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	<title>Michele Orlandi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Michele Orlandi Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Così le Maldive si stanno radicalizzando</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/maldive-paradiso-del-jihad.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 07:57:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="997" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace-1024x681.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>È impossibile non associare istantaneamente il nome delle Maldive ad una qualsiasi immagine di paradiso tropicale: spiagge di una sabbia chiarissima, acqua inverosimilmente cristallina, barriere coralline, riposo e resort di lusso. La classica rappresentazione di queste isole potrebbe presto drasticamente cambiare. I Maldiviani, da sempre seguaci di un islam mitigato dalle forti radici buddhiste, stanno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/maldive-paradiso-del-jihad.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="997" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Madoogali_from_terrace-1024x681.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>È impossibile non associare istantaneamente il nome delle <strong>Maldive</strong> ad una qualsiasi immagine di paradiso tropicale: spiagge di una sabbia chiarissima, acqua inverosimilmente cristallina, barriere coralline, riposo e resort di lusso. La classica rappresentazione di queste isole potrebbe presto drasticamente cambiare. I Maldiviani, da sempre seguaci di un islam mitigato dalle forti radici buddhiste, stanno conoscendo un periodo di forte <strong>re-islamizzazione</strong> dei costumi. Per comprendere la causa di ciò, è necessario guardare ai fattori economici che caratterizzano questo stato insulare.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-16410" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/09/cristiani_sotto_tiro.jpg" alt="cristiani_sotto_tiro" /></a>Esso ha conosciuto una forte crescita economica grazie al <strong>turismo</strong>, soprattutto occidentale, che è de facto il settore trainante del Paese. A questa attività preminente, si affianca quella dell’occultamento di fondi esteri, che rende questo posto un doppio paradiso: geografico e fiscale. La <strong>crescita economica</strong> ha giovato ad una fascia della popolazione che è andata a formare una classe medio-borghese che ha potuto iniziare a permettersi di istruire i propri figli all’estero. Proprio qui si snoda il centro dell’analisi. Le mete scelte dai maldiviani per l’educazione delle nuove generazioni risultano estremamente significative.I giovani maldiviani della middle class sono  stati mandati a formarsi, nella stragrande maggioranza dei casi, nelle <strong>madrasa pakistane</strong> e <strong>saudite</strong>, non certo note per insegnare valori di tolleranza e libertà. Questi ragazzi acculturati, tornati in patria, sono stati i fautori di una capillare diffusione dell’islamismo politico, se non proprio dello <strong>jihadismo</strong>, tanto caro a <strong>Rihad</strong> che, per inciso, è divenuta un’<strong>alleata fondamentale</strong>. Il frutto di questo indottrinamento è una cifra, fredda ma che parla da sola. Su una popolazione di meno di 350.000 persone, <strong>sono più di cinquecento i combattenti che si sono recati in Siria a combattere per la causa del califfo</strong>. Per avere un ordine di grandezza cui far riferimento, la Francia, più grande serbatoio europeo di foreign fighters, che ha una popolazione di oltre 65 milioni di persone, della quale circa il 5/10% è di fede islamica, si parla quindi di milioni di cittadini francesi musulmani, è riuscita a sfornare “solo” 1500 jihadisti per lo Stato islamico. E, comunque, nessuno stato del Sud-est asiatico ha raggiunto i numeri ed il rate maldiviani. Questo quadro si innesta in una cornice politica ulteriormente destabilizzante perché frequentemente destabilizzata.Dopo aver conosciuto dal 1978 il trentennio di presidenza di Gaymoon, definita unanimemente a livello internazionale come dittatura, nel 2008 si sono svolte le prime elezioni libere, che hanno consegnato il potere all’esponente liberale Nasheed, estremamente impegnato in cause per i diritti umani. Esautorato attraverso un colpo di Stato nel 2012, arrestato e liberato più volte con le più disparate accuse, Nasheed è stato sostituito da Yameen, fratellastro di Gaymoon, che ha ripreso in mano le istanze  islamiste, spinto anche dall’Arabia Saudita.Da parte loro i sauditi stanno investendo nell’arcipelago secondo due linee direttrici: da un lato politicizzando, dall’altro socializzando la questione religiosa. Rihad, si spiegava prima, ha sostituito i classici alleati delle Maldive: segnale di questo, oltre alla rottura critica con la politica mediorientale dell’Iran, è stata l’apertura  della prima ambasciata saudita su suolo maldiviano, nell’agosto 2015. Gli arabi hanno investito, in linea con la loro classica strategia, nella costruzione di scuole coraniche wahabite ed ong islamiche per l’assistenza alla popolazione. Questo assedio per un ritorno, nel caso in esame, per un primo approccio, all’islam radicale, si è esplicato negli effetti desiderati. La popolazione più povera delle Maldive ha assorbito l’indottrinamento dei nuovi chierici della classe borghese e per primi i media locali registrano i segnali del nuovo pericolosissimo fervore. Sarebbe banale parlare solo della diffusione mai conosciuta prima dell’<strong>hijab</strong> e delle <strong>barbe lunghe</strong>, in precedenza evitati per tradizione e di per sé non estremamente indicativi. Non è affatto però banale riportare le notizie locali che hanno descritto i cortei svoltisi nel corso di tutto quest’anno, in cui, oltre agli slogan per una re-islamizzazione radicale della società, hanno troneggiato diverse bandiere dell’ISIS. Comprendendo le minacce all’economia del turismo, l’unica vera economia nazionale, che deriverebbero dal diffondersi di notizie circa il rischio di attentati, notizie provenienti anche dal dipartimento di stato USA, il governo sta mostrando una reazione al terrorismo, più che reale di facciata. Più che il cosiddetto “seven-page policy paper” per arginare attacchi eventuali ai resort e controllare i reduci dal conflitto siriano, servirebbero politiche nette di distacco dall’asservimento saudita e dalla continua diffusione del wahabismo da esso favorito. Come spesso accade, nell’analisi del problema, si tralascia il momento eziologico. La sola vera ricerca delle cause e la loro successiva rimozione possono portare allo sradicamento del tumore. Curare i soli sintomi, tanto nel caso esemplificativo maldiviano, quanto in altri, non debellerà la malattia.<strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Maldive#/media/File:Madoogali_from_terrace.jpg" target="_blank">Foto d&#8217;archivio tratta da Wikipedia</a></strong></p>
