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	<title>Paolo Manzo Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 26 Apr 2019 11:16:35 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Paolo Manzo Archives - InsideOver</title>
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		<title>Brasile criminale</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/brasile-criminale</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2019 11:16:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Rio de Janeiro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1257" height="630" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4.jpg 1257w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4-768x385.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4-1024x513.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1257px) 100vw, 1257px" /></p>
<p>“Scusi dove pensa di andare a piedi?”. Questa è la domanda che il solerte e gentilissimo portiere del Gloria, storico hotel nella “barra do Flamengo”, Rio de Janeiro, era solito fare a tutti i turisti che, ignari, desideravano sgranchirsi le gambe sul lungomare carioca. Sulle orme di Albert Einstein che al Gloria dormiva ogni volta che veniva a Rio, in quell’hotel 5 stelle - ormai chiuso dal 2010 per il blocco dei lavori di ristrutturazione dovuti al fallimento dell’ex miliardario/proprietario Eike Batista - anche chi scrive vi ha soggiornato nel 2007 e, naturalmente, si è sentito rivolgere la stessa domanda alle dieci del mattino. Subito un attimo di rabbia e il pensiero “ma che vuole questo”, poi la spiegazione civilissima del portiere: “Per la sua sicurezza è meglio che ovunque voglia andare le chiami uno dei nostri taxi, vuole una limousine?” L’episodio, in sé poco rilevante, è in realtà la punta di un iceberg dietro il quale si cela il dramma della violenza, urbana ma non solo, in Brasile sia per chi ci vive ma ancora di più per chi ci viene a passare le vacanze o semplicemente un breve periodo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1257" height="630" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4.jpg 1257w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4-768x385.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile4-1024x513.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1257px) 100vw, 1257px" /></p><p><span>“Scusi dove pensa di andare a piedi?”. Questa è la domanda che il solerte e gentilissimo portiere del Gloria, storico hotel nella “barra do Flamengo”, Rio de Janeiro, era solito fare a tutti i turisti che, ignari, desideravano sgranchirsi le gambe sul lungomare carioca. Sulle orme di Albert Einstein che al Gloria dormiva ogni volta che veniva a Rio, in quell’hotel 5 stelle &#8211; ormai chiuso dal 2010 per il blocco dei lavori di ristrutturazione dovuti al fallimento dell’ex miliardario/proprietario Eike Batista &#8211; anche chi scrive vi ha soggiornato nel 2007 e, naturalmente, si è sentito rivolgere la stessa domanda alle dieci del mattino. Subito un attimo di rabbia e il pensiero “ma che vuole questo”, poi la spiegazione civilissima del portiere: “Per la sua sicurezza è meglio che ovunque voglia andare le chiami uno dei nostri taxi, vuole una limousine?” L’episodio, in sé poco rilevante, è in realtà la punta di un iceberg dietro il quale si cela il dramma della violenza, urbana ma non solo, in Brasile sia per chi ci vive ma ancora di più per chi ci viene a passare le vacanze o semplicemente un breve periodo.</span></p>
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		<item>
		<title>Scioperi della polizia: il Brasile sprofonda nel caos</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/scioperi-della-polizia-il-brasile-sprofonda-nel-caos</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2019 11:13:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile3.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile3-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Da sabato 4 febbraio, quando i poliziotti della regione dell'Espirito Santo hanno incrociato le braccia “a tempo indeterminato” per rivendicare aumenti salariali, la capitale Vitoria – solitamente tranquilla, almeno a guardare le statistiche dei morti ammazzati che fanno del Brasile uno dei paesi più violenti al mondo – si è trasformata in un inferno. Oltre 270 gli esercizi pubblici saccheggiati, 75 i morti ufficiali in appena quattro giorni, cadaveri adagiati sui marciapiedi di fronte alle morgue, strapiene, una violenza da Far-West che dallo scorso fine settimana ha invaso le strade di questa parte del paese del samba tra le regioni di San Paolo e Rio de Janeiro dove, come se non bastasse, dopodomani i poliziotti carioca potrebbero anche loro cominciare uno sciopero a tempo indeterminato.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile3.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile3-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Da sabato 4 febbraio, quando i poliziotti della regione dell&#8217;Espirito Santo hanno incrociato le braccia “a tempo indeterminato” per rivendicare aumenti salariali, la capitale Vitoria – solitamente tranquilla, almeno a guardare le statistiche dei morti ammazzati che fanno del Brasile uno dei paesi più violenti al mondo – si è trasformata in un inferno. Oltre 270 gli esercizi pubblici saccheggiati, 75 i morti ufficiali in appena quattro giorni, cadaveri adagiati sui marciapiedi di fronte alle morgue, strapiene, una violenza da Far-West che dallo scorso fine settimana ha invaso le strade di questa parte del paese del samba tra le regioni di San Paolo e Rio de Janeiro dove, come se non bastasse, dopodomani i poliziotti carioca potrebbero anche loro cominciare uno sciopero a tempo indeterminato.</span></p>
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		<item>
