<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Marzio Mian Archives - InsideOver</title>
	<atom:link href="https://it.insideover.com/autore/marzio-mian/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://it.insideover.com/autore/marzio-mian</link>
	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 May 2019 13:30:51 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/cropped-logo-favicon-150x150.png</url>
	<title>Marzio Mian Archives - InsideOver</title>
	<link>https://it.insideover.com/autore/marzio-mian</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Perché il Le Pen svedese sta conquistando il Paese</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/perche-le-pen-svedese-sta-conquistando-paese.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Aug 2018 07:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/perche-le-pen-svedese-sta-conquistando-paese-168171.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="412" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313141.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313141.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313141-300x206.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>Brutta perturbazione in arrivo dalla Scandinavia su Bruxelles, cioè la caduta, dopo oltre un secolo, del partito Socialdemocratico svedese. Che vorrebbe dire un colpo da ko alla già precaria stabilità politica dell&#8217;Unione, soprattutto perché la prevista disfatta del «partito-Stato» dato al massimo al 25 per cento (solo negli anni Novanta viaggiava su percentuali intorno al &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-le-pen-svedese-sta-conquistando-paese.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-le-pen-svedese-sta-conquistando-paese.html">Perché il Le Pen svedese sta conquistando il Paese</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="600" height="412" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313141.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313141.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/7313141-300x206.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p><p>Brutta perturbazione in arrivo dalla Scandinavia su Bruxelles, cioè la caduta, dopo oltre un secolo, del partito Socialdemocratico svedese. Che vorrebbe dire un colpo da ko alla già precaria stabilità politica dell&#8217;Unione, soprattutto perché la prevista disfatta del «partito-Stato» dato al massimo al 25 per cento (solo negli anni Novanta viaggiava su percentuali intorno al 45) potrebbe essere accompagnata dal balzo della destra sovranista, dal 4 per cento del 2010 al 20 per cento nelle prossime elezioni generali del 9 settembre. Bruxelles guarda a Nord con terrore perché, anche se la Svezia ha gli stessi abitanti dell&#8217;Ungheria di Viktor Orban, il suo peso politico e simbolico è di ben altro genere. Cosa accadrebbe se si aprisse una falla anche in Scandinavia, addirittura nel Paese più progressista, bastione del multiculturalismo e dei valori universali dell&#8217;accoglienza? Infatti il governo, nonostante gli ottimi risultati sul fronte economico, con una disoccupazione praticamente inesistente, paga per non aver rinunciato, nemmeno in tempo di antiglobalismo dilagante, alla tradizionale solidarietà terzomondista del partito che fu di Olof Palme («siamo una superpotenza umanitaria», diceva solo tre anni fa il premier Stefan Lofven), accogliendo, in un Paese di soli 9.5 milioni di abitanti, più profughi di tutti gli altri membri dell&#8217;Unione europea, 600mila dal 2014, 163mila richiedenti asilo solo nel 2015.</p>

<p>E la situazione è sfuggita di mano. Vasti territori urbani, a Stoccolma, a Uppsala, a Malmö, soprattutto a Göteborg, sono in mano alla criminalità straniera, non accessibili alla polizia e ai giornalisti, gli stupri sono aumentati del 30 per cento in cinque anni, nelle scuole circolano ogni genere di armi, non si contano i regolamenti di conti tra bande di diversi origini etniche, numerosi gli attentati islamisti, nel 2017 un camion guidato da un affiliato Isis ha fatto cinque morti. L&#8217;ultimo caso che ha sconvolto l&#8217;opinione pubblica (e potrebbe avere un forte impatto sul voto) è stato l&#8217;incendio di decine, centinaia di auto da parte di gang d&#8217;incappucciati alla periferia di Trollhattan, città industriale nell&#8217;Ovest, già sede degli stabilimenti della Saab e oggi una delle aree più colpite dall&#8217;ondata di violenze. La debole reazione del premier &#8211; «ma cosa diavolo state facendo?» &#8211; ha fatto indignare le tute blu, da sempre zoccolo duro dei socialdemocratici.</p>

<p>A lungo la stampa nazionale e internazionale, quasi con imbarazzo, ha dedicato poco spazio al crescendo di attacchi alle donne nelle strade e alle violenze di matrice straniera e islamica nel Paese ritenuto la mecca dell&#8217;integrazione e della pace sociale. E fu accolto come una delle sue molte gaffe il riferimento di Donald Trump, rispetto al pericolo immigrazione, di «fare la fine della Svezia».</p>

<p>Il governo, sull&#8217;onda di sondaggi che manifestavano un&#8217;impennata del sentimento anti-immigrati, nel 2017 ha ridotto le quote d&#8217;ingresso a 23mila, ma non è bastato a contenere il fenomeno di Sverige Demokraterna, Democratici di Svezia, (stesso simbolo della torcia del Fronte Nazionale di Marine Le Pen), partito nato una decina d&#8217;anni fa da un nucleo dichiaratamente neo-nazi e oggi sulle stesse posizioni populiste e anti-europeiste di altri movimenti dell&#8217;Ue. In molti sondaggi stanno davanti ai liberali, i quali, come i socialdemocratici hanno dichiarato che non scenderanno mai a patti di coalizione con la destra nazionalista, poiché è chiaro che nessuno dei tre contendenti riuscirà a superare la metà dei 349 seggi necessari per un governo monocolore. L&#8217;unica via d&#8217;uscita anche in caso di una vittoria dei nazionalisti &#8211; potrebbe essere un governo di minoranza; ma un&#8217;affermazione della destra estrema nei numeri previsti, terrebbe in ostaggio qualsiasi esecutivo, anche una grande coalizione, costringendolo, come accaduto in Olanda con la «quasi vittoria» del partito anti-islamico di Gert Wilders, a una brusca virata su scelte che cambierebbero l&#8217;identità politica della Svezia e indebolirebbero ulteriormente quel che rimane del blocco europeista a Bruxelles. Una cosa appare ormai certa, che le elezioni sanciranno la crisi terminale del «modello svedese», icona della sinistra progressista internazionale: welfare dalla culla alla tomba, solidarietà, globalismo economico, neutralità militare, europeismo, pacifismo. Potrebbe subire un duro colpo anche la più ostentata delle battaglie socialdemocratiche dell&#8217;ultimo decennio, il femminismo di Stato, con punte estreme come il superamento dei generi nelle scuole e la creazione di una nuova lingua «neutrale». Il governo nelle scorse settimane, con un documento ufficiale presentato dal ministro degli Esteri Margot Wallstrom, ha addirittura annunciato l&#8217;avvio di una «nuova diplomazia femminista per esportare il modello politico di genere svedese».</p>