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		<title>L&#8217;Ue: &#8220;Integrare i foreign fighters&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/lue-integrare-i-jihadisti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 09:16:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Foreign fighters]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1273" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3-768x509.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3-1024x679.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quando si parla di terrorismo, raramente esistono notizie che siano univocamente definibili come buone. Il caso dello Stato Islamico è paradigmatico. Esso deve essere considerato nella sua duplice natura che, lungi dall’essere una mera ubiquità geografica, si estrinseca in una doppia dinamica in cui l’Occidente risulta sempre il perdente. È ormai visibile a tutti l’ottimismo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lue-integrare-i-jihadisti.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1273" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3-768x509.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/Ape_Occhi-3-1024x679.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Quando si parla di <strong>terrorismo</strong>, raramente esistono notizie che siano univocamente definibili come buone. Il caso dello <strong>Stato Islamico</strong> è paradigmatico. Esso deve essere considerato nella sua duplice natura che, lungi dall’essere una mera ubiquità geografica, si estrinseca in una doppia dinamica in cui l’Occidente risulta sempre il perdente.</p>
<p>È ormai visibile a tutti l’ottimismo con cui si guarda al Califfato come un’<strong>entità prossima al collasso</strong>, tanto in Siria e Iraq, quanto nell’embrionale versione libica. Effettivamente, dopo anni di doppio gioco portato avanti dalla coalizione internazionale a guida statunitense che, con una mano “tirava” le bombe su<em> Daʿish</em>, con l’altra ne foraggiava l’attività, l’intervento russo e le prodezze delle milizie sciite libanesi e iraniane stanno intaccando radicalmente le fondamenta del redivivo califfato.</p>
<p>A conferma di questo indebolimento e della prossimità del definitivo abbattimento dell’Isis, ieri è arrivata la dichiarazione di <strong>Gilles De Kerchove</strong>, coordinatore europeo antiterrorismo, che fissava entro l’anno la sconfitta del califfo in Siria e Iraq. Lo <em>statement</em>, reso dinnanzi  al Comitato delle Regioni, organo consultivo dell’Ue preposto alla creazione di un raccordo decisionale tra il più alto ed il più basso livello governativo in Europa, non si ferma a questa buona notizia.</p>
<p>Con un realismo e una pragmatismo degni del primo ministro francese Valls, che sempre valuta lucidamente e senza falso ottimismo la situazione dell’Europa, il coordinatore ha continuato mettendo in guardia sul rischio più grande che accompagnerebbe la deflagrazione della struttura dell’Isis.</p>
<p>L’implosione rischia infatti di diventare un’esplosione che proietterà detriti e schegge impazzite in tutto l’Occidente. Come già è accaduto dopo la <strong>jihad afghana</strong> in epoca sovietica, i mujaheddin non smettono mai di combattere. Quando la lotta sembra finire, si ritorna in patria. E lì la si riprende. La vera minaccia per l’Europa è riaccogliere nel proprio materno seno tutte quelle migliaia di <strong>foreign fighters</strong> che l’hanno lasciata per combattere al fianco di al-Baghdadi.Ma è proprio qui che l’analisi di De Kerchove perde in lucidità e realismo. La ricetta proposta dal coordinatore per risolvere il problema sarebbe quella di<strong> andare incontro ai terroristi</strong> e provare a reintegrarli piuttosto che arrestarli. Premesso che un tale ragionamento non soltanto risulterebbe contro il comune buonsenso, ma anche contro il diritto riconosciuto, secondo il quale, per la gravità dei crimini commessi in Siria e Iraq, quantomeno andrebbero aperte istruttorie per accertare i fatti, ancora una volta non ci si sofferma sull’eziologia necessaria per comprendere il terrorismo dei nostri giorni.Spesso si sente affermare, rivangando teorie cripto-marxiste sulla dis-integrazione sociale, che i foreign fighters che hanno operato all’estero e i terroristi dei suoli nostrani  sarebbero spinti dalla ricerca di un ruolo, dalla possibilità di emergere da situazioni economiche disastrate e da quella di rivalersi su una società che non li ha accettati. Questo è parzialmente vero, anzi, è più falso che vero.</p>
<p><strong>L’islamismo radicale, già dalle prime ondate negli anni Settanta, da sempre fa presa sul ceto medio &#8211; borghese</strong>. Il vero problema è proprio l’integrazione. Se si cerca il termine sul vocabolario, subito ci si rende conto che si utilizza accompagnato da “in + qlc”, cioè, per esserci integrazione, deve esserci qualcosa in cui essere integrati. Il vero problema è il nichilismo assoluto Occidentale, il vuoto assiologico e teleologico che viene inculcato nei giovani. Si pensi ad un immigrato di seconda generazione. Cresciuto da genitori che hanno lavorato onestamente, e magari hanno tentato di passargli un minimo di fede islamica che a loro volta avevano ricevuto. Si pensi a questo ragazzino che entra nel mondo della scuola, conosce le prime ragazze, fa le prime esperienze con la droga, con l’alcool. E non serve vivere nelle <em>banlieue</em>, si può sperimentare tutto questo anche nei migliori licei parigini. Questo ragazzo vive dell’unica cosa che l’Occidente gli offre: il proprio vuoto. Cerca di fare un po’ di soldi. Magari i suoi fratelli lavorano presso il comune in cui è nato. Magari trova anche lavoro. Ma non è soddisfatto. Capisce che la propria vita non può ridursi a gonfiare il portafoglio, a fumare spinelli, e a girarsi mille ragazze. Un giorno sente parlare dai media francesi di un tiranno che massacra i civili in Siria. Si ricorda di essere figlio di Maometto. Tutto questo gli da uno scopo, un fine. Vomita l’Occidente. Ne prova odio. Apostata il nichilismo occidentale e, così facendo, abbraccia quello del terrorismo islamico. E spara. Il vero problema è la falsa ermeneutica che l’Occidente fornisce a tutto questo. Non comprende che questi terroristi sono figli allattati al proprio seno con il latte del nulla. Pensa solo al fatto che dovrebbe dargli più soldi. Perché quella è l’unica causa che può muovere l’uomo. Bisogna integrare, dare un lavoro, dare soldi. E con questo ragionamento perde la cifra caratteristica del terrorismo, specie quello di matrice islamica. In esso il mondo sublima in una dimensione trascendentale.</p>
