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	<title>Orlando Sacchelli Archives - InsideOver</title>
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	<title>Orlando Sacchelli Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Cose che succedono nel Regno Unito</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cose-che-succedono-nel-regno-unito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 09:48:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1450" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-300x212.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-1024x725.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-768x544.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-1536x1088.jpg 1536w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>I politici di Sua Maestà hanno tanti difetti ma un merito indubbio: quando decidono che è arrivato il momento di aprire le finestre e cambiare aria lo fanno. E così nelle stanze dei bottoni di Downing Street si materializza il cambiamento, che può essere deciso dagli elettori con le elezioni, nel migliore dei casi, ma &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cose-che-succedono-nel-regno-unito.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1450" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-300x212.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-1024x725.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-768x544.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220707114817421_9a48a946c3f18b332bd3eff04229811b-1536x1088.jpg 1536w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p><p>I politici di Sua Maestà hanno tanti difetti ma un merito indubbio: quando decidono che è arrivato il momento di aprire le finestre e cambiare aria lo fanno. E così nelle stanze dei bottoni di <strong>Downing Street</strong> si materializza il cambiamento, che può essere deciso dagli elettori con le elezioni, nel migliore dei casi, ma in casi eccezionali anche dai partiti stessi. È già avvenuto in passato varie volte, basti pensare a Margaret Thatcher, per citare uno dei casi più famosi. È avvenuto poi con <strong>Theresa May</strong>, <strong>David Cameron</strong> e oggi con <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/boris-johnson.html" target="_blank" rel="noopener">Boris Johnson</a>. Le ragioni sono diverse, ovviamente, ma non cambia la sostanza: il partito decide che sia utile imprimere una svolta e il leader viene invitato (più o meno bruscamente) a farsi da parte. Non esistono, nel Regno Unito, leader eterni. Il cambiamento non è inteso come un disvalore o un’onta ma una possibilità.</p>
<p>Se gli inglesi non hanno sentito ragioni mandando a casa anche un gigante come <strong>Winston Churchill</strong>, vincitore della Seconda guerra mondiale con gli Alleati (fu sconfitto nelle elezioni del 1945 dal partito laburista di Clement Attlee), sono più numerosi i leader pensionati in anticipo dai loro stessi partiti. Prima accennavano alla Lady di ferro, <strong>Margaret Thatcher</strong>, che nel 1990 fu costretta a dimettersi dopo essere stata messa in minoranza nel partito conservatore, con Michael Heseltine che prese le redini dei Tory e John Major che fu mandato al numero 10 di Downing Street. Nonostante i profondi cambiamenti impressi al suo Paese, e pur essendo divenuta un’icona del mondo conservatore a livello mondiale, insieme al presidente Usa Ronald Reagan, la Thatcher non riuscì a superare l’ondata di impopolarità derivante dall’introduzione di una nuova tassa fissa comunale, la poll tax, e pagò anche le sue posizioni sulla Comunità europea non condivise da tutti nel suo partito.</p>
<p>La <strong>leadership</strong> di un partito nel Regno Unito viene decisa democraticamente. Occorre un certo numero di firme da parte di colleghi deputati (i conservatori ne prevedono otto) per potersi candidare come leader, poi decidono i <strong>delegati</strong> una volta riunitisi in assemblea. I tempi sono abbastanza veloce, si parla di qualche settimana. E non c’è alcun bisogno di tornare alle elezioni. Una volta regolati i conti all’interno del partito, il nuovo leader incaricato si presenta dalla regina e riceve l’incarico di formare il nuovo esecutivo. Tutto con estrema semplicità e trasparenza.</p>
<p>Ovviamente non mancano le faide interne e i giochi di potere, come in ogni sistema politico. Ma, a differenza del nostro Paese, i bizantinismi e le giravolte fini a se stesse sono ridotte ai minimi termini. Così come sono pressoché inesistenti le “sceneggiate”. Se un leader viene sconfitto ed esce dalla porta non rientra dalla finestra, magari con un’altra casacca, facendo finta di nulla. Se vieni mandato a casa difficilmente torni in pista come se nulla fosse. Anche questa è un’altra delle grandi differenze tra il sistema britannico e il nostro. Se Churchill fu mandato a casa dopo aver sconfitto i nazisti, Johnson viene fatto accomodare fuori dalla porta dopo aver sconfitto il <strong>Covid</strong>. Corsi e ricorsi della storia. Non importa ciò che hai fatto di buono, la politica britannica ha un tasso di ricambio altissimo. Questo genera <strong>anticorpi</strong> potenti contro ogni malattia.</p>
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		<item>
		<title>Caos ad Amman, il primo ministro  si dimette dopo le proteste di piazza</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/giordania-dimissioni-primo-ministro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2018 14:05:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1752" height="1231" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse.jpg 1752w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse-300x211.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse-768x540.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse-1024x719.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1752px) 100vw, 1752px" /></p>
<p>Il primo ministro giordano si è dimesso a seguito delle proteste di piazza esplose contro le misure di austerità volute dal governo.  Hani Mulki si è presentato davanti al re Abdullah II presentandogli le dimissioni. Il sovrano ha chiesto a Omar al-Razzaz, ministro dell’Istruzione, di prendere il posto di Mulki e formare un governo. La rabbia &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/giordania-dimissioni-primo-ministro.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1752" height="1231" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse.jpg 1752w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse-300x211.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse-768x540.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/Giordania_lapresse-1024x719.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1752px) 100vw, 1752px" /></p><p>Il primo ministro giordano si è dimesso a seguito delle proteste di piazza esplose contro le misure di austerità volute dal governo.  <strong>Hani Mulki</strong> si è presentato davanti al re Abdullah II presentandogli le dimissioni. Il sovrano ha chiesto a Omar al-Razzaz, ministro dell’Istruzione, di prendere il posto di Mulki e formare un governo. La rabbia popolare è esplosa contro l&#8217;aumento dei prezzi e le tasse sugli individui (5%) e sulle imprese (20-40%), secondo un progetto di riforma fiscale fortemente raccomandato dal  <strong>Fondo monetario internazionale</strong>.</p>

<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;1011&#8243; gal_title=&#8221;Proteste in Giordania&#8221;]</p>

<p>Nella capitale Amman l&#8217;ultima protesta è andata avanti fino alle 3.30 di notte, in particolare ne quartiere di Tafieh (il più povero della capitale). Ma i giordani sono scesi in piazza anche in altre città: Zarqa, Balqa, Maan, Karak, Mafraq, Irbid e Jerash. La prima manifestazione di protesta, organizzata dai sindacati, si era svolta mercoledì scorso, seguita da una nuova protesta giovedì, dopo l&#8217;annuncio dell&#8217;entrata in vigore dell&#8217;aumento del costo dei carburanti e dell&#8217;energia elettrica, aumenti subito dopo congelati per evitare il peggio. Sessanta persone sono finite in manette, negli ultimi giorni, con l&#8217;accusa di disordini, violazione della legge o detenzione illegale di armi bianche. Il generale Fadel al-Hamoud , direttore della Sicurezza Pubblica, ha precisato che durante le proteste alcuni manifestanti hanno bruciato copertoni e si sono scontrati con le forze dell&#8217;ordine. Sono almeno 40 agenti gli agenti rimasti feriti.</p>

