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	<title>Michele Di Lollo Archives - InsideOver</title>
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		<title>Trump, il re folle di New York</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 19:03:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1165" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312-300x233.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312-768x596.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312-1024x795.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1165" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312-300x233.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312-768x596.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/OLYCOM_20161014095515_20962312-1024x795.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p><strong>Donald Trump</strong> vive nel suo attico di tre piani nella Trump Tower. Uno spazio sospeso che sembra quasi un paradiso. Si tratta di un grattacielo di 58 piani, situato al numero 721 di Fifth Avenue, all&#8217;angolo con la 56th strada. È stato l&#8217;edificio più alto del tycoon fino alla costruzione della Trump World Tower ed è, dalla sua costruzione, la sede operativa della Trump Organization. E’ da qui che parte la corsa di The Donald alla Casa Bianca e nel raccontare la sua campagna elettorale diventa obbligatorio soffermarsi sull’intera città. Chi vuole raccontare New York, d’altra parte, non può non fermarsi a tratteggiare la fisionomia, l’anima e le fattezze dei suoi “re”.La città che non dorme mai si può riassumere in una parola: pop. Pop come i suoi grandi, le stelle del cinema che ci vivono e i big della musica che la respirano. Pop come le note che escono a tutto volume dalle frequenze radio o da un altoparlante di Central Park. Pop come è popolare lo stadio degli Yankees o il Madison Quare garden. Pop come i suoi locali, i suoi aperitivi negli attici dei grattacieli e pop come è pop uno dei suoi milionari: Trump, appunto. Far raccontare la corsa di Trump ai re di questa New York lascia subito spiazzati. Dovrebbero amarsi, ma si odiano. Cosa vorrà dire avere un presidente newyorkese è la prima domanda che viene in mente. Se la corsa fosse raccontata in un film con Robert De Niro sarebbe “Toro scatenato”. Se fosse una canzone di Lady Gaga sarebbe “Poker Face”. Se invece fosse un rima di Jay-Z sarebbe “Empire State of Mind”. E The Donald, nonostante tutto, sembra essere uno di loro: il re folle della Grande Mela. Distante anni luce dalla cultura del conservatorismo puro americano.Tutti questi personaggi hanno in comune di essere nati a Manhattan e essere diventati dei leader assoluti nei loro affari. La città li ha plasmati. Sono cresciuti nelle strade e respirato l’aria fritta di Chinatown. La vecchia Little Italy. E il Bronx. Ogni via qui ha una storia a sé quando manca ormai poco al giorno del voto. La campagna elettorale americana è in pieno svolgimento. Tra urla sguaiate, frasi choc e mail trafugate, gli Usa si preparano a eleggere il loro 45esimo presidente e potrebbe essere il peggiore. Non è un caso che questa stramba tornata elettorale sia guidata da due che a New York hanno costruito un impero fatto di cemento (lui), di consensi e vittorie politiche (lei, Hillary Clinton). E in questo quadro fare un ritratto di Trump è fare un ritratto della città che lo ha partorito. Quella città che fu di bande e immigrati raccontata in “Gangs of New York” di Martin Scorzese o la città fatta di individui e storie private raccontate da Paul Auster in “Trilogia di New York”. Mentre ci si chiede cosa stia accadendo nel mondo politico americano, viene insomma naturale riflettere su eletti ed elettori della East Cost.Parlare di New York e del fenomeno Trump è innanzitutto la storia dell’eterna contrapposizione tra la Grande Mela e la pancia dell’America. Non è scontato parlare di “New York values” come quel fenomeno tutto legato alla costa Est in cui la violenza, la dissolutezza, l’arroganza e la boriosità la fanno da padroni. Qualcosa che si discosta dal conservatorismo delle aree interne del paese. Chi nei mesi scorsi ha provato a raccontare Trump usando queste lenti ne ha tirato fuori un dipinto dalle mille sfumature. Quando, in particolare, Ted Cruz, senatore del Texas, durante le primarie (parliamo dello scorso aprile, ndr) ha attaccato &#8220;i valori di New York&#8221; sapeva esattamente quello che stava facendo. Puntare a demonizzare New York, la sua gente, la posizione che occupa nella cultura americana e, sì, i suoi valori che a detta di molti non esprimono il volto migliore del partito repubblicano. Come detto si tratta dell’eterno scontro tra le coste e il cuore del conservatorismo. E, a proposito, Cruz ha