<p>Gli adepti del califfo, prezzolati con i petrodollari ottenuti dai turchi, non hanno paura di lasciare lo stipendio da duemila dollari se, per uccidere un manipolo di soldati governativi siriani, debbono farsi saltare in aria.Il vero problema, la questione più profonda, è che sono trent’anni che in Europa proviamo ad integrare gli immigrati ma, già da tempo, non abbiamo più nulla in cui integrarli.</p>

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		<item>
		<title>La guerra degli idrocarburi</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-guerra-degli-idrocarburi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2016 15:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Cercare nessi di causazione tra ambiti tanto diversi, potrebbe sembrare un’avventura da sprovveduti. Certo è che non può sfuggire la netta correlazione tra lo stato di cronica instabilità geopolitica che affligge il Medio Oriente e il Nord Africa e la presenza, in queste regioni, delle più grandi riserve di idrocarburi.“C’est l’argent qui fait la guerre”, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-guerra-degli-idrocarburi.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519163943_19137168-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Cercare nessi di causazione tra ambiti tanto diversi, potrebbe sembrare un’avventura da sprovveduti. Certo è che non può sfuggire la netta correlazione tra lo stato di<strong> cronica instabilità geopolitica</strong> che affligge il Medio Oriente e il Nord Africa e la presenza, in queste regioni, delle più grandi riserve di idrocarburi.“C’est l’argent qui fait la guerre”, diceva il ministro delle finanze francese Colbert, intendendo sia che il denaro permette di vincere le guerre, sia che a causa di esso le guerre vengono intraprese. Questa massima, nella nostra epoca di economia industriale e ancor di più di economia di servizi andrebbe riadattata leggermente, ma si presenta comunque valida.Per approfondire: <a href="http://www.occhidellaguerra.it/guerra-diplomazia-e-religiosita-del-petrolio/" target="_blank">Guerra, diplomazia e religiosità del petrolio</a>Già durante la<strong> Seconda Guerra Mondiale</strong> ci si rese conto che il motore della guerra era l’energia, il <strong>petrolio</strong> in particolare. Hitler finanziò costosissimi esperimenti per poter sintetizzare l’idrocarburo in laboratorio e riuscire a riempire il gap di disponibilità che lo separava dagli Alleati. Potremmo dunque dire che la Seconda Guerra Mondiale inaugura un periodo in cui “c’est l’énergie qui fait la guerre”. Chiaro è che il fine ultimo della guerra resta il potere geopolitico ed economico ma, se si pensa allo strettissimo legame che intercorre tra energia disponibile a basso costo e crescita economica, ci si rende subito conto della preminenza strumentale che le risorse energetiche rappresentano, quelle idrocarburiche <em>in primis</em>.Questo quadro rappresenta un idealtipo che permette un’interpretazione sufficientemente chiara per analizzare la situazione mediorientale e, addirittura, le tensioni militari che attraversano il globo, da Washington a Pechino, passando per Mosca. È noto ai più che il prezzo del petrolio sta toccando dei ribassi senza precedenti storici.A inizio anno, un report di <strong>Goldman Sachs</strong>, chiamato <a style="color: #0000ff" href="http://www.goldmansachs.com/our-thinking/pages/the-new-oil-order/" target="_blank">New Oil Order</a>, ha previsto per la fine del 2016 un prezzo pari a 20 dollari al barile, per il benchmark West Texas Intermediate. Le cause di questi ribassi sembrano seguire semplicemente la legge della domanda e dell’offerta e sarebbero il prodotto di tre concause parallele. La rivoluzione degli <em>shale gas </em>e <em>oil</em> statunitense, il mantenimento da parte degli altri esportatori di quote costanti di produzione e il rallentamento dell’economia cinese. Le prime due concause hanno generato un’espansione dell’offerta di petrolio sul mercato globale. Gli Stati Uniti, da sempre fra i più grandi importatori di petrolio, hanno implementato nuove tecnologie di estrazione (<em>horizontal drilling, fracking, multilateral drilling</em>),  estremamente pesanti dal punto di vista degli investimenti, che hanno permesso di sfruttare remunerativamente pozzi prima considerati anti-economici per le difficoltà di recupero, legate alla conformazione geologica (le riserve di roccia scistosa). Questo ha invertito la tendenza e ha permesso che gli USA siano diventati un potenziale esportatore. Ovviamente ciò ha generato un quantum di idrocarburi che non sono più assorbiti dal mercato statunitense, che ormai provvede da solo a se stesso.<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-10249" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160515221132_19066743-1024x683.jpg" alt="LAPRESSE_20160515221132_19066743" />La Cina,  divenuta il primo importatore mondiale di petrolio, terminato l’approvvigionamento per le riserve strategiche, si avvia ad una fase di relativo rallentamento dell’industria (fenomeno di cui si danno diverse interpretazioni, dal passaggio da un’economia industriale a quella di servizi, fino alle classiche crisi industriali da sovrapproduzione).Questo ha portato ad una contrazione della domanda. Gli altri paesi produttori, e o esportatori, avrebbero potuto rispondere a questo cambiamento, avutosi gradualmente a partire dal 2009, in due modi. Contrarre la propria produzione, per riassorbire il surplus statunitense, o mantenere costanti le quote. Tentativi di concertare le quote di produzione sono stati portati avanti da Mosca già da febbraio di questo anno. L’obiettivo sarebbe quello di creare quote fisse per risospingere verso l’alto le quotazioni del greggio. I paesi coinvolti sarebbero dovuti essere quelli OPEC e la Russia. Il prezzo basso del petrolio, si è rivelata un’arma