		<title>Brasile in crisi ma Soros ci fa i miliardi</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/brasile-in-crisi-ma-soros-ci-fa-i-miliardi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2019 11:10:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1264" height="641" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2.jpg 1264w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2-300x152.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2-768x389.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2-1024x519.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1264px) 100vw, 1264px" /></p>
<p>Nello shopping Cidade Jardim, il tempio del lusso a San Paolo, lo spettacolo è desolante. Vetrine all'ultima moda fanno da contrappunto a corridoi vuoti. Chi ci viene al massimo fa un giro, poi torna a casa. Anche per il ceto medio-alto, infatti, la crisi brasiliana si fa sentire, in modo pesante. E se proprio si volesse una conferma basta farsi un giro in uno dei supermercati a prezzi più popolari “Extra” che vendono ancora ma che sono stati costretti a inventarsi dei giorni di super-offerte per invogliare la popolazione a comprare. “Nonostante ciò è tutto molto caro - spiega la signora Neusa mentre spinge il suo carrello - e con questa crisi che stiamo passando dobbiamo cercare i prezzi più bassi quando facciamo la spesa”.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1264" height="641" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2.jpg 1264w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2-300x152.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2-768x389.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile2-1024x519.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1264px) 100vw, 1264px" /></p><p><span>Nello shopping Cidade Jardim, il tempio del lusso a San Paolo, lo spettacolo è desolante. Vetrine all&#8217;ultima moda fanno da contrappunto a corridoi vuoti. Chi ci viene al massimo fa un giro, poi torna a casa. Anche per il ceto medio-alto, infatti, la crisi brasiliana si fa sentire, in modo pesante. E se proprio si volesse una conferma basta farsi un giro in uno dei supermercati a prezzi più popolari “Extra” che vendono ancora ma che sono stati costretti a inventarsi dei giorni di super-offerte per invogliare la popolazione a comprare. “Nonostante ciò è tutto molto caro &#8211; spiega la signora Neusa mentre spinge il suo carrello &#8211; e con questa crisi che stiamo passando dobbiamo cercare i prezzi più bassi quando facciamo la spesa”.</span></p>
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		<item>
		<title>È guerra di ciak su Chavez</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/e-guerra-di-ciak-su-chavez</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 09:45:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-2.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-2-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Una guerra a suon di ciak cinematografici. Già perché per una serie televisiva non gradita a volte si può scatenare un vero e proprio inferno, soprattutto se si è in Venezuela.</p>
<p>Sony Pictures ha infatti osato produrre una serie sulla vita del de cuius più noto del Venezuela. Titolo? El Comandante, come tutti chiamavano Hugo Rafael Chávez Frías quando decideva i destini del Venezuela e finanziava a suon di petrodollari la sinistra latinoamericana.</p>
<p>In 60 episodi di un’ora ciascuno - un po' come era successo in un’altra serie famosa, quella dedicata al narco boss Pablo Escobar - Sony racconta la vita intera di Chávez, dall’infanzia, passando per l’adolescenza e poi alla politica. Paradosso vuole che ad interpretare il ruolo dell’ex presidente venezuelano sia quel Andrés Parra che aveva incarnato Escobar nella serie realizzata dalla tv colombiana RCN.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-2.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-2-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Una guerra a suon di ciak cinematografici. Già perché per una serie televisiva non gradita a volte si può scatenare un vero e proprio inferno, soprattutto se si è in Venezuela. Sony Pictures ha infatti osato produrre una serie sulla vita del de cuius più noto del Venezuela. Titolo? El Comandante, come tutti chiamavano Hugo Rafael Chávez Frías quando decideva i destini del Venezuela e finanziava a suon di petrodollari la sinistra latinoamericana. In 60 episodi di un’ora ciascuno &#8211; un po&#8217; come era successo in un’altra serie famosa, quella dedicata al narco boss Pablo Escobar &#8211; Sony racconta la vita intera di Chávez, dall’infanzia, passando per l’adolescenza e poi alla politica. Paradosso vuole che ad interpretare il ruolo dell’ex presidente venezuelano sia quel Andrés Parra che aveva incarnato Escobar nella serie realizzata dalla tv colombiana RCN.</span></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La lunga marcia delle Farc</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/la-lunga-marcia-delle-farc</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 08:49:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-8-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-8-2.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-8-2-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Sono oltre seimila i guerriglieri delle Farc, la guerriglia d’ispirazione marxista-leninista, che da giorni e con ognimezzo - in autobus, camion, barche e sovente a piedi – si stanno dirigendo verso le 27 aree di sicurezza (veredales in spagnolo) supervisionate dall'Onu e dalla forza pubblica colombiana. Qui, man mano che arrivano, consegnano le loro armi ed iniziano il lungo reinserimento nella vita civile, a cominciare dalle foto per i documenti visto che l’80% di loro non ha mai posseduto in vita sua una carta d’identità essendo entrato giovanissimo nelle Farc, acronimo che sta per le Forze armate rivoluzionarie della Colombia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-8-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-8-2.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-8-2-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><div id="content" class="style-scope ytd-expander">
