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	<title>Rebecca Passeri Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Sun, 16 Nov 2025 09:56:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Rebecca Passeri Archives - InsideOver</title>
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		<title>La &#8220;flotilla&#8221; dei popoli indigeni alla COP30 contro l&#8217;indifferenza del mondo sull&#8217;ambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Passeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2025 09:56:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[COP30]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una Flottiglia di decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di persone appartenenti a più di cinquanta popoli indigeni ha attraversato il Rio delle Amazzoni verso la COP30 per denunciare l’impatto dell’agricoltura industriale, dell’estrazione di combustibili fossili e dell’attività mineraria sulle comunità amazzoniche.  Dalle rive del fiume Napo a Coca, in Ecuador, la Flottiglia Yaku &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-flotilla-dei-popoli-indigeni-alla-cop30-contro-lindifferenza-del-mondo-sullambiente.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-flotilla-dei-popoli-indigeni-alla-cop30-contro-lindifferenza-del-mondo-sullambiente.html">La &#8220;flotilla&#8221; dei popoli indigeni alla COP30 contro l&#8217;indifferenza del mondo sull&#8217;ambiente</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_20251116105452746_6108ca92b52fffed87aac96b8acf8d74-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una Flottiglia di decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di persone appartenenti a più di cinquanta popoli indigeni ha attraversato il Rio delle Amazzoni verso la <a href="https://it.insideover.com/ambiente/cop30-la-lotta-al-cambiamento-climatico-nel-mondo-della-competizione-senza-limiti.html">COP30 </a>per denunciare l’impatto dell’agricoltura industriale, dell’estrazione di combustibili fossili e dell’attività mineraria sulle comunità amazzoniche. </p>



<p>Dalle rive del fiume Napo a Coca, in Ecuador, la Flottiglia Yaku Mama &#8211; la “madre delle acque”- ha percorso oltre 3.000 chilometri per raggiungere Belém, in Brasile, che questo anno ospita la COP30 dal 6 al 21 novembre. “Navighiamo insieme perchè vogliamo alzare le nostre voci in difesa di madre natura” dichiara un’ attivista a bordo. La Flottiglia diventa così il grido dei popoli indigeni che, pur custodendo il 36% delle terre emerse globali mantenute in buone condizioni proprio grazie alla loro presenza, ricevono solo l’1% dei fondi per il clima e sono allo stesso tempo coloro che subiscono più duramente gli effetti della crisi climatica, dell’estrattivismo e dell’agricoltura industriale.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="es" dir="ltr">🚤 Compartimos fragmentos destacados de la rueda de prensa de la <a href="https://twitter.com/amazonflotilla?ref_src=twsrc%5Etfw">@amazonflotilla</a> en su llegada a Belém do Pará.<br><br>🌊 Después de recorrer más de 3.000 kilómetros desde los Andes hasta la selva amazónica, la Flotilla Yaku Mama arribó a Belém, en vísperas de la <a href="https://twitter.com/hashtag/COP30?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#COP30</a>, como un acto… <a href="https://t.co/rCf5eq3KCD">pic.twitter.com/rCf5eq3KCD</a></p>&mdash; Comisión Nacional de Territorios Indígenas (@CNTI_Indigena) <a href="https://twitter.com/CNTI_Indigena/status/1987880737786253808?ref_src=twsrc%5Etfw">November 10, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>Un grido globale che sorge dal basso e che a Betlém ha preso forma parallelamente ai lavori della COP30, la 30ª Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). A otto chilometri dallo spazio riservato per la COP30, infatti, è stata aperta la Cupola dei Popoli, uno spazio parallelo al vertice dei negoziati guidato dai governi e dunque uno spazio di rivendicazione delle comunità indigene, che non hanno voce all’interno dei negoziati. Uniti in una voce unanime, gli attivisti da sessanta paesi diversi chiedono una giustizia climatica equa, che tenga in considerazione le volontà e le necessità delle comunità indigene, custodi delle terre dell’Amazzonia.&nbsp;</p>



<p>Secondo il Monitoring of the Andean Amazon Project, tra il 2012 e il 2024 almeno il 36% delle deforestazioni causate dall’estrattevismo è avvenuto in territori indigeni. Secondo l’Amazonian Geo-referenced Socio-Environmental Information Network su 390 milioni di ettari protetti, 87,2 milioni di ettari, quasi il 22%<strong>, </strong>sono soggetti a minaccia o pressione da progetti minerari o petroliferi. Inoltre, secondo WWF, ci sono 106 contratti già concessi di petrolio/gas e 439 concessioni minerarie sovrapposti a territori indigeni amazzonici. Proprio contro lo sfruttamento delle loro terre gli esponenti delle comunità indigene hanno protestato e invaso l’area riservata ai negoziati della COP30 ribadendo che: “la nostra terra non è in vendita”.&nbsp;</p>



<p>Un grido che tenta di cambiare regole su chi si siede ai tavoli dei negoziati e che chiede il riconoscimento e il coinvolgimento delle comunità indigene nella lotta al riscaldamento climatico. “L’unica risposta all’emergenza climatica siamo noi” : sapere ancestrale e pratiche agroecologiche sono considerati dalle comunità indigene i reali strumenti contro il cambiamento climatico rispetto invece all’agrobuisness e al greenwashing portato avanti dai governi ai tavoli delle trattative. Una giustizia climatica reale, equa e inclusiva è dunque quella che chiedono gli attivisti riunitisi alla Cupola dei Popoli, che si contrappongono ai negoziatori della COP30, di cui uno su venticinque è un lobbista del combustibile fossile secondo un analisi di Kick Big Polluters Out.&nbsp;</p>



<p>Sonia Guajajara, storica attivista brasialiana  e ora&nbsp; Ministra dei Popoli Indigeni dopo la nomina del Preseidente Lula Da Silvia, ha ribadito più volte la necessità di rendere le comunità indigene, i contadini e i villaggi protagonisti della lotta al cambiamento climatico: “Tra gli obbiettivi del vertice vi è la richiesta che i paesi riconoscano la demarcazione delle terre indigene come politica climatica”.</p>



<p>Tuttavia, mentre i tavoli dei negoziati restano nelle mani di governi e lobby, gli attivisti indigeni continuano a essere relegati ai margini: affollano gli ingressi della COP30, protestano e chiedono politiche climatiche eque e inclusive per le comunità che più tutelano le terre emerse e che, al tempo stesso, vivono sulla propria pelle gli effetti di un cambiamento climatico sempre più incontrollabile.</p>
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		<title>Il Ponte di Allenby: unica apertura al mondo per i palestinesi e simbolo del controllo israeliano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-ponte-di-allenby-unica-apertura-al-mondo-per-i-palestinesi-e-simbolo-del-controllo-israeliano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Passeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 15:35:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="467" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby.jpg 700w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Dopo un attentato, gli israeliani hanno chiuso il Ponte di Allenby, tagliando la Cisgiordania fuori dal mondo. Un simbolo di oppressione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="467" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby.jpg 700w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/allenby-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Il valico di frontiera di Allenby, situato a Sud della Valle del Giordano tra Cisgiordania e Giordania, è l’unica via d’ ingresso ed uscita per tre milioni di palestinesi della Cisgiordania verso il mondo esterno. Il 18 Settembre 2025, in seguito all’uccisione di soldati israeliani da parte di un’autista giordano nei pressi del valico, <strong>Israele ha deciso di chiudere il valico per un tempo indefinito fino a nuovo avviso,</strong> non lasciando più passare aiuti umanitari provenienti dalla Giordania in direzione Gaza e non permettendo ai palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est di uscire ed entrare nel proprio Stato. Nei giorni successivi, l’Autorità Aeroportuale Israeliana, che amministra il valico, ne ha dichiarato la riapertura parziale solo per passeggeri, utilizzando strategicamente il valico per l’ennesima volta negli ultimi anni. </p>