potentissima. Se da un lato gli USA si sono avvantaggiati fino ad oggi della serie decrescente, che ha permesso loro di produrre energia e disporne per l’industria a bassissimo costo, dall’altro emerge un grosso problema di remuneratività. Come già spiegato, le tecnologie per l’estrazione <em>shale</em> sono molto costose e permettono di rientrare degli investimenti a patto che possano vendere il greggio recuperato sopra un certa soglia di prezzo. Il rischio che gli USA corrono è i prestiti concessi dalle banche non siano onorati e che queste non si possano rifare aggredendo le tecnologie che, a quel punto, risulterebbero fuori mercato. La Russia, promotrice delle quote concertate, vede il proprio gas scendere nelle quotazioni, dal momento che il suo prezzo è determinato a partire da quello del greggio, a meno di determinati coefficienti moltiplicativi. L’Iran, terminate le pluriennali sanzioni, non ha mancato di tornare ai livelli di produzione ed export pari al periodo precrisi (circa 4milioni al giorno di barili, la metà dei quali destinati all’export).<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-10248" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160519102800_19128621-1024x696.jpg" alt="LAPRESSE_20160519102800_19128621" />Il Venezuela, paese OPEC  e ottavo al mondo per esportazione, vive uno stato di agitazione endemica contro il presidente antistatunitense chavista Maduro. E i <strong>sauditi</strong>? La situazione si complica. La casa reale ha visto molto male l’apertura obamiana verso l’Iran degli Ayatollah. Possiede inoltre un vantaggio strategico. Fra tutti i paesi produttori, è quello che meglio assorbe i ribassi dei prezzi per il fatto che dispone di tecnologie produttive molto più economiche, soprattutto rispetto agli States, alleati di sempre, ultimamente molto poco affidabili. In tutto questo quadro, non è possibile non notare come il caos in Libia possa giovare all’economia degli idrocarburi. Ristabilire un governo di unità nazionale, che possa riportare le esportazioni ai livelli fisiologici, vorrebbe dire affossare ancora di più le quotazioni. In ultima analisi, si deve tener conto anche del fatto che gli USA hanno una legge federale che, per arginare le crisi petrolifere come quelle degli  anni Settanta, non permette l’esportazione di idrocarburi in paesi che non facciano parte di aree di libero scambio con l’america. Tentando di rendere sempre più invisa la Russia agli alleati europei, continuano a premere per trovare un accordo sul TTIP. Cui prodest? Rispondere specificatamente mi sembra difficile. Ma riesumare la vecchia analisi di estrema sinistra, secondo cui gli USA nel 2003 hanno destabilizzato l’Iraq non per esportare la democrazia e combattere il terrorismo, ma per il petrolio, non mi sembra più fantascienza.</p>
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		<title>Ttip e Cina possono inguaiare l&#8217;Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ttip-e-cina-possono-inguaiare-leuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2016 09:40:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Ttip]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1085" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930-1024x741.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Se è vero quello che Matteo Renzi va affermando da un anno, cioè che la nostra economia sarebbe in piena anche se lenta ripresa, comunque all’orizzonte si staglierebbero cupissime due grandi minacce: il TTIP e la concessione dello status di market economy per la Repubblica Popolare Cinese.Il Transatlantic Trade and Investment Partenership è forse noto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/ttip-e-cina-possono-inguaiare-leuropa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1085" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/LAPRESSE_20160502160009_18844930-1024x741.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Se è vero quello che <strong>Matteo Renzi</strong> va affermando da un anno, cioè che la nostra economia sarebbe in piena anche se lenta ripresa, comunque all’orizzonte si staglierebbero cupissime due grandi minacce: il <strong>TTIP</strong> e la <strong>concessione dello status di market economy per la Repubblica Popolare Cinese</strong>.Il Transatlantic Trade and Investment Partenership è forse noto ai più per il recente scandalo legato alla fuga di documenti finiti nella mani di Greenpeace e pubblicati dalla stessa Ong.Il trattato si prefigge come obiettivo la creazione della più grande area mondiale di libero-scambio, costituita da USA e Canada, da un lato, dall’altro dai paesi dell’Unione Europea. Le questioni sollevate dal cosiddetto “TTIP-leaks” vanno dalla tutela dei consumatori alla sostenibilità ambientale.Gli USA, secondo le carte trafugate, starebbero facendo pressioni per <strong>rivedere al ribasso le garanzie che tutelano il consumatore nell’Unione Europea</strong>, soprattutto per quanto riguarda i prodotti alimentari e i tristemente noti organismi geneticamente modificati. La leva su cui premerebbero i negoziatori statunitensi sarebbe l’inversione di tendenza da parte degli stessi sulle facilitazioni per l’esportazioni automobilistiche europee su suolo americano. Un ricatto in piena regola. Se facilmente quindi si potrebbe parlare in questo caso di un danno alla tutela qualitativa dei prodotti presenti sul mercato europeo, da oriente sale un’ombra piuttosto quantitativa (mettendo da parte facili seppur verosimili ironie sulla qualità dei prodotti cinesi).Per poter comprende questa possibile minaccia alla nostra economia è però necessario fare un salto indietro nel passato. Nel 2001 la Cina è entrata a far parte della World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio, erede del GATT, General Agreement on Tariffs and Trade), ente internazionale che mira ad una generale diminuzione, se non totale eliminazione, dei dazi doganali fra i paesi membri. Sostanzialmente, in ottica antimercantilistica e neoliberista, l’organizzazione favorirebbe un de facto unico mercato globale di scambio di merci e finanze.<strong>Come si ripercuote questo sulla nostra economia?</strong> Il tramite resta sempre e comunque l’Unione Europea.  