<p><strong>Re Abdallah</strong> sta tentando di mediare: ha chiesto a governo e Parlamento &#8220;di avviare un dialogo nazionale globale e ragionevole&#8221;, e schierandosi dalla parte di chi protesta ha detto che è &#8220;ingiusto che il solo cittadino paghi le conseguenze delle riforme fiscali&#8221;. Non è escluso che dietro alla protesta ci sia qualcuno che soffia sul fuoco per destabilizzare il governo e lo stesso sovrano. Ma chi potrebbe essere a desiderare il caos?</p>
<p>I sospetti cadono subito sulla  <strong>Fratellanza musulmana</strong>, che in passato ha già provato a dare la spallata ad Abdallah, considerato troppo filo occidentale. Al re si rimprovera anche la politica filo saudita e l&#8217;accordo di pace con Israele, siglato nel 1994 e rivisto nel 2017. È possibile, questo punto, che Abdallah riceva un sostegno tangibile dei sauditi e di altri Paesi del Golfo, per provare a ridare slancio all&#8217;economia e neutralizzare le misure impopolari volute dal premier Mulki. Nello scacchiere mediorientale la Giordania è di fondamentale importanza. Lo sanno bene anche Israele, Stati Uniti e Unione europea. Il re può contare su una vasta rete di protezione. L&#8217;importante è che le contromisure siano tempestive.</p>
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		<item>
		<title>Washington sanziona altri 24 russi:  c&#8217;è anche l&#8217;ex genero di Putin</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/washington-sanziona-altri-24-russi-ce-anche-lex-genero-putin.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Apr 2018 14:54:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[sanzioni-russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1800" height="1187" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse-1024x675.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p>
<p>Tensione alle stelle tra la Russia e gli Stati Uniti. L&#8217;amministrazione Usa fa sapere che sette oligarchi russi considerati “vicini al Cremlino” sono stati sanzionati in risposta ai presunti attacchi di Mosca contro “le democrazie occidentali”, ossia per le interferenze nelle presidenziali (ma non solo). Nella lista delle persone sanzionate figurano in totale 24 persone, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/washington-sanziona-altri-24-russi-ce-anche-lex-genero-putin.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1800" height="1187" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/trump_lapresse-1024x675.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p><p>Tensione alle stelle tra la Russia e gli Stati Uniti. L&#8217;amministrazione Usa fa sapere che sette oligarchi russi considerati “vicini al Cremlino” sono stati sanzionati in risposta ai presunti attacchi di Mosca contro “le democrazie occidentali”, ossia per le interferenze nelle presidenziali (ma non solo). Nella lista delle persone sanzionate figurano in totale 24 persone, tra cui dirigenti di governo, e 14 entità.</p>
<p>Tra i nomi figura anche l&#8217;oligarca <strong>Oleg Deripaska</strong> (vicinissimo a Putin), l’ex genero del presidente, <strong>Kirill Shamalov</strong>, il senatore <strong>Suleiman Kerimov</strong> e il capo del gruppo “Renova” <strong>Viktor Vekselrberg</strong>. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://home.treasury.gov/news/press-releases/sm0338" target="_blank">In una nota</a> il Dipartimento del Tesoro spiega che le sanzioni sono scattate per le &#8220;attività maligne in tutto il mondo&#8221;. Viene chiamata in causa anche una banca e una società per il commercio di armi e si punta il faro su alcuni soggetti &#8220;compresi quelli che traggono vantaggio dal regime di Putin e che ricoprono un ruolo chiave nel portare avanti le azioni ostili della Russia”.</p>

<p>Il linguaggio ci riporta dritti in piena guerra fredda. Non è una novità assoluta, visto il recente caso “Skrypal”, con l&#8217;ex spia russa avvelenata e le accuse mosse in modo compatto (da Londra, Europa e Stati Uniti) contro Mosca. Il segretario al Tesoro Usa, <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Steven_Mnuchin" target="_blank">Steven Mnuchin</a></strong>, rincara la dose sottolineando che &#8220;il governo russo opera per il beneficio sproporzionato degli oligarchi e delle élite governative”, ed “è impegnato in una serie di attività ostili in tutto il mondo, compresa l&#8217;occupazione continuata della <strong>Crimea</strong> l&#8217;istigazione alla violenza nell&#8217;Ucraina orientale&#8221;.</p>
<p>&#8220;Mosca, prosegue il capo del Tesoro, &#8220;opera fornendo al regime di <strong>Assad</strong> materiale e armi con cui vengono bombardati gli stessi civili&#8221; siriani &#8220;e tentando di sovvertire le democrazie occidentali&#8221;. Il riferimento esplicito è ad &#8220;<strong>attività informatiche ostili</strong>&#8220;. &#8220;Gli oligarchi e le élite russe che traggono vantaggio da questo sistema corrotto non potranno più sottrarsi alle conseguenze delle attività destabilizzanti del loro governo”. La guerra diplomatica tra Washington e Mosca ormai è totale.</p>
<p>L&#8217;elenco completo</p>
<p>Nel mirino degli Stati Uniti figurano sette uomini d’affari, <strong>12 società</strong> (di loro proprietà) e <strong>17 funzionari governativi</strong>. Vediamo qui di seguito tutti i nomi coinvolti. Il miliardario Oleg Deripaska; Igor Rotenberg, figlio del miliardario e amico stretto di Putin Viktor Rotenberg; Viktor Vekselberg (capo del gruppo Renova) e Kirill Shamalov, ex genero di Putin. Tra i funzionari figurano: il ministro degli Interni, Vladimir Kolokoltsev; il capo di Roskomnadzor Aleksandr Zharov; il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev; il deputato Vladislav Reznik; l’aiutante presidenziale Evgheny Shkolov, l’inviato presidenziale per il distretto federale meridionale Vladimir Ustinov; il capo della direzione per la lotta all’estremismo del ministero dell’Interno, Timur Valiulin; il direttore della Guardia Nazionale Viktor Molotov; il governatore della regione di Tula, Aleksei Dyumin; il direttore dell’istituto di ricerca strategica, Mikhail Fradkov; il responsabile presso la presidenza russa della Cooperazione con gli Stati della Cis e con le Repubbliche di Ossezia del sud e Abkhazia, Oleg Govorun; il presidente della Commissione affari internazionali del Consiglio della Federazione (il Senato russo) Konstantin Kosachev e il senatore e imprenditore Suleiman Kerimov. Tra i dirigenti società statali colpiti troviamo: Aleksei Miller, capo del colosso del gas Gazprom; Andrei Kostin, capo della seconda banca russa, Vtb.</p>