<p>Il valico di Allenby rappresenta <strong>l’unica via d’uscita e d’entrata che non prevede il passaggio dei palestinesi in territori israeliani</strong>, i quali sono comunque inaccessibili per la maggior parte di essi. Situato a trenta chilometri da Gerusalemme e a cinquantasette chilometri da Amman, il valico è un ingresso vitale per l’economia della Cisgiordania, per l’arrivo degli aiuti umanitari a Gaza e per il diritto alla libertà di movimento dei palestinesi. </p>



<p>Infatti, come dichiarato al giornale <em>The New Arab </em>da <strong>Bashar al-Saifi</strong>, il viceministro dell&#8217;Economia palestinese, il 90% delle merci palestinesi che vengono esportate al resto dei Paesi arabi passa da questo valico. Inoltre, un quarto degli aiuti umanitari che dalla Giordania entrano a Gaza tramite la risoluzione ONU 2720 passano necessariamente per il valico di Allenby. Infine, la chiusura del valico, anche chiamato King Hussein Bridge, non solo impedisce l’entrata di aiuti umanitari a Gaza e reca danni economici ingenti all’economia palestinesi, ma <strong>viola anche il diritto di movimento di centinaia di cittadini palestinesi che ogni giorno attraversano la frontiera</strong> per motivi personali, sanitari, di lavoro e di studio. </p>



<p>La frontiera in questione è dunque uno snodo fondamentale per la Cisgiordania e per il popolo palestinese. <strong>La sua gestione è sotto il controllo operativo israeliano </strong>che strategicamente ne ordina la chiusura o i ritardi con brevi avvisi ufficiali. A fine settembre per esempio, la seconda chiusura, successiva a quella dettata dall’uccisione di due soldati israeliani, è stata portata avanti da Israele <strong>subito dopo il riconoscimento dello Stato della Palestina da parte di Regno Unito, Francia, Canada ed Australia.</strong> Se la chiusura totale capita alcune volte l’anno per motivi di sicurezza, le limitazioni parziali e i ritardi sono mensili. </p>



<p>Il ministero degli Esteri palestinese ha infatti denunciato la politica di Israele riguardo al valico di Allenby, definendola parte di una strategia più ampia <strong>volta a imporre punizioni collettive ai cittadini palestinesi</strong> ed a inasprire le condizioni della loro permanenza nella propria terra. </p>



<p>Successivamente, ACRI, Associazione per i Diritti Civili in Israele, una delle principali organizzazioni israeliane indipendenti per la tutela dei diritti umani, ha affermato che la chiusura del valico di Allenby costituisce una violazione dei diritti umani di milioni di palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, poiché <strong>equivale a imporre un vero e proprio assedio che aggrava la crisi economica e umanitaria.</strong> Il 25 settembre 2025, ACRI, insieme a HaMoked, Centro per la Difesa dell’Individuo, ha presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana chiedendo la riapertura immediata del valico, sostenendo che la sua chiusura non possa essere giustificata da motivi politici, in quanto vi sono in gioco diritti fondamentali dei palestinesi.</p>



<p>Per il momento Israele ha riaperto parzialmente il valico, ma solo per il traffico di passeggeri che transitano fuori e dentro la Cisgiordania: difatti i veicoli commerciali e i trasporti di aiuti umanitari non sono stati autorizzati a transitare. </p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Cipro, l&#8217;assedio immobiliare per trasformarla in un protettorato di Israele</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cipro-lassedio-immobiliare-per-trasformarla-in-un-protettorato-di-israele.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Passeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2025 12:25:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cipro" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro.jpeg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-1024x576.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-768x432.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-334x188.jpeg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-600x338.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Da sempre alleato di Israele, lo Stato insulare è ora oggetto di un "assedio immobiliare" da parte di aziende dello Stato ebraico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cipro" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro.jpeg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-1024x576.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-768x432.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-334x188.jpeg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/cipro-600x338.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Cipro, situata ai margini del Levante, negli ultimi anni è considerata la “Nuova Terra Promessa” o la “porta sul retro d’Israele”. L&#8217;isola infatti è al centro di una crescente influenza israeliana: da un lato attraverso investimenti immobiliari, dall’altro come base strategica per esercitazioni e operazioni legate al genocidio a Gaza.</p>



<p>Cipro è uno Stato insulare del Mediterraneo Orientale, membro dell’Unione Europea. L&#8217;isola è per<a href="https://it.insideover.com/guerra/erdogan-contro-netanyahu-la-turchia-rompe-i-rapporti-diplomatici-con-israele.html"> il 36% occupata illegalmente dalla Turchia</a>, mentre le aree di Akrotiri e Dhekelia sono ancora amministrate dal Regno Unito come basi militari. Oggi, l’isola rappresenta una retrovia strategica per Israele, che vi esercita una crescente influenza. Se prima Cipro era la meta per le vacanze prediletta dagli israeliani, dal 2020 e quindi dall’era della pandemia, sempre più israeliani hanno iniziato a trasferirsi stabilmente a Cipro, diventando il quarto gruppo più grande di acquirenti stranieri.  <strong>L’afflusso di trasferimenti si è sviluppato in tre fasi diverse, </strong>tutte caratterizzati da crisi profonde che hanno destabilizzato il tessuto sociale israeliano: la pandemia nel 2020, la riforma giudiziaria nel 2023 ed infine il genocidio a Gaza iniziato due anni fa. Oggi si stima che a Cipro si siano trasferiti dai 15 ai 16 israeliani e questo, negli ultimi mesi, ha portato a un ingente afflusso di investitori israeliani e ad un ingente ondata di acquisizioni immobiliari.</p>



<p><strong>Stefanos Stefanou</strong>, leader del partito d’opposizione Akel, parla di un’acquisizione organizzata di terreni da parte di Israele, che ha come fine rendere Cipro una enclave satellite nel Mediterraneo orientale. Le accuse di antisemitismo non sono mancate al leader di Akel, che a giugno aveva già portato avanti una mozione parlamentare per frenare le cosiddette Golden Visa, le quali permettono a cittadini non europei di acquisire il passaporto cipriota attraverso l’acquisito di proprietà immobiliari. La Golden Visa rappresenta dunque uno dei principali mezzi attraverso cui i cittadini israeliani si trasferiscono stabilmente nell’isola nel minor tempo possibile.</p>



<p>La maggior parte degli acquisti viene fatta nella costa meridionale dell’isola: a Larnaca si contano 1.300 immobili, a Limassol 1.100 e a Paphos circa 1.300. La costa meridionale è infatti strategica: vicino ai porti e luogo ideale per le costruzioni di resort, palazzine sul mare e soprattutto le famose <em>gated community</em>, dove vivono la maggior parte degli israeliani sull’isola. Queste ultime sono <strong>complessi recintati e controllati da guardie di sicurezza e sistemi elettronici</strong>, che offrono appartamenti e ville di lusso con vista mare e servizi condominiali di alto livello. Tra i servizi comuni al suo interno vi sono giardini, aree gioco, campi sportivi e a volte anche negozi e scuole.</p>



<p>Oltre agli acquisti di immobili singoli, a Cipro vengono portati avanti <strong>ingenti progetti di investimenti immobiliari da parte di agenzie israeliane</strong>: tra questi i progetti di Limassol Marina, City of dreams Mediterranean, Olympic Residences, Sunrise Beach resort, Palladium Residences, Palm Residences, Lumina Mare, Aqua Residences, One Limassol ed altri. I progetti sono tutti di tipo residenziale e commerciale, con residenze private, ville di lusso, appartamenti, ristoranti, negozi e porti turistici. Tra i progetti più costosi ed ingenti portati avanti dal consorzio israeliano c’è sicuramente quello stabilito in accordo con il governo cipriota e che riguarda <strong>la riqualificazione urbana di Larnaca. </strong>Il progetto da circa un miliardo di euro si divide in tre progetti principali: Larnaca Seafront Development, Larnaca Marina e Larnaca Bay. Tutti comprendono la riqualificazione dell&#8217;infrastruttura portuale, lo sviluppo del porto turistico, la riqualificazione della rete stradale, delle aree verdi, dei parchi e dei marciapiedi, nonché unità abitative, locali di ristorazione e intrattenimento e negozi, per un periodo compreso tra 10 e 15 anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le missioni di ricognizione su Gaza</h2>