La Cina, e parte della dottrina legale, invoca l’obbligo in capo agli stati parte del WTO di riconoscerle lo status di market economy (economia di mercato) allo scadere dei quindici anni dopo il suo ingresso nell’organizzazione.Ciò che ad alcuni potrebbe presentarsi come una semplice quisquilia economica sottende invece gravi minacce al nostro sistema. Un’economia di mercato è un sistema in cui si assume che i costi di produzione e prezzi dei beni si generino autonomamente a partire dalle specificità del mercato in questione, senza l’intervento dello stato. Il caso Cinese in questione risulta essere proprio l’inverso.<strong>Lo Stato da sempre sovralimenta con finanziamenti pubblici le aziende cinesi</strong>. Senza contare il minore costo del lavoro, tale a causa delle quasi nulle garanzie di cui gode un lavoratore cinese rispetto, ad esempio, ad uno europeo, risulta facilmente intuibile che un’impresa che gode di finanziamenti statali potrà offrire merci a prezzi inferiori in virtù del fatto che potrà coprire, mediante gli stessi finanziamenti, parte dei costi di produzione. Questo influisce sul prezzo, che perde la sua correlazione con i costi di produzione. I dazi doganali servono proprio per ovviare a questa dinamica (cd dumping). I dazi antidumping, aggiungendo un quid al prezzo delle merci in ingresso in un paese, fanno sì che una merce prodotta sottocosto, ad esempio in un paese asiatico che finanzia le proprie imprese, sia riequilibrata nel prezzo stesso alle merci prodotte all’interno del paese importatore, ad esempio un paese UE.Qui si arriva al dunque. Riconoscendo alla Cina lo status di market economy, la tigre asiatica godrebbe di un presupposto di innocenza riguardo al dumping e non sarebbe più possibile imporle dazi doganali correttivi del prezzo. Tutto questo nonostante attualmente le imprese cinesi non vedano i propri prezzi generati “naturalmente” dal mercato. I numeri parlano più di qualsiasi legge economica.L’<em>Economic Policy Institute</em>, con sede negli USA, ha previsto innanzitutto un danno per il PIL europeo nell’ordine dell’1-2% derivante dell’aumento dell’import dalla Cina. A seguito di questo aumento e della conseguente chiusura di imprese europee danneggiate, milioni sarebbero i posti di lavoro a rischio (fra i 2 e 3 milioni). Queste cifre sono state utilizzate da Washington per scoraggiare l’alleato europeo e farlo desistere dal concedere lo status di ME alla Cina, proprio in piene trattative per il TTIP. L’Europa sembra quindi stare nel bel mezzo di una forbice che sta per scattare. Forse solo l’antagonismo fra le due lame potrebbe impedire una vera e propria débâcle nel Vecchio Continente.</p>
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		<title>Tutti i danni dei dissidi Nato-Russia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/tutti-i-danni-dei-dissidi-nato-russia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Apr 2016 17:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[nato]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1326" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2-768x530.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2-1024x707.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Cercare di ragionare ex post sulle modalità che si sarebbero potute seguireper evitare una strage come quella del mese scorso a Bruxelles potrebbe sembrare una pratica sterile e poco elegante. In realtà se tale riflessione portasse alla prevenzione di nuovi attacchi, di certo non si parlerebbe di passatempo inutile o fuori luogo. Se anche non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/tutti-i-danni-dei-dissidi-nato-russia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1326" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2-300x207.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2-768x530.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/1451918083-stealth2-1024x707.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Cercare di ragionare ex post sulle modalità che si sarebbero potute seguireper evitare una strage come quella del mese scorso a <strong>Bruxelles</strong> potrebbe sembrare una pratica sterile e poco elegante.</p>
<p>In realtà se tale riflessione portasse alla prevenzione di nuovi attacchi, di certo non si parlerebbe di passatempo inutile o fuori luogo. Se anche non si volesse credere alla possibilità di un tentativo statunitense di respingere Mosca verso est, per scongiurare un blocco euroasiatico troppo potente, sicuramente si dovrebbe fare i conti con un realtà: de facto le schermaglie tra Washington e l’orso russo non giovano, anche solo in generale, all’Unione Europea.Senza parlare dei danni economici e di cooperazione per lo sviluppo, seguìti alle sanzioni multilaterali nei confronti della <strong>Russia</strong>, questa mattina bisogna affrontare una notizia non di poco conto. Il sito<em> Russia Today</em> riporta una dichiarazione dell’inviato permanente presso la <strong>NATO</strong>, Aleksander Grushko, secondo la quale tecnologie atte a prevenire gli attentati sullo stile di Bruxelles sarebbero state già implementate e testate in ambito europeo.</p>
<p>Secondo il diplomatico, esisteva un progetto di <strong>cooperazione anti-terrorismo</strong> tra la Russia e l’alleanza atlantica. Tale progetto, seppur in fase molto avanzata, sarebbe stato abbandonato a causa della riunificazione della Crimea alla Federazione Russa, seguìta al famoso quanto controverso referendum del 2014.Il progetto rottamato dalla NATO si sarebbe basato su tecnologie estremamente sofisticate indirizzate all’individuazione di ordigni esplosivi in luoghi pubblici molto affollati. Il controllo delle micro particelle nell’aria, effettuato attraverso un sistema di analisi dello spettro delle stesse,  permetterebbe non solo di “beccare” l’esplosivo, ma anche di identificarne l’esatta collocazione. Il nome del sistema sviluppato era <strong>STANDEX</strong> (Stand-off Detection of Explosives, Rilevazione di esplosivo a distanza).</p>
<p>Sul sito della NATO  è ancora possibile leggere il report sulle varie sperimentazioni effettuate nelle capitali europee, documento che, a seguito delle esplosioni all’aeroporto di Zaventem, rischia di configurasi come un’autodenuncia dell’organizzazione internazionale.La NATO, fondata per controbilanciare la vicinanza geografica del mostro sovietico all’Europa, mediante l’instaurazione di una vicinanza politco-militare con gli USA, sembra non essere in grado di evolvere e di riconoscere le vere nuove minacce. In un contesto globale di insicurezza diffusa, un’istituzione internazionale di tali mezzi e prerogative dovrebbe essere in grado di settare le proprie azioni su nuovi obiettivi, e non ritornare sempre, a intervalli ciclici, al solito nemico.Il programma era stato sviluppato, a partire dal 2010, da una joint-venture di compagnie e laboratori tedeschi, francesi, danesi, italiani e russi. Il totale speso durante i quattro anni di collaborazione ammonta a 4,8 milioni di euro. Collaborazione, guarda caso, conclusasi nel 2014, proprio a causa della contesa ucraina, quando i russi sono diventati <i>personae</i><i> non </i><i>gratae</i> in Europa.</p>