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		<title>Le armi Usa date ai ribelli moderati sono finite nel mercato nero jihadista</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-armi-usa-date-ai-ribelli-moderati-finite-nel-mercato-nero-jihadista.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2018 15:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Armi]]></category>
		<category><![CDATA[Ribelli siriani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1037" height="690" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn.jpg 1037w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1037px) 100vw, 1037px" /></p>
<p>Ottocentocinquanta dollari per acquistare un fucile d&#8217;assalto M16 di fabbricazione americana. Luogo di vendita: il mercato nero in Siria. L&#8217;arma fa parte di quello stock che gli Stati Uniti aveva destinato ai cosiddetti “ribelli moderati” in Siria. Lo si evince chiaramente dal numero di serie e dalla sigla indicata sul metallo. Ora, come documenta con &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-armi-usa-date-ai-ribelli-moderati-finite-nel-mercato-nero-jihadista.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-armi-usa-date-ai-ribelli-moderati-finite-nel-mercato-nero-jihadista.html">Le armi Usa date ai ribelli moderati sono finite nel mercato nero jihadista</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1037" height="690" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn.jpg 1037w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/armi_cnn-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1037px) 100vw, 1037px" /></p><p>Ottocentocinquanta dollari per acquistare un fucile d&#8217;assalto <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://it.wikipedia.org/wiki/M16_(fucile_d%27assalto)" target="_blank">M16</a></strong> di fabbricazione americana. Luogo di vendita: il mercato nero in Siria. L&#8217;arma fa parte di quello stock che gli Stati Uniti aveva destinato ai cosiddetti “<strong>ribelli moderati</strong>” in Siria. Lo si evince chiaramente dal numero di serie e dalla sigla indicata sul metallo. Ora, come documenta con dovizia di particolari la <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://edition.cnn.com/2018/02/20/middleeast/us-weapons-telegram-syria-intl/index.html" target="_blank">Cnn</a></strong>, è finita in vendita sui forum jihadisti nel nord del Paese.</p>
<p>L&#8217;emittente è in grado di documentare questo traffico di armi perché il fucile in questione è stato offerto, tramite il sistema di messaggistica Telegram, da un uomo che vive a <strong><a style="color: #0000ff;" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Idlib" target="_blank">Idlib</a></strong> a un giornalista della Cnn. E&#8217; lo stesso venditore, nella chat documentata, ad affermare che l&#8217;arma era stata fornita dagli Stati Uniti per aiutare i ribelli moderati siriani a combattere l&#8217;Isis. L&#8217;arma proverrebbe dalla &#8220;Divisione 30&#8221;.</p>

<p>L&#8217;M16 è stato prodotto dalla <strong><a style="color: #0000ff" href="https://fnamerica.com/" target="_blank">Fn Manufacturing</a></strong>, una società della Carolina del Sud. Il numero di serie faceva pensare ad una partita di armi che gli Usa avevano destinato alle forze di sicurezza irachene, il fucile nel 2014 è finito nelle mani dell&#8217;Isis.</p>
<p>Fingendosi un potenziale acquirente, un giornalista della Cnn ha avuto uno scambio di messaggi con il venditore. Ve ne riportiamo alcuni stralci. “Vendi ancora questo M16? (segue foto)”. “Sì, il prezzo è di 850 dollari ed ha un caricatore”. “Hai solo un caricatore?”. “Sì, quello attaccato. Da solo costa 20 dollari”. “Grazie”. “Sei nella città di Idlib?”. “Sì”. “Presto ti darò una risposta”. “Hai anche munzioni in vendita? Sto cercando M16 come questo… dove li hai presi, in Iraq?”. “No, non ho munizioni… ha il marchio della Divisione 30”. “Come l&#8217;hai scoperto?”. “Non ne facevo parte ma l&#8217;ho sentito dire”.</p>

<p>In vendita, sui social freuentati dai jihadisti, ci sono molte altre armi: mitragliatrici pesanti, lancia granate, canocchiali da cecchino. La Cnn chiarisce che non è in grado di verificare se gli articoli posti in vendita esistano davvero e corrispondano alle descrizioni fornite. Di certo il venditore dell&#8217;M16 ha fornito diverse foto dell&#8217;arma, da varie angolazioni.</p>
<p>Ma che cos&#8217;è la <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Division_30" target="_blank">Divisione 30</a>? Gli Stati Uniti addestrarono e rifornirono un gruppo di ribelli siriani che aveva il compito di lottare contro lo Stato islamico. Il gruppo veniva addestrato in Turchia, penetrando in Siria da Nord. I combattenti erano dotati di attrezzature per inviare le coordinate per gli attacchi aerei statunitensi. Il gruppo si sciolse presto, quando gli estremisti sostenuti filo al Qaeda li intercettarono prendendosi tutto il loro materiale.</p>

<p>“Ciò che questa arma mostra – afferma Damien Spleeters, del gruppo <strong><a href="http://www.conflictarm.com/" target="_blank">Conflict Armament Research</a></strong> &#8211; è che è stata fatto negli Stati Uniti, e dimostra che il suo numero di serie è molto vicino a un&#8217;altra arma che è stata recuperata dalle forze dell&#8217;Isis nel nord della Siria, che presumibilmente l&#8217;hanno rubata dalle forze di sicurezza irachene”. Ma questo non esclude che un simile gruppo di armi sia finito alla Divisione 30. Il Comando centrale degli Stati Uniti non ha rilasciato alcun commento. La vendita, se fosse andata in porto, si sarebbe conclusa in una moschea di Idlib, il giorno dopo la conversazione in chat.</p>
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		<title>Il Risiko del potere a Cuba tra figli, nipoti e delfini di Castro</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/risiko-del-potere-cuba-figli-nipoti-delfini-castro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2018 14:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1310" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse-768x524.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse-1024x699.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La domanda che molti si pongono è questa: chi comanderà a Cuba tra qualche anno? Come sappiamo il Paese caraibico è retto da una dittatura familiare-partitica, con il potere militare ben saldo nelle mani del capo dello Stato. Raul Castro è ancora al comando, ma ancora per poco. La legislatura si chiuderà il 19 aprile, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/risiko-del-potere-cuba-figli-nipoti-delfini-castro.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1310" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse-768x524.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/fidel_raul_castro_lapresse-1024x699.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La domanda che molti si pongono è questa: chi comanderà a Cuba tra qualche anno? Come sappiamo il Paese caraibico è retto da una dittatura familiare-partitica, con il potere militare ben saldo nelle mani del capo dello Stato. <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ra%C3%BAl_Castro" target="_blank">Raul Castro</a></strong> è ancora al comando, ma ancora per poco. La legislatura si chiuderà il 19 aprile, seguiranno le elezioni politiche, dopo le quali Castro lascerà l&#8217;incarico di presidente del Consiglio di Stato, salvo clamorose novità.</p>
<p>Ma chi prenderà il potere? Tutti pensano a <strong><a href="https://www.tpi.it/2013/03/05/miguel-diaz-canel-il-nuovo-leader-cubano/" target="_blank">Miguel Diaz-Canel</a></strong>, che nel 2013 Castro ha nominato vicepresidente, indicandolo, di fatto, come delfino. Una mossa “normale”, visto che parliamo di un regime dittatoriale. Anche Fidel aveva pensato a un successore, individuando <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Carlos_Lage_D%C3%A1vila" target="_blank">Carlos Lage</a></strong> e <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Felipe_P%C3%A9rez_Roque" target="_blank">Felipe Perez-Roque</a></strong> (rispettivamente primo ministro e cancelliere). I due però erano stati esautorati dopo che Fidel aveva lasciato, causa malattia. Dopo dieci anni di dominio incontrastato di Raul, la strada dovrebbe essere spianata per Diaz-Canel, ingegnere, che per cinque anni è stato buono buono a fianco del capo, senza commettere errori. Anche se non pare brilli molto di luce propria. Non è detta, però, l&#8217;ultima parola. Qualcuno della “famiglia” potrebbe aver lavorato nell&#8217;ombra, in attesa di uscire allo scoperto al momento giusto. Difficile che si buttino nella mischia in prima persona. La popolazione, infatti, potrebbe non gradire un terzo Castro, che porterebbe l&#8217;isola sulla scia della tradizione nordcoreana. Molto più facile (e sottile) lavorare da dietro le quinte, manovrando le leve del potere senza troppo esporsi.</p>