<p>Cipro però, non è solo meta di investimenti immobiliari e la nuova terra a cui gli israeliani guardano per una vita serena lontana da conflitti e crisi, ma è anche un luogo di intensa cooperazione militare con Israele: l’isola, infatti, avendo due basi militari britanniche a Akrotiri e Dhekelia, è <strong>anche un territorio strategico per le missioni di ricognizione su Gaza</strong> ed un territorio su cui l’esercito israeliano porta avanti esercitazioni.</p>



<p>Israele si stabilisce così l’alleato più stretto nella regione come affermato da <strong>Nikos Christodoulidīs</strong>, presidente della Repubblica di Cipro, ma questa alleanza non è nuova come non sono nuove le mire espansionistiche sioniste nell’isola. Infatti, non si potrebbe capire questo assedio immobiliare e questo nuovo fenomeno abitativo se non si facesse riferimento alle radici storiche del sionismo, alle affermazioni dei leader sionisti e ai legami strategici dei due Stati.</p>



<p>Nel 1899, durante il Terzo Congresso Sionista, l&#8217;attivista sionista <strong>David Trietsch</strong> propose che lo Stato ebraico inizialmente fosse stabilito a Cipro, considerando la sua vicinanza a Israele e il suo clima favorevole per gli ebrei europei: &#8220;Non dovrebbero cercare rifugio in terre favorevoli per l&#8217;insediamento europeo, poiché incontrerebbero resistenza in ogni paese di questo tipo. Inoltre, non sarebbero in grado di insediarsi in modo efficiente nelle regioni tropicali. Considerando queste condizioni, <strong>Cipro è la località più adatta per l&#8217;insediamento ebraico.</strong> Sebbene l&#8217;isola non attiri i coloni europei, il suo clima è adatto agli europei e, soprattutto, è vicina a Israele, fungendo da porta d&#8217;accesso a esso.&#8221;</p>



<p>Trietsch suggerì che, una volta migliorata la situazione in Eretz Israel, gli ebrei di Cipro avrebbero poi migrato nella terra promessa. Sebbene la proposta fosse accettata da <strong>Theodor Herzl</strong>, fu immediatamente respinta dalla leadership del Congresso. Nonostante ciò, Herzl continuò a considerare Cipro come un&#8217;opportunità, scrivendo nel novembre del 1899 che l&#8217;isola, sotto il controllo britannico, poteva essere un trampolino per raggiungere il suo obiettivo principale: la Terra d&#8217;Israele. Herzl immaginava che gli ebrei si sarebbero radunati a Cipro e, un giorno, avrebbero viaggiato verso la Terra d&#8217;Israele per riprenderla con la forza.</p>



<p>Da parte sua Cipro ha colto l’opportunità di collaborare con Israele nel 2008, durante la crisi dei rapporti tra Israele e Turchia. Da lì, <strong>il governo cipriota ha sempre cercato di manifestare appoggio a Tel Aviv</strong>, difatti nel 2010, durante la partenza della missione della Freedom Flotilla verso Gaza, le autorità cipriote erano state chiare dichiarando che i porti ciprioti non potessero essere dei trampolini di lancio della Flotilla e che agli attivisti non era possibile lasciare l’isola per unirsi alla Flotilla.</p>



<p>I rapporti tra Cipro e Israele si sono poi saldati con la scoperta di gas naturale nel Mediterraneo Orientale, che ha portato alla costruzione del gasdotto “East Med”, meccanismo tripartito tra Grecia, Israele e Cipro per portare gas all’Europa attraverso Grecia e Italia. <strong>Nel Mediterraneo Orientale si è creata così una cooperazione tra Israele, Cipro, Grecia e USA</strong> in materia di coordinamento della difesa, esplorazione energetica ed esercitazioni militari. Questo ha dunque portato Israele e Cipro ad avere una stretta collaborazione in materia di sicurezza, energia e tecnologia che solo nel 2022 ha fruttato 1,33 miliardi di dollari. Soprattutto nel campo della difesa, Israele viene visto come un possibile protagonista per la liberazione di Cipro del nord dall’occupazione turca e soprattutto dopo le tensioni tra Cipro e Turchia nel Mediterraneo Orientale, Israele ha fornito a Cipro tecnologie di difesa avanzate, tra cui sistemi di missili antiaerei e tecnologie di sorveglianza, oltre ad addestramenti militari congiunti. Un’ ipocrisia tutta occidentale questa, visti i settantasei anni di occupazione israeliana in Palestina.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cipro-lassedio-immobiliare-per-trasformarla-in-un-protettorato-di-israele.html">Cipro, l&#8217;assedio immobiliare per trasformarla in un protettorato di Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Borse di studio a rischio per 97 studenti di Gaza: bloccati da assenza visti e mancati corridoi umanitari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Passeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Sep 2025 15:17:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Novantasette studenti palestinesi provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania sono stati selezionati per beneficiare delle borse di studio IUPALS, promosse dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri italiano, e destinate alla frequenza di corsi universitari in trentacinque Atenei italiani. L&#8217;inizio del semestre è previsto per il 15 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/borse-di-studio-a-rischio-per-97-studenti-di-gaza-bloccati-da-assenza-visti-e-mancati-corridoi-umanitari.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250906171348315_5626f03af2c5e93b62ba7162dda0a178-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p class="has-text-align-left">Novantasette studenti palestinesi provenienti da <strong>Gaza</strong> e dalla <strong>Cisgiordania</strong> sono stati selezionati per beneficiare delle borse di studio IUPALS, promosse dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri italiano, e destinate alla frequenza di corsi universitari in trentacinque Atenei italiani<strong>. </strong>L&#8217;inizio del semestre è previsto per il 15 settembre, ma <strong>l’assenza di visti e di un piano di evacuazione</strong> mette seriamente a rischio la possibilità per questi studenti di arrivare in Italia in tempo per iniziare i propri percorsi accademici.</p>



<p class="has-text-align-left">Molti di loro si trovano bloccati a Gaza, con i confini chiusi e senza alcuna risposta dalle autorità consolari, nonostante abbiano già completato le procedure di preiscrizione e presentato regolarmente la richiesta di visto.</p>



<p class="has-text-align-left">A parlare a <em>InsideOver</em> è <strong>Mahmoud Nweija</strong>, studente palestinese di Ingegneria Informatica, al momento intrappolato a Gaza e borsista IUPALS per un Master in Data Science presso l’Università di Napoli Federico II.</p>



<p class="has-text-align-left">“Sto finendo la mia laurea triennale in ingegneria informatica. Dovrei laurearmi presto. Sto continuando la mia formazione online, naturalmente, perché in questo momento nessuna università sta funzionando fisicamente a Gaza. &nbsp;A maggio ho visto un annuncio di una borsa di studio creata dal CRUI, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri italiano. Hanno creato un gruppo di borse di studio per studenti palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania, in totale sono 97. So che c&#8217;erano molte università che offrivano queste borse. Mi è stato consigliato di fare domanda all’Università di Napoli Federico II. Così ho fatto domanda, e dopo due mesi, a luglio, ho ricevuto la preiscrizione dall’ambasciata, dove si diceva che fossi stato accettato per un corso di laurea magistrale in Data Science. Da quel momento ho cercato di capire cosa fare dopo: dovevo chiedere il visto? E se sì, come fare? dato che non posso andare al consolato a Gerusalemme perché sono bloccato a Gaza. Le frontiere sono chiuse, non posso uscire. Allora ho iniziato a chiedere in giro come potessi fare. Poi alcuni volontari italiani hanno iniziato ad aiutarci, specialmente Annette Palmieri, che mi ha aiutato a preparare i documenti. Oltre a lei c’è anche <em>Yalla Study</em>, un gruppo di avvocati che ha avviato un movimento per fare pressione affinché il visto venga accettato anche online. Mi hanno detto che sì, potevo fare domanda per il visto via e-mail. Ho preparato tutti i documenti, e dopo mesi, alla fine ho fatto domanda”.</p>



