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	<title>Martina Piumatti Archives - InsideOver</title>
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	<title>Martina Piumatti Archives - InsideOver</title>
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		<title>Non si può più dire niente: come funziona la dittatura del politically correct nei media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Aug 2023 09:07:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Abbatte statue, censura favole, riscrive la Storia. Epura scrittori, professori, scienziati, comici non in linea con i suoi dettami. La mannaia del politically correct non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Alfieri della nuova “religione” laica o vittime sacrificali, e sacrificabili, quando osano non essere conformi. L’autocensura politicamente corretta che ha travolto i media progressisti americani &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/non-si-puo-piu-dire-niente-come-funziona-la-dittatura-del-politically-correct-nei-media.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Abbatte statue, censura favole, riscrive la Storia. Epura scrittori, professori, scienziati, <a href="https://www.theguardian.com/culture/2023/aug/15/edinburgh-venue-cancels-graham-linehan-event-complaints" target="_blank" rel="noreferrer noopener">comici non in linea </a>con i suoi dettami. La mannaia del <em><strong>politically correct</strong></em> non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Alfieri della nuova “religione” laica o vittime sacrificali, e sacrificabili, quando osano non essere conformi.</p>



<p>L’autocensura politicamente corretta che ha travolto i <strong>media progressisti</strong> americani culmina nel 2020, dopo l’omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano della polizia. E non si ferma. Quello &#8211; dice<strong> Ruy Teixeira</strong>, politologo e fondatore di “The Liberal Patriot” &#8211; è servito solo come esempio del “razzismo strutturale” dell’America a “supremazia bianca”. “Le élite progressiste e le loro istituzioni si sono affrettate ad abbracciare l&#8217;idea che la razza sia il motore principale della disuguaglianza sociale e che tutti i bianchi debbano essere visti come privilegiati e tutte le &#8220;persone di colore&#8221; come oppresse”. Da risarcire per secoli di soprusi. Anche quando delinquono. Una narrazione con cui è vietato dissentire, altrimenti si è fuori.</p>



<p>Le teste che cadono sono tante e sono tutte illustri. A cominciare da James Bennet, capo della sezione “opinioni” del <em>New York Times</em>, costretto a dimettersi per aver pubblicato un editoriale del senatore Tom Cotton, favorevole all’impiego dell’esercito contro le frange violente delle <strong>rivolte pro neri </strong>che stavano devastando mezza America. Ad essere fatale a Stan Wischnowski, caporedattore del <em>Philadelphia Inquirer</em>, è un titolo: “Buildings Matter, Too” (anche gli edifici contano, ndr), che fa il verso a “Black Lives Matter”, vessillo delle rivendicazioni antirazziste.</p>



<p>Una <a href="https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">lettera&nbsp;contro la <em><strong>cancel culture</strong></em></a>, firmata dalla giornalista del<em> N</em>YT <strong>Bari Weiss</strong>, segna la sua condanna. Assunta nel tempio del progressismo per riequilibrarne gli eccessi perché di centro-sinistra, si è dimessa <a href="https://www.bariweiss.com/resignation-letter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">stremata dal “clima tossico”</a> di una redazione che per essere “inclusiva” bullizza a colpi di tweet (“razzista”, “nazista”) chi non si prostra alla “nuova ortodossia” liberal.&nbsp;Donald G. McNeil, giornalista scientifico di punta, sempre del <em>New York Times</em>, viene linciato per una parola detta (l’epiteto tabù per eccellenza “nigger”), ignorando contesto e intenzioni dell’”oltraggio”. Si dimette. E questi sono soltanto i casi che hanno fatto più rumore riguardanti la questione razziale, sentita negli States più che altrove. </p>



<p>Autocensura ed <strong>epurazione</strong> dell’’”eretico” sono la norma anche quando si toccano le altre categorie “santificate” dall’ideologia <em>woke</em> (propria di chi si è risvegliato, <em>woke</em> in inglese, ed è consapevole dei propri privilegi e pregiudizi razziali da espiare): donne, appartenenti alla comunità LBGTQ+, disabili, migranti. Il punto di vista deve essere uno solo: a favore, incondizionato e acritico. Pena: la gogna. Che addita e fa terra bruciata attorno ai dissidenti, dall’ondata di purghe inflitte dalla dittatura del <em>politically</em> <em>correct</em>.</p>



<p>In un panorama mediatico in cui &#8220;il dibattito &#8211; dice <strong>Michael Lind</strong>, giornalista e cofondatore del think tank New America &#8211; è stato sostituito dall&#8217;assenso obbligatorio e le <a href="https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/the-end-of-progressive-intellectual-life" target="_blank" rel="noreferrer noopener">idee sono state sostituite da slogan</a> che possono essere recitati ma non messi in discussione”, ad essere via via sacrificata è l’obiettività giornalistica. Al punto che un fatto diventa notizia se avvalora la narrazione <em>woke</em>, altrimenti viene bannato. </p>



<p>È il caso, sollevato da <strong>Federico Rampini</strong> in “Suicidio occidentale”, del giovane ricercatore piemontese Davide Giri, ucciso a New York da un pregiudicato afroamericano appartenente a Ebk, una delle gang più feroci del Queens. La notizia, nonostante la rilevanza, viene censurata dal <em>New York Times </em>perché stona con la retorica antirazzista sposata dalla testata. “L’interesse del quotidiano e il vigore investigativo messo in campo &#8211; scrive Rampini &#8211; sarebbero stati diversi se le parti fossero state rovesciate. Se cioè la vittima fosse stata afroamericana e l’omicida un bianco; […]. La tragedia sarebbe finita in prima pagina”.</p>



<p>Anche il principio dell’<strong>obiettività</strong> alla base di ogni giornalismo credibile<a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/14648849231160997" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> si immola in nome del “grande risveglio” </a>e diventa “un concetto problematico che ha contribuito a emarginare i giornalisti non bianchi, escludendo le comunità di colore e nascondendo strutture di potere che giustificano lo status quo”.</p>



<p>Ora, però, la dittatura del <em>politically</em> <em>correct</em> sembrerebbe mostrare qualche crepa. Molti si sono resi conto che gran parte di ciò che facevano per compiacere l’<strong>ideologia <em>woke</em></strong> non aveva senso, o era dettato più dalla paura di essere epurati che da una reale convinzione. Non solo. “È diventato sempre più ovvio &#8211; nota Teixeira &#8211; che le persone che dovrebbero beneficiare del “risveglio” collettivo non sono d&#8217;accordo con alcune delle iniziative correlate”. Dalla campagna “Defund the police&#8221; per tagliare i fondi stanziati per la polizia (non apprezzata dagli elettori neri delle comunità infestate dalla criminalità) all’appello del giornalista afroamericano del <em>Wall street journal </em>Jason Riley, che ci ha scritto un libro: “Per favore, smettetela di aiutarci: come i liberali rendono più difficile il successo dei neri”.</p>



<p>Se il <a href="https://www.aei.org/op-eds/ruy-teixeira-asks-whether-america-has-reached-peak-woke/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“picco del wokismo”</a> pare passato almeno nella società, qualcosa si muove anche nel contesto di “morte cerebrale” del giornalismo Usa, polarizzato tra <em>woke </em>a tutti i costi e no <em>woke</em> a prescindere. “Ciò che sopravvive &#8211; <a href="https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/the-end-of-progressive-intellectual-life" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rileva Lind </a>&#8211; oggi è costituito da un numero crescente di esiliati su Substack dal <strong>wokismo dell&#8217;establishment</strong> e da un numero crescente di dissidenti di sinistra, conservatori e populisti, alcuni dei quali si sono riuniti in nuove pubblicazioni come <em>American</em> <em>Affairs</em>, <em>Compact</em>, <em>The Bellows</em>, o più stravaganti come <em>Tablet</em>”.</p>



<p>Il cambio di passo si avverte anche negli avamposti della battaglia progressista. La <em>Cnn</em>, per smarcarsi dalle accuse di essere di parte e tornare a un approccio più obiettivo, si sta ricalibrando con programmi e <a href="https://www.theguardian.com/media/2022/jun/21/cnn-shifts-gears-from-partisanship-news-political-center" target="_blank" rel="noreferrer noopener">conduttori spostati più al centro</a>. Mentre <em>The Atlantic</em> ha pubblicato un articolo che mette in crisi uno dei <strong><a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/08/addiction-drug-policy-language-harm-evidence/674907/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dogmi della crociata liberal </a></strong>contro le parole: non ci sono prove &#8211; <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/08/addiction-drug-policy-language-harm-evidence/674907/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">si legge </a>&#8211; che un termine considerato “equo” o “offensivo” lo sia anche per quelle categorie che si vogliono tutelare. La <a href="https://nymag.com/intelligencer/2022/04/political-correctness-is-losing.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">conferma arriva da Ruben Gallego</a>, membro democratico del Congresso: &#8220;Quando noi politici latini usiamo il termine “latinx” (scelto dai liberal per definire gli americani di origini latine, <em>ndr</em>) è in gran parte per compiacere i progressisti ricchi e bianchi convinti che lo usiamo anche tra di noi&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Se il fervore <a href="https://nymag.com/intelligencer/2022/04/political-correctness-is-losing.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>politically</em> <em>correct</em> sembra perdere i colpi</a>, <a href="https://it.insideover.com/politica/la-guerra-alla-sinistra-woke-non-scalda-il-gop-cosi-trump-ha-fermato-lascesa-di-desantis.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la guerra alla cultura <em>woke</em> non tira più </a>neanche a destra, dove è chi punta sul <a href="https://nymag.com/intelligencer/2022/04/political-correctness-is-losing.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tema sicurezza a guidare i sondaggi</a>. Tutti segnali che in America, con la campagna per le presidenziali in corso, ci penserà la paura di perdere consenso a smorzare l’ideologia. Della politica, e dei media.</p>
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			</item>
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		<title>Da Twitter a TikTok. I social stanno trasformando i giornalisti in influencer?</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/da-twitter-a-tiktok-i-social-stanno-trasformando-i-giornalisti-in-influencer.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Aug 2023 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le persone leggono di meno i giornali ma si fidano dei più dei singoli giornalisti, che diventano così veri e propri influencer</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/da-twitter-a-tiktok-i-social-stanno-trasformando-i-giornalisti-in-influencer.html">Da Twitter a TikTok. I social stanno trasformando i giornalisti in influencer?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230821103138752_46ab123afb5ca6937b033fa54ce06a45-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Se le persone passano ormai buona parte delle loro vite sui <strong>social</strong>, per intercettarle è lì che bisogna andare. Ce lo dicono i dati. In media &#8211; rileva il report <a href="https://wearesocial.com/it/blog/2023/01/digital-2023-i-dati-globali/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Digital 2023 </a>di We are social &#8211; stiamo sulle varie piattaforme più di 2 ore e mezza al giorno: la cifra più alta di sempre. E usiamo i social (44 milioni in Italia hanno almeno un account) anche per informarci. Appena il 22% &#8211; secondo il <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/digital-news-report/2023" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Digital news report 2023 </a>del Reuters Institute, basato su un sondaggio di YouGov che con oltre 93 mila utenti in 46 mercati copre metà della popolazione mondiale &#8211; va sul sito di una testata o su un’app di un giornale, il 10% in meno rispetto al 2018.</p>