<div id="description" slot="content" class="style-scope ytd-video-secondary-info-renderer"><yt-formatted-string class="content style-scope ytd-video-secondary-info-renderer" force-default-style="" split-lines="">Sono oltre seimila i guerriglieri delle Farc, la guerriglia d’ispirazione marxista-leninista, che da giorni e con ognimezzo &#8211; in autobus, camion, barche e sovente a piedi – si stanno dirigendo verso le 27 aree di sicurezza (veredales in spagnolo) supervisionate dall&#8217;Onu e dalla forza pubblica colombiana. Qui, man mano che arrivano, consegnano le loro armi ed iniziano il lungo reinserimento nella vita civile, a cominciare dalle foto per i documenti visto che l’80% di loro non ha mai posseduto in vita sua una carta d’identità essendo entrato giovanissimo nelle Farc, acronimo che sta per le Forze armate rivoluzionarie della Colombia.</yt-formatted-string></div>
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<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il nuovo oro dei narcos  che sta uccidendo gli Usa</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/oro-dei-narcos-sta-uccidendo-gli-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Sep 2018 07:25:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Narcotrafficanti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Quando nel marzo scorso la polizia di New York lo ha arrestato sapeva di trovarsi di fronte a un grande narcoboss messicano, cruciale anello di congiunzione tra il suo Paese d&#8217;origine e gli Stati Uniti per il mercato della droga, ma non immaginava tanto. E cioè che il fentanyl &#8211; potente oppiaceo sintetico, 50 volte &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/oro-dei-narcos-sta-uccidendo-gli-usa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/7314980-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>Quando nel marzo scorso la polizia di New York lo ha arrestato sapeva di trovarsi di fronte a un grande narcoboss messicano, cruciale anello di congiunzione tra il suo Paese d&#8217;origine e gli Stati Uniti per il mercato della droga, ma non immaginava tanto. E cioè che il fentanyl &#8211; potente oppiaceo sintetico, 50 volte più potente dell&#8217;eroina &#8211; da lui trasportato negli Usa in grandi quantità avesse il potenziale di uccidere 10 milioni di persone. L&#8217;arresto de El Gordo, alias Francisco Quiroz-Zamora, uomo del cartello messicano di Sinaloa (per intenderci lo stesso de El Chapo, ora in carcere proprio a New York) ha squarciato ancora di più il velo su quella che è considerata la peggior ondata di droga mai vissuta nel Nord America inteso come Canada e Stati Uniti negli ultimi 40 anni. Quarantanovemila morti di overdose da oppioidi negli Usa solo nel 2017 secondo i dati del Cdc, l&#8217;agenzia sanitaria nazionale, a cui si sommano i 4mila del Canada. Tanto che già due anni fa un gruppo di 14 senatori statunitensi, tra cui il repubblicano Marco Rubio, avevano promosso una risoluzione in cui si dichiarava l&#8217;emergenza di salute pubblica proprio a causa delle overdosi in serie da fentanyl, dichiarazione poi ripresa in modo ancor più enfatico da Trump.</p>

<p>Come si sia arrivati a questa tragedia, denunciata da tempo non solo dalla Dea, l&#8217;agenzia antidroga Usa, ma anche da associazioni e gruppi di genitori disperati, è semplice da comprendere. Da un lato per anni molti medici nordamericani hanno prescritto senza porsi molte domande massicce dosi di oppiacei per contrastare ogni tipo di dolore, creando così un esercito di potenziali acquirenti di sostanze ancora più forti. Dall&#8217;altro il potere camaleontico dei cartelli messicani che hanno superato la crisi del mercato della marijuana, crollato con la liberalizzazione negli Usa, aprendosi nuove importanti fette di mercato con sostanze diverse, come appunto il fentanyl. E così oltre a metanfetamine e coca colombiana, il catalogo dei narcoboss si è arricchito di un prezioso prodotto che in cambio fornisce loro soldi e armi illegali, circa 235mila ogni anno secondo uno studio del Senato messicano, ironia della sorte quasi tutte made in Usa. E mentre la politica discute ancora di muri, i cartelli fanno arrivare il fentanyl e le altre droghe usando tantissimi modi, da tunnel tecnologici ai coyote dei migranti. Il risultato è che i mercati statunitensi e canadesi sono stati inondati di una droga che manda in overdose una volta su due e che ormai viene prodotta dagli stessi messicani in-house. Se prima, infatti, si limitavano ad importarla dalla Cina facendo quello che per anni avevano fatto per i cartelli colombiani, cioè i corrieri della droga, da qualche anno hanno deciso di mettersi in proprio. Dalla Cina semmai comprano i precursori chimici, ma la produzione ormai si svolge sul continente americano.</p>

<p>I risultati sono devastanti ovunque, nei quartieri chic come nelle carceri. Lo scorso agosto almeno una ventina tra detenuti, guardie e funzionari del carcere Ross in Ohio sono stati ricoverati d&#8217;urgenza per overdose da mix di eroina e fentanyl aumentando così l&#8217;allerta anche sulle prigioni. Mentre è diventata famosa in tutti gli Stati Uniti Michelle Fraser, mamma di Deal, un ragazzo morto di overdose da fentanyl ad appena 18 anni. Gira il Paese per testimoniare la sua storia di dolore e mettere in guardia giovani e adulti sui rischi enormi di questa sostanza. «Il fentanyl è un killer &#8211; non si stanca di ripetere -, dobbiamo cercare di rendere le pene più severe e considerare chi fornisce la droga colpevole di omicidio colposo». Uno dei punti critici, infatti, e si spera non per molto, è proprio la parte legislativa. Chi negli Usa vende la droga, a seconda delle quantità, può essere accusato di reato di traffico di droga ma non di omicidio colposo, punto questo su cui molte associazioni e singoli gruppi di genitori stanno lavorando.</p>