<p class="has-text-align-left">Dalla testimonianza di Mahmoud e dalle parole dell’attivista <strong>Annette Palmieri</strong>, emerge come le prime difficoltà affrontate dagli studenti palestinesi siano state <strong>legate all’impossibilità di reperire i documenti necessari, a causa della loro condizione di isolamento nella Striscia di Gaza</strong>. Dove il contesto è quello di un genocidio e scolasticidio messo in atto da Israele, che ha portato alla distruzione di tutte le università presenti nella Striscia, e che oggi impedisce ai civili di uscire dal territorio. Quelle che in una situazione di pace e normalità sono semplici procedure burocratiche per raggiungere l’Italia, per questi studenti palestinesi sono imprese impossibili e paradossali: è attualmente impossibile ottenere o rinnovare il passaporto, così come recuperarlo dalle macerie delle abitazioni distrutte dai bombardamenti. Non è neppure possibile raggiungere il Consolato italiano a Gerusalemme per richiedere un visto o inviare i documenti necessari tramite posta. Anche ottenere certificati e documenti, come la dichiarazione di valore richiesta da molte università, rappresenta una difficoltà enorme, poiché gli uffici preposti al rilascio di tali documenti non sono più operativi. A questo si aggiunge inoltre la chiusura di tutte le vie di uscita da Gaza, che rende vani gli sforzi degli studenti palestinesi, per i quali vi è bisogno dell’apertura di corridoi umanitari.</p>



<p class="has-text-align-left">Nonostante queste gravissime difficoltà, sia logistiche che burocratiche, alcuni studenti palestinesi sono riusciti a superare la fase di preparazione documentale con grande determinazione, affrontando una realtà che definire distopica non è eccessivo. Tuttavia, nonostante il superamento di questi ostacoli, le autorità italiane non hanno ancora dato risposta. Come spiegato da Mahmoud Nweija, i visti non sono stati rilasciati e un piano di evacuazione concreto non è stato organizzato:</p>



<p class="has-text-align-left">“Ho fatto domanda per il visto solo giorni fa, perché mi mancavano alcuni documenti. Altri studenti avevano già i documenti pronti e hanno fatto domanda circa un mese fa. <strong>Ma nessuno ha ricevuto risposta dal consolato.</strong> Tutto è bloccato, congelato. E il semestre inizia il 15 settembre. Stiamo per perderlo. Ora il problema principale è che nessuno riesce a uscire da Gaza. Nessuno.<br>Quindi, in sintesi, chiediamo solo di aprire i confini e creare corridoi umanitari sicuri per gli studenti di Gaza che vogliono raggiungere le università in Italia: non solo Napoli, ma anche Roma, Milano, Catania e così via.”</p>



<p class="has-text-align-left">Alla testimonianza di <strong>Mahmoud Nweija</strong>, si aggiunge a gran voce l’appello dell’attivista <strong>Annette Palmieri</strong>, che da mesi si è attivata per aiutare questi studenti palestinesi con la documentazione, la traduzione e la comunicazione con le diverse Università italiane aderenti al progetto.</p>



<p class="has-text-align-left">“La diplomazia deve attivarsi, <strong>servono dei corridoi umanitari che permettano agli studenti di arrivare in Italia e beneficiare delle borse di studio promosse dal governo italiano</strong>. Sto aiutando gli studenti a produrre tutta la documentazione necessaria per i visti di studio, non è facile perché ci sono ostacoli sia linguistici che burocratici, ma ora c’è bisogno di gridare a gran voce che il diritto allo studio non resti solo sulla carta e che esso non sia un privilegio per pochi. Non c’è più tempo, serve l’apertura di corridoi umanitari.”</p>



<p class="has-text-align-left">“Non tutti stanno facendo un master. Alcuni vogliono finire la triennale, altri hanno avuto due anni di interruzione educativa. Nessuna università o scuola è rimasta in piedi.<br>Chi studiava già è riuscito a continuare online, ma chi ha appena finito le superiori non ha studiato nulla negli ultimi due anni. Soprattutto i più giovani”, aggiunge <strong>Mahomoud Nweija</strong>.</p>



<p class="has-text-align-left">Dopo due anni di genocidio e la distruzione di tutte le Università presenti nella Striscia di Gaza, è fondamentale ribadire il diritto allo studio degli studenti palestinesi e per far questo è necessaria una pressione politica e diplomatica che porti all’apertura di corridoi umanitari che permettano l’evacuazione degli studenti beneficiari delle borse di studio IUPALS.</p>



<p class="has-text-align-left">Per aiutare questi studenti palestinesi <strong>è stata lanciata una raccolta firme che chiede l’apertura di un corridoio umanitario ad hoc prioritario</strong> perché le studentesse e gli studenti gazawi che sono ancora nella Striscia di Gaza possano evacuare e raggiungere il nostro paese e modalità che facilitino il rilascio del visto per le studentesse e gli studenti che risiedono in Cisgiordania in possesso dei requisiti richiesti a tal fine.<strong> <a href="https://secure.avaaz.org/community_petitions/it/appello_urgente_alla_crui_e_al_ministero_degli_aff_aiutiamo_gli_studenti_palestinesi_ad_arrivare_in_italia/?__HASH__=&amp;utm_source=whatsapp&amp;utm_medium=social_share&amp;utm_campaign=1747432&amp;utm_term=__HASH__%2Bit&amp;share_location=do_postaction&amp;astro=true">QUI IL LINK</a></strong></p>



<p></p>
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		<title>Masafer Yatta, il villaggio dove Israele applica la direttiva finale per la pulizia etnica</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/masafer-yatta-il-villaggio-dove-israele-applica-la-direttiva-finale-per-la-pulizia-etnica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Passeri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A partire dagli anni Settanta, Israele ha destinato il 18% della Cisgiordania occupata a "zone di tiro". E a Masafer Yatta... </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/10/OVERCOME_20241016172211473_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1535909-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p class="has-text-align-left">Masafer Yatta si trova nel Sud della Cisgiordania, nella regione collinare a Sud di Hebron, ed è interamente sotto controllo israeliano sia dal punto di vista militare che civile. L’area rientra nella cosiddetta “Area C”, <strong>secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo</strong>, e ospita circa venti villaggi palestinesi. Villaggi e comunità che, a causa di una recente direttiva dell’Amministrazione Civile israeliana, perderanno definitivamente le loro terre e le loro abitazioni.</p>



<p class="has-text-align-left">A partire dagli anni Settanta, Israele ha destinato il 18% della Cisgiordania occupata, comprese la Valle del Giordano e le colline a Sud di Hebron, a &#8220;zone di tiro&#8221; per l’addestramento militare. Questa decisione ha incluso anche Masafer Yatta e circa altre quaranta comunità palestinesi, coinvolgendo oltre 6.000 persone. In seguito, politici israeliani e inchieste giornalistiche hanno rivelato che <strong>l’obiettivo reale di queste zone militari era quello di sottrarre le terre ai palestinesi</strong> per consegnarle ai coloni, tracciando così un confine etnico tra popolazione palestinese e israeliana.</p>