<p>Un trend che ha portato i media a inseguire man mano l’utente potenziale dove è migrato. Sui social, appunto. Trovare fonti, dare notizie, bruciare la concorrenza nel raggiungere il lettore non sono mai stati così veloci. I formati si moltiplicano, i <strong>canali di promozione</strong> dei contenuti variano in base al target e la platea si allarga a dismisura. L’interazione costante data dal feedback in tempo reale, oltre a permettere di aggiustare il tiro secondo le reazioni degli utenti, li fidelizza. Così lo “sbarco” del giornalismo sui social, rispondendo a un nuovo modo di informarsi, ha trasformato anche il modo di informare.</p>



<p>In principio fu <strong>Twitter</strong>, ancora <a href="https://www.pewresearch.org/short-reads/2022/06/27/twitter-is-the-go-to-social-media-site-for-u-s-journalists-but-not-for-the-public/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il più usato dai giornalisti </a>(seguono Facebook, Instagram, LinkedIn e YouTube). Non dal loro pubblico, però, che preferisce TikTok, Instagram, Youtube o altre piattaforme dominate dai <strong>contenuti video</strong>. Un <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/journalism-media-and-technology-trends-and-predictions-2023" target="_blank" rel="noreferrer noopener">cambio di passo </a>che sta spostando in quella direzione (verso i video) anche i media.&nbsp;Il social lanciato da Jack Dorsey nel 2007 ha indotto i giornalisti ad assorbire logica e stile del nuovo formato multimediale. Nel familiarizzare con <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1461670X.2011.571825?journalCode=rjos20" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la pratica del microblogging</a>, l’imparzialità ha lasciato spazio all’opinione personale del giornalista, che però ha imparato a garantire maggiore trasparenza sul proprio lavoro e a condividere con i propri follower anche i contenuti generati da altri utenti.&nbsp;</p>



<p>La gestione turbolenta di Elon Musk, unita allo scarso uso di Twitter dagli chi è a caccia di news (solo il 13%), sta portando <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/journalism-media-and-technology-trends-and-predictions-2023" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i giornalisti a preferire LinkedIn</a> (42%), Mastodon (10%) e Facebook (7%). Mentre le varie testate investono sempre di più in podcast e newsletter (spesso sfruttando piattaforme create ad hoc come Substack, <a href="https://www.beehiiv.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Beehiiv</a>&nbsp;o <a href="https://ghost.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ghost</a>): due canali che si sono dimostrati efficaci nell&#8217;aumentare la fidelizzazione degli utenti. </p>



<p>Se Facebook arranca, non si arresta la corsa di <strong>Instagram</strong> (ha raggiunto i <a href="https://s21.q4cdn.com/399680738/files/doc_financials/2022/q3/Meta-Q3-2022-Earnings-Call-Transcript.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">2 miliardi di utenti attivi </a>mensili) nell’essere sempre <a href="https://www.niemanlab.org/2022/10/tiktok-and-instagram-are-the-only-social-networks-that-are-growing-as-news-sources-for-americans/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">più usato (insieme a TikTok) per il consumo di notizie</a>. Stories, reel, Igtv, caroselli: sono diversi i formati messi a disposizione dalla piattaforma targata Zuckerberg. Basta scegliere il più adatto al contenuto da veicolare. Funzionali, d’impatto, facili da fruire, le stories stanno diventando il mezzo perfetto per diffondere e consumare notizie. Nel tempo si sono evolute, includendo ogni genere di tool per agevolare la promozione dei contenuti. Dal testo sopra le immagini alla musica, agli sticker, ai collage che associano video e immagini statiche, fino alla possibilità di inserire link: fondamentale per spostare gli utenti dai social ai siti web delle testate.</p>



<p>Il potenziale comunicativo in perenne evoluzione di Instagram ha spianato la strada a nuove realtà, nate e pensate per informare sui social (in Italia le principali sono <em>Will</em>, <em>Factanza</em> e <em>Torcha</em>). Ogni <strong>testata giornalistica</strong> ha la propria cifra per differenziarsi in base a obiettivi e target. C’è chi punta su grafiche visive d’effetto e frame di audio, chi predilige un profilo più narrativo con le stories in evidenza e chi mischia. Lo scopo è lo stesso (oltre a fare informazione): conservare la propria fetta di pubblico e aumentare il numero di follower.</p>



<p>Per farlo, spesso una sola piattaforma non basta. Dato che i giornali inseguono il lettore ovunque vada, potevano farsi mancare <strong>TikTok</strong>? No. <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/u/0/d/1n2a8dSLE6ZG5Eql_Bt9ayPi14WkZ3-IsviEmlI1f11Q/edit?urp=gmail_link&amp;pli=1#gid=0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui l’elenco aggiornato di chi non ha resistito</a>. “Così &#8211;&nbsp;sostiene uno studio sull’<a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1464884920969092?journalCode=joua" target="_blank" rel="noreferrer noopener">impatto di TikTok sul giornalismo</a> &#8211; le testate giornalistiche imparano a fondere forme di media inedite (ad esempio, video divertenti, sfide) con versioni adattate di quelle tradizionali (segmenti di notizie, frammenti di interviste). Il passaggio, però, non sempre è indolore. “A volte, il contenuto si allontana dal giornalismo per cercare di intercettare il pubblico più giovane nel suo habitat naturale&#8221;. Insomma, non arrivano a “<a href="https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1464884920969092?journalCode=joua" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ballare letteralmente le notizie</a>, ma con il brand della testata in bella vista mostrano il lavoro dietro le quinte in un&#8217;atmosfera informale e musicale con un tono divertente, semplice e accattivante”. Anche se si cerca “un equilibrio tra news, emozioni ed empatia”, il rischio che l’informazione degeneri in intrattenimento è dietro l’angolo.</p>



<p>E in un contesto in cui la fiducia del pubblico verso i media è già al collasso, ad attenderli al varco ci sono <strong>influencer </strong>e creator digitali. Che in genere hanno più follower e <a href="https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/journalism-media-and-technology-trends-and-predictions-2023" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sono considerati più credibili come fonte di informazione</a>. Almeno dagli utenti under 30.&nbsp;“Questo &#8211; ci spiega <strong>Nic Newman</strong>, autore del Digital news report del Reuters institute &#8211; è per lo più un cambiamento generazionale. I più giovani tendono a trascorrere gran parte del loro tempo su YouTube, Instagram e TikTok, dove la cultura dei creator è diventata dominante. Soprattutto durante il Covid, i creator hanno iniziato a parlare di argomenti legati alla cronaca. Gli utenti più giovani li ascoltano e poi ne parlano a loro volta”.</p>



<p>Sui social cambiano le regole del gioco e la differenza tra giornalisti e divulgatori di notizie non è più così importante e, soprattutto, non è garanzia di maggiore affidabilità. Sottovalutare la <strong>competizione</strong> con i creator digitali, più avvezzi alle dinamiche social e con community solide a seguito, è un rischio. Non calcolato e pagato caro da due top player del settore, <em>BuzzFeed</em> <em>News</em> e <em>Vice Media</em>, che sono stati <a href="https://tg24.sky.it/tecnologia/2023/05/03/buzzfeed-news-vice-giornalismo-online-crisi/amp" target="_blank" rel="noreferrer noopener">costretti a chiudere i battenti</a>.&nbsp;</p>



<p>Se a indirizzare il consumo di news sono sempre più <strong>algoritmi</strong> e creator, l’unica strada che hanno i giornalisti “per non morire” è diventare influencer? “No, &#8211; dice Newman &#8211; ma c&#8217;è molto che possono imparare sul loro modo di unire informazione e intrattenimento. Le testate potrebbero aiutare i propri giornalisti di punta a costruire e promuovere il loro profilo sui vari canali. Può essere un modo per far quadrare il cerchio e rendere il giornalismo più rilevante, e anche più umano. A patto, però, che si rispettino i principi deontologici”.</p>



<p>&#8220;Giocare all’influencer&#8221;, insomma, può essere un’arma a doppio taglio. Da una parte, coltivando la relazione diretta con i follower, si intercettano più utenti. Dall’altra, si trasforma il giornalismo in <strong><em>personal branding</em></strong>. Il lettore non si fidelizza alla testata ma al singolo giornalista, che così si auto promuove: un <a href="https://www.professionereporter.eu/2022/04/new-york-times-il-direttore-ai-giornalisti-fate-meno-tweet-cercate-piu-notizie/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pericoloso cortocircuito</a>, dove l’attendibilità della notizia si fonda più sul rapporto personale che su criteri oggettivi. E il valore del giornalista-influencer dipende dal numero di follower e dalla capacità di sfornare i contenuti imposti dall&#8217;algoritmo. </p>



<p>Non proprio il massimo per il giornalismo che vuole salvarsi dalla condanna all’irrilevanza. “Per sopravvivere &#8211; aggiunge il giornalista esperto di strategie digitali, tra i fondatori del sito <em>BBC News</em> &#8211; deve attenersi al suo ruolo, che è quello di fornire informazioni affidabili, utili e pertinenti, usando tutti i canali in cui l’utente le richiede. Solo così potrà recuperarne la <strong>fiducia</strong>”. </p>



<p>Secondo l’editore americano <strong>Bryan Goldberg</strong> (ceo di BDG Media), invece, l’unica vai per sottrarsi alla&nbsp;competizione, persa in partenza, con i social è <a href="https://pressgazette.co.uk/publishers/digital-journalism/publishers-must-adapt-to-life-outside-the-world-wide-web-or-be-crushed-says-bustle-ceo-bryan-goldberg/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">uscire dal web</a>, puntando su newsletter, organizzazione di eventi o qualsiasi altro contesto che non sia monopolizzato da Google &amp; Co. “E chi non si adegua verrà schiacciato”. Della serie: se non puoi batterli sul loro campo da gioco, cambia campo. O sarai costretto a cambiare gioco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/da-twitter-a-tiktok-i-social-stanno-trasformando-i-giornalisti-in-influencer.html">Da Twitter a TikTok. I social stanno trasformando i giornalisti in influencer?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Dalle inchieste ai podcast: i &#8220;giornalisti robot&#8221; e i rischi dietro all&#8217;Intelligenza artificiale</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/dalle-inchieste-ai-podcast-i-giornalisti-robot-e-i-rischi-dietro-allintelligenza-artificiale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Aug 2023 20:49:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[chatgpt]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo d'inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[robot]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'Ai generativa pone rischi (ma anche opportunità) per il giornalsimo. Dai podcast alle inchieste ecco cosa possono fare i giornalisti robot</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/dalle-inchieste-ai-podcast-i-giornalisti-robot-e-i-rischi-dietro-allintelligenza-artificiale.html">Dalle inchieste ai podcast: i &#8220;giornalisti robot&#8221; e i rischi dietro all&#8217;Intelligenza artificiale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230816162048486_8ea88a6cd62665b26a9fe6ab3a7cdcf0-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Alba di un futuro distopico in cui i robot rimpiazzeranno i giornalisti o svolta epocale contro la fine, da anni data per certa, del giornalismo? Nessuno dei due. L’<strong>intelligenza artificiale</strong> non è una novità e no, non sarà la panacea di tutti i mali del mondo dell’informazione. “È, sì, un significativo cambio di passo nella tecnologia, &#8211; <a href="https://www.inpublishing.co.uk/articles/the-next-generation-of-ai-22047" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sottolinea <strong>Charlie Beckett</strong></a>, professore di Media e Comunicazione della LSE, fondatore di <a href="https://www.journalismaidiscovery.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">JournalismAI</a>, un portale nato per formare i media all’uso responsabile dell&#8217;intelligenza artificiale &#8211; ma non è certo un miracolo”.&nbsp;</p>



