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	<title>Marco Milani Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 23 Oct 2026 15:38:08 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Marco Milani Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Decreto Sicurezza ottobre 2026: stretta su piazze e minori ma il nodo delle garanzie resta aperto</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/decreto-sicurezza-ottobre-2026-stretta-su-piazze-e-minori-ma-il-nodo-delle-garanzie-resta-aperto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 10:36:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Mi piace l&#8217;odore dei decreti legge al mattino» avrebbe forse detto il colonnello Bill Kilgore, interpretato da Robert Duvall nel film Apocalypse Now. Il nuovo decreto sicurezza riaccende il dibattito sul ricorso alla decretazione d’urgenza. Al centro delle critiche non vi è soltanto il contenuto delle misure, ma la scelta di rendere immediatamente efficaci disposizioni delicate, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/decreto-sicurezza-ottobre-2026-stretta-su-piazze-e-minori-ma-il-nodo-delle-garanzie-resta-aperto.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/OVERCOME_20261023123436865_97add28a8f31845350383efeb97bcecf-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Mi piace l&#8217;odore dei decreti legge al mattino» avrebbe forse detto il colonnello Bill Kilgore, interpretato da Robert Duvall nel film<strong> Apocalypse Now.</strong></p>



<p>Il nuovo decreto sicurezza riaccende il dibattito sul ricorso alla decretazione d’urgenza. Al centro delle critiche non vi è soltanto il contenuto delle misure, ma la scelta di rendere immediatamente efficaci disposizioni delicate, alcune già all’esame delle Camere, anticipando gli esiti del confronto parlamentare. Il tema assume particolare&nbsp;delicatezza&nbsp;nella parte in cui gli interventi riguardano minorenni autori di reato: alla tutela della sicurezza si affianca infatti l’esigenza di considerare la loro condizione e le prospettive di recupero. Si ripropone così una questione di equilibrio costituzionale: fino a che punto l’esigenza di rispondere ai fatti di cronaca può giustificare l’impiego di uno strumento straordinario per introdurre riforme strutturali della disciplina penale?</p>



<p>Sul piano dei contenuti, la risposta agli scontri di piazza passa anzitutto attraverso il nuovo delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, riferito a gruppi di almeno cinque persone che, utilizzando o lanciando oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, determinino un concreto pericolo per l’incolumità delle persone. Il decreto prevede inoltre aggravamenti di pena per danneggiamenti, devastazioni e saccheggi, amplia l’arresto in flagranza differita, anche ai minorenni, ed estende l’accompagnamento e il trattenimento preventivo fino a dodici ore alle operazioni di polizia in luoghi ad alta affluenza. Completano l’intervento nuovi divieti di radunarsi con persone determinate in luoghi specifici, una presunzione di imputabilità per i minori dai quattordici anni e l’invio di altri cinquecento militari a Milano fino al 31 dicembre 2026.</p>



<p>Il continuo ricorso a nuovi pacchetti sicurezza viene letto, da più parti, non come prova di efficacia, ma come sostituzione di una politica organica con una successione di risposte emergenziali.</p>



<p>Ma, prima di affrontare il tema dell’opportunità o meno di ricorrere alla decretazione d’urgenza, vediamo cosa prevede il nuovo intervento legislativo</p>



<p>Il Consiglio dei ministri del 20 ottobre 2026 ha approvato un decreto-legge recante «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile».</p>



<p>L&#8217;obbiettivo è chiaro: prevenire violenze di gruppo e disordini nelle manifestazioni, estendere strumenti di polizia preventiva e irrigidire la risposta alla devianza minorile. Il punto di equilibrio costituzionale è tuttavia delicato. La tutela della sicurezza pubblica non può trasformarsi in un arretramento delle garanzie che presidiano la libertà personale, la libertà di riunione e la specialità della giustizia minorile.</p>



<p>Il decreto interviene anche sull’organizzazione giudiziaria, introducendo una procedura accelerata per l’applicazione di magistrati quando eventi incidenti sull’ordine pubblico comportino o possano comportare numerosi arresti in flagranza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le misure annunciate: nuovo reato e interventi sul codice di procedura penale.</h2>



