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Ambiente

Chernobyl, l’inferno dei sopravvissuti

Da Chernobyl. "Non ho fretta. Nel 1986 un medico mi diede cinque anni di vita. E sono ancora qui...": Aleksey Moskalenko attende paziente di fianco al checkpoint, infagottato in una divisa militare troppo grande. All'occhiello, il distintivo del trentennale del disastro di Chernobyl, quando - nella notte fra il 26 e il 27 aprile - il reattore 4 della centrale nucleare ucraina esplose provocando il peggiore incidente della storia dell'energia atomica. Moskalenko, all'epoca ventinovenne, era vicecapo della locale unità di polizia. Reso invalido dalle radiazioni che ancora oggi ne tormentano l'anima e il corpo, si mantiene facendo la guida turistica. Ci conduce fino al punto esatto dove si trovava all'1.23 di quella notte maledetta, quando un lampo squarciò l'oscurità.

Religioni

L’azione silenziosa dei cristiani tra i rifugiati siriani

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile.

Migrazioni

Il dramma dei siriani nei campi in Libano

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

Religioni

La comunità cristiana a rischio emarginazione

“L’arabo libanese, è nato dall’unione della lingua araba con il siriaco, dialetto aramaico parlato dai monaci che evangelizzarono questa terra nel 900” racconta con un sorriso orgoglioso Fra Elie Rahmé, subito dopo la messa dell’Immacolata nel convento dei frati cappuccini di Beirut. Quando i francescani arrivarono in città, nel 1626, in linea con la politica dell’ordine, si istallarono in periferia. A Bab Idris non c’erano ancora i palazzoni delle banche e i condomini esclusivi che caratterizzano oggi il centro finanziario di Beirut e che, a due passi dal moderno e sfavillante suk a ‘downtown’, finiscono per nascondere la meravigliosa chiesa. “Il Libano era chiamato il Vaticano del Medioriente”, dice con voce velata di malinconia il frate. Oggi i cristiani cattolici ‘latini’ sono appena 15 mila in tutto il Libano. “La nostra cultura e le tradizioni fanno parte di questo paese”, afferma. Ma da quando la comunità cristiana ha perso ‘sponsor’ internazionali, con il potere di quelli islamici sunniti e sciiti in costante crescita, nell’arco di pochi decenni potrebbero essere solo un ricordo. Il legame tra cristianesimo e Libano è a rischio di finire dissolto tra le trame dei grandi giochi geopolitici che investono il paese, il bilanciamento dei poteri istituzionali sempre meno favorevole alla comunità cristiana e differenze culturali che portano la comunità islamica a crescere poderosamente rispetto a quella cristiana. Questioni culturali, economiche e politiche, più che di sicurezza legate al fondamentalismo islamista, potrebbero in Libano avere gli effetti che altrove sono generati dalla ferocia del terrorismo. Un conflitto demografico che i cristiani stanno perdendo. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

Migrazioni

La fuga dei cristiani dalle montagne del Libano

Il rumore penetrante del flex si propaga tra la vuota strada principale e i vicoli collegati senza ostacoli. Nel silenzio rimbombano i suoni delle martellate di un manovale che solitario lavora alla costruzione di un enorme edificio. Molto più alto delle modeste palazzine del piccolo villaggio di Masmura. Mancano ancora croci, simboli cristiani e dalle pareti di anonimo cemento non si capisce che da quella struttura verrà fuori un luogo di culto. Procedendo lungo la strada nella zona di Bhifa si passa da un piccolo villaggio all’altro: trecento, cinquecento abitanti al massimo. Le persone in giro sono pochissime. A Msrada il presepe è allestito curando al massimo i particolari. Di alberi di Natale addobbati se ne incontrano quasi a ogni incrocio. Insieme alle luminarie e altri simboli del Natale. E poi Ishlaeliah, un'altra chiesa, enorme, su una piccola collina, cui mancano tutti gli allestimenti ma spicca distintamente il campanile che ospiterà le campane. Non si sa quando. Ovunque regna una calma irreale e un silenzio profondo. Le tracce della cristianità sono le uniche visibili in tutta l’area. Tante da lasciar pensare che la maggioranza dei residenti sia cristiana. Eppure non supera il 10%. Nulla rispetto al 60% precedente alla guerra civile, meno di quarant’anni fa. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

Guerra

L’azione silenziosa dei cristiani nei campi profughi libanesi

“Facciamo quello che possiamo, quando andiamo a trovare i profughi non andiamo mai a mani vuote – racconta Abdo mentre carica scatoloni in auto – ora sta arrivando l’inverno, portiamo coperte e indumenti caldi. Tutto quello che raccogliamo, lo distribuiamo alle famiglie in fuga dalla guerra. Ma non basta, ci vorrebbe molto di più”.

Guerra

Il dramma dei siriani in Libano

Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, terreni dedicati ai profughi in fuga dalla guerra in Siria, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile.

Religioni

I Cristiani del Libano a rischio emarginazione

Il legame tra cristianesimo e Libano è a rischio di finire dissolto tra le trame dei grandi giochi geopolitici che investono il paese, il bilanciamento dei poteri istituzionali sempre meno favorevole alla comunità cristiana e differenze culturali che portano la comunità islamica a crescere poderosamente rispetto a quella cristiana. Questioni culturali, economiche e politiche, più che di sicurezza legate al fondamentalismo islamista, potrebbero in Libano avere gli effetti che altrove sono generati dalla ferocia del terrorismo. Un conflitto demografico che i cristiani stanno perdendo.

Religioni

Cristiani in fuga dal Libano

Durante la prima fase della guerra civile libanese, interi villaggi furono rasi al suolo e le chiese distrutte. I cristiani scapparono verso Beirut, Junieh o altri luoghi sicuri. Bastioni dove la comunità maronita era numerosa e poteva stringersi compatta e fare fronte comune evitando le aggressioni. L’area di Monte Libano, lo Chuf, Bhifa, furono le aree maggiormente colpite dal crollo della presenza cristiana. Qui dove le radici della cristianità sono antiche come la stessa esistenza di questo spicchio di Libano attorno al quale si sono coagulate tutte le altre regioni fino a costituire il territorio del Libano contemporaneo.

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