<p>Un po’ come la digitalizzazione forzata prima e i social network dopo, anche l’IA è qui per restare nelle nostre vite lavorative, e non solo. Quindi, tanto vale imparare a usarla. Le <a href="https://www.lsdi.it/2023/presentato-il-report-2023-dellosservatorio-sul-giornalismo-digitale-dellordine-dei-giornalisti/?amp=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">applicazioni </a>sono parecchie, molte delle quali già in uso da anni. Sia nella vecchia versione, che nella nuova veste “generativa” su modello di DALL-E2 e del noto <strong>ChatGPT</strong>, il &#8220;trasformatore generativo pre-addestrato&#8221; capace di estrarre, elaborare e produrre informazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli esperimenti dei big media</h2>



<p>Vera pioniera dell’IA applicata ai media, l’<em>Associated Press</em>, partita nel 2014 automatizzando gli articoli sugli utili societari, oggi si affida all’algoritmo per raccolta, produzione e distribuzione delle notizie. Era il 2016, durante le Olimpiadi di Rio, quando <em>The Washington Post</em> ha testato per la prima volta Heliograf, il <strong>bot-reporter</strong> che si “smazza”, automaticamente, la cronaca spicciola, come risultati sportivi o elettorali, lasciando i giornalisti “veri” liberi di dedicarsi all’approfondimento. Nel 2021, in piena era podcast, ha introdotto Amazon Polly, che trasforma il testo in parlato realistico.</p>



<p>News Tracer di <em>Reuters</em> consente di individuare, tracciare e verificare le notizie che girano sui social media. Mentre James, in dotazione a <em>Times </em>e <em>Sunday Times</em>, si comporta come un “maggiordomo digitale” che propone agli abbonati, via newsletter e con la frequenza più adatta, contenuti selezionati in base alle abitudini di lettura. Poi, c’è Project Feels del <em>New York Times </em>che genera in automatico riassunti di articoli per prevederne l’impatto emotivo e costruire strategie di annunci calibrate su target e contesto. </p>



<p>Oltre ai prodotti pensati per facilitare il lavoro dei big dell’informazione, iniziano a circolare tools sviluppati da varie startup accessibili anche a redazioni più piccole. Come Azimov, il “super smart editor” creato da Asc27, che monitora il web per capire in anticipo le tendenze e generare testi, &#8220;bruciando&#8221; Google Trend di 6-12 ore. O come GoCharlie.ia, “il primo e unico motore di intelligenza artificiale multimodale al mondo”, che trasforma i formati dei contenuti, convertendo video in immagini o articoli.</p>



<p>In Italia, nonostante <a href="https://www.lsdi.it/2023/presentato-il-report-2023-dellosservatorio-sul-giornalismo-digitale-dellordine-dei-giornalisti/?amp=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il ritardo fisiologico</a>, <a href="https://www.osservatori.net/it/ricerche/comunicati-stampa/intelligenza-artificiale-crescita-chatgpt" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qualcosa si muove</a> nell’inevitabile convivenza tra esseri umani e algoritmi. Anche nelle redazioni. L’<em>Ansa</em> nel 2020, durante la pandemia, ha automatizzato la produzione di notizie sulla base dei dati forniti dalla Protezione civile. Mentre un sistema sviluppato da Mediaset suggerisce i trend, aiuta a definire il palinsesto e a calcolare l’audience in tempo reale.</p>



<p>L’IA, però, oltre a sobbarcarsi il lavoro sporco e noioso (come <a href="https://www.deepl.com/en/blog/how-does-deepl-work" target="_blank" rel="noreferrer noopener">DeepL</a>&nbsp;o <a href="https://otter.ai/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Otter</a> per la traduzione e <a href="https://www.grammarly.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Grammarly</a> per l’editing in lingua inglese, <em>ndr</em>), può diventare uno strumento prezioso anche per il giornalista investigativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;AI e il giornalismo investigativo</h2>



<p>“Tecnologie come GPT-4, ChatGPT e LLaMA, grazie a un&#8217;interfaccia interattiva basata sulla chat che non era disponibile prima, &#8211; ci dice <strong>Brandon Roberts</strong>, data journalist tra i <a href="https://bxroberts.org/work/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">massimi esperti di IA applicata all’inchiesta</a> &#8211; agevolano la traduzione, le migliorie stilistico/grammaticali, l&#8217;identificazione dei “pregiudizi”, l&#8217;esplorazione e l’estrapolazione di informazioni utili da grandi database”.</p>



<p>Nel 2013 Roberts stava facendo delle ricerche sull’attività illecita di alcuni politici locali per&nbsp;<em>The Austin Bulldog</em>, un’ong con sede ad Austin, in Texas. Avendo bisogno di incrociare nomi e indirizzi, mise a punto dei tool per automatizzare l’identificazione tra database diversi. Quella è stata la prima volta che ha usato l’intelligenza artificiale per fare un&#8217;<strong>inchiesta</strong>, <a href="https://web.archive.org/web/20151004213528/http://www.theaustinbulldog.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=266:homestead-exemptions-rife-with-abuse&amp;catid=3:main-articles" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rintracciando storie di evasione fiscale&nbsp;</a>e consentendo il recupero di centinaia di migliaia di dollari di imposte arretrate. Da allora, la capacità di estrarre informazioni si è evoluta in modo esponenziale. “ChatGPT &#8211; avverte Roberts &#8211; rappresenta un enorme balzo in avanti per i progetti investigativi, ma ha anche la capacità di sparare sciocchezze solo in apparenza plausibili”.</p>



<p>È quello che è successo con il <a href="https://www.washingtonpost.com/media/2023/01/17/cnet-ai-articles-journalism-corrections/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“disastro giornalistico” di CNET</a>, un sito di informazione tecnologica che ha testato la pubblicazione di articoli scritti interamente dall’intelligenza artificiale. Un azzardo&nbsp;finito male, visto che i pezzi erano infarciti di errori grossolani. Oltre che una prova della <strong>superiorità dei giornalisti</strong> in carne e ossa sui loro concorrenti artificiali, “incapaci di interpretare i fatti e distinguere la verità”. Insomma: “L&#8217;IA &#8211; ci assicura Roberts &#8211; è qui per aiutare i giornalisti, non per sostituirli”. Almeno per ora.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La trappola dell&#8217;AI generativa</h2>



<p>Per scongiurare una propagazione incontrollata di fake news, quindi, basterebbe affidarsi al check umano. Il rischio, però, che il &#8220;giocattolino&#8221; ci sfugga di mano come nei peggiori incubi fantascientifici è già realtà. Basta citare <em>The Joe Rogan AI Experience</em>, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=T20CtNuIqg8" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un <strong>podcast</strong> prodotto interamente dall’intelligenza artificiale</a> copiando il format scritto dal commentatore statunitense Joe Rogan. Come nella versione “umana”, si tratta di lunghe interviste fatte dal conduttore a un ospite. Del progetto lanciato da Hugo su YouTube lo scorso febbraio (raccogliendo quasi un milione e quattrocentomila visualizzazioni in cinque mesi),&nbsp;impressiona la clamorosa verosimiglianza. Ma come per le immagini generate dall’IA, c’è sempre quel dettaglio, quella banalità sfuggita che smaschera il fake.</p>



<p>Se il dubbio resta, ci si può affidare a una serie di strumenti (basati, ironia della sorte, sull’IA)&nbsp;progettati per <a href="https://ijnet.org/en/story/tracking-disinformation-these-ai-tools-can-help" target="_blank" rel="noreferrer noopener">intercettare i </a><strong><a href="https://ijnet.org/en/story/tracking-disinformation-these-ai-tools-can-help" target="_blank" rel="noreferrer noopener">contenuti prodotti dai bot</a></strong>. Sempre che qualcuno non li abbia “umanizzati” con Undetectable IA, un programma che promette di trasformare i contenuti, inizialmente rilevati come scritti al 100% dall’IA, in un testo <a href="https://undetectable.ai/?fpr=m2&amp;gclid=CjwKCAjw_uGmBhBREiwAeOfsd_vccqtl4wG6JsHFrRLOvVqNZSUAOUFVFzE0KMTY1cB-yC-c_adkmhoCF0gQAvD_BwE" target="_blank" rel="noreferrer noopener">capace di ottenere un punteggio come umano al 99%</a> in tutti i rilevatori di contenuti IA.&nbsp;</p>



<p>In pratica, un bot progettato per ingannare i bot in una <strong>guerra tra algoritmi</strong>, dove l’umano pare relegato sempre più al ruolo di spettatore passivo. Ora che il “dannato futuro” è già qui, anche per i media, resta da capire che fine faranno i giornalisti, quelli veri. Sapranno sfruttare l’IA facendo ancora la differenza o verranno surclassati dai loro competitor sempre più umani? Una cosa è certa: “Se è così facile farti rimpiazzare &#8211; ci tranquillizza, si fa per dire, Beckett &#8211; probabilmente non dovresti fare il giornalista”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/dalle-inchieste-ai-podcast-i-giornalisti-robot-e-i-rischi-dietro-allintelligenza-artificiale.html">Dalle inchieste ai podcast: i &#8220;giornalisti robot&#8221; e i rischi dietro all&#8217;Intelligenza artificiale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>“Le vittime di guerra non sono tutte uguali”: il confronto che inchioda l’ipocrisia dei media</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/le-vittime-di-guerra-non-sono-tutte-uguali-il-confronto-che-inchioda-lipocrisia-dei-media.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Aug 2023 04:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti di guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Yemen]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Guerre, stragi di civili, crisi umanitarie dovrebbero essere sempre &#8220;notiziabili&#8221;. Alcune, però, lo sono più di altre. A smascherare la presunta imparzialità dei media &#8211; e lo fa in uno dei baluardi della credibilità giornalistica, The New York Times  &#8211; è un report che misura il peso specifico del pregiudizio di giornali, e giornalisti. Perché, oltre &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/le-vittime-di-guerra-non-sono-tutte-uguali-il-confronto-che-inchioda-lipocrisia-dei-media.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/le-vittime-di-guerra-non-sono-tutte-uguali-il-confronto-che-inchioda-lipocrisia-dei-media.html">“Le vittime di guerra non sono tutte uguali”: il confronto che inchioda l’ipocrisia dei media</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ilgiornale2_20230808131722181_1d40af8f14067b439a25b968f02861dc-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Guerre, stragi di civili, crisi umanitarie dovrebbero essere sempre &#8220;notiziabili&#8221;. Alcune, però, lo sono più di altre. A smascherare la presunta imparzialità dei media &#8211; e lo fa in uno dei <a href="https://www.statista.com/statistics/239784/credibility-of-major-news-organizations-in-the-us/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">baluardi della credibilità </a>giornalistica, <em>The New York Times</em>  &#8211; è <a href="https://theconversation.com/headlines-and-front-lines-how-us-news-coverage-of-wars-in-yemen-and-ukraine-reveals-a-bias-in-recording-civilian-harm-209652" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un report che misura il peso specifico del pregiudizio </a>di giornali, e giornalisti. Perché, oltre ad essere spesso<a href="https://www.washingtonpost.com/news/the-fix/wp/2014/03/19/americans-read-headlines-and-not-much-else/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> l’unica cosa che legge l’utente medio</a>, i titoli condizionano il modo in cui una <a href="https://www.newyorker.com/science/maria-konnikova/headlines-change-way-think" target="_blank" rel="noreferrer noopener">notizia viene interpretata</a> e ricordata, semplificando la <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1461670X.2022.2138946" target="_blank" rel="noreferrer noopener">posizione della testata </a>su una questione in modo riconoscibile per il proprio target. </p>