<p class="has-text-align-left">Nel corso degli anni, le autorità israeliane e i coloni hanno minacciato costantemente le comunità locali, demolendo abitazioni e distruggendo attività agricole con il pretesto della mancanza di permessi edilizi, permessi che, nella pratica, sono impossibili da ottenere. Il risultato è che <strong>molte famiglie palestinesi si sono ritrovate senza casa,</strong> costrette a spostarsi mentre sul luogo delle loro abitazioni i coloni si appropriavano dei loro territori.</p>



<p class="has-text-align-left">Secondo un report di <strong>Kerem Navot</strong>, organizzazione israeliana che mappa l’espropriazione di terre in Cisgiordania, i coloni hanno occupato circa il 7% dell’Area C attraverso <strong>settantasette avamposti agricoli</strong>. Nonostante le “firing zones” dovrebbero essere off-limits sia per palestinesi che per israeliani, i soldati israeliani hanno espulso i pastori palestinesi e hanno permesso ai coloni di rimanere e costruirci abitazioni, come è emerso da risposte che i soldati dell’IDF hanno dato su richiesta di attivisti. Nonostante<strong> le colonie israeliane siano illegali secondo il diritto internazionale e violino la IV Convezione di Ginevra</strong>, che vieta a una potenza occupante di trasferire la propria popolazione nel territorio occupato, oggi il 10% della popolazione israeliana vive nelle colonie costruite illegalmente all’interno del versante palestinese della Green Line.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="977" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/Schermata-2025-06-27-alle-13.13.53-1-977x1024.jpg" alt="" class="wp-image-476378" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/Schermata-2025-06-27-alle-13.13.53-1-977x1024.jpg 977w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/Schermata-2025-06-27-alle-13.13.53-1-600x629.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/Schermata-2025-06-27-alle-13.13.53-1-286x300.jpg 286w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/Schermata-2025-06-27-alle-13.13.53-1-768x805.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/Schermata-2025-06-27-alle-13.13.53-1.jpg 1354w" sizes="auto, (max-width: 977px) 100vw, 977px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Aljazeera </figcaption></figure>



<p>Dall’inizio del genocidio a Gaza, la violenza dei coloni è solo aumentata. Secondo l’OCHA, da quando la stessa Organizzazione ha iniziato a tracciare la violenza dei coloni venti anni fa, <strong>il 2024 è stato l’anno peggiore con 1,860 attacchi da parte dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi </strong>in Cisgiordania, circa quattro attacchi al giorno, lasciando senza terra e senza casa 6,463 palestinesi. Tra questi non si contano i 40.000 palestinesi sfollati da tre campi profughi a Jenin e Tulkarem a seguito delle intense operazioni israeliane nel Nord della Cisgiordania da gennaio.</p>



<p>Tutto questo però, non ha mai fermato la resistenza palestinese, specialmente a Masafer Yatta, che, come è stato mostrato nel documentario vincitore agli Oscar “No Other Land”, è sempre stata portata avanti dagli attivisti palestinesi delle comunità locali per anni, fronteggiando la violenza quotidiana dei coloni e le minacce dei soldati.</p>



<p>Una violenza, quella dei coloni, dirompente e senza limiti. Infatti, come si può vedere sia nel documentario sia nelle varie pagine degli attivisti palestinesi, sia di giorno che di notte i coloni arrivano a gruppi con spranghe di ferro e fucili, entrano nei villaggi e nelle case, distruggendo gli averi delle famiglie palestinesi residenti, uccidendo le loro pecore al pascolo e ferendo, a volte a morte, i residenti dei villaggi.</p>



<p>Negli anni Ottanta, l’allora ministro dell’Agricoltura <strong>Ariel Sharon</strong> ha ufficialmente designato l’area di Masafer Yatta come &#8220;Zona di Tiro 918&#8221;, un’area militare di circa 3.000 ettari che comprende dodici villaggi palestinesi. Nel 1999 più di settecento residenti sono stati espulsi e le loro case sono state distrutte perché vivevano illegalmente nelle “firing zones”, <strong>da allora i residenti di Masafer Yatta hanno vissuto in un limbo legale</strong> sotto la minaccia persistente di perdere le proprie terre e le proprie case.</p>



<p>Tuttavia, negli ultimi mesi, sia i soldati che i coloni hanno intensificato gli attacchi e la violenza, minacciando di espellere le 2.500 persone che vivono nei villaggi di Masafer Yatta. A maggio di questo anno, per esempio, <strong>a Khilet Al-Dabe gli israeliani hanno effettuato la demolizione più grande mai registrata nell’area.</strong></p>



<p>Oggi, una nuova direttiva militare pone le basi per la pulizia etnica della regione: secondo una recente decisione dell’Amministrazione Civile israeliana, <strong>tutte le domande di costruzione presentate dai palestinesi a Masafer Yatta saranno automaticamente respinte.</strong> La misura, formalizzata dall’Ufficio Centrale di Pianificazione — l’organo militare responsabile dei permessi edilizi nei territori occupati — si basa su presunte necessità militari e si concentra in particolare sulla cosiddetta “Zona di Tiro 918”. L’obbiettivo del Comando Centrale dell’esercito è dunque <strong>allontanare gli abitanti palestinesi con ogni mezzo disponibile, sia militare che civile,</strong> per consentire all’esercito di utilizzare i terreni per esercitazioni militari con fuoco vivo. La direttiva è giustificata come preparazione a scenari di guerra multipli, una condizione che è ormai divenuta abituale e che <a href="https://it.insideover.com/difesa/thaad-la-guerra-israele-iran-ha-bruciato-le-riserve-dei-sistemi-antimissile-usa.html">avrebbe raggiunto il suo apice con l’operazione “Rising Lions” in Iran.</a> Tuttavia, la storia del popolo palestinese insegna che queste sono solamente scuse presentate alla comunità internazionale per legittimare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele.</p>



<p>La conseguenza principale che seguirà questa direttiva è dunque la probabile demolizione di ogni casa e l’espulsione totale delle comunità palestinesi della zona, che ancora una volta si troveranno senza territori e senza case in cui alloggiare.&nbsp;Già nella giornata di ieri, nel villaggio di Al Mirkiz, situato a Masafer Yatta, <strong>le forze di occupazione israeliane hanno effettuato una serie di arresti,</strong> fermando quattordici palestinesi, tra cui donne e bambini.</p>



<p>Anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani si è espresso a riguardo di questa nuova direttiva affermando che: «La recente direttiva dell&#8217;Amministrazione Civile israeliana <strong>apre di fatto la strada all&#8217;esercito israeliano per demolire le strutture esistenti nell&#8217;area</strong> ed espellere circa 1.200 palestinesi che vi risiedono da decenni. Ciò costituirebbe un trasferimento forzato, che rappresenta un crimine di guerra. Potrebbe inoltre configurarsi come crimine contro l’umanità se attuato nell’ambito di un attacco esteso o sistematico diretto contro una popolazione civile, con la consapevolezza dell’attacco”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/masafer-yatta-il-villaggio-dove-israele-applica-la-direttiva-finale-per-la-pulizia-etnica.html">Masafer Yatta, il villaggio dove Israele applica la direttiva finale per la pulizia etnica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>A Gaza si continua a morire: la voce di Niazy, 22 anni, tra bombe, fame e oscurità</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/a-gaza-si-continua-a-morire-la-voce-di-niazy-22-anni-tra-bombe-fame-e-oscurita.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2025 16:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Mentre il mondo osserva il conflitto tra Iran e Israele, nella Striscia di Gaza si continua a morire sotto le bombe. La testimonianza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/gaza-2-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Mentre il mondo tiene gli occhi puntati sui cieli iraniani e israeliani, attraversati da missili, a Gaza si continua a morire: sotto le bombe, di fame, o colpiti da proiettili americani mentre si cerca disperatamente un po’ di farina per una famiglia che non mangia da giorni. L’ultimo massacro israeliano nella <strong>Striscia di Gaza ha provocato la morte di 70 palestinesi</strong> e il ferimento di centinaia di altri. La folla di gazawi si era radunata attorno a un convoglio di aiuti della Ghf, un’organizzazione sostenuta da Israele e Stati Uniti. Ma quello che doveva essere un punto di distribuzione umanitaria si è rivelato una trappola mortale: l’esercito ha aperto il fuoco con carri armati, mitragliatrici e droni contro una <strong>folla affamata in cerca di sopravvivenza</strong>. Molti non hanno alternativa e sono costretti a cadere in queste trappole, un sacco di farina è arrivato a costare seicento dollari, il riso venticinque euro al chilo. Mentre le bombe cadono e i gazawi perdono la vita per avere grammi di farina, negli ultimi giorni Israele ha usato una tattica già utilizzata all’inizio di questo genocidio: l’interruzione di internet e delle comunicazioni con il mondo esterno.</p>