<p>Una famiglia molto estesa quella dei Castro, composta da una ventina di elementi considerando solo le prime due generazioni. Il primogenito del Lìder Maximo, <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Suicida-a-Cuba-Fidel-Castro-Diaz-Balart-il-figlio-aristocratico-del-padre-della-Revolucion-7be2394f-f145-4540-a8fd-b66c738c5339.html#foto-1" target="_blank">Fidel Castro Diaz-Balart</a></strong>, &#8220;l&#8217;aristrocratico&#8221;, si è suicidato. Fisico nucleare, aveva 69 anni. Era l’unico figlio nato dal primo matrimonio del padre della rivoluzione cubana, con Mirtha Diaz-Balart, sorella aristocratica di un suo compagno di università sposata nel 1948 quando la ragazza aveva 22 anni. “Fidelito”, nato poco prima dell’inizio della rivoluzione, era stato ricoverato in ospedale per i traumi seguiti ad una grave depressione. Tra il 1980 e il 1992 era stato il responsabile del programma nucleare cubano e del progetto di costruzione della prima centrale nucleare, Jaragua, a Cienfuegos, nel centro dell’isola, poi interrotto negli anni ’90 per mancanza di fondi.</p>
<p>Tra i figli riportiamo, per ovvie ragioni, solo quelli che ancora vivono a Cuba. Alexis Castro Soto del Valle è il primo dei cinque di Fidel e Dalia. Cinquantasei anni, fa una vita abbastanza defilata, con fotografia e computer come interessi. Alexander Castro Soto del Valle, nato nel 1963, è un esperto di videografica. <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.clarin.com/mundo/antonio-castro-fidel-estrellas-lujosos_0_BkAsODnfl.html" target="_blank">Antonio Castro Soto del Valle</a></strong>, nato nel 1969, sicuramente è il più conosciuto dei cinque figli di Dalia. Chirurgo ortopedico, è medico della <strong>Nazionale cubana di baseball</strong>, vero e proprio vanto del regime. Al contempo è vicepresidente della Federazione cubana baseball. Per molti, però, conduce una vita troppo vistosa, tra yacht, hotel a cinque stelle e lussi. Molto più umili le esistenze di Alejandro Castro Soto del Valle, titolare di una ditta di computer, e Angel Castro Soto del Valle, che studia medicina, ama le auto ed ha un’officina specializzata.</p>

<p>Facciamo ora una carrellata tra i “nipoti”. Tra i più forti spicca <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://en.wikipedia.org/wiki/Alejandro_Castro_Esp%C3%ADn" target="_blank">Alejandro Castro Espin</a></strong>, da non confondere con l’omonimo cugino, è colonnello delle forze di sicurezza e uno dei principali consiglieri del padre Raul. Molto ambizioso, potrebbe essere lui il “vero” delfino designato. Di sicuro può vantare il ruolo di punta nelle forze armate. E un incarico politico altrettanto importante, soprattutto a livello di immagine: guida la commissione per la lotta alla corruzione. <strong><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mariela_Castro" target="_blank">Mariela Castro</a></strong>, uno dei principali esponenti dei gruppi pro-gay cubani, è membro dell’Assemblea Nazionale e guida il Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale. Un&#8217;altra nipote è Deborah, sposata con <strong>Alberto Fernandez Lopez-Callejas</strong>, generale dell’esercito rivoluzionario e presidente della <strong><a href="https://www.cubanet.org/actualidad-destacados/gaesa-el-imperio-economico-del-ejercito/" target="_blank">Gaesa</a></strong>, l’ente che gestisce le innumerevoli risorse delle forze armate, che comprendono catene alberghiere ed imprese all&#8217;estero. Le ambizioni del generale sono molto forti. Di sicuro, grazie alla donna che ha sposato, vorrà contare sempre di più.</p>
<p>Bisogna chiarire bene una cosa. L&#8217;uscita di scena di Raul Castro non sarà immediata. Non solo perché, come già fece Fidel, manterrà l&#8217;incarico di segretario del Partito comunista cubano, e quindi giocoforza potrà condizionare (o mutare) le scelte del successore. C&#8217;è da tenere conto, inoltre, la grande importanza dei generali, non solo per il controllo delle armi (e ciò che ne consegue) ma anche per il potere economico che hanno in mano. Il successore di Raul, volente o nolente, dovrà continuare a fare riferimento a queste persone, che tengono in mano i destini economici (e non solo) dell&#8217;isola. Democrazia e libertà, ovvero far decidere al popolo chi deve comandare? Al momento questa opzione non viene contemplata. </p>