<p>Particolarmente critico è il ruolo giocato da New York e dal New Jersey in questa nuova mappa del narcotraffico, diventati ormai hub di smistamento della droga per Stati Uniti e addirittura il Canada. Lo scorso anno oltre 100 kg di fentanyl sono stati sequestrati nella regione. In Canada secondo Yves Goupil, direttore della squadra anti-crimine organizzato della polizia canadese, «il fentanyl arriva anche a bordo di cargo postali» sicuramente dal Messico, via Stati Uniti, ma anche dalla Cina che poi ricicla i proventi direttamente in Canada.</p>
<p>Sul fronte messicano gli sforzi per contenere la produzione del fentanyl sono in aumento anche se ancora insufficienti per bloccare l&#8217;epidemia. Nel 2017 sono stati effettuati solo 4 sequestri di fentanyl, di certo molto più dei 12 dell&#8217;ultimo decennio ma la meta è ancora lontana da raggiungere. A rendere più complicate le cose anche il fatto che il Paese è il terzo produttore mondiale di eroina con una produzione stimata dalla Dea di 81 tonnellate l&#8217;anno, un mercato questo che difende con le unghie e con i denti. E che il crimine organizzato messicano è diventato molto più forte grazie ai nuovi assetti della Colombia, dove gli accordi di pace hanno da un lato ufficialmente fatto uscire di scena le Farc, dall&#8217;altro spinto molti dissidenti a continuare nella via del narcotraffico ma in zone di frontiera. Tra i cartelli più potenti in questo momento e più coinvolti nel business del fentanyl il Jalisco Nueva Generacion, che ha approfittato dell&#8217;arresto de El Chapo nel gennaio per acquisire potere. Guadalajara, nello stato di Jalisco controllato da questo gruppo criminale, è ormai passata da capitale del libro a capitale delle droghe sintetiche. Quanto all&#8217;Europa pur essendo ancora toccata solo marginalmente dal problema con circa 250 morti negli ultimi due anni, l&#8217;allerta continua ad essere alta data la facilità con cui si acquista il fentanyl sul dark web. Senza parlare delle nostre mafie, sicuramente già pronte a gestire nuove fette di mercato.</p>
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		<title>Addio gioiosa Maracaibo La miseria regna padrona</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/addio-gioiosa-maracaibo-la-miseria-regna-padrona.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Aug 2018 07:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>«Maracaibo, balla al Barracuda». Quando nel 1981 Lu Colombo uscì con questa canzone &#8211; simbolo degli anni &#8217;80 in cui tutto era più semplice perché il mondo era ancora bipolare &#8211; Maracaibo, la seconda città del Venezuela con i suoi quasi quattro milioni di abitanti, era quanto di meglio per vivere. Spettacoli degni di Broadway, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/addio-gioiosa-maracaibo-la-miseria-regna-padrona.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="876" height="492" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313149.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313149.jpg 876w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313149-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313149-768x431.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313149-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 876px) 100vw, 876px" /></p><p>«Maracaibo, balla al Barracuda». Quando nel 1981 Lu Colombo uscì con questa canzone &#8211; simbolo degli anni &#8217;80 in cui tutto era più semplice perché il mondo era ancora bipolare &#8211; Maracaibo, la seconda città del Venezuela con i suoi quasi quattro milioni di abitanti, era quanto di meglio per vivere. Spettacoli degni di Broadway, cinema multisala e ristoranti gran gourmet oltre a un numero record di Ferrari, a tal punto che era considerata il simbolo della Venezuela «saudita», che viaggiava anni luce davanti a tutti gli altri Paesi sudamericani. E non solo dal punto di vista economico (è capitale della regione che da sola estraeva un terzo del petrolio dal Paese con le maggiori riserve planetarie), ma anche in materia di diritti umani. Già perché nel 1981 il Venezuela era una delle poche nazioni democratiche della regione e, chi scappava dalle dittature di Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Brasile e Bolivia se non andava a Roma, Parigi o in Scandinavia, si rifugiava proprio a Maracaibo. Del resto nella Venezuela di quegli anni il líder máximo Fidel Castro era ricevuto con ogni onore da presidenti come Carlos Andrés Pérez, cieco di fronte alle infiltrazioni cubane all&#8217;interno del suo esercito di cui Chávez sarebbe poi stato il degno risultato, costringendolo a morire in esilio.</p>
<p>«Maracaibo, balla al Barracuda». Da quel successo sembrano essere passati secoli: nel 1981 nella città situata sull&#8217;omonimo lago si comprava di tutto, oggi è diventato un lusso, riservato ai pochi che hanno generatori elettrici, persino accendere la luce. «Sono le bellezze del ventennio chavista», racconta Omar Villegas, 70enne operaio in pensione di PDVSA, la compagnia petrolifera statale che negli anni &#8217;80 era modello di innovazione e che oggi, invece, è ridotta così male che tutti i suoi operai preferiscono licenziarsi e lasciare Maracaibo.</p>

<p>«Mio figlio è uno di questi continua Omar . Del resto cosa può fare un padre di famiglia che da ingegnere guadagna 3 dollari al mese se non scappare?». Lui è fuggito nella vicina Colombia, percorrendo centinaia di chilometri pur di arrivare nell&#8217;ultimo Paese sudamericano che, con Cile e Argentina, non ha ancora imposto freni all&#8217;esodo di milioni di venezuelani affamati. Tre stati governati dalla destra, a differenza di Ecuador e Perù, dove invece le restrizioni sono state poste e il centrosinistra è al governo.</p>