<p>A raccontarlo oggi per <em>InsideOver</em> è <strong>Niazy Nihad Awd</strong>, ragazzo di ventidue anni residente a Jabalia, nel Nord di Gaza. “Netanyahu ha completamente interrotto le telecomunicazioni e l’accesso a Internet a Gaza. Da quel momento, le nostre vite sono state stravolte. Vite che erano già un inferno… sono diventate ancora più buie, isolate e piene di un dolore insopportabile. Il blackout delle comunicazioni ci ha privati dei diritti più basilari… Non sappiamo chi è ancora vivo e chi è morto. Non abbiamo idea dei nostri parenti o amici. Aspettiamo per ore a volte giorni sperando in un messaggio, un segno qualsiasi… ma non arriva nulla”. Niazy è uno studente di Medicina clinica al quarto anno e vive ancora sotto le bombe incessanti con la madre, il padre, il fratello maggiore Mohammed, il fratello minore Yousef, la sorella e i due suoi figli. “La mia famiglia è tutta la mia vita, ed è grazie a loro che trovo la forza di andare avanti, nonostante tutto”, dichiara.</p>



<p>Niazy racconta che prima della guerra vivevano una vita normale, “semplice, ma piena di calore e sicurezza”; una vita che scorreva al ritmo dello studio e delle uscite con gli amici: “Sognavo di diventare un medico per aiutare gli altri, e passavo il tempo con i miei amici. <strong>Sognavamo il futuro, immaginando come saremmo stati dopo la laurea</strong>, ma la guerra ha cambiato tutto”. “Non sappiamo se l’area in cui ci troviamo è stata segnata come “rossa” (zona di combattimento) dall’occupazione… Non sappiamo se saremo bombardati da un momento all’altro. La nostra università, dove studiavamo online, è diventata completamente silenziosa, come se non esistesse più.” </p>



<p>Durante la guerra la sua famiglia ha perso il nonno, la nonna, due zii e l’amico di Niazy, Mustafa: “La nostra casa è stata completamente distrutta, e <strong>tutti i miei ricordi sono sepolti sotto le macerie</strong>. Ogni giorno senza di loro è difficile, e ogni angolo porta con sé dolore. Mia madre e mio padre cercano di alleviare la nostra sofferenza, ma sono esausti a causa della guerra. Spesso dicono: “Siamo stanchi di tutto,” e vedo la stanchezza nei loro occhi”.</p>



<p>Pochi giorni fà è stata celebrata la festa dell’Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio, che commemora il gesto di fede del profeta Abramo, disposto a sacrificare suo figlio in obbedienza a Dio. Le celebrazioni di solito durano tre giorni e rappresentano un momento di profonda spiritualità e condivisione. Le famiglie si riuniscono attorno a un banchetto, si scambiano doni e rinnovano i legami affettivi. In segno di devozione, viene sacrificato un animale — generalmente un montone, una mucca o una capra — la cui carne viene poi distribuita: una parte alla famiglia, una agli amici e vicini, e una parte ai più poveri e bisognosi. Tuttavia, <strong>a Gaza, l’unico sacrificio in atto è quello umano</strong>, fatto sulla pelle di una popolazione dilaniata non solo dal genocidio, ma anche dalla fame, parte integrante del piano genocida israeliano. A riguardo Niazy confessa che non c’è nulla che gli ricordi questa festa: “Un tempo ci riunivamo in famiglia, ridevamo, facevamo il sacrificio, indossavamo vestiti nuovi e davamo l’Eidiya (i regali). Oggi Mohammed e Sabah – nipoti di Niazy &#8211; mi chiedono ancora: “Dov’è l’Eidiya?” e il cuore mi si spezza perché non posso renderli felici, nemmeno con un sorriso”.</p>



<p>In questo momento Niazy e la sua famiglia vivono ancora a Jabalia in un rifugio temporaneo ed affollato. Trascorrono le loro giornate cercando di assicurarsi le necessità di base: cibo, acqua e sicurezza. Tuttavia, il blocco degli aiuti umanitari imposto dal Governo israeliano da due mesi non permette che alcun convoglio di aiuti entri la Striscia. <strong>Il risultato è che una persona su cinque &#8211; 500.000- a Gaza muore di fame, come riportato dalle Nazioni Unite.</strong> “La vita a Gaza è diventata un inferno puro. Beviamo acqua di falda senza alcun tipo di filtrazione, anche se è contaminata e provoca malattie — ma semplicemente non abbiamo altra scelta”, racconta Niazy.</p>



<p>Il cibo è ormai quasi del tutto assente, e quel poco che resta è scaduto, deteriorato e spesso contaminato. Inoltre, le scorte disponibili vengono vendute a prezzi esorbitanti: “Il cibo è quasi inesistente. Un sacco di farina — se riusciamo a trovarlo — costa fino a 600 dollari, ed è spesso avariato, con un colore strano e un odore nauseante. Abbiamo dovuto macinare lenticchie o pasta per fare il pane. Persino le lenticchie e il riso, che ora costituiscono i nostri pasti principali, sono diventati carissimi — dai 25 ai 30 dollari al chilo, se sono disponibili. <strong>Le verdure sono inaccessibili: i pomodori costano 30 dollari al chilo, le patate e i cetrioli anche più di 40. </strong>Il latte per i bambini è completamente introvabile — niente latte in polvere, niente latte artificiale. Di conseguenza, la maggior parte dei bambini soffre di malnutrizione grave, con sistemi immunitari deboli, diarrea costante e malattie della pelle. E possiamo solo guardarli soffrire, impotenti”.</p>



<p>Niazy racconta che prima della guerra <strong>mangiavano tre volte al giorno, ora invece, sperano almeno di avere un pasto giornaliero</strong>. Pasto che comunque è spesso solo riso o lenticchie con pane fatto da pasta o lenticchie macinate. Mentre la carne è completamente scomparsa dalle loro vite. “Molte persone soffrono di problemi digestivi perché il cibo è sbilanciato, l’acqua è sporca e le condizioni in cui cuciniamo sono primitive. Non stiamo davvero vivendo — stiamo solo cercando di sopravvivere. Ogni giorno è una lotta contro la fame, le malattie e la disperazione. Gaza sta morendo lentamente, e il mondo resta in silenzio”.</p>



<p>Ora che gli occhi del mondo si spostano da Gaza, Niazy non chiede aiuto per sé, ma per un popolo intero. Ci chiede di ascoltare, di ricordare, di non restare in silenzio.</p>



<p><em>“Siamo stati tagliati fuori dal mondo—completamente.<br>Non sappiamo se il mondo ci vede ancora, se sente le nostre grida, se prova la nostra paura.<br>Non sappiamo se stanno negoziando per fermare la guerra… o per cancellarci del tutto.<br>Tutto è diventato spaventoso.<br>La notte è spaventosa, il silenzio è spaventoso, persino respirare è difficile.<br>Dov’è il mondo? Dov’è la sua umanità?<br>Dove sono le organizzazioni per i diritti umani? Dov’è il Consiglio di Sicurezza? Dov’è l’ONU?<br>È possibile tutto questo?<br>È possibile che un intero popolo venga lasciato a morire nell’oscurità?”</em></p>