<p>Come accade per le altre forze anti-establishment nel continente, i Democratici di Svezia, sono a favore di un rapporto privilegiato con la Russia, e questo in un Paese (senza guerra da duecent&#8217;anni) che di fronte alla militarizzazione russa dell&#8217;Artico e alle tensioni sul Baltico si è recentemente espresso per un&#8217;adesione alla Nato, stringendo intanto accordi strategici con gli Stati Uniti e partecipando a diverse manovre nella regione. Il giovane leader Jimmie Akesson rifiuta il potere sovranazionale di Bruxelles, invoca l&#8217;uscita immediata dall&#8217;Unione e una politica protezionista aumentando le tariffe sui prodotti stranieri; soprattutto vuole archiviare la politica dell&#8217;accoglienza umanitaria ipotizzando la fine del mitico welfare svedese. «Seicentomila persone», dice Mats Edman, direttore di Dagens Samhälle, «significa 40 nuove municipalità di 15mila abitanti. Pensiamo a quel che serve in termini d&#8217;infrastrutture, impiego pubblico, abitazioni, scuole, ospedali, trasporti Per poter sostenere tutto ciò e continuare a godere del benessere standard svedese significa dover andare in pensione oltre i settant&#8217;anni. Oppure dobbiamo rivedere i nostri standard».</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-le-pen-svedese-sta-conquistando-paese.html">Perché il Le Pen svedese sta conquistando il Paese</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Negli Usa le donne rischiano la vita per partorire</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/negli-usa-le-donne-rischiano-la-vita-partorire.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Aug 2018 09:19:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/negli-usa-le-donne-rischiano-la-vita-partorire-167977.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="1547" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2-248x300.jpg 248w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2-768x928.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2-847x1024.jpg 847w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>L’ aveva detto Serena Williams: «Ho rischiato di morire di parto. Come qualsiasi donna nera. Il pregiudizio ci riguarda tutte. Io sono solo stata più fortunata perché stavo in un ospedale per ricchi». La campionessa del tennis, 23 titoli del Grande Slam, aveva fatto clamore nei mesi scorsi con le sue dichiarazioni all’indomani della nascita &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/negli-usa-le-donne-rischiano-la-vita-partorire.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/negli-usa-le-donne-rischiano-la-vita-partorire.html">Negli Usa le donne rischiano la vita per partorire</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1547" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2-248x300.jpg 248w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2-768x928.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/08/canna2-847x1024.jpg 847w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>L’ aveva detto Serena Williams: «Ho rischiato di morire di parto. Come qualsiasi donna nera. Il pregiudizio ci riguarda tutte. Io sono solo stata più fortunata perché stavo in un ospedale per ricchi». La campionessa del tennis, 23 titoli del Grande Slam, aveva fatto clamore nei mesi scorsi con le sue dichiarazioni all’indomani della nascita della figlia Alexis Olympia – via taglio cesareo, come accade per quasi la metà delle donne americane &#8211; rivelando che i medici avevano ignorato il suo trascorso clinico di trombi, tanto che su sua insistenza, visto che le mancava il respiro e i battiti calavano, l’avevano rioperata così da scoprire un grande ematoma ai polmoni: «Sarei morta se non mi fossi fatta sentire e non fossi stata un personaggio famoso. Mi dicevano che ero confusa a causa degli antidolorifici. Invece avevo un’embolia polmonare».</p>
<p>Il caso della Williams, con le cover di Vogue e il rilancio mondiale della vicenda attraverso un’intervista alla Cnn, non è stato che un’anticipazione di quello che sarebbe emerso da un’impressionante rilevazione nazionale dello Us Center for Desease Combat: gli Stati Uniti sono il Paese più pericoloso dove partorire tra quelli sviluppati; nel 1960 erano al dodicesimo posto, ora stanno al trentaduesimo su 35. Dati che la stampa americana sta cercando di analizzare, con grande imbarazzo, perché alla base del fenomeno c’è una provata questione razziale. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, nel mondo la mortalità tra le partorienti è calata del 44 per cento tra il 1990 e il 2015; ma negli Usa, stando ai dati forniti dal Pregnancy Mortality Surveillance System, è aumentata da 7.2 casi ogni 100mila parti del 1987 ai 18 ogni 100mila del 2015 (l’ultimo dato disponibile in Italia è di 8 casi ogni 100mila, meglio della Germania che sta a 10), tre volte più del confinante Canada. Ciò che emerge dal dossier americano è che le donne nere hanno quattro volte più possibilità di morire di parto delle bianche e che i bambini neri hanno il doppio delle possibilità di non nascere dei bianchi. «Come dimostra il caso della Williams, non è una questione legata alla povertà», dice Monica Simpson, direttrice di SisterSong, un’organizzazione che si batte in difesa delle madri di colore: «È provato che ogni donna nera con un’istruzione avanzata ha tre volte la possibilità di morte materna di una bianca che non ha superato la scuola dell’obbligo». La Simpson già nel 2104 aveva denunciato gli Stati Uniti davanti alla sede dell’Onu di Ginevra per violazione del trattato internazionale sui diritti umani, e Washington era stata obbligata a creare un sistema di raccolta dati nazionale sul fenomeno, impegno ampiamente disatteso, quasi a confermate il timore che i risultati potessero rivelare quanto emerge con la recente ricerca finanziata da fondi privati.</p>