<p>Al netto delle considerazioni politiche, quasi totalmente inutili, visto che, su scala internazionale, è impossibile far valere il peso della responsabilità politica di tante scelte miopi, forse sarebbero utili anche alcune considerazioni di ordine economico e a livello di sicurezza. Negli ultimi anni lo<strong> scenario terroristico</strong> ha conosciuto un’espansione tale, in frequenza ed intensità, da rendere ragionevole un raffronto tra danni materiali cui porre rimedio dopo un attacco e spese investite per prevenirlo. Se a qualcuno potessero sembrare tanti cinque milioni di euro spesi per garantire la sicurezza dei propri cittadini, probabilmente dovrebbe considerare tutto il danno emergente (ricostruzione di edifici, di imprese, di attività, etc.) ed il lucro cessante generati da un attacco terroristico. Senza considerare, la perdita del bene più prezioso: centinaia di vite umane.</p>
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		<title>Galassia jihad: una mappa</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/galassia-jihad-una-mappa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2016 11:50:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Boko Haram]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La vastissima diffusione che sta conoscendo il fenomeno jihadista nel mondo porta spesso ad un confusione sulle località geografiche di azione e sull’affiliazione dei vari gruppi.Proviamo quindi a fare un po&#8217; di chiarezza sulle diverse fazioni jihadiste che attualmente operano, a livello globale e locale, singolarmente o in maniera concertata. Viste le ultime vicende legate &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/galassia-jihad-una-mappa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/iStock4000e-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La vastissima diffusione che sta conoscendo il fenomeno jihadista nel mondo porta spesso ad un confusione sulle località geografiche di azione e sull’affiliazione dei vari gruppi.Proviamo quindi a fare un po&#8217; di chiarezza sulle diverse fazioni jihadiste che attualmente operano, a livello globale e locale, singolarmente o in maniera concertata. Viste le ultime vicende legate al terrorismo sul suolo europeo, è opportuno partire proprio dal tristemente noto<strong> Stato Islamico</strong> (IS), precedentemente denominato Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) e Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL).<strong>ISIS</strong> Questa entità, ormai statuale, nasce come gruppo di resistenza all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2004, quando Abu Musab al-Zarqawi “importa” nel paese Al-Qa’ida. Dopo l’uccisione del fondatore, avvenuta nel 2006, il gruppo prende il nome di Islamic State of Iraq (ISI) e continua ad operare con modalità terroristiche. La svolta arriva con l’inizio delle violenze nel 2011 sul territorio della Repubblica Araba di Siria. L’ISI, che aveva scelto come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, invia sul territorio siriano propri guerriglieri, primo nucleo di quello che verrà chiamato Jabhat al-nusra li-ahl al-Sham, cioè “fronte di soccorso del popolo siriano”. Jabhat al-nusra nasce quindi come costola dell’ISI. Come riporta il relatore speciale ONU sui diritti umani Ben Emmerson, i due nuclei si separano nel 2013 a causa di lotte interne per le posizioni apicali di controllo. Jabhat si affilia ad Al- Qa’ida e lo storico gruppo terroristico disconosce ufficialmente lo Stato Islamico. Il Califfato può contare però sull’affiliazione di numerose altre entità. Oltre ad aver raggiunto un livello di complessità organizzativa interna notevole &#8211; basti pensare al fatto che si sia dotato di scuole, apparati amministrativi, corpi di polizia etc. – l’IS è riuscito a coagulare intorno a sé il consenso di numerose altre organizzazioni di omologa natura.<strong>BOKO ARAM</strong> Prima fra tutte Boko Aram, nata nello stato del Borno, parte della Repubblica Federale della Nigeria. Il gruppo opera nelle regioni a cavallo tra Nigeria, Camerun, Niger e Ciad. Il soprannome Boko Aram, traducibile con “l’educazione occidentale è vietata (sacrilega)”, esprime tutto il risentimento del gruppo terroristico verso l’Occidente e il suo modo di vivere.<strong> Nel 2015 il capo del gruppo, Abubakar Shekau, giura fedeltà e sottomissione al Califfo al-Baghdadi.</strong><strong>ABU SAYYAF</strong> Forse proprio per l’iniziale successo dello Stato Islamico e per le modalità eclatanti delle sue azioni, sono molti altri i gruppi che optano per l’affiliazione. Sempre Ben Emmerson, nella medesima relazione, cita, come altro gruppo affiliato,<strong> Abu Sayyaf</strong>, nato nella Filippine, nelle regioni meridionali a prevalenza islamica che costituiscono il Bangsamoro. Come per Boko Haram, il jihad prende spunto da questioni autonomistiche legate all’affrancamento da entità statuali di ispirazione cristiana, considerate antagoniste dell’Islam. L’obiettivo di Abu Sayyaf è la creazione di un califfato che ricomprenda tutti gli stati musulmani del Sud-est asiatico.Il Califfato di al-Baghdadi conosce almeno altre due ramificazioni ufficiali.<strong>LIBIA</strong> La prima è quella Libica che, se anche è partita come una delle tante fazioni all’interno del caotico panorama della guerra civile, ha conosciuto uno sviluppo talmente rapido da poter costituire un nuovo punto di partenza per l’omologo siro-iracheno, che, per quanto si possa osservare, appare in difficoltà.<strong>YEMEN</strong> La seconda è l’Ansar al-Shari’a yemenita (“partigiani della Shari’a”).  Molto attiva nel movimentato contesto delle regioni meridionali del paese, pur provenendo da un’affiliazione qa’idista, l’organizzazione nel 2015 ha giurato fedeltà all’IS. Nella penisola del Sinai è presente una cellula del califfato che ha rivendicato l’abbattimento del jet russo dell’ottobre 2015.