<p>Il lago di Maracaibo in realtà è un estuario con un nucleo di acqua salata e ne ha già viste tante &#8211; compreso un ponte Morandi del 1962 che è l&#8217;unico che lo attraversa &#8211; ma di assistere alla morte di un suo figlio al giorno per denutrizione negli ospedali non gli era mai successo. Una moria registrabile solo grazie al coraggio di medici eroici che pur di testimoniare con foto e resoconti alla stampa straniera (quella nazionale è ormai imbavagliata) rischiano la persecuzione degli sgherri del Sebin, i servizi segreti chavisti che impediscono a qualsiasi reporter l&#8217;ingresso nelle strutture sanitarie di Maracaibo. Neanche all&#8217;epoca dei conquistadores era andata così male ai locali ma, come racconta il 62enne Ricardo Hausmann, direttore del Centro Kennedy di Harvard nonché l&#8217;economista più brillante del Venezuela, «la crisi di Maracaibo è figlia del disastro di tutto un paese dove Maduro è riuscito, in soli cinque anni di presidenza, a dimezzare la produzione, a creare l&#8217;inflazione più alta di sempre &#8211; se continua così chiuderà l&#8217;anno a 44 milioni % &#8211; e a distruggere pure l&#8217;industria petrolifera con annessa produzione elettrica».</p>

<p>Cose mai accadute sul più grande lago del Sudamerica che ha un canale che lo comunica al mare delle Antille, permettendo un tempo l&#8217;ingresso delle grandi navi petroliere e una pesca sempre abbondante. Oggi non è più così e, per rendersene conto, basta mettersi in barca e immergere una mano in acqua. Il risultato è scioccante, come se l&#8217;avessimo messa in un barile di petrolio. «La mancanza dal 2013 di qualsiasi manutenzione dei 45mila chilometri di oleodotti sotto il lago di Maracaibo ha portato a perdite oramai enormi, che hanno ucciso il mio lavoro», spiega Doni, figlio di pescatori. Un disastro ambientale di dimensioni bibliche che il governo di Maduro cerca di nascondere non riparando gli oleodotti bucati ma gettando dei solventi tossici nel lago, con risultati ovviamente ancora peggiori per la salute, tanto dei pesci come di chi li mangia. Per non scrivere che da inizio 2018 i blackout sono in media di 14, 16 ore al giorno in tutta Maracaibo, ma a volte anche di «tre giorni di fila», spiega Johel Prieto, che di mestiere fa il macellaio e non nasconde di avere tritato carne marcia con altra più fresca per mascherare l&#8217;odore, vendendola a un prezzo di saldo. «Oggi in tutta Maracaibo non esiste più un macellaio in grado di garantire la qualità della sua carne», spiega Luna, vigilante in un parcheggio che sa di comperare «carne marcia da settimane» ma «mia moglie è fuggita in Colombia e io ho due figli da mantenere e non riuscivamo più a resistere alla fame».</p>
<p>E affamati sono anche gli indios che abitano la laguna di Sinamaica, a un&#8217;ora da Maracaibo, e le cui palafitte l&#8217;esploratore iberico Alonso de Ojeda osservò per primo ribattezzandole «Veneciola», ovvero «piccola Venezia», da cui l&#8217;origine del nome del Venezuela. Neanche loro avrebbero immaginato che il chavismo sarebbe stato peggio dei conquistadores.</p>

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		<title>Repressione senza tregua Pure la Chiesa nel mirino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Aug 2018 09:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1023" height="560" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1.jpg 1023w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1-300x164.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1-768x420.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1023px) 100vw, 1023px" /></p>
<p>Josué Joel Mora, studente 16enne, è solo uno dei 595 desaparecidos nel paese di Daniel Ortega, secondo i dati raccolti dalla Associazione nicaraguense per i Diritti Umani (Anpdh). La sua colpa? Partecipare alle marce che dal 18 aprile scorso chiedono che il presidente/tiranno del Nicaragua lasci il potere al più presto. Maria, sua madre, un’umile &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/repressione-senza-tregua-pure-la-chiesa-nel-mirino.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1023" height="560" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1.jpg 1023w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1-300x164.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/co1-768x420.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1023px) 100vw, 1023px" /></p><p>Josué Joel Mora, studente 16enne, è solo uno dei 595 desaparecidos nel paese di Daniel Ortega, secondo i dati raccolti dalla Associazione nicaraguense per i Diritti Umani (Anpdh). La sua colpa? Partecipare alle marce che dal 18 aprile scorso chiedono che il presidente/tiranno del Nicaragua lasci il potere al più presto. Maria, sua madre, un’umile donna delle pulizie, ha visto Josué per l’ultima volta quand’è uscito correndo da sotto il letto dove si era nascosto il 4 luglio scorso. Si era fatto vedere solo quando uno dei paramilitari orteguisti, entrati col passamontagna nella sua casa di Masatepe, aveva puntato la pistola alla tempia alla madre facendole una domanda: «Vuoi morire qui cagna disgraziata?». Masatepe è un comune di 30mila anime, più della metà dei quali contadini, ed è vicino a Masaya che a fine anni Settanta &#8211; quando dire sandinista voleva dire difendere le libertà e la vita &#8211; era un feudo di Ortega, mentre ora proprio da queste parti è maggiore la rabbia contro la sua satrapia. Dal 4 luglio scorso Maria non sa che fine abbia fatto suo figlio perché non sa se gli sgherri di Ortega lo hanno catturato. Così mentre lei si ostina a credere che sia libero ma nascosto, alcuni suoi vicini le hanno assicurato che «gli assassini del governo lo hanno ucciso». Se sommiamo i 595 desaparecidos ai circa 400 morti, fanno quasi mille vittime in quattro mesi, che tradotto vuol dire un governo di assassini, al pari di quello che fu negli anni Settanta la giunta argentina di Videla prima e dell’alcolista Gualtieri poi. Ortega beve ma non come chi diede l’ordine di invadere le Falkland/Malvinas mandando al macello un’intera generazione argentina. Il suo vizio principale, oltre ad ammazzare gente, è quello di essere un pedofilo