<p>Gli autori &#8211; <strong><a href="https://www.estherbritoruiz.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Esther Brito Ruiz</a> </strong>e<strong> </strong><a href="https://jeffbachman.weebly.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Jeff Bachman</strong> </a>dell’American University School of International Service &#8211; hanno confrontato la copertura del <em>Times</em> dell’intervento saudita in Yemen nel 2015 con quella dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Il gap è impressionante: mentre il primo ha prodotto 546 articoli in sette anni e mezzo (tra il 26 marzo 2015 e il 30 novembre 2022), i titoli sull&#8217;Ucraina hanno sfondato quota 500 in meno di tre mesi, per raddoppiare entro nove, occupando quotidianamente la prima pagina. Uno spazio che la crisi in Yemen si è guadagnata solo dopo oltre tre anni. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Yemen 2015 contro Ucraina 2022</h2>



<p>L’analisi comparativa si basa su alcuni elementi comuni: i civili sono stati vittime di entrambi i conflitti; entrambi hanno minato la sicurezza alimentare e, in entrambi, gli Stati Uniti hanno fornito supporto militare a una delle due parti (<a href="https://www.gao.gov/products/gao-22-105988" target="_blank" rel="noreferrer noopener">54 miliardi di dollari</a> ai sauditi&nbsp;e <a href="https://www.cfr.org/article/how-much-aid-has-us-sent-ukraine-here-are-six-charts" target="_blank" rel="noreferrer noopener">75 miliardi </a>agli ucraini). Ma il divario tra i due contesti non si ferma alla portata e alla rilevanza della copertura mediatica. Anche il tono varia parecchio. Se per gli <a href="https://www.nytimes.com/2021/03/31/world/middleeast/yemen-famine-war.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">yemeniti tende al distaccato neutrale</a>, per <a href="https://www.nytimes.com/2022/03/09/world/europe/ukraine-family-perebyinis-kyiv.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gli ucraini vira verso l’empatico convinto</a>.</p>



<p>“Quando abbiamo analizzato i titoli sullo Yemen e l&#8217;Ucraina, &#8211; <a href="https://www.niemanlab.org/2023/08/in-news-headlines-some-civilian-casualties-are-more-valuable-than-others/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">spiegano Brito Ruiz e Bachman</a> &#8211; li abbiamo classificati come &#8220;episodici&#8221;, nel senso che si concentrano su eventi specifici, o &#8220;tematici&#8221;, nel senso che sono più contestuali. I titoli in gran parte episodici sullo Yemen possono dare l&#8217;impressione che il danno riportato sia accidentale. Mentre, articoli contestuali sull&#8217;Ucraina tracciano le più ampie implicazioni del conflitto e riportano di continuo storie che evidenziano le responsabilità russe”. L’attribuzione delle responsabilità pare selettiva, passando da netta a sfumata. Dei 50 titoli sullo Yemen che riportano attacchi specifici compiuti dalla coalizione guidata dai sauditi, solo 18 &#8211; il 36% &#8211; attribuiscono la responsabilità all&#8217;Arabia Saudita o alla coalizione. L’88% dei titoli dedicati agli attacchi russi &#8211; 44 su 50 totali &#8211; incolpa esplicitamente la Russia. Al contrario, nessuno dei quattro titoli sugli attacchi ucraini sottolinea la responsabilità all&#8217;Ucraina.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Uno scontro di narrazioni</h2>



<p>La sofferenza umana non è tutta uguale. E certi “cattivi” sono più cattivi di altri. Se da una parte si minimizza, dall’altra si enfatizza. Se &#8220;<a href="https://www.nytimes.com/2022/03/05/world/europe/ukraine-russia-putin.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le forze russe martellano i civili</a>&#8230;&#8221; e &#8220;<a href="https://www.nytimes.com/2022/02/24/world/russia-ukraine-invasion-putin-biden.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Russia picchia l&#8217;Ucraina</a>&#8230;“, la <a href="https://www.nytimes.com/2021/03/31/world/middleeast/yemen-famine-war.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&#8220;carestia&#8221; </a>si limiterebbe a  <a href="https://www.nytimes.com/2021/03/31/world/middleeast/yemen-famine-war.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&#8220;inseguire&#8221; lo Yemen</a>, discolpando gli “amici” sauditi dalle loro <a href="https://www.amnesty.org/en/documents/mde31/2291/2015/en/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">documentate&nbsp;colpe</a>. Insomma, anche il <em>Nyt</em>, stracitato nume dell’imparzialità giornalistica, parrebbe cedere a pregiudizi perfettamente conformi agli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti (che armano in un caso i “cattivi”-sauditi e nell’altro i “buoni”-ucraini). Un doppio standard che inchioda <a href="https://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/ucraina-laggressione-russa-e-le-ipocrisie-occidentali-la-visione-di-franco-cardini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’ipocrisia diffusa</a>, e non sempre consapevole,<a href="https://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/ucraina-laggressione-russa-e-le-ipocrisie-occidentali-la-visione-di-franco-cardini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> dell’Occidente, “dove er più pulito c’ha la rogna”</a>. E che, certo, non risparmia la <a href="https://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/ucraina-laggressione-russa-e-le-ipocrisie-occidentali-la-visione-di-franco-cardini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“narrazione” mediatica della guerra in Ucraina</a>. </p>



<p>Dal presentatore inglese di <em>Al Jazeera</em>,&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/news/2022/2/27/western-media-coverage-ukraine-russia-invasion-criticism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Peter Dobbie</a>, che si è lasciato scappare che gli ucraini in fuga dalla guerra sono “persone benestanti della classe media” che “non sono ovviamente rifugiati che cercano di scappare da aree del Medio Oriente che sono ancora in un grande stato di guerra; sono persone che assomigliano a qualsiasi famiglia europea a cui vivresti accanto”. A <em>BFM TV</em>, il canale di notizie via cavo più visto in Francia, dove <a href="https://www.aljazeera.com/news/2022/2/27/western-media-coverage-ukraine-russia-invasion-criticism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Philippe Corbe</a> ha dichiarato: “Non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti del regime siriano sostenuto da Putin, stiamo parlando di europei che se ne vanno in auto che sembrano le nostre per salvare le loro vite”. Fino a <a href="https://www.aljazeera.com/news/2022/2/27/western-media-coverage-ukraine-russia-invasion-criticism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Charlie D&#8217;Agata</a> di <em>CBS News</em> che da Kiev è arrivato a dire: “Questo non è un posto, con tutto il rispetto, come l&#8217;Iraq o l&#8217;Afghanistan che ha visto infuriare il conflitto per decenni. Questa è una città relativamente civile, relativamente europea – devo anche scegliere queste parole con attenzione – dove non te lo aspetteresti o speri che accada”.</p>



<p>Poi, demolite&nbsp;<a href="https://twitter.com/rulajebreal/status/1497652482520014859?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1497652482520014859%7Ctwgr%5E1d732286a2e8931900f0033afd6e5956366dbca9%7Ctwcon%5Es1_c10&amp;ref_url=https%3A%2F%2Fwww.aljazeera.com%2Fnews%2F2022%2F2%2F27%2Fwestern-media-coverage-ukraine-russia-invasion-criticism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel tritacarne social</a>, le varie testate hanno fatto tutte mea culpa. Ma la sensazione che l’attenzione mediatica per il popolo martoriato di turno dipenda dal suo essere <a href="https://twitter.com/judeinlondon/status/1496971792124198913?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1496971792124198913%7Ctwgr%5E712c25c061fee70befa10f96e86c0221cc3895c2%7Ctwcon%5Es1_c10&amp;ref_url=https%3A%2F%2Fwww.aljazeera.com%2Fnews%2F2022%2F2%2F27%2Fwestern-media-coverage-ukraine-russia-invasion-criticism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“relativamente” vicino</a>, simile, <a href="https://twitter.com/Nadine_Writes/status/1497678995315298307?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1497678995315298307%7Ctwgr%5E712c25c061fee70befa10f96e86c0221cc3895c2%7Ctwcon%5Es1_c10&amp;ref_url=https%3A%2F%2Fwww.aljazeera.com%2Fnews%2F2022%2F2%2F27%2Fwestern-media-coverage-ukraine-russia-invasion-criticism" target="_blank" rel="noreferrer noopener">o bianco</a>, resta.</p>
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		<title>Spie e giornalismo: cosa succede quando sfuma il confine</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/spie-e-giornalismo-cosa-succede-quando-sfuma-il-confine.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Aug 2023 04:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[servizi segreti]]></category>
		<category><![CDATA[spionaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=404739</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'intreccio tra giornalismo e spionaggio è stato una costante del Novecento. Ecco le storie che raccontano di quando si sfuma il confine tra i due mondi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/isai-ramos-YkFYP_zAT6k-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Se tutti <a href="https://www.insideover.com/wp-admin/post.php?post=404195&amp;action=edit" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i giornalisti sono un po’ spie</a>, non tutte le spie sono anche giornalisti. Qualcuno sì. La collaborazione tra giornalisti, scrittori e servizi ha radici antiche. Vite giocate sempre sul crinale del doppio, dove il confine tra realtà e finzione si confonde. A cominciare dall’inventore della spia più famosa di sempre. <strong>Ian Fleming</strong>, prima di diventare giornalista e poi dar vita a James Bond, lavorò per la Royal Navy&#8217;s Intelligence, il servizio segreto della marina. E non fu l’unico.</p>