<strong>AL-QAIDA</strong> Come riporta J.T.Caruso, vicedirettore dell’antiterrorismo dell’FBI, l’altro polmone del terrorismo internazionale, Al-Qa’ida, può vantare una storia molto più antica e complessa. Nasce infatti negli anni Ottanta per “sostenere lo sforzo bellico in Afghanistan contro i Sovietici”. Secondo una spiegazione dello stesso Bin-Laden, il nome &#8211; che tradotto risulterebbe essere“la base” &#8211; deriverebbe proprio dai campi di addestramento, dalle basi, dei mujaheddin che combattevano per bloccare l’avanzata russa. In una situazione che presenta forti analogie con l’attualità, il ”salto” verso l’attività terroristica vera e propria arriva con il ritorno alle proprie case dei vari jihadisti che, da ogni angolo del mondo, erano accorsi in Afghanistan per combattere. Visto il grado di internazionalizzazione che da subito connota Al-Qai’da, sarebbe difficile definire i confini geografici dell’azione dell’organizzazione. Sudan, Egitto, Arabia Saudita, Yemen, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Pakistan, Bosnia, Albania, Algeria, Tunisia, Libano, Filippine, Tagikistan, Azerbaijan, Kashmir indiano, Cecenia: sono solo alcune delle nazioni in cui sono state rintracciate cellule attive qaidiste.<strong>AL SHABAAB</strong>Il gruppo che sicuramente merita più attenzione fra gli affiliati di Al-Qai’da è Al-Shabaab. “I giovani” si sono fatti conoscere con attentati di grandissima efferatezza, rivolti soprattutto contro la popolazione civile cristiana. Noto è l’assalto all’università di Garissa in cui sono stati massacrati tra i 148 e i150 studenti cristiani, precedentemente separati dai musulmani, lasciati liberi di scappare.Al-Qa’ida può contare su un numero indefinito di affiliati ufficiali che adottano il nome della stessa organizzazione associato alla regione, come, ad esempio Al-Qaeda in the Islamic Maghreb, la cui costola Al-Mourabitoun (“le sentinelle”), che ormai sembra sia affiliata allo Stato Islamico, è responsabile degli attentati in Mali del novembre 2015.In ambito talebano, legato a doppio filo con “La base” per la resistenza afghana, nascono i gruppi terroristici che stanno insanguinando il Pakistan negli ultimi anni. Di particolare ferocia sono gli attentati del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), gruppo macchiatosi anche degli attentati della scorsa domenica di Pasqua a Lahore.Tentare di disegnare una volta per tutte il profilo del jihadismo internazionale risulterebbe essere un’impresa tanto sciocca quanto impossibile. Oltre ai conflitti di natura politica e di comando, i conflitti di interpretazione religiosa, come, ad esempio, quello sul takfirismo, sembrano mutare e generare sempre nuovi equilibri fra i vari gruppi. Ci si può solo accontentare di riadattare volta per volta la geografia tracciata. Certa è una solo cosa: <strong>sembra non esserci paese al mondo che possa definirsi totalmente sicuro.</strong></p>
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		<title>Russia all&#8217;Onu: Turchia arma l&#8217;Isis</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/russia-allonu-turchia-arma-lisis.html</link>
		
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2016 09:42:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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<p>È da tempo ormai che i rapporti fra i due ex-alleati si sono logorati. A partire dall’abbattimento del jet russo al confine tra Siria e Turchia, si sono fatti sempre più pesanti gli scambi reciproci di accuse fra i contendenti.I media russi riportano un ulteriore peggioramento dei rapporti, seppur ancora nel quadro della legalità internazionale. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/russia-allonu-turchia-arma-lisis.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="728" height="492" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/LYNXMPEBAQ0EJ_L.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/LYNXMPEBAQ0EJ_L.jpg 728w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/LYNXMPEBAQ0EJ_L-300x203.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 728px) 100vw, 728px" /></p><p>È da tempo ormai che i rapporti fra i due ex-alleati si sono logorati. A partire dall’abbattimento del jet russo al confine tra Siria e Turchia, si sono fatti sempre più pesanti gli scambi reciproci di accuse fra i contendenti.I media russi riportano un ulteriore peggioramento dei rapporti, seppur ancora nel quadro della legalità internazionale. È di venerdì scorso la notizia, riportata anche dal network<a href="https://www.rt.com/news/338038-isis-weapons-turkey-churkin/" target="_blank"> Russia Today</a>, che l’inviato della Russia presso le Nazioni Unite, Vitaly Churkin, abbia consegnato dati relativi al sostegno in armi e attrezzature militari da parte della Turchia allo Stato Islamico.Lo scambio, secondo Churkin, sarebbe supervisionato e mediato dai servizi di intelligence Turchi. I servizi segreti utilizzerebbero come canale per consegnare gli armamenti le agenzie non governative. A loro volta queste impiegherebbero i convogli umanitari per celare il carico. La lettera dell’inviato riporta cifre sconvolgenti. Viene stimato nell’ordine dei quasi due milioni di dollari il valore del materiale esplosivo consegnato nelle mani di “gruppi terroristici” attraverso la Turchia nel 2015. Nella lettera il totale viene inoltre scorporato nelle varie voci costituite dai singoli componenti chimici dell’esplosivo con relativo valore.Il richiamo dell’attenzione del Consiglio di Sicurezza su queste pesantissime cifre da parte dell’inviato permanente arriva dopo un’altra lettera dello scorso 18 febbraio. Nel documento, indirizzato allo stesso organo delle Nazioni Unite, Churkin denuncia la possibilità che la Turchia possa provvedere all’addestramento di membri dell’IS non solo per azioni sul territorio siriano, ma anche per attacchi sul suolo russo. I servizi segreti turchi avrebbero aiutato membri del Califfato a creare una rete per reclutare ed addestrare cittadini delle ex-repubbliche sovietiche per il conflitto in Siria e successive azioni contro la Federazione Russa.Nel documento, la base di tale rete viene individuata presso la cittadina turca di Adalia (in turco, Antalya). L’agenzia russa <strong><a style="color: #0000ff" href="http://tass.ru/en/politics/857508" target="_blank">TASS</a></strong>, citando la lettera, parla di Ruslan Rastyamovich Khaibullov come del capo di tutta la rete. Il reclutatore sarebbe un cittadino russo con permesso di residenza permanente per la Turchia. Questa è inoltre accusata di occuparsi del trasferimento e della somministrazione delle cure riabilitative per i militanti islamisti feriti. Alla