<p>Il decreto prevede l’introduzione del delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Secondo il comunicato, risponderebbe del reato chi, durante una manifestazione, partecipi a un gruppo di almeno cinque persone operante in modo organizzato, anche occasionalmente, e utilizzi o lanci oggetti atti a offendere o artifici pericolosi, e cagioni danni alle cose, creando un concreto pericolo per l’incolumità personale. Per promotori, organizzatori e istigatori, anche mediante strumenti telematici, sono previste pene più severe.</p>



<p>Lo schema colloca la nuova fattispecie nell’art. 420-bis c.p., con pena da due a cinque anni di reclusione e multa da 10.000 a 20.000 euro per la condotta base; per organizzazione, promozione o istigazione, la cornice prospettata sale da quattro a dodici anni. È inoltre prevista un’aggravante, per devastazione e saccheggio, quando il fatto sia commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico e riguardi beni esistenti in luogo di vendita o di deposito, nonché un aumento di pena per attentati a impianti di pubblica utilità commessi durante manifestazioni; nonché l’estensione dell’arresto in flagranza differita a tali delitti. La fattispecie prevede inoltre circostanze aggravanti, tra l’altro, per il travisamento o per modalità elusive dell’identificazione e per le azioni dirette contro infrastrutture energetiche, di trasporto, di telecomunicazione, servizi pubblici o beni pubblici o esposti alla pubblica fede; le lesioni personali rilevano secondo quanto stabilito dalla disposizione.</p>



<p>Non viene colpita la mera partecipazione a un corteo. Restano necessari una condotta materiale di “uso o lancio”, un concreto pericolo per le persone e il cagionare danni alle cose. Proprio qui si concentrerà però il futuro vaglio interpretativo: espressioni quali “gruppo organizzato anche occasionalmente” dovranno essere applicate senza dilatare la responsabilità individuale del singolo manifestante.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Minorenni: dalla verifica individuale alla presunzione di imputabilità.</h2>



<p>La modifica più sensibile riguarda i minori tra quattordici e diciotto anni. L’art. 98 del Codice penale oggi subordina l’imputabilità alla capacità di intendere e di volere al momento del fatto, mantenendo la diminuzione di pena per il minorenne imputabile. Nella costruzione tradizionale, tale capacità richiede un accertamento concreto, individualizzato e riferito anche alla natura del fatto; non opera una presunzione né di maturità né di immaturità.</p>



<p>Il nuovo decreto intenderebbe invece presumere la capacità fino a prova contraria per chi abbia compiuto quattordici anni. Parallelamente, secondo lo schema esaminato, l’art. 9 del D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 sarebbe modificato: l’imputabilità non costituirebbe più una finalità necessaria dell’indagine sulla personalità e pubblico ministero e giudice potrebbero acquisire gli elementi pertinenti solo in via eventuale.</p>



<p>La preoccupazione dell’avvocatura penalista è comprensibile: il rischio è che il baricentro si sposti dall’accertamento positivo della maturità al peso, gravante di fatto sulla difesa, di dimostrare l’immaturità. La Corte costituzionale ha qualificato la giurisdizione minorile come costituzionalmente vincolata, proprio perché fondata su specializzazione, valutazione della personalità e finalità educativa. Anche il processo minorile vigente tutela il diritto del minore a una valutazione individuale e stabilisce che la privazione della libertà debba essere limitata al tempo più breve possibile e adottata solo se le alternative sono inadeguate. Per gli imputati che abbiano compiuto sedici anni, la modifica dell’art. 19, comma 2, d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 attenua inoltre il vincolo di considerare la non interruzione dei processi educativi in atto nell’applicazione delle misure cautelari. Gli artt. 420-bis e 635.1 c.p. sono inoltre inclusi tra le fattispecie rilevanti ai fini della custodia cautelare minorile ai sensi dell’art. 23 d.P.R. n. 448/1988.</p>