<p><em>Niazy, 22 anni da Jabalia, Gaza.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/a-gaza-si-continua-a-morire-la-voce-di-niazy-22-anni-tra-bombe-fame-e-oscurita.html">A Gaza si continua a morire: la voce di Niazy, 22 anni, tra bombe, fame e oscurità</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Global March to Gaza: da 54 Paesi un&#8217;offensiva di pace verso la Striscia di Gaza</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/global-march-to-gaza-da-54-paesi-unoffensiva-di-pace-verso-la-striscia-di-gaza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 10:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p> "Non si può più stare a guardare". Antonietta Chiodo spiega il senso della Global March verso il valico di Rafah.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/gaza-2-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Circa settemila persone da cinquantaquattro Paesi si incontreranno al Cairo il 12 giugno e marceranno insieme verso Rafah per chiedere l’apertura del valico e la fine dell’assedio: è la Marcia Globale verso Gaza, in collaborazione con la <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/da-icona-dellambiente-ad-attivista-scomoda-niente-gaza-per-greta-thunberg.html">Freedom Flotilla Foundation e la Madleen</a>, che invece avrebbe dovuto raggiungere il valico di Rafay via mare, se non fosse stata bloccata da Israele in acque internazionali. </p>



<p>A marciare ci saranno anche cittadini italiani guidati dalla reporter e referente italiana del movimento <strong>Antonietta Chiodo</strong>, che intervistata per Inside Over, definisce la Marcia “un movimento che nasce dal basso, con rappresentati della società civile e senza alcuna Ong all’interno”. Attivisti, operai, studenti, fotografici, baristi, grafici, avvocati, giornalisti e medici, alcuni di loro in passato hanno anche lavorato nella Striscia di Gaza. Persone comuni, dunque, unite da “tutti i pezzi della rabbia che noi abbiamo tirato fuori attraverso il dolore dell&#8217;impotenza” dichiara Chiodo. Tra di loro, appunto, <strong>molti hanno visto e vissuto la Palestina e i soprusi israeliani da ben prima del 2023.</strong> La stessa referente, Antonietta Chiodo, ha vissuto in Palestina per molto tempo e ha lavorato a lungo con il popolo palestinese, soprattutto con bambini della Cisgiordania occupata arrestati dalle forze israeliane. “Li i bambini si vedevano già morti o arrestati, quando sono arrivata disegnavano mani dietro le sbarre, sangue e coltelli. Quando me ne sono andata disegnavano arcobaleni”.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;Non si può più restare a guardare&#8221;</h2>



<p>Questi ultimi due anni però, il genocidio di Gaza ha abitato i telefoni di tutti e le coscienze di pochi, ora dunque la società civile vuole rispondere con un movimento pacifico, apolitico e indipendente. “Ci siamo resi conto che è arrivato un momento in cui doveva intervenire il popolo. <strong>Non si può più restare a guardare.</strong> Siamo in un periodo storico in cui, per la prima volta, Internet ci ha costretti ad assistere – in diretta, senza filtri – a un genocidio. Abbiamo guardato immagini devastanti, che ci hanno toccato profondamente. Immagini che non ci lasciano più. Abbiamo visto scenari disumani, una vera carneficina. Abbiamo visto il dramma di padri, di madri, di famiglie intere. Quel padre, subito dopo il 7 ottobre… non ce lo dimenticheremo mai. <strong>Portava i resti del proprio figlio in un sacchetto. Non sapeva cosa fare, ma lo portava all’ospedale. </strong>Anche se ormai era solo un sacchetto. E voleva comunque, in qualche modo, salvarlo. Sono scene che ci hanno distrutto dentro. Abbiamo visto medici costretti ad amputare arti senza anestesia. Li abbiamo visti piangere, impotenti, perché privi dei mezzi per salvare vite. Tutto questo è avvenuto sotto i nostri occhi. E non possiamo fingere di non aver visto. Purtroppo, queste immagini hanno scosso le coscienze, e lo faranno ancora. Che ce ne rendiamo conto ora o tra dieci anni, poco importa. Perché quelle esecuzioni, quei bambini fatti a pezzi, quel sangue… la società civile ne è uscita traumatizzata. E quel trauma ci accompagnerà a lungo. Non possiamo più restare in silenzio” racconta la referente Chiodo. </p>



<p>Come racconta Antonietta Chiodo, Israele fin dalle prime risoluzioni ONU dichiarava di non avere linee rosse e nessuno si è reso conto della portata di quell’affermazione. Il diritto internazionale ha cercato di imporsi e nessuno si è reso conto che gli stavano togliendo potere. “Adesso siamo andati oltre, però. È arrivato quel momento in cui le persone si sono rese conto che possono fare qualcosa. Quindi questo marciare vuole dare voce alla società civile, fuori dalla politica, fuori dalle stanze del potere, ma comprendere che le persone hanno ancora diritto di parola, hanno una scelta, la possono imporre quella scelta. <strong>E i Governi non possono solamente far finta di nulla o stare a guardare.</strong> Ma devono accettare che per la prima volta nella storia cinquantaquattro nazioni si ritroveranno insieme lo stesso giorno al Cairo per chiedere l’apertura del valico di Rafah, la fine dell’assedio e il riconoscimento dello Stato della Palestina”. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il silenzio della politica</h2>



<p>Durante questi mesi di preparazione, la marcia non ha ricevuto attenzione né da parte della politica né dei media. Alla domanda sul sostegno istituzionale e mediatico, la referente Chiodo ha risposto chiarendo la situazione. “La politica ci ha palesemente abbandonati, ci ha ignorati e noi non avremo un parlamentare che marcerà con noi. Abbiamo trovato un piccolo sostegno proprio in questi giorni con dei giovani politici, che però anche loro dicevano di non sapere di questa marcia. Abbiamo avuto un contatto con la Farnesina, ma non ci ha fornito particolari rassicurazioni. Al contrario, <strong>ci è stata chiaramente espressa una presa di distanza nei confronti della marcia, che non era ben accolta.</strong> Durante una nostra riunione, la Farnesina ha dichiarato che l&#8217;iniziativa non risultava autorizzata, pur precisando che, ad oggi, da parte dell’Egitto non è mai arrivato un diniego ufficiale. Hanno inoltre affermato di non potersi assumere la responsabilità di eventuali conseguenze, in quanto la Marcia si svolgerebbe su un territorio dove, formalmente, manca un&#8217;autorizzazione. Tuttavia, ribadiamo che, allo stato attuale, non vi è alcuna comunicazione ufficiale che confermi la mancata autorizzazione da parte dell’Egitto”. Al contrario, i rappresentati istituzionali dell’Egitto si sono mostrati a favore della marcia ed anche riconoscenti con gli organizzatori. </p>



<p>Di fronte al fragoroso silenzio delle istituzioni e della stampa, Antonietta Chiodo rievoca le parole di Julian Assange: &#8216;Se vogliono distruggere una notizia, un’iniziativa o una persona, semplicemente la fanno sparire nel silenzio&#8217;. Parole che sembrano descrivere perfettamente l’indifferenza e l’immobilismo con cui, da sempre, vengono affrontate le violazioni dei diritti del popolo palestinese.</p>