<p>Prima di lui, durante la Grande Guerra, <strong>Somerset Maugham</strong> entrò nella British Intelligence. Reclutato da John Wallinger (il capospia &#8220;R&#8221; nei racconti di Maugham, poi interpretato da Charles Carson in <em>Agente segreto </em>di Hitchcock) faceva parte della rete di agenti britannici che operavano in Svizzera contro il Berlin Committee (il Comitato per l&#8217;indipendenza dell&#8217;India). Usò la sua esperienza di 007 per scrivere le avventure di Mister Ashenden, spia solitaria e tormentata che ispirò a Flaming la serie di Bond.</p>



<p>Anche <strong>Graham Greene</strong>, venne ingaggiato dall&#8217;MI6 (l’agenzia britannica di spionaggio per l’estero) grazie alla sorella, Elisabeth, che già lavorava per l&#8217;organizzazione, e durante la Seconda guerra mondiale fu inviato in Sierra Leone. Posti visitati, avventure vissute, personaggi incontrati, confluirono nei suoi romanzi, da <em>Un americano tranquillo</em> a <em>Il nostro agente all&#8217;Avana, a Il fattore umano.</em></p>



<p>Dall’altra sponda dell’Atlantico arriva “la più pericolosa spia degli alleati”. Spina nel fianco dei nazisti, <strong>Virginia Hall</strong>, corrispondente in Francia del <em>New York Post</em>, fu al soldo prima dei servizi segreti britannici, poi dell&#8217;Oss, l&#8217;Office of strategic services statunitense, (predecessore della Cia). La “dama zoppa&#8221;, come era nota tra i tedeschi per via della gamba amputata dopo un incidente durante una battuta di caccia a Smirne, si rivelò decisiva per il trionfo alleato in Normandia.</p>



<p>In tempi più recenti, è <strong>Mikhail Butkov </strong>a incarnare lo spregiudicato doppiogiochismo delle spie sovietiche. Entrato a far parte del Kgb nel 1984, si trasferì in Norvegia cinque anni dopo, operando under cover come corrispondente per <em>Rabotsjaja Tribuna</em>. Da Oslo passò al soldo dei servizi segreti norvegesi e britannici, servendosi della copertura per reclutare fonti, spiare cittadini di alto profilo e diffondere storie fuorvianti sui giornali locali.</p>



<p>I tentacoli dell’intelligence russa, però, non conoscono limiti geografici. <strong>Vicky Peláez</strong> è una giornalista peruviana, vive al &#8220;17 di Clifton Avenue a Yonkers dal 1985&#8221; e scrive, da New York, per <em>The Moscow News</em> e <em>Sputnik</em>. Ufficialmente. Quando nel giugno 2010, l’Fbi l’arresta, insieme al marito Mikhail Vasenkov e altri otto. L&#8217;accusa: essere una spia sul libro paga del Cremlino. Dichiaratasi colpevole viene deportata in Russia come parte di uno scambio di agenti. Ora, stando alle ultime notizie, sarebbe tornata in Perù.</p>



<p><strong>Federico Umberto D’Amato</strong> è un caso a parte. L’uomo che sapeva tutto di tutti. E che tutti riusciva a far parlare. FUDA, o Umbertone, come lo chiamavano gli amici per la corporatura che tradiva la passione per il buon cibo, di vite ne ha vissute almeno due. La prima, da spia, iniziò quando, a soli venticinque anni, dopo l&#8217;8 settembre 1943, lavorò alle dipendenze di James Angleton, capo del servizio segreto Usa, l&#8217;Oss, finendo per diventare dal 1971 al 1974 direttore dell&#8217;Ufficio Affari Riservati (il servizio segreto politico di allora) del ministero dell&#8217;Interno.</p>



<p>Nell’altra, Zaff (così lo chiamavano in codice, come emerge dagli atti giudiziari, gli organizzatori della strage di Bologna, in quanto amante dello zafferano) è stato un raffinato giornalista enogastronomico, inventore, con lo pseudonimo di Federico Godio per il Gruppo L’Espresso, della&nbsp;<em>Guida d’Italia. 1500 ristoranti e trattorie, 500 alberghi e pensioni, noti e meno noti</em>. Il &#8220;Grande Fascicolatore&#8221;, che, tra una vodka (che beveva fin dal mattino) e una Philip Morris, non negava un dossier a nessuno, resta un mistero difficile da decifrare. Dalle segrete trame delle stragi di Stato alla <a href="https://www.raiplay.it/video/2018/09/Mixer-Cultura---Puntata-del-17041987-c342cd85-888a-4abc-9541-1b9f678eef54.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">disputa sull’abolizione della pastasciutta</a>, trasversale e sotto traccia come solo lui riusciva ad esserlo. “Ogni buon agente segreto, &#8211; <a href="https://www.rollingstone.it/alfredo/gente/federico-umberto-damato-la-spia-che-mangiava/742349/amp/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rivela FUDA in un’intervista riportata da <em>RollingStone</em></a> &#8211; insieme al cifrario o al mini-registratore, ha sempre un taccuino con i buoni indirizzi di forchette nel suo Paese e all’estero. Questi ristoranti sono convenzionalmente una specie di campo neutro, dove si parla liberamente, senza timore di registrazioni clandestine o di altri trucchi”. Perché una spia, in fondo, resta pur sempre una spia. Anche a tavola.</p>



<p>“Sono centinaia i giornalisti di tutti i Paesi europei che lavorano per i propri servizi segreti o per quelli statunitensi. Il loro compito è quello di obbedire e favorire Washington. Sanno benissimo che potrebbero perdere il loro lavoro nei media se non rispettassero l’agenda pro-occidentale”. A gettare la bomba è <strong>Udo Ulfkotte</strong>. Firma di punta della <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung</em>, inviato di guerra e poi caporedattore di politica estera, nel 2014 pubblica il libro <em>Giornalisti comprati</em>, in cui denuncia di essere stato per ben 17 anni un agente per conto della Cia e di altre agenzie di servizi segreti (tra cui la Bnd, l&#8217;intelligence tedesca). “Non è giusto quello che ho fatto in passato, ho manipolato le persone &#8211; ammette Ulfkotte &#8211; e ho fatto propaganda contro la Russia. Sono stato corrotto da miliardari e dagli americani per non riferire la verità. Mi sono sentito manipolato, non mi hanno permesso di dire quello che sapevo”. </p>



<p>Il meccanismo è tanto semplice quanto subdolo. “I giornalisti &#8211; spiega &#8211; vengono spesso avvicinati di nascosto. Niente soldi. Usufruiscono di compensi sotto forma di regali, di viaggi gratuiti, opportunità di entrare in una rete di relazioni precostituite dalle varie agenzie di spionaggio, funzionali alla propria carriera e lavoro. Ti invitano a vedere gli Usa, pagano tutto, ti riempiono di benefit, ti corrompono. Ti danno la possibilità di intervistare politici americani, ti accosti sempre di più ai circoli del potere. E poi tu, che vuoi rimanere all’interno di questo cerchio d’élite, finirai a scrivere qualsiasi cosa per compiacerli. Se non lo fai, la tua carriera non andrà da nessuna parte. Ho molti contatti con i giornalisti britannici e francesi: hanno tutti fatto lo stesso percorso”.</p>



<p>Poco dopo aver deciso di svelare nuovi intrighi, il 13 gennaio del 2017 viene trovato morto nella sua abitazione. Il governo tedesco lo ha liquidato come infarto, facendolo cremare senza disporre l’autopsia e impedendo, così, per sempre di fare chiarezza. Una fine degna di una spia.</p>
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		<title>Tutti i &#8220;trucchi&#8221; (legali) dello spionaggio via social</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jul 2023 03:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo d'inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[Social Network]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Osint, profili fake e tool: ecco il coltellino svizzero per avviare un'inchiesta online partendo dallo spionaggio social</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/Agenzia_Fotogramma_IPA13877694-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ci sono giornalisti spiati e ci sono giornalisti che spiano. Lo <strong>spionaggio digitale</strong> da minaccia può diventare un prezioso, e legale, metodo d’inchiesta. Per chi fa informazione la ricerca online di notizie, documenti, fonti, costituisce buona parte del lavoro. Il problema è come sfruttare le potenzialità delle risorse disponibili in rete.</p>



<p>Utile, ma ormai superato, per apprendere le tecniche base di intelligence applicata alle fonti aperte (Osint) è il manuale <a href="https://governmentattic.org/8docs/UntanglingTheWeb-NSA_2007.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Untangling the web</a>. Un file del 2006 che l’Nsa, l’agenzia statunitense di spionaggio, aveva diffuso al suo interno per insegnare agli agenti a spiare sul web. Desecretato grazie al Foia (Freedom of Information Act), raccoglie i fondamentali “dell’arte della navigazione”: lo spiegone dei vari tool di Google come traduttore istantaneo, mappe e ricerca filtrata, qualche dritta sulla terminologia basica per destreggiarsi nel cyberspazio, sull’identificazione degli indirizzi IP, su <a href="https://archive.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Internet archive</a>, il portale per recuperare siti non più attivi e altri <em>tips</em> che oggi sanno più o meno tutti.</p>



<p>Era il 2006. Poi, sono arrivati i social che hanno stravolto i paradigmi dello spionaggio cyber, spalancando praterie infinite di informazioni e dati disponibili. Per chi li sa trovare. Dagli strumenti più avanzati per il dossieraggio ai <a href="https://www.osinttechniques.com/osint-tools.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">siti che selezionano gli “attrezzi” del mestiere</a>, alle <a href="https://sector035.nl/articles/category:week-in-osint" target="_blank" rel="noreferrer noopener">newsletter con tutti gli aggiornamenti </a>settimanali in tema Socint (l’intelligence applicata ai social), ai <a href="https://www.reddit.com/r/OSINT/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">forum per i nerd </a>della ricerca open source. Fino ai portali che organizzano <a href="https://www.osinttechniques.com/osint-courses.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">corsi per scandagliare le pieghe più nascoste dei social</a>, dove si annidano le “digital bread crumbs”, le “briciole” digitali delle nostre identità date in pasto alla rete: a fornire i “kit di sopravvivenza” della spia 2.0 ci pensa il web.</p>



<p>Un metodo d’infiltrazione efficace per chi fa inchiesta sotto copertura mezzo social comincia dalla scelta della piattaforma calibrata al bersaglio. Basta dare un&#8217;occhiata a <a href="https://www.applyzer.com/?mmenu=worldcharts" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Applyzer</a> o <a href="https://www.data.ai/en/apps/ios/top/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">AppAnnie</a> per individuare i social più diffusi nel paese di provenienza del target. Poi, ci sono <a href="https://www.osintcurio.us/2020/08/17/creating-research-accounts-for-osint-investigations/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">due opzioni</a>: se la ricerca è passiva, e quindi non prevede un’interazione con il soggetto, si può usare un profilo qualsiasi. Per una ricerca attiva è necessario mimetizzarsi, creando un account (per sembrare una persona reale meglio più di uno, e su piattaforme diverse) che non insospettisca l’obiettivo che si vuole intercettare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un profilo &#8220;fake&#8221; per navigare in sicurezza</h2>



