952-11e9-bbc9-6917dce3dc62"><span style="font-weight: 400;">Manuel Quevedo</span></a><span style="font-weight: 400;"> come parte della strategia di business della compagnia di Stato, ora orientata verso i mercati di Russia e Cina. I rapporti fra Pdvsa e Russia, dunque, sono già in fase di consolidamento e sebbene non dovesse verificarsi il passaggio di proprietà i russi giocheranno comunque un ruolo fondamentale all&#8217;interno della compagnia, anche solo per l’ingente credito che detengono nei suoi confronti precedentemente menzionato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">D’altra parte, il famoso passaggio è difficile da attuare materialmente in quanto, secondo la legge venezuelana, richiederebbe l’approvazione dell’Assemblea Nazionale attualmente sotto il controllo dell’opposizione, come la stessa agenzia <em>Tass</em> ha riportato nel suo comunicato. Rilanciando questa notizia sembra più che il Governo russo, proprietario dell’agenzia Tass stessa, abbia voluto diffondere un’informazione che avrebbe potuto destare la curiosità e lo stupore degli osservatori e dei commentatori, soprattutto su internet, e guardando la quantità di articoli prodotti sul tema si direbbe che l’esperimento sia andato a buon fine. Tuttavia gli attori coinvolti in questa trattativa, russi in primis, sanno bene di non potersi esporre più di tanto e che il contesto venezuelano sia particolarmente intricato anche all’interno di Pdvsa, la quale ha un consiglio di amministrazione parallelo eletto dall&#8217;opposizione </span><a href="https://www.reuters.com/article/us-venezuela-politics-pdvsa/venezuela-congress-allows-parallel-pdvsa-board-to-negotiate-foreign-debt-idUSKCN1RL2CQ"><span style="font-weight: 400;">autorizzato</span></a><span style="font-weight: 400;"> dall&#8217;Assemblea Nazionale stessa a discutere il debito estero della compagnia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È però praticamente certo che la Russia abbia interesse a consolidare il proprio ruolo di operatore nel settore petrolifero venezuelano, il quale detiene la maggior quantità di riserve di petrolio provate del mondo (dato </span><a href="https://www.eia.gov/beta/international/analysis.php?iso=VEN"><span style="font-weight: 400;">EIA</span></a><span style="font-weight: 400;">, 2018). Avere immense riserve di petrolio, però, non è sufficiente: occorre anche la capacità di raffinare il greggio e renderlo un prodotto utilizzabile, o al limite accedere a servizi di raffinazione in altri Paesi. La capacità di raffinazione del settore petrolifero venezuelano è ridotta anche per complicità delle sanzioni, con un dato del 2018 che mostrava una capacità reale – 626mila barili al giorno – minore della metà della sua capacità nominale, stimata nel 2017 in 1,3 milioni di barili al giorno (dati </span><a href="https://www.eia.gov/beta/international/analysis.php?iso=VEN"><span style="font-weight: 400;">Eia</span></a><span style="font-weight: 400;">). La Russia, al contrario, è ancora oggi un attore di primo livello nel campo della raffinazione, con una </span><a href="https://www.forbes.com/sites/woodmackenzie/2018/11/19/why-russia-matters-to-the-refining-sector/#65224d933933"><span style="font-weight: 400;">capacità</span></a><span style="font-weight: 400;"> di circa 6,5 milioni di barili al giorno – circa 6 volte la capacità nominale venezuelana – ed avendo il Venezuela perso il suo principale partner raffinatore, ovvero gli Stati Uniti (EIA), la Russia potrebbe gradualmente sostituirsi come raffinatore del greggio proveniente da Caracas.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questi elementi potrebbero portare, nel medio periodo, al consolidamento della Russia come Paese produttore e raffinatore di greggio nel mercato petrolifero globale. Una volta che la Russia avrà provveduto a raffinare il nuovo petrolio proveniente dal Venezuela dovrà, per forza di cose, trovare un mercato per quest’ultimo e sarebbe interessante capire dove verrà diretta questa ulteriore disponibilità di prodotti energetici al di là del Venezuela, il quale probabilmente riceverà in cambio una parte sostanziosa di quei prodotti raffinati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli scenari possibili sono sostanzialmente due. L’Unione europea importa grandi quantità di gas naturale e petrolio – sia non raffinato che prodotti petroliferi – dalla Russia. </span><a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Oil_and_petroleum_products_-_a_statistical_overview#Oil_imports_dependency"><span style="font-weight: 400;">Eurostat</span></a><span style="font-weight: 400;"> fornisce tutti i dati relativi alle dinamiche del mercato petrolifero dell’Unione: in particolare, stando ai dati l’Ue ha importato per il 2017 565,7 milioni di tonnellate in petrolio non raffinato, con la Russia come primo fornitore – 163,1 milioni di tonnellate –, ben più che l’Arabia Saudita – 35,6 milioni di tonnellate –. Il rapporto fra importazioni nette e consumo energetico interno segna una dipendenza dalle importazioni di petrolio dell’UE dell’86,7% (UE a 28, dati del 2017).