<p>«Gli Stati Uniti sono tra i 13 paesi al mondo dove la mortalità infantile e materna è peggiore rispetto a 25 anni fa. Non è una questione di condizioni economiche, infatti il Messico sta meglio di noi nonostante il 50% della popolazione si trovi al di sotto della soglia minima di povertà», dice la Simpson. Gli Stati a registrare le percentuali peggiori sono quelli del Sud, Louisiana (60 donne morte ogni 100mila parti), Alabama, Mississippi, Georgia. Con gli Stati «bianchi» del New England la situazione migliore è quella della California che negli anni ha investito nella Sanità pubblica tanto da ridurre la mortalità materna dal 14.6 del 2003 al 7.3 del 2016. Fa eccezione San Francisco, che dimostra il trend nazionale. Anche se la popolazione nera, totalmente esclusa dall’onda miliardaria della digital economy, si è rapidamente ridotta al 5 per cento degli abitanti, per lo più segregata in due quartieri-ghetto, la mortalità infantile in città colpisce per il 25% la comunità afroamericana. «Il vero problema è che si fa di tutto per non generare allarme sul tema razziale», dice Andrea Jackson, professore di ginecologia all’Università della California.</p>
<p>I medici danno la colpa all’aumento esponenziale dei casi di diabete e alta pressione tra le donne di colore, così come la piaga dell’obesità che colpisce oltre la metà delle donne americane. Ma ciò che emerge – lo ha fatto recentemente con una lunga inchiesta Linda Villarosa per il New York Times &#8211; è che dietro i tassi di mortalità infantile e materna tra i neri ci sia la discriminazione razziale: «Non ci sono solo i pregiudizi, più o meno inconsci, nelle sale parto, che portano a trascurare le donne di colore, di qualsiasi condizione economica. Nemmeno l’esclusione di milioni di donne nere dal programma sanitario a pagamento che nega loro l’accesso ai controlli e alle cure prenatali e post natali, 2,4 milioni solo in Texas. Ciò che emerge», dice Curtis Chan, responsabile del sostegno alla maternità del comune di San Francisco, «è che l’orrenda storia razziale americana ha prodotto effetti velenosi nei corpi delle donne afroamericane, uno stress tossico che uccide loro e i loro figli. In altre parole, la segregazione dei quartieri, le scuole inadeguate, le detenzioni di massa, la brutalità della polizia, hanno lasciato il segno nei corpi delle donne, abbattendo il loro sistema immunitario». Linda Villarosa ha scoperto che nel 1850, cioè 15 anni prima della fine dello schiavismo, fu condotta un’indagine secondo cui ogni mille parti erano morti 340 bambini di colore e 217 bianchi. Quindi oggi la situazione è peggiore del 1850. Tra il 1915 e il 1990, grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e di quelle economico-sanitarie, i livelli di mortalità sono crollati in generale del 90%. Poi l’impennata. «Ora sappiamo che l’esperienza per una donna di colore di vivere in America», dice Villarosa, «produce qualcosa al tuo corpo, fa sì che tu possa morire partorendo oppure che i tuoi bambini nascano sottopeso o morti. Inoltre che esiste un razzismo nel sistema sanitario, per lo più inconscio, e che riguarda Serena Williams come l’ultima nera del ghetto di Chicago».</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/negli-usa-le-donne-rischiano-la-vita-partorire.html">Negli Usa le donne rischiano la vita per partorire</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Groenlandia, la svolta secessionista che fa tremare la Nato e i danesi</title>
		<link>https://it.insideover.com/nazionalismi/groenlandia-la-svolta-secessionista-tremare-la-nato-danesi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 May 2018 07:26:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Groenlandia]]></category>
		<category><![CDATA[Patto atlantico (Nato)]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/groenlandia-la-svolta-secessionista-tremare-la-nato-danesi-166589.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="874" height="653" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408.jpg 874w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408-768x574.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 874px) 100vw, 874px" /></p>
<p>Il Regno di Danimarca ora trema davvero, dopo due secoli rischia di perdere il 98 per cento del suo territorio, cioè la Groenlandia, che fino a pochi anni fa era quasi un peso economico, ma da quando l&#8217;Artico in via di scioglimento si è trasformato in una regione contesa dalle maggiori potenze mondiali, quell&#8217;isola, la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/groenlandia-la-svolta-secessionista-tremare-la-nato-danesi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/groenlandia-la-svolta-secessionista-tremare-la-nato-danesi.html">Groenlandia, la svolta secessionista che fa tremare la Nato e i danesi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="874" height="653" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408.jpg 874w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/7280408-768x574.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 874px) 100vw, 874px" /></p><p>Il Regno di Danimarca ora trema davvero, dopo due secoli rischia di perdere il 98 per cento del suo territorio, cioè la Groenlandia, che fino a pochi anni fa era quasi un peso economico, ma da quando l&#8217;Artico in via di scioglimento si è trasformato in una regione contesa dalle maggiori potenze mondiali, quell&#8217;isola, la più estesa del Pianeta &#8211; rivelatasi una cassaforte zeppa di ogni bendidio &#8211; è diventata per Copenaghen la più grande opportunità della sua storia. Peccato che gli inuit siano invece decisi a tagliare gli ormeggi e a procedere a grandi passi verso la secessione. Sui giornali danesi, dove si dà voce a un&#8217;opinione pubblica attonita e rabbiosa, la parola in codice è ormai «Greenxit», anche se qualcuno paragona gli eventi in corso a Nuuk, la lillipuziana capitale groenlandese, all&#8217;escalation del separatismo catalano.</p>
<p>Dopo le elezioni del 24 aprile, nell&#8217;isola il governo è passato nei giorni scorsi nelle mani di una coalizione di quattro partiti che hanno come primo obiettivo la totale e repentina indipendenza dal Regno. E il primo provvedimento annunciato dall&#8217;esecutivo del premier Kim Kielsen, giusto per lanciare un messaggio anticolonialista chiaro, è stato quello di sostituire l&#8217;inglese al danese come seconda lingua (il groenlandese era diventato lingua ufficiale con il precedente governo). Ma il vero collante che ha messo insieme i socialdemocratici alla destra è la volontà di dare via libera alle concessioni minerarie che permetterebbero all&#8217;isola, Kalaallit Nunaat, la Terra dell&#8217;uomo del Nord, come gli inuit chiamano la nazione che li ospita da cinquemila anni, di emanciparsi dal sussidio annuale danese di circa 500 milioni di euro, necessari per finanziare un welfare non certo di livello scandinavo (la popolazione soffre un degrado sociale senza precedenti). La madre di tutte le miniere, quella che potrebbe da sola sopperire al sussidio di Copenaghen è il Kvanefjeld, la più grande formazione di uranio e terre rare del Pianeta.</p>