detto: &#8220;Mentre sono in viaggio per il paese mi rendo contro che in Iowa, New Hampshire, South Carolina, Nevada, tutti sanno quali sono i valori di New York&#8221;. E non convincono.L’avversione per New York nel Gop d’altra parte non è una novità. New York è storicamente la sede di alcuni tra i repubblicani più liberal della nazione. Dal senatore Jacob Javits, il governatore Nelson Rockefeller e sindaco di New York John V. Lindsay. Ma questa città è anche molto altro. E’ i suoi vigili del fuoco e quei poliziotti eroi dell’11 settembre. E’ Rudolf Giuliani e la sua tolleranza zero. Sono quelle migliaia di famiglie immigrate che non hanno perso un giorno nella loro vita per dimostrare quanto credessero nel sogno americano. E’ la faccia pulita di questa metropoli che non ha eguali al mondo per dimensioni e socialità. E’ il suo popolo e Trump non è tra loro. I giornali di New York, le banche di New York, l’arroganza di New York giocano in questo contesto una partita a sé. Ma i “re” di New York, quei personaggi fatti di luci e gloria del jet-set americano, non sanno che The Donald assomiglia soprattutto a loro. Loro, i primi a sparare a zero contro il candidato del Gop. Quasi un paradosso.Vanno tutti all’attacco, all’unisono, contro Trump. Senza pensare che in fondo questo re folle alla soglia dei 70 è e sarà inevitabilmente parte del loro mondo. Come una forza uguale e contraria che disintegra qualsiasi attacco, la natura di The Donald fabbrica oppositori e delusi. Ma Trump è più vicino allo showbiz di quanto si pensi. Dal Bronx a Fifth Avenue. Da Brooklyn a Ground Zero. Come in un brutto sogno i cittadini sono chiamati a scegliere il nuovo presidente barricati dietro l’imperativo: “Not Trump, not Hillary”. Questo è parte del dna newyorkese. Gli attori e i cantanti, le stelle degli Usa sono pronti ad attaccare il vecchio milionario ignorando la trumpedine che vive nella parte più nascosta di loro stessi. Sono tutti contro Trump, ma in ognuno c’è una parte di sé. E non resta che riflettere sulle parole di Dennis, personaggio poco più che comparsa nella pellicola “Smoke”, anno 1995: “Se la vita è sogno, cosa succede al risveglio?” Ecco cosa ci diranno le urne. Dopo lo choc di questa campagna elettorale, a bocce ferme, cosa resterà? Magari ce lo diranno film e canzoni. E quei “re” canteranno l’arroganza della metropoli che avrebbe potuto avere il suo primo presidente. Un re tra i re, ma senza pubblico.</p>
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		<title>L’Isis accelera e è a un passo dall&#8217;Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-accelera-e-e-a-un-passo-dallitalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 15:08:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="644" height="418" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/download-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/download-3.jpg 644w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/download-3-300x195.jpg 300w" sizes="(max-width: 644px) 100vw, 644px" /></p>
<p>Da Parigi a Roma, il terrorismo bracca l&#8217;Occidente. La paura adesso ha il volto di un imam arrivato come rifugiato, ospitato in un “albergo” per migranti e pronto a far saltare la città eterna. Nei piani del ragazzo (di appena 22 anni) c&#8217;era un attacco alla capitale. &#8220;Cominciamo dall’Italia, andiamo a Roma e cominciamo dalla stazione&#8221;, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-accelera-e-e-a-un-passo-dallitalia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="644" height="418" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/download-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/download-3.jpg 644w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/download-3-300x195.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></p><p>Da Parigi a Roma, il terrorismo bracca l&#8217;Occidente. La paura adesso ha il volto di un imam arrivato come rifugiato, ospitato in un “albergo” per migranti e pronto a far saltare la città eterna. Nei piani del ragazzo (di appena 22 anni) c&#8217;era un attacco alla capitale. &#8220;Cominciamo dall’Italia, andiamo a Roma e cominciamo dalla stazione&#8221;, avrebbe detto il giovane, facendosi forte del suo ruolo nella comunità islamica. Cercava adepti tra i rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dal nord Africa. La polizia lo ha bloccato prima che accadesse il peggio. In questo caso il terrorismo assume un volto e viene sconfitto. Molto spesso avviene il contrario e centinaia di cellule dormienti disseminate per il mondo, senza volto né voce, colpiscono e fanno male. Per il professor Alessandro Orsini, Direttore del Centro per lo Studio del Terrorismo di &#8220;Tor Vergata&#8221; e Research Affiliate al MIT di Boston, la jihad non colpisce a caso. Non è una questione di &#8220;fortuna&#8221; anche se il suo ultimo saggio si chiama &#8220;Isis. I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli&#8221;.