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, un dato interessante è anche l’andamento delle importazioni di petrolio non raffinato dalla Russia dal 2000 al 2017: dopo una crescita sensibile fino al 2004 e al netto di una leggera flessione fra il 2013 ed il 2016, le importazioni dalla Russia si sono mantenute stabili e non hanno segnato una crescita sostanziale del volume. Sembrerebbe dunque che il petrolio, per quanto fondamentale all&#8217;interno dell’economia dell’Ue, non venga richiesto in quantità crescenti, segnando una stabilità della domanda che rende il mercato europeo stabile e con <strong>prospettive di crescita limitate</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Verrebbe dunque da chiedersi come la Russia potrà trarre vantaggio dal controllo delle riserve petrolifere venezuelane. La risposta potrebbe venire da Oriente, con le economie asiatiche che si candidano a nuovo mercato d’elezione per il petrolio venduto da Mosca: il consumo energetico primario della<strong> regione Asia-Pacifico</strong> corrisponde attualmente a più del </span><a href="https://www.ft.com/brandsuite/cme-group/asia-grows-as-a-crude-oil-price-maker/index.html"><span style="font-weight: 400;">40%</span></a><span style="font-weight: 400;"> di quello mondiale e secondo l’</span><a href="https://www.bp.com/content/dam/bp/business-sites/en/global/corporate/pdfs/energy-economics/energy-outlook/bp-energy-outlook-2018.pdf"><span style="font-weight: 400;">Energy Outlook del 2018 di Bp</span></a><span style="font-weight: 400;"> l’Asia sarà la regione che contribuirà maggiormente all’aumento di circa un terzo della domanda energetica mondiale per il 2040.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’Asia ha bisogno di energia e la paura di non riceverne abbastanza è un driver sempre più forte per la loro politica estera ed economica: in particolare, la regione è dipendente dalla fornitura di petrolio dal Medi oriente, una condizione che diventa sempre più sofferta con l’intensificarsi della crisi fra Iran e Arabia Saudita. Questo spinge Paesi come Cina o India a </span><a href="https://www.ft.com/content/6d22dbf4-d921-11e9-8f9b-77216ebe1f17"><span style="font-weight: 400;">ricercare fornitori alternativi</span></a><span style="font-weight: 400;"> qualora i ritardi comincino ad accumularsi e a perdurare nel tempo ed essendo proprio Cina ed India rispettivamente il secondo ed il terzo Paese per </span><a href="https://ceoworld.biz/2018/11/13/the-worlds-biggest-oil-consuming-countries/"><span style="font-weight: 400;">consumo di petrolio</span></a><span style="font-weight: 400;"> al mondo è chiaro che questi saranno particolarmente avidi di oro nero in caso di crisi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per capire quanto il mercato petrolifero asiatico sia più promettente di quello europeo basta vedere la differenza fra il consumo annuale cinese – 12.799.000 barili al giorno (dati di </span><a href="https://ceoworld.biz/2018/11/13/the-worlds-biggest-oil-consuming-countries/"><span style="font-weight: 400;">Ceoworld</span></a><span style="font-weight: 400;">, 2017) contro 4,82 barili di petrolio al giorno prodotti (dati </span><a href="https://www.eia.gov/tools/faqs/faq.php?id=709&amp;t=6"><span style="font-weight: 400;">Eia</span></a><span style="font-weight: 400;">, 2018) – con quelli della <strong>Germania</strong>, primo Paese europeo che troviamo nella stessa classifica – più precisamente, al </span><a href="https://ceoworld.biz/2018/11/13/the-worlds-biggest-oil-consuming-countries/"><span style="font-weight: 400;">nono posto</span></a><span style="font-weight: 400;"> con 2 447 000 barili al giorno, poco meno di un quinto del consumo cinese –. Circa cinque Germanie sarebbero dunque necessarie per fare la domanda giornaliera di un solo Paese asiatico, mentre l’India viaggia su un più modesto consumo giornaliero di 4 690 000 di barili, poco meno del doppio della prima economia europea. Inoltre, fra i primi dieci Paesi per consumo petrolifero, 4 sono asiatici ed insieme totalizzano il 24,7% del consumo mondiale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In conclusione, la Russia avrà con molta probabilità un ruolo sempre maggiore come raffinatore del petrolio venezuelano e potrà contare su questa ulteriore disponibilità per guadagnare reddito dalle esportazioni nel mercato asiatico, meno interessato rispetto a quello europeo a ridurre l’utilizzo di combustibili fossili che non siano carbone e più lanciato verso uno sviluppo economico estremamente energivoro. Occorre però tenere a mente che tutti gli attori coinvolti hanno interesse a giocare con la diffusione di informazioni per creare emozioni fra gli osservatori, i quali spesso dimenticano la complessità dello scenario preso in considerazione e rischiano di vedere come un dato di fatto un processo che è tuttora in corso. La <strong>cautela</strong>, quando si parla di Russia come di America Latina, è decisamente d’obbligo. </span></p>
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