<p>Nella coalizione precedente, la sinistra alleata del premier Kielsen era fortemente contraria a dare il via allo sfruttamento, soprattutto perché la concessione di minerali così politicamente sensibili è in mano ai cinesi. Ora la Shenghe Resources Holding Ltd di Shanghai potrebbe molto presto aprire il cantiere. Ecco perché l&#8217;esito del voto in quella terra remota e abitata da soli 57mila individui, praticamente gli spettatori dello Juventus Stadium, non ha interessato solo Copenaghen, ma molte capitali mondiali. Ciò che accade a Nuuk coinvolge interessi globali, l&#8217;Europa, gli Stati Uniti, la Nato, e appunto la Cina.</p>
<p>«Abbiamo bisogno dei capitali cinesi», dice al Giornale l&#8217;ex ministro degli Esteri Vittus Qujaukitsoq e ora a capo di un nuovo partito nazionalista (Nunatta Qitornai, discendenti della nostra terra) alleato di governo: «Senza di loro non possiamo diventare uno Stato nazione, aprire finalmente ambasciate e avere il pieno controllo di ciò che accade dentro e intorno alla nostra amata isola. E loro hanno bisogno del nostro pesce e dei nostri minerali. Indubbiamente ambiscono a un ruolo importante nell&#8217;Artico, e questo fa andare in bestia tutti, Danimarca, Unione Europea, Nato e soprattutto gli Stati Uniti».</p>

<p>Uno scambio impari, un gioco d&#8217;azzardo. Perché la Groenlandia si trova al centro della contesa per il dominio della regione artica e delle mire cinesi con il suo strategico capitale geografico, ma soprattutto perché è un caveau di ricchezze, rubini, smeraldi, diamanti, oro, uranio, zinco, petrolio, gas&#8230; Nonostante la pesca rappresenti ancora il 90 per cento del Pil e delle esportazioni, gli Inuit intendono comprarsi il biglietto per la libertà con le miniere. Dura per la piccola Danimarca mollare il bottino e perdere, attraverso la Groenlandia, il ruolo di potenza artica europea, l&#8217;unico paese a tenere agganciata l&#8217;Ue alle opportunità di sviluppo nella regione che cresce di più al mondo, 11% l&#8217;anno, dove si aprono nuovi immensi territori di pesca, nuove rotte mercantili, dove c&#8217;è tutto da costruire, fosse solo per i milioni di turisti sempre più attratti dal Grande Nord.</p>
<p>La Groenlandia uscì trent&#8217;anni fa dall&#8217;Unione, unico precedente alla Brexit; l&#8217;ultima speranza di Bruxelles è che decida di aderirvi da Stato indipendente. Nonostante le aperture commerciali degli ultimi anni, a partire dall&#8217;impegno di Antonio Tajani da commissario all&#8217;Industria per far restare l&#8217;Europa nella partita mineraria, e ai miliardi spesi in compensazione per le quote acquisite sulla pesca, lo sguardo dei sovranisti eschimesi è volto alla Cina, potenza che si definisce «quasi artica» e che ha annunciato da poco lo sviluppo di una Via polare della Seta. La Groenlandia sta diventando il quartier generale di Pechino nel Grande Nord. Nell&#8217;isola ha già investito circa venti miliardi di euro, aprendo miniere di zinco e ferro, impegnandosi nella costruzione di tre aeroporti e una grande base «scientifica».</p>

<p>I cinesi nel 2017 sono stati a un passo dall&#8217;acquisizione di una base militare danese dismessa se non fosse intervenuto direttamente Washington con un minaccioso comunicato. I ministri inuit sono ricevuti regolarmente al più alto livello dal governo cinese, a Pechino la Groenlandia ha già aperto un&#8217;ambasciata, indifferente all&#8217;irritazione di Washington e all&#8217;indignazione di Copenaghen: sappiamo come l&#8217;Occidente sia ben attento a non interferire in Tibet, addirittura a evitare incontri con il Dalai Lama, ma la Cina non si fa scrupoli a operare in Groenlandia come ha fatto in mezza Africa, ignorando lo status di un&#8217;isola ancora territorio danese e prima base militare strategica americana nell&#8217;emisfero settentrionale.</p>
<p>Sin dai tempi della Guerra Fredda la Groenlandia è stata la garitta del Pentagono in cima al mondo; la base di Thule, a 800 chilometri dal Polo Nord è dotata di un sistema radar per la difesa antimissile in grado di proteggere Stati Uniti ed Europa, ma controlla anche molte operazioni in Medio Oriente (la cattura di Saddam Hussein fu gestita tra i ghiacci). Vittus Qujaukitsoq, annuncia non solo la secessione dalla Danimarca «nel giro di un paio d&#8217;anni», ma anche la chiusura delle basi americane e l&#8217;uscita dalla Nato. Insomma una situazione shakespeariana, è il caso di dire che c&#8217;è del marcio in Groenlandia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/groenlandia-la-svolta-secessionista-tremare-la-nato-danesi.html">Groenlandia, la svolta secessionista che fa tremare la Nato e i danesi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Il tempo sta per scadere  Attenzione ai fanatismi&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tempo-sta-scadere-attenzione-ai-fanatismi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 06:04:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[irlanda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/tempo-sta-scadere-attenzione-ai-fanatismi-166141.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="427" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273960.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273960.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273960-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>«E pensare che i rapporti tra Londra e Dublino non erano mai stati così buoni, in Irlanda regnava un&#8217;assoluta armonia. La potenza simbolica di un ritorno ai check point, alla separazione, rischia di catalizzare nicchie di nostalgici e di riaccendere il fanatismo. Chi non conosce la realtà e la Storia», dice Walsh, «ipotizza con superficialità &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tempo-sta-scadere-attenzione-ai-fanatismi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/tempo-sta-scadere-attenzione-ai-fanatismi.html">&#8220;Il tempo sta per scadere  Attenzione ai fanatismi&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="427" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273960.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273960.