attratto da bambine in età preadolescenziale. Sa che se dovesse perdere il potere sarebbe giudicato e condannato dai tribunali internazionali, o qualcuno gli farebbe fare la fine di Somoza (ucciso un anno dopo la fuga in Paraguay), per questo non ha nessuna intenzione di mollare. Certo, queste notizie non le leggerete mai sui media «di sinistra» che, almeno per quanto concerne il Nicaragua, raccontano favole. Il modello del resto è quello cubano, per cui chi si oppone alla dittatura comunista prima è ucciso o gli viene «assassinata la reputazione» e poi è chiamato a vita gusano (verme). A Caracas l’esempio cubano è stato seguito alla lettera da Nicolás Maduro, solo che là gli oppositori sono soprannominati escualidos, squallidi. Inutile dire che poco importano agli amanti dell’informazione politicamente corretta i quasi mille studenti uccisi o fatti sparire da Ortega. E allora di Nicaragua non si scrive proprio, oppure si definiscono «terroristi» gli studenti che dal 18 aprile scorso si ribellano agli abusi della coppia presidenziale Ortega-Murillo, mentre i preti e i contadini che li appoggiano sono «golpisti al soldo degli yankee» e il forum organizzato da Amnesty International a Santiago del Cile per trovare una soluzione che interrompa l’eccidio nicaraguense è boicottato dai soliti alunni del G2 cubano. È a dir poco noiosa la prassi con cui si muove la stampa radical-chic, quella per cui, se proprio di Ortega bisogna scrivere in termini negativi, allora che sia chiara una cosa, ovvero che lui non è più sandinista quindi non è più di sinistra, ma un governante autoritario che venendo a patti con la Chiesa cattolica in tema di aborto e matrimoni omosex, con il Fmi sulle politiche monetarie e fiscali e con i maggiori imprenditori nicaraguensi, si è trasformato in un fascista. Che poi da Caracas e dall’Avana un giorno sì e l’altro pure arrivino comunicati di appoggio incondizionato al boss di Managua e che anche i media tradizionali scrivano poco del Nicaragua perché convinti non interessi a nessuno, poco importa. Noi invece ci ostiniamo a voler informare che dopo aver violentato la figliastra Zoilamérica da quando lei aveva 11 anni (e costretta a fuggire all’estero) e dopo avere violentato la 15enne Elvia Juneth Flores Castillo, il pedofilo Ortega, a differenza di quanto promesso qualche settimana fa, non ha nessuna intenzione di far entrare osservatori indipendenti in Nicaragua per verificare le denunce per crimini contro l’umanità contro di lui ed il suo governo. Che dopo avere dato ordine ai suoi paramilitari di picchiare il nunzio apostolico Stanislaw Waldemar Sommertag, l’arcivescovo di Managua, cardinal Leopoldo Brenes e il suo vescovo ausiliario, Monsignor Silvio Báez, nella basilica di San Sebastian di Diriamba, Ortega continua a far attaccare dai suoi sgherri le chiese, ultima in ordine di tempo quella della Divina Misericordia di Managua. Infine, come estrema mossa per piegare l’ostinato coraggio con cui la Chiesa locale denuncia tutte le sue nefandezze, Ortega ha ordinato di tagliare tutti gli aiuti di Stato al clero del Nicaragua. «Dio provvederà», gli ha risposto il cardinal Brenes, aggiungendo però che il taglio punitivo «avrà conseguenze sulle cure che diamo ai bambini sieropositivi e ai malati di cancro. Però il Signore provvede sempre perché è lo stesso Dio della moltiplicazione dei pani e dei pesci».</p>

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		<title>L&#8217;uomo nuovo di Bogotà contro narcos e sinistra</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/luomo-bogota-narcos-sinistra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2018 07:23:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Farc]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Prima che l&#8217;ex presidente Álvaro Uribe lo lanciasse nel 2014 come senatore nelle liste del Centro Democratico (partito di centrodestra), l&#8217;avvocato 41enne Iván Duque era uno sconosciuto in Colombia avendo trascorso tutti i suoi studi superiori in economia tra le università di Harvard e Georgetown, negli Stati Uniti, per poi disimpegnarsi nel board del BID, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/luomo-bogota-narcos-sinistra.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/luomo-bogota-narcos-sinistra.html">L&#8217;uomo nuovo di Bogotà contro narcos e sinistra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="675" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/7284934-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p><p>Prima che l&#8217;ex presidente Álvaro Uribe lo lanciasse nel 2014 come senatore nelle liste del Centro Democratico (partito di centrodestra), l&#8217;avvocato 41enne Iván Duque era uno sconosciuto in Colombia avendo trascorso tutti i suoi studi superiori in economia tra le università di Harvard e Georgetown, negli Stati Uniti, per poi disimpegnarsi nel board del BID, la Banca Interamericana di Sviluppo. Qui a sponsorizzarlo fu, per la cronaca, l&#8217;allora ministro dell&#8217;Economia Juan Manuel Santos, oggi presidente uscente con un tasso popolare di gradimento rasente allo zero ma, soprattutto, negli ultimi anni passato da delfino a nemico acerrimo di Uribe.</p>
<p>Oggi, invece, non solo tutti lo conoscono ma i numeri danno proprio Iván Duque come grande favorito per il 17 giugno, quando i colombiani (36 milioni gli aventi diritto, in realtà andranno alle urne in poco più di 20 milioni e già sarebbe un record) sceglieranno chi sarà il loro presidente sino al 2022. Oltre agli oltre 7,5 milioni di voti già ottenuti al primo turno, dalla sua Duque ha anche il terrore di molti suoi connazionali che la Colombia possa far la stessa fine della confinante Venezuela visto che, suo avversario al ballottaggio, sarà il 58enne Gustavo Petro. Un grande amico del compianto Hugo Chávez, ammiratore sperticato della rivoluzione bolivariana ma, soprattutto, ex guerrigliero del M-19, gruppo terrorista la cui prima azione fu non a caso il furto della spada di Bolívar «per tornare alla lotta, col popolo e le armi, sino a conquistare il potere».</p>