<p>Il decreto introduce inoltre una sanzione amministrativa per l’esercente la responsabilità genitoriale quando il minore, anche non imputabile, partecipi ai reati indicati, e disciplina l’ordinanza-ingiunzione prefettizia per il risarcimento dei danni ai beni pubblici, con opposizione davanti al giudice civile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fermo preventivo e divieto di aggregazione</h2>



<p>Il decreto amplia l’accompagnamento e il trattenimento presso gli uffici di polizia fino a dodici ore, il cosiddetto fermo preventivo, alle operazioni svolte nei luoghi caratterizzati da consistente afflusso di persone. La misura potrebbe riguardare anche minorenni, qualora sussista un fondato motivo, basato su elementi concreti, per ritenere imminenti condotte di pericolo. Si aggiunge il potere del questore di vietare, sino a un anno, il raduno con persone determinate in luoghi individuati, applicabile anche agli ultraquattordicenni già destinatari di misure di prevenzione o condannati per determinati delitti.</p>



<p>Il parametro costituzionale decisivo è l’art. 13 Cost.: ogni restrizione della libertà personale richiede un atto motivato dell’autorità giudiziaria, salvo i casi eccezionali di necessità e urgenza tassativamente previsti dalla legge, con obbligo di tempestiva convalida. Di conseguenza, la compatibilità della misura non dipenderà soltanto dal limite massimo di dodici ore, ma dalla precisione dei presupposti, dalla reale eccezionalità dell’intervento e dall’effettività del controllo giudiziario.</p>



<p>La giurisprudenza costituzionale ha più volte sottolineato che, quando una misura preventiva incide su diritti fondamentali, legalità e garanzia giurisdizionale devono essere sostanziali: un controllo solo eventuale, attivabile dall’interessato dopo l’adozione dell’atto amministrativo, non basta a sostituire la riserva di giurisdizione. Il problema si fa ancora più acuto nei confronti dei minori, per i quali il sistema richiede specialità, individualizzazione e centralità dell’esigenza educativa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ricorso al decreto-legge: urgenza o anticipazione del Parlamento?</h2>



<p>L’Unione delle Camere penali italiane contesta soprattutto il metodo: le disposizioni su imputabilità, trattenimento preventivo e divieto di radunarsi sarebbero state già contenute in disegni di legge all’esame delle Camere, tra cui il disegno di legge C. 3080 sull’imputabilità e l’A.S. n. 1990 sulle misure preventive. La critica non riguarda quindi soltanto la severità delle norme, ma la scelta di sottrarre al confronto parlamentare riforme strutturali che incidono sulla libertà personale e sul diritto penale minorile.</p>



<p>L’art. 77 Cost. consente al Governo di adottare provvedimenti provvisori con forza di legge esclusivamente in casi straordinari di necessità e urgenza; essi devono essere presentati il giorno stesso alle Camere e decadono retroattivamente se non convertiti entro sessanta giorni. La Corte costituzionale ammette il controllo sull’evidente carenza dei presupposti e precisa che la conversione non sana un vizio originario del decreto-legge.</p>



<p>Ciò non significa che la scelta sia già incostituzionale. Il sindacato della Corte resta limitato ai casi di evidente mancanza dell’urgenza o di manifesta arbitrarietà; inoltre, un decreto può contenere misure eterogenee se tutte riconducibili a una finalità urgente unitaria. Ma l’esistenza di riforme già incardinate in Parlamento rende necessario un onere argomentativo particolarmente rigoroso: il Governo dovrà spiegare perché gli episodi di violenza renderebbero indifferibile, non solo il contrasto immediato ai disordini, ma anche una revisione generale dei presupposti dell’imputabilità minorile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nessuna illegittimità già scritta, molti punti da verificare</h2>