<strong>Professore, l’Europa è nella morsa del terrore. Di chi è la colpa?</strong>L&#8217;Occidente subisce il terrorismo non per una ragione casuale, ma perché sono stati commessi errori importanti che hanno favorito il suo sviluppo. Però attenzione: questo non significa che il terrorismo esiste solo per colpa dell&#8217;Occidente. Di certo non per sfortuna, ma per cause oggettive.<strong>Perché i giovani musulmani che vivono in Occidente sono così attratti dalla causa jihadista?</strong>Nel mio libro, ho studiato le vite dei ragazzi jihdisti che sono riusciti a uccidere nelle città occidentali dal 2001 a oggi. Quindi i fratelli Koauchi, tra gli attentatori di Charlie Hebdo ad esempio. E da studioso empirico di terrorismo preferisco rispondere sulla base dei casi da me studiati.<strong>Bene, allora mi dica: come si diventa terroristi?</strong>Per quello che posso dire tutti quelli che entrano nel network del terrore hanno attraversato una fase di disintegrazione dell&#8217;identità sociale. Sono tutti convertiti. E la conversione quando è sincera presuppone travaglio interiore, esistenziale. La maggior parte di loro non viene dall&#8217;Islam, alcuni sono cristiani, altri conducevano una vita ostile ai dettami dell&#8217;Islam.<strong>Cosa hanno in comune?</strong>Disintegrazione dell&#8217;identità sociale. Straniamento dal mondo circostante: trovano una risposta alle loro angosce esistenziali in un&#8217;ideologia iper-radicale. In alcuni casi, provengono da ambienti molto disagiati. In altri, provengono da famiglie della media borghesia.<strong>Come si potrebbe raccontare la conversione?</strong>La conversione è un processo graduale, scandito da varie tappe. L’ideologia jihadista ha il potere di trasformare esistenze prive di valore in esistenze eroiche. Come disse un ex jihadista, riflettendo criticamente sul ruolo dell’ideologia nella sua militanza passata: &#8220;From zero to hero overnight (da zero a eroe in una notte)&#8221;.<strong>Il vero miracolo dello jihadismo?</strong>Restituire un significato esistenziale a chi lo ha perso. Ma poi chiede in cambio la vita.<strong>Cosa li trasforma&#8230;</strong>Nei casi specifici da me analizzati si evidenzia come l&#8217;integralismo islamico riempia le vite di questi ragazzi. Colma un vuoto esistenziale che dilania la loro quotidianità.<strong>Da un punto di vista sociologico, qual è l&#8217;habitat ideale per un terrorista?</strong>I contesti sociali di provenienza cambiano. I terroristi possono provenire da contesti molto diversi.<strong>Cosa non ha funzionato in Francia?</strong>La ragione che ha spinto i terroristi a colpire molto la Francia è che la Francia colpisce molto i terroristi. La loro formula è: &#8220;Colpiamo coloro che ci colpiscono&#8221;. Nel caso della strage contro Charlie Ebdo, la ragione era culturale. Nel caso della strage dell’Isis, la ragione era militare.<strong>Nonostante la tradizionale laicità dello Stato, il terrorismo ha comunque attecchito nel tessuto sociale francese&#8230;</strong>Il terrorista islamico parte dall&#8217;assunto che la Francia e i paesi occidentali in genere non rispettano il musulmano. Gli integralisti, inoltre, pensano che i francesi musulmani non siano buoni musulmani (in quanto moderati). La laicità di quel paese non è un motivo per rispettarlo. Proprio perché la laicità implica una separazione tra potere politico e potere religioso. Le società laiche sono società desacralizzate. E loro sono appunto contro questo tipo di società perché lo Stato che vogliono creare è uno stato in cui vige la sharia, quindi la religione. I terroristi vogliono risacralizzare la società desacralizzata dai processi di secolarizzazione<strong>Due domande sulla Libia: quanto ci costerà?</strong>In Libia c&#8217;è una situazione molto pericolosa per l’Italia che è destinata a peggiorare sempre di più. Il governo Renzi è cauto nel gestire la situazione. Dice che non ci sarà accelerazione da parte dell&#8217;Italia. Il problema è che le accelerazioni potrebbero arrivare dall&#8217;Isis. In quel caso l&#8217;Italia verrebbe presa in contropiede.<strong>E quali saranno i rischi per il nostro paese?</strong>La prudenza di Renzi, la sua moderazione e l&#8217;attesa potrebbero funzionare. Ma se una cellula dell’Isis, partendo dalla Libia, colpisse la Francia o un altro paese occidentale, Hollande attaccherebbe in Libia a testa bassa e l’Italia sarebbe scavalcata. Se la Francia subirà un altro attentato, nessuno la fermerà.</p>
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