<p>Mamma politologa e papà politico, a indagare sulla famiglia di Duque la prima cosa rilevante che viene alla luce è la dura telefonata che nel lontano 1981 suo padre &#8211; all&#8217;epoca governatore di Antioquia, regione che ha come capitale Medellín &#8211; fece all&#8217;allora direttore del locale dipartimento per l&#8217;aeronautica civile, un appena 29enne Uribe, per chiedergli conto su come mai avesse concesso licenze di volo a un noto narcotrafficante, Jaime Cardona.</p>
<p>Di fronte alla risposta fredda e sicura di Uribe («si sbaglia, il signor Cardona è un brav&#8217;uomo») Duque Senior si sentì preso in giro e &#8211; come risulta da documenti declassificati dell&#8217;intelligence USA il papà di Iván Duque si fece passare immediatamente al telefono la segreteria dell&#8217;allora presidente colombiano Turbay Ayala per fissare «con urgenza» una riunione e avvisarlo che a capo dell&#8217;aviazione civile di Antioquia c&#8217;era uno che «concede licenze alla mafia». Oggi non si sa se «per comprensibile paura» &#8211; il predecessore di Uribe aveva rifiutato di concedere le licenze al cartello di Medellín ed era finito al cimitero &#8211; o se «per collusione».</p>
<p>Se è comunque indubbio che Iván Duque sia stato lanciato da Uribe (presidente che gode ancora di un altissimo gradimento ma, stando ai sondaggi, è anche odiato da un terzo dei colombiani), è anche vero che deve molto della sua carriera anche a Santos e, soprattutto, si differenzia parecchio dal suo padrino politico.</p>
<p>«La paura di Petro contro l&#8217;odio verso Uribe». Si gioca su questa bipolarità l&#8217;elezione del 17 giugno secondo gli analisti e, per capire chi sia Iván Duque, Controstorie vi riassume qui le sue risposte più significative in due interviste concesse ieri a WRadio e alla tv Univisión.</p>

<p><strong>Come sta lavorando per ottenere quei 3 milioni di voti in più rispetto ai 7,5 del primo turno necessari per diventare presidente?</strong></p>
<p>«Abbiamo analizzato il voto del 27 maggio scorso regione per regione e ci siamo focalizzati nel costruire una grande coalizione inclusiva. Per farlo, oltre ai gruppi politici ho invitato anche le forze sociali perché ci appoggino e io possa guidare un esecutivo in cui tutti i colombiani si sentano rappresentati».</p>
<p><strong>Quali le maggiori differenze sul fronte economico rispetto a Petro?</strong></p>
<p>«Io credo in un paese d&#8217;intrapresa e non sto promuovendo l&#8217;odio tra le classi sociali. Confido in un modello dove lavoratori e datori di lavoro possano operare in modo armonico e profittevole per entrambi, non cercando invece d&#8217;inimicare gli uni agli altri. Non ho fiducia nella statalizzazione mentre per me è fondamentale che proliferino le microimprese, le PMI e le grandi aziende che, in libertà economica, possano creare posti di lavoro in modo permanente, facendo così crescere la classe media e riducendo la povertà. Non sono d&#8217;accordo con la politica degli espropri né con lo Stato che stigmatizza chi non gli aggrada perché a mio avviso tutti i settori economici devono convivere sulla base del motto produrre conservando e conservare producendo».</p>
<p><strong>E le politiche sociali?</strong></p>
<p>«Sono fondamentali ma il loro successo non si fa per decreto o tramite papà Stato che crede, solo per la decisione unilaterale di un governante, si possa creare benessere. Non è così ma la prosperità si realizza solo con la creazione di posti di lavoro permanenti. Inoltre, la miglior sanità e l&#8217;istruzione pubblica di qualità devono essere finanziabili e sostenibili, come prevede il nostro programma».</p>

<p><strong>Una grande differenza rispetto a Petro riguarda il processo di pace con le Farc (le Forze armate rivoluzionarie di Colombia, ndr)</strong></p>
<p>«Certo, perché non possiamo permettere che l&#8217;impunità si converta in una politica di Stato. Perciò faremo le modifiche necessarie agli accordi, pensando alle vittime e sulla base di quattro principi: verità, giustizia, riparazione e non ripetizione. Sono d&#8217;accordo che ci sia una riduzione della pena ma mi oppongo che chi sia macchiato di crimini contro l&#8217;umanità possa sedere in Parlamento senza prima avere scontato almeno una parte della pena, magari anche solo in colonie agricole e non in carceri comuni. Per questo ritengo che debbano essere sostituiti i membri delle Farc che occupano 10 seggi in Parlamento macchiatisi di gravi crimini contro l&#8217;umanità. La mia non è vendetta ma solo senso di giustizia».</p>
<p><strong>Cosa la preoccupa di più oggi?</strong></p>
<p>«Da un lato che le coltivazioni di coca stiano crescendo esponenzialmente, dall&#8217;altro le antiche cellule della Farc, i cosiddetti dissidenti, che si stanno riarmando».</p>
<p><strong>Quante volte si è trovato in disaccordo con Uribe?</strong></p>
<p>«Molte volte, ma più sovente concordiamo».</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/luomo-bogota-narcos-sinistra.html">L&#8217;uomo nuovo di Bogotà contro narcos e sinistra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>È l&#8217;ora della rivincita degli schiavi Riavranno un pezzo di Amazzonia</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/schiavi-amazzonia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Mar 2018 07:11:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Amazzonia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="666" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605-768x511.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>San Paolo &#8211; S embra un segno del destino o forse è solo la storia che permette alle sue vittime di riscattarsi. A 130 anni dall&#8217;abolizione della schiavitù in Brasile (ultimo paese delle Americhe ad averla bandita nel 1888) i discendenti degli ultimi schiavi sembrano avere trovato finalmente giustizia. Grazie a quella stessa terra in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/schiavi-amazzonia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="666" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/7258605-768x511.