<p>La costruzione di un profilo credibile parte dal nome. Qui, vengono in aiuto i vari generatori automatici online tipo <a href="https://www.name-generator.org.uk/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Name generator</a>. Invece, per dotarsi di un indirizzo email, necessario quando si crea un account social, ci si può affidare al classico gmail o&nbsp;<a href="http://mail.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mail.com</a>. Nel caso in cui non si riesca a bypassare la richiesta di verifica tramite telefono (con gmail su iPad si riesce), l&#8217;opzione migliore è acquistare una scheda SIM anonima. Ma attenzione: mai riutilizzare un email già usata in precedenza.</p>



<p>Aperto l’account, vanno aggiunti dati e dettagli tipici di un profilo autentico. Dopo il nome, prima cosa: associarvi una foto-profilo generata dall’intelligenza artificiale con <a href="https://thispersondoesnotexist.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">This person does not exist</a>&nbsp;o <a href="https://generated.photos/face-generator/new" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Generated photos</a>, che, in teoria, dovrebbero produrre immagini non corrispondenti a persone esistenti. “Userei &#8211; suggerisce Ritu Gill di&nbsp;<a href="http://osinttecniques.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">osinttecniques.com</a>&nbsp;&#8211; lo screenshot per recuperare la foto e poi modificarla leggermente. Per evitare di scegliere un’immagine già usata da qualcun altro, puoi sempre testare la foto ottenuta eseguendo una ricerca inversa. E se la trovi, ovviamente, usane un’altra!”.</p>



<p>Quando si crea un nuovo profilo, meglio pubblicare periodicamente e comportarsi il più possibile come un normale utente. “L&#8217;idea principale &#8211; aggiunge Gill &#8211; è far credere di essere una persona reale, mettendo like alle pagine, postando anche qualcosa di generico. Esistono modi per automatizzare la tua attività con, ad esempio,<a href="https://ifttt.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;IFTTT.com</a>. Ma tieni presente che qualcuno potrebbe notarlo e scoprirti”.</p>



<p>Spesso, in un’inchiesta undercover è necessario costruirsi un’identità insospettabile, corredandola di info quanto più possibile dettagliate. Un tool comodo è <a href="https://elfqrin.com/fakeid.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Elf Qrin’s Lab</a>. Genera nome, data e luogo di nascita, indirizzo abitativo, account mail, caratteristiche fisiche, dati biometrici, professione, numero di telefono, di carta di credito, con tanto di colore preferito, segno zodiacale e pure QR code associato. Vere e proprie identità virtuali, ma completamente fake, “usa e getta” o salvabili per eventuali usi successivi.</p>



<p>Solo dopo aver un profilo pubblico solido, inizia la ricerca mirata sul target. A geolocalizzarlo, partendo dalle informazioni sulla posizione che ha disseminato attraverso i social network, e che formano l’&#8221;impronta&#8221; della posizione dell&#8217;utente, ci pensa <a href="http://geosocialfootprint.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Geosocial footprint</a>.</p>



<p>Localizzato il bersaglio, con <a href="https://mattw.io/youtube-geofind/location" target="_blank" rel="noreferrer noopener">MW Geofind</a>&nbsp;si possono cercare per posizione i video georeferenziati corrispondenti caricati su YouTube. O sfoderare le <a href="https://www.labnol.org/internet/twitter-search-tricks/13693/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tecniche pro della ricerca via Twitter</a>, oppure si può risalire alla mail dell’obiettivo e attraverso quella <a href="https://www.osintcurio.us/2022/04/13/ritus-top-5-email-address-osint-resources/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ricavare una miriade di dati</a> e informazioni disseminati nel cyberspazio. Insomma, i “trucchi” della sorveglianza digitale sono parecchi. E stanno tutti lì, in rete, pronti per le aspiranti “spie” mezzo social.</p>
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		<title>Giornalisti sotto attacco: chi e come li spia online (e come possono difendersi)</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/giornalisti-sotto-attacco-chi-e-come-li-spia-online-e-come-possono-difendersi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jul 2023 04:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[Cyber attack]]></category>
		<category><![CDATA[Cyber security]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Hacker]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dagli Smartphone violati ai cyber attacchi sempre più giornalsiti finiscono nel mirino. Ecco come vengono attacati (e come possono difendersi)</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/ilgiornale2_20220306190059806_7d2311ff70cfa64fc69648f54770dadd-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Siti governativi violati, infrastrutture sensibili prese in ostaggio, database di ospedali in tilt, account di politici, imprenditori, attivisti, <a href="https://foreignpolicy.com/2023/07/13/microsoft-china-hack-us-gina-raimondo-emails-commerce-state-departments/?tpcc=recirc_latest062921" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ministri spiati </a>dagli avversari via pc o smartphone. Questi sono, di solito, i bersagli privilegiati dei crimini informatici. Ma se a finire nel mirino di hacker e spie della rete fossero i <strong>giornalisti</strong>? È già successo. Era il 2012 quando il<em> <a href="https://www.ilgiornale.it/news/esteri/cina-censura-new-york-times-880987.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">New York Times</a></em>, dopo aver pubblicato diverse inchieste sulle ricchezze accumulate dal premier della Repubblica popolare, è stato vittima di una serie di cyber-attacchi riconducibili al Dragone. </p>



<p>Gli hacker cinesi, transitando dai siti di alcune università americane per dissimulare la provenienza, riuscirono a penetrare nei sistemi informatici del <em>Nyt</em> e a rubare password e email di 54 giornalisti e dipendenti della testata. E questo era solo il primo episodio di una lunga serie. Da allora le tecniche di <strong>assalto digitale</strong> nei confronti dei giornalisti sono diventate sempre più sofisticate e i “kit” di cyber spionaggio a disposizione sempre più invisibili e invasivi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli attacchi agli smartphone</h2>



<p>Secondo <a href="https://citizenlab.ca/2020/12/the-great-ipwn-journalists-hacked-with-suspected-nso-group-imessage-zero-click-exploit/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un report di Citizen Lab</a>, il centro di monitoraggio delle pratiche di sorveglianza digitale dell’Università di Toronto, solo tra luglio e agosto 2020, gli agenti governativi di alcuni stati, tra cui Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, hanno utilizzato lo spyware Pegasus dell’israeliana NSO Group (lo stesso di cui si sarebbero serviti i sauditi per <a href="https://www.nytimes.com/2018/12/02/world/middleeast/saudi-khashoggi-spyware-israel.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">spiare Jamal Khashoggi prima di trucidarlo</a> nel consolato di Riad a Istambul) per hackerare 36 telefoni personali appartenenti a giornalisti, produttori, presentatori e dirigenti di <em>Al Jazeera</em>. Usando come cavallo di Troia per violare i device i fornitori di servizi cloud Aruba, Choopa, CloudSigma e DigitalOcean. </p>



<p>La strategia di infiltrazione, a partire da server basati in Germania, Francia, Regno Unito, Italia, ha sfruttato l’ultima frontiera dello spionaggio via smartphone: il micidiale “<strong>attacco zero-clic</strong>”, che consente di entrare nei telefoni senza alcuna interazione da parte del bersaglio e, soprattutto, senza lasciare tracce visibili. Chiunque può caderci. Basta una semplice chiamata vocale persa su Whatsapp o avere installata l&#8217;app iMessage di Apple, presente di default su ogni iPhone, Mac e iPad, per consentire alle spie da remoto di accedere in incognito a dati sensibili criptati,<em> </em>registrare chiamate ambientali, scattare foto utilizzando la fotocamera o tracciare la posizione del dispositivo senza che la vittima se ne accorga.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Giornalisti nel mirino</h2>



<p>Le trappole della rete spesso, però, sono molto più banali. “I giornalisti &#8211; ci dice <a href="https://runasandvik.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Runa Sandvik</a>, ex senior director della sicurezza informatica del <em>New York Times</em> tra il 2016 e il 2019, membro del Global Cybersecurity Group dell&#8217;Aspen Institute e del consiglio della Norwegian Online News Association &#8211; oggi affrontano molte minacce diverse, da quella fisica e digitale a quella psicologica e legale. Questo perché un giornalista è un giornalista tutto il giorno, tutti i giorni. Il suo non è solo un lavoro, è un&#8217;identità. Sono giornalisti, sia che si trovino al cinema con un telefono personale o al lavoro con il portatile aziendale”.</p>



<p>Le insidie digitali vanno dal phishing per hackerare un account online, come l&#8217;email, al malware, veicolato magari tramite un pdf dannoso, per accedere a un computer, fino allo spyware più avanzato tipo Pegasus, che consente di prendere pieno possesso di uno smartphone.</p>



<p>Nonostante la mole delle strategie di sorveglianza che infettano la rete, oggi non mancano gli strumenti per contrastarle. Ma se in un contesto aziendale o in una redazione giornalistica, la vulnerabilità informatica si limita tramite la protezione degli account, dei sistemi e dei dispositivi in dotazione, per i giornalisti le misure di contrasto dei cyber attacchi devono estendersi oltre l’orario lavorativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli occhi indiscreti sul taccuino del giornalista</h2>



<p>“Questo &#8211; aggiunge Sandvik che un anno fa, mettendo a frutto l’esperienza maturata al <em>New York Times</em>, alla Freedom of the Press Foundation e al Tor Project, ha fondato <a href="https://granitt.io/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Granitt</a>, una start-up che offre valutazioni del livello di sicurezza informatica, consulenze e formazione a giornalisti e persone a rischio in tutto il mondo &#8211; perché gli attori che spiano i giornalisti sono tanti. Dai governi alle entità sponsorizzate dallo stato, ai gruppi criminali e ai privati: il &#8220;tipo&#8221; di attore e il &#8220;tipo&#8221; di attacco variano sempre in base alla situazione”.</p>



<p>La sicurezza digitale oggi non è più un’opzione. Soprattutto per i giornalisti, il cui lavoro si basa in buona parte sulla ricerca di informazioni online, a moltiplicarsi non sono solo i rischi ma anche le potenziali conseguenze di un cyber attacco: chiavi d&#8217;accesso decriptate, database violati, account hackerati, sistemi operativi bloccati, identità delle fonti messe a repentaglio, oltre che notizie e inchieste esclusive bruciate.</p>