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		<title>Trump ora piace alle stesse élite che lo guardavano dall&#8217;alto in basso</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/trump-elite-economiche-davos.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2018 12:10:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="667" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Un anno fa era brutto, sporco e cattivo. Ora, però, alcune delle cose che fa iniziano a produrre risultati e lui comincia a piacere a chi prima lo disprezzava. Stiamo parlando del rapporto tra le cosiddette élite globali (banchieri, grandi industriali e politici) e il presidente Usa Donald Trump. Ma cos&#8217;ha fatto di così straordinario &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/trump-elite-economiche-davos.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="667" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/Trump_Lapresse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p><p>Un anno fa era brutto, sporco e cattivo. Ora, però, alcune delle cose che fa iniziano a produrre risultati e lui comincia a piacere a chi prima lo disprezzava. Stiamo parlando del rapporto tra le cosiddette élite globali (banchieri, grandi industriali e politici) e il presidente Usa <strong>Donald Trump</strong>. Ma cos&#8217;ha fatto di così straordinario Trump per ribaltare questo giudizio, trasformandosi da reietto, da non prendere neanche in considerazione, a <em>commander-in-chief</em> da rivalutare? Si tratta di soldi. Quelli che la riforma Trump fa risparmiare ai grandi potentati economico-finanziari.</p>
<p>Il <a href="https://www.washingtonpost.com/business/economy/trump-wins-over-global-elites-at-davos-all-it-took-was-a-15-trillion-tax-cut/2018/01/25/3c688624-0201-11e8-8acf-ad2991367d9d_story.html?hpid=hp_hp-top-table-main_davosbiz-730pm%3Ahomepage%2Fstory&amp;utm_term=.9f2926d7cf1d">Washington Post</a>, mai tenero col presidente, descrive così la buona accoglienza che è stata riservata a Trump al <a href="https://www.weforum.org/events/world-economic-forum-annual-meeting-2018" target="_blank">World Economic Forum</a> di Davos (Svizzera): &#8220;È bastato un <strong>taglio delle tasse</strong> da 1,5 trilioni di dollari ed un approccio più permissivo per quanto riguarda il controllo delle corporation a convincere il leader del grande business ad accoglierlo&#8221;. Il Post per sottolineare il cambio di passo (e di giudizio) ricorda la grande preoccupazione che si respirava un anno fa a Davos, subito dopo l&#8217;insediamento di Trump, che prometteva il ritorno ad un forte <strong>nazionalismo economico</strong>. Il presidente non ha mai rinnegato la propria linea economica, anzi, di recente ha ribadito la necessità di introdurre dazi su alcuni prodotti importati negli Usa (come elettrodomestici e pannelli solari), ma questo sembra non turbare più di tanto le élite dell&#8217;economia e della finanza, che apprezzano soprattutto i tagli alle tasse e la <strong>deregulation</strong>. Insomma, si è disposti, oggi più di prima, a dare fiducia a Trump. E di vedere se riesce a fare qualcosa di buono.</p>

<p>Che il clima sia cambiato lo registra anche il <a href="https://www.nytimes.com/2018/01/25/world/europe/davos-trump.html?hpw&amp;amp;rref=world&amp;amp;action=click&amp;amp;pgtype=Homepage&amp;amp;module=well-region&amp;amp;region=bottom-well&amp;amp;WT.nav=bottom-well&amp;mtrref=www.huffingtonpost.it&amp;gwh=23DBB02B18074D316FF16A5F4C2B72A5&amp;gwt=pay" target="_blank">New York Times</a>, altra testata “nemica” di Trump. Il giornale della Grande mela conferma che Davos ha finora &#8220;riservato una calda accoglienza al presidente, che è stato uno dei suoi critici principali, che gli hanno spianato la strada della Casa Bianca. Il vero test però è oggi, prosegue il Nyt, con l&#8217;atteso discorso che il presidente pronuncia al World Economic Forum. Il presidente non dovrebbe lanciare alcun attacco frontale, ma soltanto rivendicare una politica commerciale equa e che non penalizzi, come è successo in passato, il suo Paese.</p>
<p>Spazio, dunque, al “mercato libero e aperto”, purché sia al contempo &#8220;giusto e reciproco&#8221;. Il presidente denuncerà tutto quello che ostacola gli scambi commerciali basati sulla “reciprocità”, in particolare l&#8217;odioso furto della proprietà intellettuale, il trasferimento forzato di tecnologie e le sovvenzioni all’industria. Il messaggio che vuole dare è questo: l’America è pronta a fare affari con il mondo intero, dopo la riforma fiscale appena varata, molto vantaggiosa per le aziende. Basta sventolare il vecchio slogan “<strong>America First</strong>&#8220;, anche perché in questa sede non avrebbe senso. La nuova sfida di Trump è quella di invitare gli imprenditori stranieri a investire negli Usa, ricordando loro che non c&#8217;è mai stato un momento migliore per farlo.</p>

<p>E dovrebbe esserci, nel discorso del presidente, anche un accenno alla sorte degli “uomini e delle donne lasciati sul bordo della strada”. Perché anche di loro ci si deve occupare. Alcuni grandi manager che ieri hanno cenato con il presidente raccontano che The Donald è stato molto “caldo” nel suo invito ad investire negli Usa: “L&#8217;America &#8211; ha detto tra una portata e l&#8217;altra &#8211; può crescere fino al 5, al 6, al 7 e all&#8217;8 per cento. Se lo fanno Cina e India perché non gli Usa?”. Forse saranno anche stime esagerate, però tutto si può dire di Trump meno che non sia un grande venditore.</p>
<p>Ora, dunque siamo in pieno disgelo tra il presidente e le élite. Manager e imprenditori apprezzano la sua agenda economica. Con il vento in poppa (dal lato economico) Trump sa di giocarsi tutto a novembre, nelle prossime elezioni di <strong>Midterm</strong>. Se, dopo aver riannodato i fili col suo partito, riuscirà a tenere il controllo del Congresso, potrà mantenere altre promesse.</p>

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		<title>Nella prima guerra del Golfo  il mondo rispose a Saddam</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/40788-2.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2018 11:27:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2-768x489.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2-1024x652.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ventisette anni fa scoppiava la prima guerra in diretta tv. A lanciarla contro l&#8217;Iraq fu una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, per rispondere all&#8217;invasione del Kuwait messa in atto, mesi prima, da Saddam Hussein. Fu una guerra spartiacque, perché da lì in poi cambiò radicalmente il modo di combattere da parte delle potenze occidentali, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/40788-2.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2-768x489.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/USAF_F-16A_F-15C_F-15E_Desert_Storm_edit2-1024x652.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Ventisette anni fa scoppiava la prima guerra in diretta tv. A lanciarla contro l&#8217;<strong>Iraq</strong> fu una coalizione internazionale guidata dagli <strong>Stati Uniti</strong>, per rispondere all&#8217;invasione del Kuwait messa in atto, mesi prima, da<strong> Saddam Hussein</strong>. Fu una guerra spartiacque, perché da lì in poi cambiò radicalmente il modo di combattere da parte delle potenze occidentali, con l&#8217;informazione usata come arma non convenzionale (con inevitabili svantaggi e vantaggi).</p>
<figure id="attachment_40791" aria-describedby="caption-attachment-40791" style="width: 1181px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40791 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/desert-storm.jpg" alt="desert storm" width="1181" height="829" /><figcaption id="caption-attachment-40791" class="wp-caption-text">L&#8217;operazione Desert Storm (24-28 febbraio 1991)</figcaption></figure>
<p>Per la prima volta, in tv, comparvero i “bombardamenti intelligenti”, o almeno così ci fu detto: la tecnologia più avanzata veniva messa al servizio delle forze militari, per fare in modo che i missili e le bombe andassero a colpire solo i “bersagli”, evitando (o limitando) le vittime civili e gli effetti indesiderati che ogni conflitto porta con sé. Era impossibile non causare vittime innocenti, ma la retorica della “bomba intelligente” fu diffusa in modo così potente da convincerci che davvero potesse esistere una “guerra chirurgica”.</p>
<p>Le immagini della notte di Bagdad, con le scie luminose dei missili e gli spari intermittenti della contraerea, inondarono gli schermi delle nostre tv. I primi a diffonderli furono i reporter dell&#8217;americana <em>Cnn</em>.</p>
<style>.embed-container{position:relative;padding-bottom:56.25%;height:0;overflow:hidden;max-width:100%}.embed-container iframe,.embed-container object,.embed-container embed{position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%}</style><div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/RzNC5p06H7U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>