<p>Il decreto mira a colpire condotte violente che non appartengono all’esercizio pacifico del diritto di riunione. L’art. 17 Cost. tutela infatti la riunione pacifica e senz’armi, mentre l’art. 21 protegge la manifestazione del pensiero. La repressione di aggressioni, devastazioni e saccheggi è quindi pienamente compatibile con il quadro costituzionale.</p>



<p>Diverso è affermare che tutte le misure annunciate siano già immuni da dubbi. I profili più esposti riguardano la presunzione di imputabilità degli adolescenti, la concreta disciplina dell’arresto differito e del trattenimento preventivo, la determinatezza della nuova fattispecie di violenza organizzata, la proporzionalità delle pene e l’adeguatezza del ricorso alla decretazione d’urgenza.</p>



<p><strong>Fonti normative e giurisprudenziali</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Decreto-legge 22 ottobre 2026, n. 190, «Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile», pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, Serie generale, n. 246 del 22 ottobre 2026, in vigore dal 23 ottobre 2026.</li>



<li>Codice penale, artt. 98, 419, 420, 420-bis e 635.1.</li>



<li>Codice di procedura penale, art. 382-bis.</li>



<li>Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, artt. 1, 9, 16, 19 e 23.</li>



<li>Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, art. 3.</li>



<li>Decreto-legge 21 marzo 1978, n. 59, art. 11-bis, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 maggio 1978, n. 191.</li>



<li>Regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, art. 110.</li>



<li>Legge 24 novembre 1981, n. 689.</li>



<li>Decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150, art. 32.</li>



<li>Corte costituzionale, sentenza 24 febbraio 2026, n. 20.</li>



<li>Cassazione penale, Sezione I, sentenza 28 febbraio 2025, n. 8400.</li>
</ul>
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			</item>
		<item>
		<title>Deepfake, social e stampa: l’IA “entra” nel codice penale. </title>
		<link>https://it.insideover.com/giudiziaria/ia-entra-nel-codice-penale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 10:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giudiziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="612" height="344" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-600x337.jpg 600w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>«Chi è senza deepfake scagli la prima pietra». Si potrebbe adeguare così il precetto evangelico, ma la legge non punta il dito contro ogni contenuto artificiale: il confine penale si supera quando la diffusione non consensuale di un falso credibile provoca un danno ingiusto alla persona coinvolta. È questo il punto di partenza per leggere &#8230; <a href="https://it.insideover.com/giudiziaria/ia-entra-nel-codice-penale.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="612" height="344" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>«Chi è senza deepfake scagli la prima pietra». Si potrebbe adeguare così il precetto evangelico, ma la legge non punta il dito contro ogni contenuto artificiale: il confine penale si supera quando la diffusione non consensuale di un falso credibile provoca un danno ingiusto alla persona coinvolta.</p>



<p>È questo il punto di partenza per leggere il nuovo art. 612-quater c.p., introdotto dall’art. 26 della legge 23 settembre 2025, n. 132. La norma si inserisce in una realtà nella quale immagini, video e voci possono essere alterati con l’intelligenza artificiale e passare, in pochi minuti, da una chat privata a una platea molto più ampia. Proprio per questo, la responsabilità non può essere ricavata automaticamente né dalla sola esistenza del deepfake né dal semplice fatto che qualcuno lo abbia condiviso.</p>



<p>Ma cosa si intende per deepfake? Stiamo parlando di un’immagine, un contenuto audio o un video generato o manipolato mediante intelligenza artificiale che riproduce persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che può apparire, a chi lo osserva, falsamente autentico o veritiero. In pratica, la tecnologia può ricreare realisticamente il volto, i movimenti o la voce di una persona, facendo sembrare che abbia detto o fatto qualcosa che non è mai avvenuto; esempi tipici sono il face swapping e il voice cloning.</p>



<h1 class="wp-block-heading"><strong>La nuova regola</strong></h1>



<p>L’art. 612-quater c.p. prende in considerazione la condotta di chi, senza il consenso della persona rappresentata, cede, pubblica o altrimenti diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di intelligenza artificiale, idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità, cagionando un danno ingiusto.</p>