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273960-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p>«E pensare che i rapporti tra Londra e Dublino non erano mai stati così buoni, in Irlanda regnava un&#8217;assoluta armonia. La potenza simbolica di un ritorno ai check point, alla separazione, rischia di catalizzare nicchie di nostalgici e di riaccendere il fanatismo. Chi non conosce la realtà e la Storia», dice Walsh, «ipotizza con superficialità una soluzione di confine come quelli esistenti tra Svezia e Norvegia oppure tra Italia e Svizzera. In Irlanda non c&#8217;è alternativa al confine invisibile, qualsiasi altra soluzione è pericolosa». Infatti anche l&#8217;escamotage tecnologico appare utopico. L&#8217;idea di uno «smart border 2.0» dove i controlli possano avvenire senza barriere fisiche telecamere, check delle targhe incrociati con documenti fiscali preventivi &#8211; è tramontata quando si è capito che anche appunto tra Svezia e Norvegia, dove la tecnologia è ampiamente utilizzata, vi sono 14 punti di controllo fisico. «Qualsiasi passo indietro sarebbe pericoloso. Il confine che divideva le due parti dell&#8217;Irlanda è svanito gradualmente, prima con l&#8217;abolizione dei controlli doganali seguita all&#8217;ingresso della Gran Bretagna nella comunità europea, poi con l&#8217;implementazione del processo di pace, che ha rimosso i blocchi stradali armati e la sorveglianza elettronica in quella che era una delle frontiere più sensibili e militarizzate d&#8217;Europa. Il border era infatti anche una barriera psicologica e istituirla di nuovo, dopo aver faticato così tanto per abbatterla, riporterebbe in vita vecchi simbolismi e contrapposizioni identitarie». «In ogni caso &#8211; aggiunge Walsh &#8211; non è facile ritessere complessi accordi di free trade in pochi mesi».</p>

<p>Theresa May appare «intrappolata nel dossier irlandese», cerca di rassicurare Dublino, Belfast, Bruxelles e i custodi dell&#8217;ortodossia brexitaria. Ma trovare una soluzione che tenga conto di tutte le esigenze sembra impossibile. E, oltretutto, c&#8217;è poco tempo per provare a farlo: il Regno Unito, secondo gli accordi, uscirà ufficialmente dall&#8217;Ue nel marzo 2019, per poi iniziare un periodo di transizione che si concluderà definitivamente il 31 dicembre 2010. Per rispettare le scadenze, è necessario chiudere tutti i dossier, compreso quello irlandese, in tempo per il Consiglio europeo di giugno in modo da poter stipulare un accordo definitivo in ottobre, in tempo per il Consiglio europeo del prossimo giugno, in modo da poter stipulare un accordo definitivo in ottobre. L&#8217;accordo sarà poi sottoposto al Parlamento inglese, per l&#8217;approvazione. Per fare pressione sui recalcitranti, Theresa May diffonde l&#8217;idea secondo cui, qualora non passasse la ratifica, il Regno Unito sarebbe costretto a tuffarsi senza rete nei marosi della Brexit. E a quel punto il salto nel buio potrebbe diventerebbe un suicidio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/tempo-sta-scadere-attenzione-ai-fanatismi.html">&#8220;Il tempo sta per scadere  Attenzione ai fanatismi&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;incubo frontiera nell&#8217;Irlanda in pace Ora l&#8217;isola trema per il rebus Brexit</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/irlanda-effetto-brexit.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 05:56:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[irlanda]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/irlanda-effetto-brexit-166139.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>I camion della Guinness che s&#8217;incrociano di continuo lungo la circonvallazione di Castlewellan, centro del Nord Irlanda d&#8217;oltreconfine provenendo da Sud, sono la più simbolica rappresentazione del cortocircuito in cui è piombata l&#8217;isola con le trattative tra Bruxelles e Londra per la Brexit. Prima di arrivare nei pub di tutto il mondo, la mitica Guinness &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/irlanda-effetto-brexit.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/irlanda-effetto-brexit.html">L&#8217;incubo frontiera nell&#8217;Irlanda in pace Ora l&#8217;isola trema per il rebus Brexit</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/7273965-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>I camion della Guinness che s&#8217;incrociano di continuo lungo la circonvallazione di Castlewellan, centro del Nord Irlanda d&#8217;oltreconfine provenendo da Sud, sono la più simbolica rappresentazione del cortocircuito in cui è piombata l&#8217;isola con le trattative tra Bruxelles e Londra per la Brexit. Prima di arrivare nei pub di tutto il mondo, la mitica Guinness passa il confine due o tre volte. Prodotta a Dublino, spedita a Belfast per essere confezionata, rispedita a Sud e, da qui, di nuovo in Nord Irlanda per raggiungere poi il Regno Unito e il resto del globo. Nessuna barriera, dogana, rallentamento. I camion viaggiano come se l&#8217;isola non fosse divisa da quei 499 chilometri di soft border; che è poi ciò che viene «venduto» al turista appena arriva all&#8217;aeroporto di Dublino: la foto che vuole comunicare la forza e la bellezza di questa terra di smeraldo è di uno struggente paesaggio del Nord.</p>
<p>Tra le due realtà la provincia britannica e la Repubblica &#8211; nulla a ricordare un passato di odio, sangue, divisioni; l&#8217;unico filo spinato segna i pascoli per le pecore nella brughiera, da una parte e dall&#8217;altra. Come quando si arriva a Derry, entrando e uscendo in continuazione da un limite invisibile che attraversa fiumi, campi, fattorie (te ne accorgi solo dai cartelli, chilometri a Sud, miglia a Nord): la fattoria di David Crockett si estende per oltre 120 ettari su entrambi i lati. «Come sarà possibile sopravvivere per noi agricoltori se si tornerà, come vogliono gli ultras di una Brexit radicale, alla chiusura delle strade di confine, alle dogane e ai dazi, alla reitroduzione dei pattugliamenti armati e delle torri di guardia smantellate al termine della guerra civile?», si chiede David.</p>

<p>Il ritorno di un confine fisico avrebbe ripercussioni enormi sul movimento di beni, persone (35mila i frontalieri che passano ogni giorno), sull&#8217;economia irlandese e più ancora nordirlandese, in particolare sul settore agricolo e alimentare. «Tutto il grano prodotto dall&#8217;Irlanda viene lavorato nel Nord», spiega l&#8217;allevatore, «mentre il 30 per cento del latte prodotto nel Nord è spedito in Irlanda per la produzione di latticini. Il 31 per cento dell&#8217;export nordirlandese va all&#8217;Irlanda e il 27 dell&#8217;import nordirlandese viene dall&#8217;Irlanda». Un milione di camion, come quelli della Guinness, 1,3 milioni di furgoni e 12 milioni di automobili transitano di qui ogni anno. Ora l&#8217;incubo è che questo diventi una sorta di «nuovo Vallo di Adriano», il limes tra Regno Unito e Unione europea. Una partita così cruciale che dal suo esito dipende l&#8217;entrata o meno in vigore della Brexit.</p>