fine dell’atto viene anche descritto il tragitto che, secondo la Russia, seguirebbero gli armamenti che la Turchia recapita ai terroristi.La vera problematica sottesa a tutte queste accuse è che non si tratta di semplici scaramucce, più o meno diplomatiche, che possano limitarsi alle relazioni fra due soli stati. Gli Stati Uniti, grandi promotori delle politiche sanzionatorie anti-russe adottate dall’UE, vedono ancora nella Turchia un partner NATO irrinunciabile e strategicamente fondamentale per porre un argine alla “minaccia” russa nella regione.Dal canto proprio, gli alleati in campo russo, Iran in primis, mal tollerano l’ingerenza fin troppo poco celata della Turchia nella questione siriana e irachena.Se si aggiungesse al quadro la questione ucraina da un lato, l’appoggio saudita alla Turchia dall’altro, ancora, l’alleanza e la continua collaborazione tra Russia e Cina (che vede irrigiditi i propri rapporti con Washington a causa delle questioni relative all’arcipelago del South China Sea), non servirebbe molta fantasia per immaginare una possibile deflagrazione delle varie tensioni su scala più che internazionale.Bisogna sperare che, nonostante ci siano sufficienti “aitìai” &#8211; le vere cause della guerra secondo Tucidide &#8211; non sorga un “pròphasis” – un pretesto, una causa scatenante – a far esplodere il tutto.</p>
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		<title>Pakistan assediato dal jihadismo</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2016 17:35:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160330193716_18358596.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160330193716_18358596.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160330193716_18358596-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160330193716_18358596-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/ANSA_20160330193716_18358596-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Il lupo perde il pelo ma non il vizio. La serie di gravissimi attentati che scuote ormai da anni il Pakistan ha registrato un ulteriore peggioramento con l’attacco al Gulshan-e-Iqbal Park di Lahore, la scorsa domenica di Pasqua. Charsadda, Mandan, Peshawar, sono solo alcune delle località che hanno visto il terrore negli ultimi anni. In &#8230; <a href="https://it.insideover.com/without-category/pakistan-assediato-dal-jihadismo.html">[...]</a></p>
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<p>In un quadro globale di crescita della galassia jihadista e delle sue azioni, viene da chiedersi perché proprio il <strong>Pakistan</strong>, paese permeato da un’interpretazione fortemente tradizionalista dell’Islam, sia fiaccato da così tanti e tanto gravi attentati. Questa nazione, sin dalla metà degli anni Settanta è stata caratterizzata da una duplice essenza che ne ha determinato tratti di schizofrenia. Se da un lato il Pakistan si è sempre di più avvicinato al mondo Occidentale mediante l’alleanza con gli Stati Uniti, come contraltare dell’indomabile Iran sciita, dall’altra, i vari governi parademocratici che si sono susseguiti hanno iniettato nel tessuto sociale forti dosi di islamismo, nel classico tentativo di fare della religione un <i>instrumentum regni</i>, per addomesticare le sacche di popolazione più riottose.</p>
<p>Per comprendere questa doppia dinamica è sufficiente guardare a cosa sia accaduto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. La sperduta regione dell’Asia Centrale era diventata un simbolo. Gli Usa non avevano modo di intervenire, ma era necessario arginare la minaccia comunista che, sfruttando la difficoltà di un governo filorusso, aveva approfittato per mandare i propri carri armati sul suolo afghano. La sola possibilità era una guerra per procura. Lo storico del mondo islamico Gilles Kepel ha stimato nell’ordine dei 600 milioni di dollari annui la cifra che è stata devoluta dal Congresso per l’aiuto alla guerra contro i sovietici. Altri autori come Ahmed Rashid minimizzano il totale fino al solo miliardo di dollari durante tutto il conflitto. Il punto nevralgico non è tanto il <i>quantum</i> ma il <i>cui</i>.</p>
<p>Visti i molteplici esempi a noi contemporanei, non è difficile immaginare l’enorme massa di sfollati e profughi che segue un’invasione con bombardamenti annessi. Milioni di afghani avevano trovato rifugio nel vicino Pakistan durante tutta la durata del conflitto. Il regime instaurato dal generale Zia nel 1978 aveva utilizzato l’islamismo a tinte wahabite per rinforzare la propria posizione all’interno del paese. I campi profughi erano divenuti veri e propri campi di reclutamento per le varie fazioni, più o meno fondamentaliste, di <i>mujaheddin</i> per il <i>jihad </i>afghano.</p>
<p>Per anni il regime pakistano non solo aveva fatto da tramite per l’erogazione dei finanziamenti statunitensi e dell’Arabia Saudita, ma aveva contribuito fortemente alla dotazione e al sostentamento dei combattenti islamici. Abbattuto il nemico sovietico, troppo tardi ci si è resi conto del mostro che era stato utilizzato per sconfiggerlo.</p>
<p>A prescindere dalla veridicità o meno di alcune interpretazioni, che addirittura vedrebbero nella stessa <i>Al-Qaeda</i> un prodotto dei governi pakistano e statunitense, è opportuna una riflessione sul modus operandi seguìto. Il vizio che il lupo pakistano non perde è l’assurda concezione della possibilità di separare la dottrina islamista più radicale dall’azione che ad essa segue. Il pensare di poter utilizzare l’islam estremista per governare e trovare una giustificazione teocratica al proprio governo, senza dover incappare nelle drammatiche conseguenze del <i>jihad</i>. L’attuale premier Sharif parallelamente continua l’impegno militare contro il terrorismo e strizza l’occhio a Riyadh per spargere nel paese moschee e madrasa sunnite ultraortodosse.</p>
<p>La follia che emerge sembra essere sempre la stessa, la stessa che ha portato Pakistan e Usa a finanziare i <i>mujaheddin</i> in Afghanistan, la stessa che spinge gli USA ad appoggiare ribelli “moderati” in funzione anti-Assad: pensare che il jihad, fisico o metafisico, possa essere addomesticato per i propri scopi politici. Proprio la natura religiosa di questo istituto ne preclude un utilizzo mondano: ci sarà sempre un nemico dell’Islam. Scacciata l’URSS, il nemico sono divenuti gli USA. Sconfitti i comunisti, il nemico è il governo corrotto del Pakistan. O la minoranza cristiana. </p>
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