<p>La fattispecie richiede dunque una valutazione complessiva. Devono venire in rilievo l’impiego dell’intelligenza artificiale, l’idoneità del contenuto a sembrare genuino, l’assenza di un consenso rilevante nel contesto e la produzione di un danno ingiusto alla persona rappresentata. La mera circolazione di un contenuto manipolato, senza la verifica degli altri elementi e della concreta condotta del diffusore, non consente di concludere automaticamente per la responsabilità penale.</p>



<p>L’espressione «idoneo a indurre in inganno sulla loro genuinità» è quella utilizzata dalla legge. In pratica, per comprendere se il contenuto abbia questa caratteristica, si potrà considerare anche quanto appaia plausibile a un osservatore medio: non è però una formula testuale della disposizione, ma un possibile criterio di lettura. Anche il danno ingiusto deve essere valutato in concreto, tenendo conto della persona coinvolta, del contenuto e delle conseguenze della diffusione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quando l’IA rende il fatto più grave</strong></h2>



<p>La legge n. 132/2025 non si è limitata a introdurre il reato sui deepfake. Ha previsto anche un’aggravante comune, all’art. 61, primo comma, n. 11-undecies, c.p., per i fatti commessi mediante sistemi di intelligenza artificiale. Il semplice ricorso alla tecnologia, tuttavia, non basta: l’aggravante può rilevare quando il sistema, per la sua natura o per le modalità di utilizzo, costituisca un mezzo insidioso, ostacoli la pubblica o privata difesa oppure aggravi le conseguenze del reato.</p>



<p>Nel caso dell’art. 612-quater, l’impiego dell’IA è già un elemento costitutivo della fattispecie. L’aggravante non va quindi presentata come automatica conseguenza del deepfake: occorre verificare, caso per caso, un’ulteriore e concreta maggiore offensività nelle modalità del fatto.</p>



<h1 class="wp-block-heading"><strong>Social, chat e repost</strong></h1>



<p>Post, reel, storie, thread, messaggi con allegati manipolati, audio clonati e condivisioni su WhatsApp o Telegram sono alcune delle forme nelle quali un deepfake può circolare. Anche l’inoltro o la ripubblicazione possono assumere rilievo, ma non per il solo fatto di aver rilanciato un contenuto: bisogna verificare se, nella concreta condotta del diffusore, ricorrano tutti gli elementi della fattispecie.</p>



<p>Lo stesso vale per chat e gruppi chiusi. La diffusione in un ambiente non aperto al pubblico può essere valutata alla luce delle modalità dell’invio, dell’ampiezza della cerchia dei destinatari, del contenuto e delle conseguenze prodotte. Non è dunque corretto considerare ogni condivisione privata automaticamente irrilevante, ma neppure ogni inoltro automaticamente punibile.</p>



<p>Per utenti, creator e gestori di pagine, la cautela consiste nel fermarsi prima del rilancio, soprattutto quando il materiale riguarda persone riconoscibili, dichiarazioni apparentemente autentiche o voci ottenute mediante clonazione. A seconda dei fatti, possono venire in rilievo anche la diffamazione, la disciplina sulla protezione dei dati personali, le norme sul cyberbullismo o altre tutele civili e penali. La loro applicazione, però, deve essere verificata caso per caso e non discende automaticamente dalla sola presenza di un deepfake.</p>



<p>La procedibilità è, in via ordinaria, a querela della persona offesa. La legge prevede tuttavia alcuni casi di procedibilità d’ufficio: quando il fatto è connesso con un delitto per il quale si deve procedere d’ufficio, quando la persona offesa è incapace per età o per infermità e quando il fatto è commesso nei confronti di una pubblica autorità a causa delle funzioni esercitate.</p>



<p>Quest’ultima ipotesi richiede particolare attenzione. Non basta che il contenuto riguardi genericamente un politico, un magistrato o un appartenente alle forze dell’ordine. Occorre verificare se la condotta sia stata realizzata nei confronti di una pubblica autorità e proprio a causa delle funzioni esercitate, secondo la condizione indicata dalla norma.</p>