<p>Sono passati vent&#8217;anni dagli accordi del Venerdì Santo che portarono alla fine dei Troubles, i «guai» come sono stati chiamati con eccessivo understatement tre decenni di conflitto in Nord Irlanda tra unionisti protestanti, propugnatori del legame con la Gran Bretagna (appoggiati dall&#8217;esercito di Sua Maestà), e nazionalisti cattolici in lotta armata per l&#8217;unificazione con la Repubblica irlandese: un odio che ha prodotto quasi quattromila morti. Quegli accordi di pace anglo-irlandesi sono stati un successo fino a diventare modello dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine. La violenza è via via diminuita, le relazioni tra unionisti e repubblicani, anche grazie ai massicci investimenti e ai progetti d&#8217;integrazione dell&#8217;Unione europea, hanno fatto passi da gigante, il confine che separava le sei contee del Nord è diventato invisibile. «La riconciliazione non era affatto garantita o imposta da quelle firme», ha detto all&#8217;Atlantic George Mitchell, allora inviato speciale di Washington e vero architetto degli accordi: «Erano contemplate due idee di futuro, gli obbiettivi politici delle due comunità erano entrambi validi, solo che dovevano essere percorsi in modo democratico e pacifico». Il confine potrebbe rimettere tutto in discussione.</p>

<p>Un recente sondaggio di Sky News ha confermato che la metà cattolica dei nordirlandesi non ha amici protestanti e viceversa. Una spaccatura che resiste ed è rappresentata anche a livello politico: se infatti gli accordi prevedevano un governo di coalizione tra gli unionisti del Dup e i repubblicani del Sinn Fèin, dal 2017 il patto è saltato e Belfast non ha un esecutivo proprio nel momento più delicato, quando cioè la Brexit minaccia di far crollare un pilastro del Good Friday Agreement, i confini aperti in base a una garanzia sottoscritta a suo tempo dall&#8217;Unione europea e ribadita nelle 120 pagine con cui Bruxelles si dice determinata a voler mantenere il Nord Irlanda nell&#8217;unione doganale europea e tutta l&#8217;isola nell&#8217;«area comune» in modo da impedire il ritorno al confine fisico. Il testo prevede una continuità pan-irlandese distinta dalla Gran Bretagna per quanto riguarda le dogane, la circolazione dei beni, l&#8217;agricoltura, l&#8217;ambiente, l&#8217;iva, gli aiuti di Stato e il mercato dell&#8217;energia. Addirittura sono previsti controlli doganali sulle merci che entrano nell&#8217;Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna.</p>
<p>Theresa May ha accusato l&#8217;Ue di voler smembrare il Regno, di fatto imponendo un confine marittimo con l&#8217;isola. «Questo non lo permetteremo mai», ha detto. E Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo ha replicato più o meno che o resta il confine aperto sancito dagli accordi del Venerdì Santo oppure salta la Brexit. Ma l&#8217;aspetto più inquietante è che i più determinati a ripristinare il confine sono gli unionisti del Dup, tra l&#8217;altro determinanti alleati della May a Westmister. «Qualsiasi ambiguità rispetto al legame del Nord Irlanda con il Regno Unito, per i protestanti del Dup vuol dire creare i presupposti per un&#8217;Irlanda unita. E questo risveglia vecchi fantasmi», dice al Giornale Katy Hayward, politologa alla Queen&#8217;s University di Belfast. «Ma l&#8217;ambiguità è insita negli accordi di vent&#8217;anni fa dove si contempla la possibilità di un&#8217;Irlanda unita se la maggioranza degli abitanti del Nord e della Repubblica lo decidessero con due referendum. Non dimentichiamo che il 56 per cento del Nord ha votato remain. Ecco perché dopo il fatidico 29 marzo 2019, quando la Gran Bretagna uscirà dalla Ue, potrebbe aprirsi anche un altro scenario, reso sempre più verosimile dai recenti sviluppi politici, economici e demografici, quello della riunificazione. Gli unionisti lo sanno, e non intendono permettere che si annacqui l&#8217;identità britannica in favore di una nazionalista. L&#8217;hard border è per loro argine psicologico vitale».</p>

<p>Per i repubblicani cattolici il ripristino di un confine fisico significa invece riportare indietro l&#8217;orologio della Storia, una violazione delle legittime aspirazioni. E questo riaccende il fuoco identitario. Un&#8217;incertezza sul futuro che può alimentare antiche divisioni. A partire dal luogo simbolo degli anni di piombo in Nord Irlanda, la città dalla doppia drammatica identità, Derry/Londonderry. Nelle sue strade si consumò il Bloody Sunday il 30 gennaio 1972, quando l&#8217;esercito britannico aprì il fuoco contro una folla di manifestanti cattolici per i diritti civili uccidendone 14. Derry la chiamano i cattolici, Londonderry dicono i protestanti. La parte della città a ovest del fiume si considera Irish, la parte a est British. I murales sono ancora lì a ricordare, ad ammonire. «Londonderry still under siege, no surrender», Londonderry ancora sotto assedio, non si arrende. «I Troubles non sono finiti», dice John, 37 anni, «anche se non ci sono le bombe, i morti». La violenza settaria non ha in realtà mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti «muri della pace», le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni Sessanta per prevenire le violenze e che continuano a separare molti quartieri. Nei giorni scorsi è uscita un&#8217;analisi dell&#8217;Esri, istituto indipendente di Dublino, secondo cui il ripristino della frontiera scuoterà le fondamenta del processo di pace. Anche per il venir meno dei fondi europei che nell&#8217;ultimo decennio hanno fatto nascere centinaia di progetti di riconciliazione. Ecco perché Bruxelles non intende diventare complice di un tragico ritorno al passato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/irlanda-effetto-brexit.html">L&#8217;incubo frontiera nell&#8217;Irlanda in pace Ora l&#8217;isola trema per il rebus Brexit</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Groenlandia, la “Catalogna boreale”   che può cambiare il volto dell’Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/elezioni-groenlandia-europa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 10:38:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Groenlandia]]></category>
		<category><![CDATA[unione-europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/elezioni-groenlandia-europa-166035.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="923" height="612" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia.jpg 923w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia-768x509.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 923px) 100vw, 923px" /></p>