<p>Cosa può fare allora un giornalista per evitare di finire nel mirino dello spionaggio 2.0? “Consiglio vivamente &#8211; dice Sandvik &#8211; l’uso di un gestore di password, dell’autenticazione a due fattori e della modalità di isolamento su iOS per una maggiore protezione contro gli <strong>spyware</strong> più sofisticati”. Poi, per una comunicazione a prova di spie: “Servirsi solo di Signal, WhatsApp e Secret conversations in Facebook Messenger, che crittografano end-to-end tutte le chiamate e i messaggi. Così solo tu e il destinatario potrete conoscerne il contenuto.”</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/giornalisti-sotto-attacco-chi-e-come-li-spia-online-e-come-possono-difendersi.html">Giornalisti sotto attacco: chi e come li spia online (e come possono difendersi)</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>&#8220;Vi spiego perché il delitto perfetto non esiste&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/vi-spiego-perche-non-esiste-il-delitto-perfetto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 13:57:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[cronaca nera]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo d'inchiesta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="290" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/acisf.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/acisf.jpeg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/acisf-300x136.jpeg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Dall’omicidio di Serena Mollicone e Meredith Kercher al delitto di Cogne, al caso del serial killer Bilancia, a quello di Liliana Resinovich. Spesso è proprio chi per primo analizza i reperti e la scena del crimine a condizionare inevitabilmente indagini e verdetti. Ma se l’investigazione scientifica è decisiva per ricostruire i fatti e incastrare i &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/vi-spiego-perche-non-esiste-il-delitto-perfetto.html">[...]</a></p>
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<p>Dall’omicidio di Serena Mollicone e Meredith Kercher al delitto di Cogne, al caso del serial killer Bilancia, a quello di Liliana Resinovich. Spesso è proprio chi per primo analizza i reperti e la scena del crimine a condizionare inevitabilmente indagini e verdetti. Ma se l’investigazione scientifica è decisiva per ricostruire i fatti e incastrare i colpevoli, a volte può anche indirizzare verso clamorosi errori giudiziari. <strong>Luciano Garofano</strong> &#8211; già comandante dei RIS di Parma, presidente dell’Accademia Italiana di Scienze forensi, consulente di serie televisive (“R.I.S.-Delitti imperfetti”) e di programmi tv (“L’altra metà del crimine”, La7d, “Quarto Grado”, Rete4), tra i super ospiti della <strong><a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo">masterclass in giornalismo investigativo di The Newsroom Academy </a></strong>&#8211; ci ha spiegato perché non esiste il delitto perfetto, ma solo &#8220;l’indagine imperfetta&#8221; in grado di comprometterne la soluzione.</p>



<p><strong>Lei si è occupato dei più importanti, e più mediatici, casi di cronaca nera. In quali, l’investigazione scientifica è stata la chiave per la risoluzione?</strong></p>



<p>Sicuramente molti, ma tra i più noti l’omicidio di Samuele Lorenzi, il delitto di Cogne, e il caso Bilancia. Perché in entrambi è grazie a tecniche analitiche abbastanza sofisticate per l’epoca che si è arrivati a una soluzione. Nel caso di Donato Bilancia, con l’individuazione di un serial killer atipico, esterno a qualsiasi schema del cosiddetto profiling. Quello di Samuele Lorenzi, invece, è un difficile omicidio avvenuto all’interno delle mura domestiche che soltanto l’utilizzo della Bpa, la <em>Bloodstain pattern analysis</em>, cioè la scienza che studia la forma, la dimensione e la distribuzione delle macchie di sangue, ha consentito di individuare il colpevole.</p>



<p><strong>C’è un caso in particolare, dove secondo lei c’è stato un errore clamoroso e dove c’è margine per ulteriori analisi scientifiche in grado di riscrivere la verità?</strong></p>



<p>Ce ne sono tantissimi, alcuni, purtroppo, ancora oggi. Vedo commettere errori soprattutto nelle fasi iniziali, quando intervengono la prima pattuglia delle forze dell’ordine o i soccorritori. Basti pensare al caso di Liliana Resinovich. L’avvocato del marito Sebastiano mi ha incaricato di rivedere tutti gli atti e mi sono accorto che gli indumenti esterni, a differenza di quelli intimi, della signora Resinovich non erano stati analizzati. E questo, con tutto il rispetto che posso avere per gli inquirenti, è un errore, perché sugli indumenti più esterni ci possono essere le tracce di chi l’ha aggredita, di chi l’ha portata fin lì, di chi ha passato con lei gli ultimi istanti.</p>



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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<h2>Luciano Garofano è tra i super ospiti della <a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">masterclass di videogiornalismo di inchiesta</a> di Alessandro Politi.
Scopri  il programma e tutti gli ospiti della <a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">masterclass</a></h2>
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<p><strong>Anche nei grandi casi del passato non sono mancati errori grossolani di procedura.</strong></p>



<p>Lì ancora di più, perché allora le conoscenze erano meno radicate. Pensi, per esempio, all’omicidio di Serena Mollicone: sono stati fatti tanti sbagli che, come nei casi analoghi, si pagano perché l’alterazione dei reperti e la contaminazione diffusa sono state tali da non aver consentito, poi, di dare un senso alle analisi. Altro caso eclatante è l’omicidio di Meredith Kercher, dove alcune tracce non sono state analizzate opportunamente, perché le attività di sopralluogo e di repertamento non avevano rispettato i protocolli e le buone pratiche di attività di laboratorio.</p>



<p><strong>Esiste un delitto perfetto o c’è sempre il dettaglio trascurato che tradisce il colpevole?</strong></p>



<p>Assolutamente no, non esiste. E oggi più che mai. Pensiamo alla quantità di tracce, dirette e indirette, che lasciamo di noi stessi, sia attraverso i telefoni che i vari dispositivi informatici o le autovetture munite quasi sempre di GPS e quant’altro. E se il delitto perfetto non esiste, dobbiamo concludere che allora esiste un’indagine imperfetta. Spesso la mancanza di tempestività, la non osservanza dei protocolli, la fretta di concludere e arrivare a una soluzione e il concentrarsi su un’unica pista senza fare tutte le verifiche portano a degli sbagli imperdonabili. Che, poi, si traducono in errori giudiziari.</p>



<p><strong>Qual è la traccia per eccellenza che incastra il colpevole di un delitto?</strong></p>



<p>Oggi l’errore è più difficile, perché l’informazione è tale, sia attraverso i social che le serie tv o i libri, che anche il delinquente improvvisato è sempre ben informato. Indubbiamente, le tracce biologiche sono quelle che sfuggono di più perché sono invisibili, ma anche se si provvede a lavarle, possono essere comunque evidenziate, come per esempio quelle ematiche con il luminol. Sono proprio le tracce biologiche, che più delle altre, conducono ancora a un’individuazione certa del colpevole.</p>



<p><strong>Un <em>cold case</em> del passato che le tecniche di investigazioni scientifica di oggi avrebbero risolto?</strong></p>



<p>Sono tantissimi. Bisognerebbe mettersi lì e controllare con grande pazienza solamente una cosa: tutti quei <em>cold case </em>che hanno ancora dei reperti o delle tracce non ancora analizzate e, quindi, tutte potenzialmente utili per riaprire quei casi, questo perché il Dna una volta secco si conserva. Così, potremmo anche riaffrontare casi di trenta o quarant’anni fa.</p>



<p><strong>Dalla celebre serie “R.I.S.-Delitti imperfetti” alle trasmissioni dedicate, l’analisi scientifica della scena del crimine continua ad avere successo in tv, e non solo. Perché questo aspetto, in apparenza tecnico e da addetti ai lavori, affascina così tanto?</strong></p>



<p>Perché ha costituito un’alternativa al contrasto del crimine. A un certo punto abbiamo preso coscienza che in laboratorio, con delle tecniche più o meno sofisticate, potevamo dare delle risposte fino a quel momento impensabili. La stessa cosa è accaduta con i reperti informatici. Tutto questo affascina perché attraverso delle tracce impercettibili è possibile ricostruire qualcosa che sembrava apparentemente impossibile da rilevare. Poi, lo scienziato che si mette lì al microscopio e che con grande pazienza scopre una tecnica in grado di dare una soluzione..beh ha un fascino incredibile. Ed è lo stesso motivo per cui vorrei fare in eterno questo mestiere.</p>



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		<title>&#8220;Ecco come e perché un caso diventa mediatico&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/ecco-come-e-perche-un-caso-diventa-mediatico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Apr 2023 05:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo d'inchiesta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1292" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-1024x689.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-1536x1034.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153521348_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1241889-2048x1379.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Possono fuorviare le indagini. Condannare innocenti e assolvere colpevoli. Rovinare vite e contribuire a clamorosi errori giudiziari. Ma, a volte, i media sono decisivi per dare voce alle “tante storie che aspettano” e per dissotterrare le “tante verità che devono ancora essere trovate”. Ne abbiamo parlato con Claudio Brachino, già direttore di Videonews Mediaset e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/ecco-come-e-perche-un-caso-diventa-mediatico.html">[...]</a></p>
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<p>Possono fuorviare le indagini. Condannare innocenti e assolvere colpevoli. Rovinare vite e contribuire a clamorosi errori giudiziari. Ma, a volte, i media sono decisivi per dare voce alle “tante storie che aspettano” e per dissotterrare le “tante verità che devono ancora essere trovate”. Ne abbiamo parlato con<strong> Claudio Brachino</strong>, già direttore di <em>Videonews Mediaset</em> e <em>Sport Mediaset</em>, attualmente direttore de <em>Il Settimanale</em>, editorialista de<em> Il Giornale</em>, tra i super ospiti della<strong><a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo"> masterclass in videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy</a></strong>.</p>



<p><strong>In che modo il giornalista d’inchiesta può aiutare ad arrivare alla verità senza invadere il campo di chi indaga?</strong></p>



<p>Un&#8217;inchiesta giornalistica seria va per la sua strada e basta. Risponde ai suoi stessi codici di verità e di onestà. Poi, certo, anche i tradizionali codici deontologici rimangono presenti, anche se certe volte, per certi temi, si può andare in un territorio delicato. Si può, insomma, spingere purché il mezzo, come si dice, non prenda il sopravvento sul fine. Il rapporto con le autorità va mantenuto soprattutto nel caso in cui la rivelazione, anche parziale, di alcune notizie, possa compromettere delle indagini o il successo di un&#8217;intera operazione, come ad esempio la cattura di un importante boss mafioso.</p>



<p><strong>Mi fai qualche esempio in cui i media hanno contribuito a svolte importanti nelle indagini?</strong></p>



<p>Il giornalismo d&#8217;inchiesta italiano raramente ha risolto dei casi importanti. Sono tantissimi i grandi misteri della storia repubblicana rimasti irrisolti: Ustica, Moro, Pasolini, Borsellino, solo per dirne alcuni. Spesso, poi, le verità giornalistiche non corrispondono a quelle giudiziarie, molte volte insoddisfacenti. Eppure, sono proprio i magistrati a riaprire i casi, nella storia di Emanuela Orlandi addirittura il Vaticano. Certo, battere il tasto su un storia, non farla dimenticare dai media e dall&#8217;opinione pubblica, continuare a scavare, crea le condizioni per arrivare alle cosiddette verità nascoste. Un caso clamoroso in cui le verità nascoste sono finite in un libro, specificamente di Nuzzi, è stato quello dell&#8217;epistolario di Ratzinger (che forse si è dimesso anche per questo). Però, più che un&#8217;inchiesta contro il potere, è stato uno scoop, una password rivelata da un complotto interno, senza togliere alcun merito ovviamente all&#8217;autore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-1024x220.png" alt="" class="wp-image-387332" width="838" height="180" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-1024x220.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-300x64.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-768x165.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 838px) 100vw, 838px" /></figure>