<p>In Italia fu Emilio Fede, direttore di Studio Aperto, su Italia 1, a comunicare per primo l&#8217;inizio della guerra, diffondendo le immagini delle tv americane e traducendo i loro dispacci. I telegiornali della Rai rimasero spiazzati. In pochi giorni diventammo tutti esperti di <strong>Tomahawk</strong> (i missili lanciati dalle navi Usa di stanza nel Golfo persico), <strong>Scud</strong> (quelli usati dagli iracheni), <strong>Patriot</strong> (razzi installati in Israele, e non solo, per difendersi dalla controffensiva di Bagdad), <strong>Mig</strong> (i caccia russi usati dagli iracheni), <strong>Tornado</strong> (caccia italiani), gli elicotteri <strong>Apache</strong> e i micidiali bombardieri americani F-117 Night Hawk, meglio noti come <strong>Stealth</strong>, “invisibili” ai radar.</p>
<figure id="attachment_40795" aria-describedby="caption-attachment-40795" style="width: 1920px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40795 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/Stealth_wikipedia.jpg" alt="Stealth_wikipedia" width="1920" height="1280" /><figcaption id="caption-attachment-40795" class="wp-caption-text">Un bombardiere americano F-117 Night Hawk (Stealth)</figcaption></figure>
<p>Per noi italiani furono giorni di grande apprensione anche per la sorte di due piloti dell&#8217;aeronautica, il cui Tornado venne abbattuto dalla contraerea irachena: il maggiore <strong>Gianmarco Bellini</strong> (pilota) e il capitano <strong>Maurizio Cocciolone</strong> (navigatore). Il 20 gennaio, due giorni dopo la cattura, la tv irachena mostrò un gruppo di piloti prigionieri, fra cui Cocciolone, con il volto tumefatto. I due ufficiali vennero liberati il 3 marzo, a guerra terminata.</p>
<div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/UekpA9gsqtY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p>Quando le armi cessarono di far rumore i morti furono poco più di 20mila da parte irachena, 658 da parte della coalizione. Tra i civili deceduti più di mille kuwaitiani, 3600 iracheni e circa trecento di varie nazionalità.</p>
<p><figure id="attachment_40793" aria-describedby="caption-attachment-40793" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40793 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/autostrada_della_morte.jpg" alt="autostrada_della_morte" width="1280" height="858" /><figcaption id="caption-attachment-40793" class="wp-caption-text">L&#8217;autostrada della morte</figcaption></figure></p>
<p>Dal 2 agosto 1990 al 17 gennaio (giorno in cui cominciarono a cadere le bombe su Bagdad), fu una continua escalation di tensioni, con Saddam Hussein che più di una volta alzò l&#8217;asticella, assumendo un tono di sfida verso tutta la comunità internazionale.</p>
<p>Il 29 novembre 1990 il Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu votò la “<strong>risoluzione 678</strong>”, con cui legittimava l&#8217;uso della forza contro l&#8217;Iraq, fissando al contempo un ultimatum: la mezzanotte del 15 gennaio 1991. Se entro quella data non fosse avvenuto il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait, sarebbe scoppiata la guerra. Fu questa risoluzione del Palazzo di Vetro a fornire la copertura giuridica necessaria a legittimare l&#8217;uso della forza da parte di molti paesi, compresa l&#8217;Italia.</p>
<figure id="attachment_40797" aria-describedby="caption-attachment-40797" style="width: 1280px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40797 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/pozzi_petrolio_incendio_kuwait.jpg" alt="pozzi_petrolio_incendio_kuwait" width="1280" height="856" /><figcaption id="caption-attachment-40797" class="wp-caption-text">Pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait</figcaption></figure>
<p>Gli Stati Uniti pianificarono un intervento militare basato su tre diverse fasi, che furono racchiuse tutte sotto un&#8217;unica sigla: <strong>Desert Storm</strong>, tempesta nel deserto. Il nome evocava un intervento via terra, che in effetti ci fu, guidata dal generale Usa <strong>Norman Schwarzkopf</strong>, eroe della guerra del Vietnam e grande esperto di strategia militare, a cui mesi prima era stato affidato il compito di difendere i pozzi petroliferi del Golfo Persico (Desert Shield, lo scudo del deserto). Fu lui, dopo sei settimane di bombardamenti aerei, a guidare l&#8217;avanzata via terra. Che durò pochissimo: quattro giorni in tutto.</p>
<p><figure id="attachment_40794" aria-describedby="caption-attachment-40794" style="width: 1469px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40794 size-full" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/01/generale_Schwarzkopf_e_Powell.jpg" alt="generale_Schwarzkopf_e_Powell" width="1469" height="921" /><figcaption id="caption-attachment-40794" class="wp-caption-text">Il generale Norman Schwarzkopf e Colin Powell</figcaption></figure></p>
<p>Quando si trovava a pochi km da Bagdad il presidente Usa <strong>George Bush</strong> lo fermò, intimandogli di non proseguire oltre. Lui, da militare integerrimo, obbedì. Sapeva che non avrebbe potuto andare oltre, a catturare Saddam, perché la coalizione internazionale avrebbe approvato l&#8217;operazione solo se il rais avesse usato le famose “<strong>armi di distruzione di massa</strong>”, cosa che però il dittatore iracheno si guardò bene dal fare. E visto che il via libera dell&#8217;Onu riguardava solo la liberazione del Kuwait, sarebbe stato impossibile per gli Stati Uniti andare oltre (motivo ufficiale). In realtà pare che gli Usa fossero convinti che Saddam sarebbe comunque caduto. “Facemmo un errore &#8211; raccontò più tardi Schwarzkopf &#8211; a lasciare agli iracheni gli elicotteri (per la ritirata, <em>ndr</em>), perché li usarono contro gli insorti curdi e sciiti. Senza, forse, la storia sarebbe stata diversa”.</p>
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		<title>Così il liberal Cuomo sfida Trump Grazia a chi rischia l&#8217;espulsione</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cosi-liberal-cuomo-sfida-trump-grazia-rischia-lespulsione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Dec 2017 15:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="652" height="367" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo.jpg 652w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /></p>
<p>Inutile girarci intorno: la mossa del governatore di New York Andrew Cuomo, che ha concesso la grazia a 18 immigrati a rischio espulsione, è fortemente politica. Per certi versi può essere vista come una provocazione nei confronti dell&#8217;amministrazione Trump. Anche se, leggi alla mano, il beneficio concesso rientra tra le facoltà del governatore di uno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cosi-liberal-cuomo-sfida-trump-grazia-rischia-lespulsione.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="652" height="367" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo.jpg 652w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/trump-cuomo-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /></p><p>Inutile girarci intorno: la mossa del governatore di New York <strong>Andrew Cuomo</strong>, che ha concesso la grazia a 18 immigrati a rischio espulsione, è fortemente politica. Per certi versi può essere vista come una provocazione nei confronti dell&#8217;amministrazione Trump. Anche se, leggi alla mano, il beneficio concesso rientra tra le facoltà del governatore di uno Stato. Ma di quali reati si erano macchiati questi detenuti immigrati? Nulla di particolarmente efferato, “reati minori”, si dice in gergo tecnico.</p>
<p>Nel messaggio con cui Cuomo ha spiegato il proprio gesto tra le altre cose si legge: &#8220;Mentre il governo federale continua a prendere di mira gli immigrati e minacciare di separare le famiglie con le deportazioni, queste azioni rappresentano un passo importante per uno stato di New York più giusto, equo e compassionevole&#8221;. In tutto la grazia è stata concessa a 61 persone. Tra i fortunati c&#8217;è anche una transgender messicana, Lorena Borjas, 57 anni. Nel 1994 era stata condannata per favoreggiamento nel traffico di esseri umani; da anni è molto impegnata nei gruppi per i diritti dei transgender e dei migranti. Come scrive il <a href="https://www.nytimes.com/2017/12/27/nyregion/trump-cuomo-pardons-immigrants.html?rref=collection%2Ftimestopic%2FCuomo%2C%20Andrew%20M.&amp;action=click&amp;contentCollection=timestopics&amp;region=stream&amp;module=stream_unit&amp;version=latest&amp;contentPlacement=1&amp;pgtype=collection" target="_blank">New York Times</a> Cuomo ha già usato i poteri che gli riconosce la legge per cercare di salvare sette immigrati dalla deportazione, ricorda oggi il New York Times.</p>
<p>La politica della grazia</p>
<p>Due anni fa Cuomo aveva usato il suo potere di grazia per ripulire la fedina penale di chi aveva commesso crimini non violenti quando era minorenne, purché non avessero commesso più reati per almeno dieci anni. La mossa parte dalla consapevolezza che le persone possono superare gli errori del passato, ma una fedina penale sporca può rendere difficile, se non impossibile, un reinserimento nella società. La forte opposizione a Trump Quando Trump rese noto che avrebbe smantellato il <strong>Daca</strong> (Deferred Action for Childhood Arrivals), il piano che permetteva ai giovani immigrati illegali arrivati negli Usa da bambini, i cosiddetti “<strong>Dreamers</strong>”, di lavorare e studiare senza rischiare l&#8217;espulsione, tra quelli che si erano opposti con maggior sdegno c&#8217;era Cuomo. Varato da Obama nel 2012, il Daca è una sorta di scudo dalle espulsioni, bollato da Trump come “amnistia illegale”. Cuomo aveva subito fatto sapere di voler fare causa a Trump, nel caso in cui questi avesse cancellato il programma a difesa dei Dreamers. Ora Cuomo va avanti, e assesta un altro colpo alla Casa Bianca. Con la grazia concessa a questi detenuti evita loro la “deportazione”.</p>
<p>Chi è Andrew Cuomo</p>
<p>Figlio d&#8217;arte, il governatore dello Stato di New York è un cavallo di razza del partito democratico americano. Prima era procuratore generale della Grande Mela, carica che, com&#8217;è noto, negli Usa è elettiva. Figlio di Mario Cuomo, tre volte alla guida dello Stato di NY, Andrew aveva tentato di farsi eleggere governatore nel 2002, senza però riuscire a imporsi nelle primarie del suo partito. Anni prima si era già parlato di lui per la poltrona di senatore di New York, ma su quello scranno poi si era accomodata <strong>Hillary Clinton</strong>, che da lì aveva iniziato la propria scalata alla politica di Washington dopo gli anni vissuti alla Casa Bianca come First lady. In precedenza, sempre per il Senato, Andrew Cuomo aveva rinunciato alla corsa dicendo di doversi occupare di questioni più urgenti, lavorando al ministero per le politiche abitative nell&#8217;amministrazione Clinton. Nel sangue di Andrew Cuomo da sempre c&#8217;è la politica, con una forte impronta liberal. Sessanta anni, Cuomo può vantare un legame familiare che è una sorta di “marchio di fabbrica”: è stato sposato, infatti, con Kerry Kennedy (figlia di Robert F. Kennedy).</p>