<p>Nonostante il silenzio, la Marcia si farà. <strong>Il 12 giugno, oltre settemila persone provenienti da cinquantaquattro Paesi</strong> &#8211; dall’Italia al Giappone, dalla Tunisia all’Indonesia &#8211; si ritroveranno all’aeroporto del Cairo. Da lì, il gruppo proseguirà in autobus fino ad Al Arish e successivamente a piedi fino al valico di Rafah, previsto tra il 15 e il 16 giugno. <strong>La Marcia sarà accompagnata da un camion con scorte d’acqua,</strong> saranno presenti servizi igienici e l’assistenza della Mezzaluna Rossa per eventuali emergenze sanitarie. Una volta raggiunta la destinazione, i partecipanti si accamperanno per alcuni giorni in tende da 12 posti, che al termine della Marcia verranno donate alla popolazione di Gaza. Durante i giorni di accampamento si terranno conferenze, alle quali parteciperanno anche persone evacuate da Gaza, invitate a condividere le loro testimonianze. </p>



<p>“Insieme per una marcia via terra e per via mare. Persone da cinquantaquattro nazioni hanno deciso nello stesso giorno di convogliare proprio nello stesso punto per mandare un messaggio: Palestina Libera”.&nbsp;</p>
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		<title>Verso Gaza per rompere l’assedio: salpa la Madleen, Israele si prepara al blocco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2025 15:19:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Freedom Flotilla]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra di Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250604171828935_a34fd66a8fe25cce718b64b0d19b40d5-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Domenica 1º giugno, la barca Madleen della Freedom Flotilla Coalition è salpata dal porto di San Giovanni Li Cuti, a Catania, diretta verso Gaza per portare aiuti umanitari. A bordo dell’imbarcazione — lunga ottanta metri — viaggiano dodici attivisti provenienti da tutto il mondo: Brasile, Tunisia, Francia, Svezia, Spagna, Germania e Olanda. Tra loro, volti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/verso-gaza-per-rompere-lassedio-salpa-la-madleen-israele-si-prepara-al-blocco.html">[...]</a></p>
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<p>Domenica 1º giugno, la barca <strong>Madleen della Freedom Flotilla Coalition </strong>è salpata dal porto di San Giovanni Li Cuti, a <a href="https://it.insideover.com/l-italia-delle-citta/catania-la-milano-del-sud-sempre-pronta-a-ripartire-da-zero-dallo-zolfo-allelettronica.html">Catania</a>, diretta verso Gaza per portare aiuti umanitari.</p>



<p>A bordo dell’imbarcazione — lunga ottanta metri — viaggiano dodici attivisti provenienti da tutto il mondo: Brasile, Tunisia, Francia, Svezia, Spagna, Germania e Olanda. Tra loro, volti noti come l’attivista <strong>Greta Thunberg,</strong> l’attore irlandese<strong> Liam Cunningham</strong> e l’europarlamentare di France Insoumise <strong>Rima Hassan</strong>, palestinese naturalizzata francese.</p>



<p>“Stiamo facendo questo perché, non importa quali ostacoli dobbiamo affrontare, dobbiamo mantenere la nostra promessa ai palestinesi: fare tutto ciò che è in nostro potere per protestare contro il genocidio e cercare di aprire un corridoio umanitario. Dobbiamo continuare a provarci, perché è quando smettiamo di provarci che perdiamo la nostra umanità. Non importa quanto questa missione sia pericolosa: non sarà mai pericolosa quanto il silenzio del mondo intero di fronte al genocidio. Contiamo su di voi, perché continuiate a usare la vostra voce, le vostre piattaforme o qualsiasi mezzo abbiate per difendere i diritti umani e stare dalla parte giusta della storia.”</p>



<p>Così ha parlato, in lacrime,<strong><a href="https://it.insideover.com/politica/intifada-in-facolta-la-rivolta-pro-palestina-dei-campus-europei.html"> Greta Thunberg</a></strong> alla folla che domenica mattina ha accolto l’equipaggio nel piccolo porto<a href="https://it.insideover.com/politica/sicilia-il-pivot-strategico-italiano-nel-mediterraneo.html"> siciliano</a>, sventolando bandiere palestinesi e mostrando cartelli contro il genocidio a Gaza.</p>



<p>Mentre la <strong>Madleen si avvicina alle coste palestinesi</strong>, l’intera popolazione della Striscia di Gaza — 2,3 milioni di persone — è sull’orlo di una fame indotta catastrofica, come denunciato dal portavoce dell’OCHA. Una persona su cinque muore di fame, mentre trentadue civili sono stati uccisi e oltre duecento feriti dalle forze israeliane mentre attendevano cibo nei due punti di distribuzione gestiti dagli Stati Uniti, nel sud della Striscia.</p>



<p>Navigando in acque internazionali, la Madleen trasporta beni di prima necessità: medicinali, latte in polvere, acqua e generi alimentari destinati a una popolazione stremata e affamata.</p>



<p>Il suo obiettivo è chiaro e dichiarato: rompere il blocco illegale imposto da Israele a Gaza, alleviare la fame del popolo palestinese e fermare il genocidio in corso.</p>



<p>La <strong><a href="https://it.insideover.com/politica/lultimo-piano-di-erdogan-fare-pace-con-israele.html">Freedom Flotilla Coalition</a></strong> è un’alleanza internazionale di organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e nella promozione della giustizia per il popolo palestinese, in particolare per la popolazione della Striscia di Gaza. Fondata nel 2008 per contrastare il blocco navale israeliano iniziato l’anno precedente, la coalizione organizza missioni marittime pacifiche per consegnare aiuti umanitari e sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulle drammatiche condizioni di vita a Gaza. Le imbarcazioni della Freedom Flotilla viaggiano con equipaggi composti da attivisti, giornalisti, medici e parlamentari da ogni parte del mondo, rappresentando un simbolo di solidarietà e resistenza civile contro l’assedio e l’occupazione.</p>



<p>Di fronte alla grave emergenza umanitaria in corso, la Freedom Flotilla Coalition dichiara con fermezza: “Non si tratta di carità. È un’azione diretta e non violenta per sfidare l’assedio illegale imposto da Israele e i crimini di guerra in continua escalation.”</p>



<p>Quella attualmente in corso è la seconda missione del 2025. La prima, con obiettivo analogo, si è svolta a bordo della nave Conscience, attaccata il 2 maggio 2025 da due droni israeliani — mai ufficialmente rivendicati — mentre si trovava in acque internazionali, al largo di Malta. L’attacco non ha causato vittime, ma quattro attivisti sono rimasti feriti.</p>



<p>Nonostante le ripetute richieste della coalizione, né Malta né l’Unione Europea hanno finora autorizzato un’indagine forense indipendente e internazionale sull’accaduto.</p>



<p>Va ricordato che non si tratta del primo attacco contro una nave della Freedom Flotilla. Proprio il 31 maggio è ricorso il quindicesimo anniversario del massacro della Mavi Marmara, compiuto da forze israeliane: dieci attivisti persero la vita.</p>



<p>Ora dunque, <strong>la Freedom Flotilla Coalition lancia un appello ai governi </strong>affinché garantiscano un passaggio sicuro alle proprie imbarcazioni e si impegnino a rispettare il diritto internazionale. All&#8217;appello si uniscono anche le Nazioni Unite, sottolineando che &#8220;la popolazione di Gaza ha un diritto inalienabile a ricevere aiuti, anche attraverso le proprie acque territoriali, e la nave ha diritto alla libera navigazione in acque internazionali&#8221;. <strong>Gli esperti dell’ONU hanno messo in guardia Israele</strong>, invitandolo ad astenersi da qualsiasi atto ostile nei confronti della missione e ricordando che da oltre 17 anni vige un blocco totale su Gaza. Un blocco che, dal 2 marzo 2025, ha impedito l’ingresso di qualsiasi tipo di aiuto per più di 80 giorni, con la recente ammissione solo di un flusso minimo di forniture.</p>



<p>Non è mancata la risposta da parte di Israele, che tramite la radio militare ha dichiarato di “stare attuando il blocco marittimo di sicurezza su Gaza e di prepararsi ad affrontare diversi scenari”. Un’affermazione che lascia intendere la possibilità concreta di un futuro intervento per bloccare la Madleen prima che raggiunga le coste della Striscia.</p>
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