<p>C’è del marcio in Groenlandia, dicono in Danimarca. Infatti le elezioni di domani 24 aprile nell’isola più grande del mondo, a Copenaghen sono vissute come un referendum secessionista, i giornali danesi parlano ormai di Greenxit oppure di Catalogna boreale. Se vincessero, come pare, le forze che spingono per l’uscita immediata della Groenlandia dal Regno, di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-groenlandia-europa.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-groenlandia-europa.html">Groenlandia, la “Catalogna boreale”   che può cambiare il volto dell’Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="923" height="612" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia.jpg 923w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/groenlandia-768x509.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 923px) 100vw, 923px" /></p><p>C’è del marcio in <strong>Groenlandia</strong>, dicono in Danimarca. Infatti le elezioni di domani 24 aprile nell’isola più grande del mondo, a Copenaghen sono vissute come un referendum secessionista, i giornali danesi parlano ormai di <strong>Greenxit</strong> oppure di <strong>Catalogna boreale</strong>.</p>
<p>Se vincessero, come pare, le forze che spingono per l’uscita immediata della Groenlandia dal Regno, di cui rappresenta il 98 per cento del territorio, s’aprirebbe una crisi di portata internazionale, anche se Kalaallit Nunaat, la Terra dell’uomo del Nord, come la chiamano gli inuit, è abitata da soli 57 mila individui, praticamente gli spettatori dello Juventus Stadium.</p>
<p>Ciò che accade a Nuuk, la lillipuziana capitale groenlandese, coinvolge interessi globali, l’<strong>Europa</strong>, gli <strong>Stati Uniti</strong>, la <strong>Nato</strong>, la <strong>Cina</strong>. L’accelerazione verso la totale indipendenza &#8211; aspirazione che accomuna tutti i partiti, divisi solo dalla tempistica &#8211; è dovuta alla travolgente trasformazione dell’Artico a causa del <strong>cambiamento climatico</strong> e all’irreversibile <strong>scioglimento dei ghiacci</strong>.</p>

<p>Nel &#8220;Nuovo Artico&#8221; è in atto la corsa per la conquista delle immense ricchezze ora accessibili; una fetta di pianeta che era quasi la Luna e ora, lontano dai riflettori mediatici, è diventata teatro del <strong>Grande Gioco geopolitico del Terzo millennio</strong>. E la Groenlandia, territorio danese nonostante gli inuit dal 2009 abbiano progressivamente conquistato la libertà d’autogovernarsi (a parte la politica estera e di difesa, ancora in mano a Copenaghen), si trova al centro della contesa con il suo strategico capitale geografico, ma soprattutto perché è una cassaforte mineraria che racchiude rubini, smeraldi, diamanti, oro, uranio, zinco, petrolio, gas&#8230;</p>
<p>Nonostante la pesca rappresenti ancora il 90 per cento del Pil e delle esportazioni, gli Inuit, afflitti da disoccupazione e degrado sociale, intendono comprarsi il biglietto per la libertà con le <strong>miniere</strong>; determinati a emanciparsi definitivamente dal Regno, che contribuisce con 500 milioni di euro l’anno per un minimo di welfare (non certo di livello scandinavo), offrendo concessioni a canadesi, australiani, sudafricani, soprattutto ai cinesi.</p>
<p>Dura per la piccola Danimarca mollare il bottino e perdere, attraverso la Groenlandia, il ruolo di potenza artica europea, l’unico Paese a tenere agganciata l’Ue alle opportunità di sviluppo nella regione che cresce di più al mondo, 11 per cento l’anno, dove si aprono nuovi immensi territori di pesca, nuove rotte mercantili, dove c’è tutto da costruire, fosse solo per i milioni di turisti sempre più attratti dal Grande Nord.</p>

<p>La Groenlandia uscì trent’anni fa dall’Unione, unico precedente alla Brexit; l’ultima speranza di Bruxelles è che decida di aderirvi da Stato indipendente. Nonostante le aperture commerciali degli ultimi anni, a partire dall’impegno di <strong>Antonio Tajani</strong> da commissario all’Industria per far restare l’Europa nella partita mineraria, e ai miliardi spesi in compensazione per le quote acquisite sulla pesca, lo sguardo dei sovranisti eschimesi, di destra e sinistra, è volto alla Cina, potenza che si definisce &#8220;quasi artica&#8221; e che ha annunciato da poco lo sviluppo di una<strong> Via polare della Seta</strong>.</p>
<p>La Groenlandia sta diventando il quartier generale di Pechino nel Grande Nord. Nell’isola ha già investito circa venti miliardi di euro, aprendo miniere di zinco, ferro, uranio e terre rare, impegnandosi nella costruzione di tre aeroporti e una grande base &#8220;scientifica&#8221;.</p>
<p>I ministri inuit sono ricevuti regolarmente al più alto livello dal governo cinese, indifferente all’irritazione di Washington e all’indignazione di Copenaghen: sappiamo come l’Occidente sia bene attento a non interferire in Tibet, addirittura a evitare incontri con il Dalai Lama, ma la Cina non si fa scrupoli a operare in Groenlandia come ha fatto in mezza Africa, ignorando lo status di un’isola ancora territorio danese e prima base militare strategica americana nell’emisfero settentrionale. Sin dai tempi della Guerra Fredda la Groenlandia è stata la garitta del Pentagono in cima al mondo; la base di Thule, a 800 chilometri dal Polo Nord è dotata di un sistema radar per la difesa antimissile in grado di proteggere Stati Uniti ed Europa, ma controlla anche molte operazioni in medio oriente (la cattura di Saddam Hussein fu gestita tra i ghiacci). L’ex ministro degli Esteri Vittus Qujaukitsoq, filocinese e ora a capo di un nuovo partito nazionalista (Nunatta Qitornai, discendenti della nostra terra) annuncia non solo la secessione dalla Danimarca, ma anche la chiusura delle basi americane e l’uscita dalla Nato. Ecco perché a Washington, come a Bruxelles, a Pechino e a Copenaghen le elezioni groenlandesi, di cui fino a qualche anno fa nessuno avrebbe nemmeno sentito parlare, sono improvvisamente sotto i riflettori.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-groenlandia-europa.html">Groenlandia, la “Catalogna boreale”   che può cambiare il volto dell’Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La storia straordinaria di Pittsburgh</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/la-storia-straordinaria-pittsburgh.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jun 2017 08:46:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/la-storia-straordinaria-pittsburgh-160381.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1390" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1.jpg 1390w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1390px) 100vw, 1390px" /></p>