<p>Possibile che Cuomo voglia provarci, tra qualche anno, per la corsa alla Casa Bianca? Avrebbe tutti i numeri per farlo. E in questa fase sfidare a testa bassa Trump fa parte del gioco. </p>
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		<title>Gerusalemme totem di Israele  Gli ebrei non vi rinunceranno mai</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/gerusalemme-totem-israele-gli-ebrei-non-vi-rinunceranno-mai.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Dec 2017 15:22:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Israele vede una sola capitale: Gerusalemme. Al punto che l&#8217;ha inserita nella propria costituzione. La comunità internazionale non ha mai accettato l&#8217;occupazione della parte orientale della città santa (avvenuta dopo la guerra del 1967) e, di fatto, non riconosce Gerusalemme capitale. Gli Stati Uniti con una legge controversa approvata dal Congresso nel 1995 (era Clinton) &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/gerusalemme-totem-israele-gli-ebrei-non-vi-rinunceranno-mai.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/12/GETTY_20171206161816_25179860-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Israele vede una sola capitale: Gerusalemme. Al punto che l&#8217;ha inserita nella propria costituzione. La comunità internazionale non ha mai accettato l&#8217;occupazione della parte orientale della città santa (avvenuta dopo la guerra del 1967) e, di fatto, non riconosce Gerusalemme capitale. Gli Stati Uniti con una legge controversa approvata dal Congresso nel 1995 (era Clinton) auspicò che Gerusalemme divenisse capitale, fissando una data entro cui la propria ambasciata avrebbe dovuto essere spostata da Tel Aviv: il 31 maggio 1999. Ma tale spostamento non è mai avvenuto, per ragioni di realpolitik legate all&#8217;esigenza, considerata prioritaria, di mantenere lo status quo.</p>
<p>Perché Israele vuole a tutti i costi Gerusalemme capitale? Le motivazioni sono storiche e culturali prima che politiche. Per gli ebrei, infatti, Gerusalemme è la loro capitale da più di tremila anni: re David aveva il proprio palazzo reale a Gerusalemme nel X secolo avanti Cristo. Ma c&#8217;è anche un alto valore simbolico, legato alla distruzione del Tempio e la successiva dispersione del popolo ebraico (diaspora). Da quel momento poter “tornare a Gerusalemme” è diventato un obiettivo irrinunciabile per gli ebrei di tutto il mondo.</p>