<p><strong>Accendere i riflettori serve per mantenere alta l’attenzione, ma ha i suoi rischi.</strong></p>



<p>Accendere i riflettori, anche per i motivi già enunciati, è sempre un merito. È il sale della democrazia, è il sale del giornalismo in una democrazia. La comunicazione, anche il suo eccesso, è sempre la vittoria illuministica della luce sul buio, sul mistero, sull&#8217;occulto in senso tecnico. Il rischio della spettacolarizzazione certo esiste, vouyerismo, processi paralleli, morbosità, narrazioni incontrollate. Un marasma da cui si esce sempre seguendo le elementari, ma essenziali, regole del buon giornalismo.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="694" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-1024x694.jpg" alt="" class="wp-image-390737" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-1024x694.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-768x520.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-1536x1040.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-2048x1387.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331153436528_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_1240021-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Claudio Brachino </figcaption></figure>
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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<h2>Claudio Brachino è tra  i super ospiti della <a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">masterclass di videogiornalismo di inchiesta</a> di Alessandro Politi.
Scopri la <a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">masterclass</a></h2>
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<p><strong>L’interesse del pubblico per certe storie, però, precede o comunque alimenta la spettacolarizzazione dei media. Perché, e come, un caso diventa mediatico?</strong></p>



<p>Come nei romanzi d&#8217;appendice dell&#8217;Ottocento un caso diventa mediatico per la natura del tema, per la tipologia dei personaggi e per la capacità narrativa di cogliere l&#8217;orizzonte d&#8217;attesa sociologico dell&#8217;opinione pubblica, anche se la realtà offre intrighi superiori a qualsiasi mente. Poi, oggi i media sono tanti e si rincorrono ampliandosi a vicenda, dalla tv ai giornali, ai social. Ma non è vero che fuori dai media c&#8217;è il nulla. Ci sono tante storie che aspettano, tante verità che devono ancora essere trovate.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/ecco-come-e-perche-un-caso-diventa-mediatico.html">&#8220;Ecco come e perché un caso diventa mediatico&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>&#8220;Prima viene la notizia, poi, tutto il resto: la verità dietro al lavoro d&#8217;inchiesta&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/prima-viene-la-notizia-poi-tutto-il-resto-la-veirta-dietro-al-lavoro-dinchiesta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Mar 2023 04:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo d'inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[newsroom academy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C’è solo una cosa che è più ostinata dei fatti: il giornalista d’inchiesta che non si accontenta di come ci vengono raccontati. E comincia a fare domande, a scavare, a raccogliere e mettere in fila elementi che portano a una verità differente da quella ufficiale. Una verità, a volte, scomoda e che, se svelata, può &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/prima-viene-la-notizia-poi-tutto-il-resto-la-veirta-dietro-al-lavoro-dinchiesta.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/press-g3f1680851_1920-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C’è solo una cosa che è più ostinata dei fatti: il giornalista d’inchiesta che non si accontenta di come ci vengono raccontati. E comincia a fare domande, a scavare, a raccogliere e mettere in fila elementi che portano a una verità differente da quella ufficiale. Una verità, a volte, scomoda e che, se svelata, può dare fastidio a molti. Ma che il vero giornalista è pronto a raccontare fino in fondo, pagandone le conseguenze. <strong>Nello Trocchia </strong>&#8211; scrittore, conduttore tv, giornalista d’inchiesta, attualmente collaboratore di <em>Domani</em>, già inviato di <em>Piazzapulita</em> e tra i super ospiti della <strong><a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo">masterclass in video giornalismo investigativo</a></strong> di The Newsroom Academy &#8211; ci ha spiegato quali sono e perché ne vale, comunque, la pena.</p>



<p><strong>Perché la migliore definizione di giornalismo è nella frase tratta dal film su Giancarlo Siani&nbsp;<em>Fortapàsc</em>: “Gianca’ ‘e notizie so’ rotture ‘e cazz”?</strong></p>



<p>Perché è una frase che riassume benissimo il senso di questo mestiere. Chi fa il giornalista con la scelta di dare la notizia si trova spesso a dare fastidio al potere, cosa che, ovviamente, porta con sé enormi problemi e ostacoli da affrontare. Quella frase, in una sintesi gergale, riesce appieno a restituire fatica, tempo, frustrazione, talvolta sofferenza, talvolta complicazioni che porta con sé questo mestiere, meraviglioso ma molto difficile. E riesce a strappare anche un sorriso. Che nel nostro lavoro non guasta mai. La serietà, lo studio e l’applicazione non devono fare mai dimenticare la capacità di ascolto, e anche di sorriso, rispetto alle storie che raccontiamo e ci portiamo addosso, ma che, per fortuna, a differenza dei nostri interlocutori non viviamo. Questo soprattutto quando interloquiamo con persone senza potere, che non hanno strumenti se non affidarsi alla penna o al microfono del giornalista.</p>



<p><strong>Quindi, le inchieste che scavano dietro alle notizie sono doppie “rotture ‘e cazz”?</strong></p>



<p>Questo è un paese che non ama il giornalismo d’inchiesta. Poi, per me esiste un solo giornalista: quello che si mette dall’altra parte rispetto ai poteri, che non accetta supinamente le verità che vengono restituite dalle fonti ufficiali, quello che mette in dubbio, che discute, che pone domande e non si adagia sulle posizioni del potere. Trovo che sia italiano e anomalo, quando ad ogni cambio di governo si ridefiniscono gli assetti del servizio televisivo pubblico, mettere tra parentesi i partiti di appartenenza dei direttori dei telegiornali o delle reti televisive: questo è la fine del giornalismo e la morte della nostra professione. Noi possiamo avere delle idee, ma il giornalista è chi ha la notizia e la pubblica, senza porsi il problema se darà fastidio alle aree politiche a cui magari può essere più vicino per ideali. Prima viene la notizia, poi, tutto il resto. E tutto il resto non può mai condizionare l’interesse pubblico della notizia.</p>



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<h2>Nello Trocchia è tra  i super ospiti della <a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">masterclass di videogiornalismo di inchiesta</a> di Alessandro Politi.
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<p><strong>Anche quando quel “resto” coincide con chi detiene il potere.</strong></p>



<p>Il giornalismo dissotterra le verità bisunte e sudice che il potere ha voluto restituire, provando a raccontare cos’è accaduto realmente in una cella di un carcere quando c’è stato un pestaggio di Stato, che era stato derubricato come una giornata di illegalità; quello che prova a porre delle domande quando c’è stato un naufragio dove sono morte delle persone; quello che ricostruisce cos’è accaduto o sta accadendo in un territorio, facendo la radiografia delle aziende che, per esempio, vengono coinvolte nella costruzione di un impianto, e se quelle sono protagoniste di scempi ambientali precedenti lo denunciano. Quello che non si accontenta delle verità ufficiali, ma le mette in discussione e verifica se la messa in discussione porta a una verità differente. Questo è il punto vero: il giornalista è chi si oppone al deposito di una verità che può essere comoda per qualcuno, ma che non corrisponde ai fatti.</p>



<p><strong>E, invece, quando si deve fermare?</strong></p>



<p>Io mi fermo quando capisco che una traccia non mi ha portato da nessuna parte. Altrimenti non ci sono altre cose che mi fermano. Uno cambia mestiere, se deve fermarsi. Poi, succede di tutto: arrivano le telefonate, le minacce, le intimidazioni, succede che i boss al telefono pianificano di spaccarti la testa, succede che ti arrivano le querele temerarie da cardinali, magistrati, ministri, sottosegretari, giudici. A me è capitato tutto quello che può succedere. Sono stato aggredito in strada, sono parte civile nei processi per aggressione da parte di clan feroci e spietati…capita. E se non si vuole che capiti, meglio cambiare mestiere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://it.insideover.com/courses/corso-di-video-giornalismo-investigativo"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="220" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-1024x220.png" alt="" class="wp-image-387332" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-1024x220.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-300x64.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5-768x165.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/copertina-video-2-5.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><strong>Perché ne vale, comunque, la pena?</strong></p>



<p>Non so se ne vale la pena. So solo che ne vale la pena se si stringe un patto con le persone e le storie che racconti. Vale la pena per loro. Vale la pena per quelle madri che ho incontrato sul Gargano e che hanno perso i figli per lupara bianca, vale la pena per le madri che ho incontrato nella Terra dei fuochi, e non c’è una parola in italiano per definire le madri che hanno perso i figli malati di tumore. Per quelli che sono stati cacciati dalle loro case dai Casamonica nell’indifferenza della politica. Per tutte le storie, gli occhi, gli incroci che ho avuto con persone che potere non avevano, ma avevano una storia da raccontare e qualcosa da denunciare. Vale la pena per i detenuti che finalmente hanno creduto nella giustizia e hanno denunciato gli aguzzini che li hanno picchiati. Vale la pena per tutti quelli che, anche se precari e senza reti di protezione, decidono di denunciare questo o quello. Tu ti metti dalla loro parte e fai un racconto di denuncia, interpreti quel senso di giustizia che spesso non può trovare sponda nel codice penale, ma nel buon senso e nell’idea di giustizia che corrisponde all’interesse pubblico. Vale la pena per loro. E per tutti quelli che ancora leggono un giornale e ancora lo comprano.</p>



<p><strong>Vale la pena, certo. Ma è un mestiere che si può imparare o no?</strong></p>



<p>Penso che avere un’interlocuzione con chi fa questo mestiere sul campo sia utile. Poi, ovviamente, la passione non si insegna a scuola e, se non ce l’hai, non ce l’avrai mai. Ma se ce l’hai e non hai gli strumenti per scrivere bene un pezzo, per girare un video, per difenderti dai mille ostacoli, per capire come fare una proposta o un&#8217;inchiesta e realizzarla, con la sola passione non vai da nessuna parte. Se hai la passione per questa professione straordinaria, meravigliosa, che è il mestiere della mia vita, devi associarla a delle competenze da acquisire. Il giornalista è un lavoro che purtroppo fanno tanti che dovrebbero fare altro. Siamo circondati da una mediocrità e da un’approssimazione indecenti che ci squalificano agli occhi delle persone. Non tutti possono fare questo mestiere. Per farlo c’è bisogno di sapere, di studiare. Non si fa un’intervista se non si ha sottomano un dossier sul soggetto, sulla persona di cui si sta parlando, perché si rischia di fare una figuraccia, oppure di mettere il microfono in bocca a uno senza sapere cosa chiedergli. Ogni cosa fatta con studio produce notizie, mentre tutto il resto è solo inchiostro su carta e bla bla bla in televisione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/prima-viene-la-notizia-poi-tutto-il-resto-la-veirta-dietro-al-lavoro-dinchiesta.html">&#8220;Prima viene la notizia, poi, tutto il resto: la verità dietro al lavoro d&#8217;inchiesta&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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