<p>Da Pittsburgh. Il succo della storia sta tutto in una risata, quella che nel 2009 è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che come sede del G20 era stata scelta Pittsburgh. Bella questa, dopo Pechino, Londra, Berlino gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti nell&#8217;ex &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-storia-straordinaria-pittsburgh.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-storia-straordinaria-pittsburgh.html">La storia straordinaria di Pittsburgh</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1390" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1.jpg 1390w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/Pittsburgh_WEO_Night_1-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1390px) 100vw, 1390px" /></p><p><strong>Da Pittsburgh</strong>. Il succo della storia sta tutto in una risata, quella che nel 2009 è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che come sede del G20 era stata scelta Pittsburgh. Bella questa, dopo Pechino, Londra, Berlino gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti nell&#8217;ex capitale dell&#8217;acciaio e poi diventata simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost city, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rust Belt Provocazione per provocazione perché non scegliere Detroit allora? «Pittsburgh è una straordinaria storia americana, è la città del futuro», disse Gibbs.</p>
<p>Ed era vero, Pittsburgh, all&#8217;insaputa dei giornalisti di Washington, stava in cima a tutte le classifiche per la vivibilità e l&#8217;innovazione, emblema dell&#8217;inizio di un nuovo corso metropolitano e post industriale. Quindi ha suscitato nuove risate l&#8217;uscita di Donald Trump quando, per giustificare l&#8217;uscita dagli accordi internazionali sul clima, ha detto che lui è stato eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh e non di Parigi. Dimostrazione che in fondo non è mai uscito dalla sua Trump Tower: a parte l&#8217;intuizione rivoluzionaria della generale nausea per il politicamente corretto, ignora i cambiamenti non solo climatici, ma del suo stesso Paese, avvengano nelle farm del Montana o nelle periferie della Pennsylvania. Un uomo ancora fermo all&#8217;idea in bianco e nero della città proletaria e degli altiforni. E ha scelto proprio l&#8217;esempio peggiore, perché Pittsburgh fa scuola nel mondo per le sue pratiche ecologiche e l&#8217;abbattimento di emissioni, primato Usa nella costruzione verde, con ben 50 edifici (compresi tre stadi) negli standard Leed, una media di 30 minuti a piedi al giorno per abitante, ventimila chilometri di ciclabili insomma uno spot per gli accordi di Parigi.</p>
<p>Forse Trump ha voluto usare una formula giornalistica tipo la nostra «casalinga di Voghera», ma qui l&#8217;uscita è stata presa malissimo, perché il brand della nuova «Pitts» vale molti miliardi. «Oh povera Pittsburgh, guarda com&#8217;è ridotta». Il sindaco italoamericano e democratico Bill Perduto, con il cappellino dei Penguins, la squadra di hockey, fa il verso al presidente. «Sta parlando degli anni Ottanta, quando le acciaierie chiudevano e le famiglie non avevano i soldi per il latte. Qui ora il 60 per cento della popolazione è fatta di nuovi arrivati, attratti da una città leader nella tecnologia e della bio-medicina, dove Uber testa le auto senza pilota nell&#8217;ultima acciaieria chiusa nel 1999, un nuovo settore da tre miliardi di dollari per i prossimi cinque anni. Qui Google ha il suo centro strategico. Siamo il numero uno nei trapianti di organi».Gli abitanti crescono del 12 per cento l&#8217;anno, ora sono 305 mila. È ancora chiamata la Steel City, resta la sede del sindacato metalmeccanico, la United Steelworkers Union, così come della sua controparte, la UsSteel corporation, e va da sé che la gloriosa squadra di football è tutt&#8217;ora quella degli Steelers, ma l&#8217;acciaio ormai c&#8217;entra poco con Pitts, come la Ruhr con il carbone, roba dell&#8217;altro secolo. «Qui non si vedeva niente, i lampioni accesi anche di giorno, il fumo degli altiforni offuscava tutto e puzzava di uova marce, i fiumi erano neri e putridi», dice Tony Buba, ex operaio, figlio di minatori diventato leggendario documentarista delle rovine sociali. «Ora nei fiumi ci facciamo il bagno e peschiamo lucci grandi così».</p>
<p>È la città dei 35 college e università &#8211; Carnegie Mellon e University of Pittsburgh i fiori all&#8217;occhiello &#8211; delle nanotecnologie, della bioingegneria, hub ospedaliero guidato dall&#8217;Upmc, uno dei più importanti provider sanitari del mondo, che dà lavoro a 50mila persone con un giro d&#8217;affari di 5,6 miliardi di euro, punta di diamante l&#8217;Ospedale dei bambini, numero uno negli Usa e interamente ecosostenibile. Il Wall Street Journal la chiama «Roboburgh», perché sono quasi quattrocento le aziende spin-off nate nella robotica, tutti fondi privati. Ben 1.600 le imprese di information comunication technology, con 40mila posti di lavoro: la rivista Wired ha piazzato Pitts nella top 10 delle città ad alta tecnologia nel mondo. Vi sono dodici società italiane, tra cui Agip, Ansaldo, Danieli, Marcegaglia.Come è accaduto? «Vent&#8217;anni fa, mentre la siderurgia spariva provocando un disastro sociale, il grande capitale, le famiglie dei Carnegie, dei Frick, dei Mellon, degli Heinz (quelli del ketch up) non sono scappate con il bottino», racconta il sindaco, «ma hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che fanno man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato».</p>
<p>Anche Paul C. Wood, vicepresidente della Upmc è figlio di operai: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di farti trovare piazzato dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata puntando alla bolla del momento, ma per la prossima generazione. Non si spera nell&#8217;aiuto statale». L&#8217;allusione è a Detroit, stessa storia, finale diverso. La motortown del Michigan ha perso centomila abitanti in vent&#8217;anni, città in bancarotta, centro storico assediato dagli homeless. I capitali privati investiti nella regione di Pittsburgh sono stati il doppio di quelli spesi nell&#8217;intero Michigan. L&#8217;associazione del settore tecnologico a Pitts conta 1.400 soci, contro i 500 del club degli industriali delle auto a Detroit. «Inutile perdere tempo a cercare di salvare ciò che è perso per sempre. Quando è finita è finita. Si cambia strada», dice Barry Macak della Duquesne University.</p>
<p>A Pitts il costo della vita e delle case non sono drogati, il prezzo degli immobili sale, il boom della riconversione dell&#8217;edilizia industriale vale quattro miliardi di euro, la disoccupazione è ferma al 5 per cento. Tre anni fa Newsweek l&#8217;ha definita «il miglior posto in America per le famiglie di giovani professionisti»: solo nel 2016 sono arrivati seimila under 30 laureati a ripopolare gli 89 quartieri sparsi sulle colline e lungo i tre fiumi di Pitts, la città che doveva morire e che si gode il suo Rinascimento.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-storia-straordinaria-pittsburgh.html">La storia straordinaria di Pittsburgh</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin

Object Caching 59/290 objects using Redis
Page Caching using Disk: Enhanced 
Minified using Disk

Served from: it.insideover.com @ 2026-09-22 12:25:45 by W3 Total Cache
-->