<p>Anche per i palestinesi Gerusalemme è una città di estrema importanza dal punto di vista religioso, con profonde implicazioni politiche. Per i musulmani, infatti, è nel luogo oggi chiamato “Spianata delle Moschee”, che Maometto venne assunto in cielo. E proprio per questo si tratta di un luogo santo per i musulmani. Da lì nasce la necessità di preservare quel luogo e farne la capitale dello Stato a cui aspirano.</p>
<p>Entrambi i popoli, gli ebrei e i palestinesi, partono dunque da motivazioni religiose, che si mescolano a rivendicazioni e aspirazioni politiche, ben radicate nella storia. Una soluzione apparentemente accettabile la trovarono le Nazioni Unite. Nel piano di spartizione della Palestina del 1947, infatti, l&#8217;Onu stabilì che vi fossero tre entità: lo Stato ebraico, quello arabo e Gerusalemme posta sotto l&#8217;egida internazionale, proprio per le caratteristiche multiculturali e religiose della città santa. I leader sionisti disserò sì, quelli arabi respinsero la proposta con sdegno. Come andò a finire? Nel 1948 nacque lo Stato d&#8217;Israele e Gerusalemme fu indicata come capitale, anche se la parte Est rimase sotto il controllo della Giordania. Dopo la “guerra dei sei giorni” (1967) gli israeliani conquistarono anche quella parte, chiudendo definitivamente il discorso. Ma solo da un punto di vista militare. L&#8217;ufficializzazione di Gerusalemme “capitale eterna e indivisibile” arrivò solo nel 1980, con una legge costituzionale varata dalla Knesset.</p>

<p>Apoche ore dall&#8217;anuncio ufficiale di Trump sul riconoscimento di Gerusalemme capitale, il premier israeliano Netanyahu durante una conferenza diplomatica ha detto che “l’identità storica e nazionale di Israele sta ricevendo riconoscimento, soprattutto oggi”. Chiaro il riferimento alla mossa degli Usa.</p>
<p>Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto che l&#8217;Alleanza atlantica “non fa parte del processo di pace in Medio Oriente, ma gli alleati sostengono con fermezza tutti gli sforzi per arrivare a una soluzione pacifica e negoziata del conflitto”. Cina, Europa e Russia sono “preoccupati”. La Nato spinge per la mediazione. Il risiko del Medio Oriente non è mai stato così complicato e potenzialmente esplosivo come in questi giorni.</p>

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		<title>Melania è come Jackie Kennedy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 May 2017 10:34:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1227" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg-768x491.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg-1024x654.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per mesi e mesi l&#8217;hanno presa di mira con una violenza inaudita. La sua colpa? Essere la moglie di Donald Trump. Ora, a sorpresa, alla First Lady arriva il plauso nientepopodimeno che dal New York Times, nemico giurato del presidente. Il giornale della Grande Mela rende omaggio a Melania appena la coppia ha fatto ritorno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/26256-2.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1227" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg-768x491.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/05/Melania4_lapresse.jpg-1024x654.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Per mesi e mesi l&#8217;hanno presa di mira con una violenza inaudita. La sua colpa? Essere la moglie di <strong>Donald Trump</strong>. Ora, a sorpresa, alla First Lady arriva il plauso nientepopodimeno che dal <em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.nytimes.com/2017/05/28/world/europe/melania-trump-pope-francis.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news&amp;_r=2" target="_blank">New York Times</a></em>, nemico giurato del presidente. Il giornale della Grande Mela rende omaggio a Melania appena la coppia ha fatto ritorno negli Usa dal tour internazionale, con tappe a Riad, Gerusalemme, Roma, Bruxelles e Taormina. Una settimana molto intensa, fitta di appuntamenti per il presidente. Ma a rubargli la scena, per lo meno da un punto di vista mediatico, è stata Melania.Nessun paragone con JFK e Jackie, assicura il <em>Nyt</em>, se non altro perché Trump mai e poi mai si sognerebbe di pronunciare la famosa frase del presidente Kennedy: “Io sono l’uomo che ha accompagnato Melania Trump a Roma”. Nel giugno del 1961 JFK visitò Parigi e la moglie, Jacqueline Kennedy, stregò a tal punto i francesi che il presidente, scherzando, fece una delle sue più efficaci battute di sempre, dicendo che lui nella capitale francese era stato quasi un di più.“Trump non conosce la falsa modestia &#8211; osserva il <em>Nyt</em> &#8211; ma come Kennedy a Parigi, è sembrato esser messo in ombra quando ha presentato sua moglie a Papa Francesco: il Pontefice, che sembrava cupo e irritato quando era accanto al presidente”, quando gli è stata presentata la signora Trump “si è aperto in un sorriso”. Insomma, Melania ha compiuto quasi un miracolo: mettere di buon umore Bergoglio, nervosetto per avere davanti a sé un leader che non ama.Un altro gesto importante di Melania, insinua maliziosamente il quotidiano ultraliberal, è avvenuto all&#8217;aeroporto di Tel Aviv, quando ha allontanato da sé la mano del marito, mentre i due camminavano sul tappeto rosso dopo essere scesi dall&#8217;Air Force One. Ecco un&#8217;altra prova, sono in crisi, come si vocifera da tempo? Le congetture sullo stato del loro matrimonio ormai si sprecano. Il <em>New York Times</em>, goloso di gossip come non mai, infila le mani nel vasetto della marmellata: “Melania non è stata la protagonista di questo primo viaggio, un ruolo possibile solo a Trump. Ma è stata una delle figure più intriganti, a tratti una sfinge, a tratti espressiva, sempre molto ’trendy’, con un guardaroba ’glamour’ che ha spaziato da Michael Kors a Dolce &amp; Gabbana”.E non c&#8217;è neanche una critica, una piccola critica, sul costoso e coloratissimo spolverino a fiori sfoggiato da Melania a Taormina, del valore di oltre 50mila euro. Michelle Obama, Laura Bush o Hillary Clinton sarebbero state massacrate. Melania no. Non importa il valore di quel capo di moda (che supera il reddito annuale di molte famiglie americane): quello della First Lady è stato, in realtà, un omaggio “carino” agli stilisti di casa, i siciliani Dolce e Gabbana. Poi arriva la sentenza, ancora una volta assolutoria: “La scelta di Melania ha catturato l’attenzione di tutti, il che non è facile avendo un marito che si chiama Donald Trump”.Il presidente ha reso omaggio alla moglie davanti ai soldati della base Usa di Sigonella: Non credo che gli Usa possano avere emissario migliore della First lady Melania, grazie&#8221;. Lei ha ringraziato così: “Che bel posto, siamo stati benissimo qui, vorrei ringraziarvi&#8221;. E ha interpretato alla perfezione il ruolo della moglie devota: “In questo viaggio mio marito ha lavorato moltissimo per gli Usa e sono molto orgogliosa di lui&#8221;. Si è sciolta un po&#8217; parlando della sua tappa a Roma: “Ho avuto l&#8217;onore dell&#8217;udienza con sua santità papa Francesco, che è stata seguita dalla visita speciale al Bambin Gesù&#8221;, ha proseguito, ricordando che &#8220;poche ore dopo la partenza da lì un ragazzo ha saputo che avrebbe ricevuto un cuore da un altro donatore&#8221; ed è &#8220;un momento che non dimenticherò mai&#8221;. Il cosiddetto “storytelling” può contare su un bel finale: Melania ha un cuore grande, sa emozionare e si emoziona. Il messaggio (sottinteso) è questo: riuscirà a cambiare suo marito? Il problema, però, è che gli americani hanno votato lui, The Donald. Lei è “soltanto” la First Lady.</p>
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