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p><p><strong>San Paolo &#8211; </strong>S embra un segno del destino o forse è solo la storia che permette alle sue vittime di riscattarsi. A 130 anni dall&#8217;abolizione della schiavitù in Brasile (ultimo paese delle Americhe ad averla bandita nel 1888) i discendenti degli ultimi schiavi sembrano avere trovato finalmente giustizia. Grazie a quella stessa terra in cui i loro antenati in catene erano costretti al lavoro forzato. È successo infatti che il governatore dello stato del Pará, Simao Jatene abbia finalmente riconosciuto, con tanto di documento ufficiale, la proprietà di oltre 220mila ettari di Amazzonia a una piccola comunità di discendenti di schiavi, fuggiti 400 anni fa dai loro padroni e fondatori di un villaggio, Cachoeira Porteira. Una battaglia a colpi di carte bollate e processi durata ventitré anni ma il cui esito rappresenta oggi una svolta per la storia stessa dell&#8217;intero Paese.</p>
<p>Già, perché la schiavitù rimane ancora oggi la grande macchia del Brasile che in realtà ha sempre avuto tutto per essere un paradiso (non ha terremoti, la terra è generosa, il clima ottimo) ma che non è mai riuscito a esserlo, impregnato da sempre da grandi differenze sociali, molta povertà, sottosviluppo endemico e tantissima violenza. Tra il 1600 e il 1850 solo nel paese verde-oro arrivarono 4,5 milioni di schiavi. Molti morirono di stenti e malattie, altri riuscirono a sopravvivere al servizio di fazenderos senza scrupoli che li impiegavano nelle piantagioni di caffè e di canna da zucchero. Lavori durissimi sotto il sole cocente in condizioni davvero disumane. Basta visitare una qualsiasi fazenda antica per rendersi conto della rigida divisione per classi.</p>

<p>I ricchi padroni vivevano nella magione, chiamata Casa Grande, gli schiavi nel Senzala, ovvero depositi o scantinati senza finestre, se non delle grate in alto per impedirne la fuga. In molti casi gli schiavi partecipavano sì della vita dei loro padroni, alcune giovani ne diventavano addirittura amanti ma in generale le condizioni erano durissime. Tanto che in tanti quando potevano fuggivano, scappando per chilometri e arrivando poi a fondare piccoli villaggi chiamati appunto quilombos. Oggi si contano sedici milioni di quilombolas, ovvero di discendenti di schiavi fuggiti che vivono in 5.000 quilombos. Ecco, Cachoeira Porteira è proprio un antico quilombo e questo spiega la portata simbolica dell&#8217;avere finalmente riconosciuto ai suoi abitanti la proprietà della terra, proprio loro i cui antenati erano invece proprietà esclusiva dei fazenderos. Anche perché finora in tutto il Brasile sono solo circa duecento i quilombos che si sono visti restituire la proprietà della terra.</p>
<p>Questo rivoluzionario gioco delle parti non sarà per fortuna un caso isolato. Anzi sembra proprio che il Brasile si stia impegnando nel rimarginare queste sue antiche ferite. Già la costituzione del 1988, post-dittatura militare, riconosceva il diritto di proprietà ai quilombolas così come agli indios per le terre dei loro antenati. E l&#8217;ex presidente Lula nel 2003 cercò di regolamentare la procedura di restituzione con un apposito decreto fino alla mazzata finale del presidente Michel Temer che, forte dell&#8217;appoggio dei latifondisti, ha dichiarato incostituzionale il decreto di Lula. Per fortuna però l&#8217;8 febbraio scorso il decreto del 2003 è stato nuovamente convalidato e dichiarato costituzionale dalla Corte suprema brasiliana (Stf).</p>

<p>«Sembrava impossibile che la nostra storia potesse avere un lieto fine &#8211; racconta Ivanildo Souza, a capo dell&#8217;associazione quilombola di Cachoeira Porteira &#8211; in molti ci attaccavano ma la terra era fondamentale per noi». Già, perché come spiega bene Erivaldo Oliveira, a capo della Fondazione culturale Palmares «se non si ha la proprietà della terra non si può usufruire delle politiche pubbliche». Insomma uno stato di invisibilità durato secoli che ora sembra iniziare a spezzarsi.</p>
<p>Il cammino davanti, tuttavia, è ancora arduo. Secondo Juliana de Paula, avvocato dell&#8217;Istituto socioambientale «perché ci sia proprietà deve esserci prima di tutto la demarcazione dei terreni che viene fatta da un istituto governativo specializzato in questo, l&#8217;Incra». Il problema però è che la recente crisi in cui è precipitato il Brasile ha ridotto le disponibilità economiche dell&#8217;Incra che, secondo la De Paula «non avrebbe così i fondi per demarcare le terre quilombolas». A questo si aggiunge una difficile relazione con i latifondisti. Nel solo 2017, quattordici quilombolas sono stati uccisi, rispetto agli otto del 2016 e a un solo caso nel 2015, come se davvero la questione terra si facesse sempre più critica.</p>

<p>Il problema dei quilombos non è comunque solo rurale. Rio de Janeiro per esempio, capitale del Brasile dal 1873 al 1960 presenta al suo interno, nascosti agli occhi dei turisti e anche a molti dei suoi abitanti, tre quilombos che lottano ancora per vedere riconosciuto il loro diritto alla proprietà terriera. Il suo quilombo più famoso, Pedra do Sal, vicino al porto ha un valore simbolico importantissimo: era qui, infatti, che approdavano gli schiavi dopo lunghe ed estenuanti traversate dall&#8217;Africa. Oggi di quel passato durissimo restano i riti afrobrasiliani, come il Candomblé, che vengono celebrati in apposite case al riparo da occhi indiscreti. E, curiosità, anche il paese natale di Lula, Garanhus nel Pernambuco, nasce proprio intorno a una comunità quilombola. Forse è per questo che il decreto dell&#8217;ex presidente è riuscito a sopravvivere ancora oggi, nonostante tutto.</p>
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