<h1 class="wp-block-heading"><strong>Il tema delle testate online</strong></h1>



<p>La logica della norma non si arresta ai confini dei social personali. Poiché l’art. 612-quater c.p. menziona la pubblicazione e la diffusione e si rivolge a «chiunque», il tema riguarda anche chi opera professionalmente nell’informazione. Per una testata online, incorporare, embeddare o ripubblicare un video, una fotografia o un audio proveniente da una fonte terza può porre un problema se il materiale è stato alterato con IA, appare idoneo a ingannare, manca il consenso e produce un danno ingiusto.</p>



<p>Questo non significa che ogni errore editoriale si trasformi in reato, né che la responsabilità del direttore, dell’editore o del responsabile digitale sia automatica. Eventuali profili penali devono essere accertati in concreto, considerando la condotta individuale, il contributo effettivamente prestato, le informazioni disponibili e l’elemento soggettivo richiesto dalla fattispecie. Dall’art. 612-quater non discende una generale posizione di garanzia riferibile indistintamente a tutti i ruoli della redazione.</p>



<p>Anche l’interesse pubblico della notizia e il diritto di cronaca non costituiscono un’esenzione automatica. La pubblicazione richiede di esaminare il quadro complessivo del caso: la natura del contenuto, le modalità di acquisizione e presentazione, la sua attendibilità, il consenso, il danno prospettato e tutti gli altri elementi giuridicamente rilevanti. In questa prospettiva, il dovere giornalistico di verificare le fonti assume un peso particolare quando il materiale è virale, sorprendente o destinato a incidere sulla reputazione di una persona.</p>



<p>La velocità della pubblicazione può rendere più difficile questo controllo, ma non sostituisce la verifica dei presupposti del reato. Una redazione che utilizza materiale prodotto da terzi si trova quindi davanti a un problema di metodo prima ancora che di tecnologia: capire da dove proviene il contenuto, quanto è verificabile e quale significato assume nel contesto in cui viene pubblicato.</p>



<h1 class="wp-block-heading"><strong>Verifiche, tracciabilità e trasparenza</strong></h1>



<p>Controllare la fonte originaria, chiedere il file originale, confrontare versioni e metadati quando disponibili, conservare la documentazione delle verifiche e predisporre una procedura rapida per gestire contestazioni o richieste di rettifica sono buone pratiche di compliance editoriale. Possono ridurre il rischio di errori e aiutare a ricostruire il percorso seguito dal contenuto, ma non sono obblighi imposti direttamente dall’art. 612-quater e non eliminano da soli eventuali responsabilità.</p>



<p>È utile distinguere questo piano organizzativo dagli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act. L’art. 50, paragrafo 4, richiede al deployer che genera o manipola un deepfake di rendere noto che il contenuto è stato artificialmente generato o manipolato, secondo le modalità previste dal regolamento.</p>



<p>La stessa disposizione disciplina separatamente i testi generati o manipolati e pubblicati con lo scopo di informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Per questi contenuti, l’obbligo di disclosure non si applica quando il testo è stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica detiene la responsabilità editoriale della pubblicazione. Questa previsione non costituisce, invece, un’esenzione generale per i deepfake audiovisivi diffusi dalle testate.</p>



<p>Anche quando il regolamento modula gli obblighi informativi per opere manifestamente artistiche, creative, satiriche o fittizie, ciò non equivale a un’immunità penale. Restano da valutare la condotta concreta, il contenuto, il consenso, il danno e le altre regole applicabili al caso.</p>



<h1 class="wp-block-heading"><strong>La verifica prima della viralità</strong></h1>



<p>L’art. 612-quater c.p. non considera illecito ogni contenuto sintetico e non trasforma ogni condivisione in una responsabilità già definita. Chiede piuttosto di misurarsi con una combinazione di fattori — IA, ingannevolezza, assenza di consenso, danno ingiusto e condotta di diffusione — che può cambiare a seconda delle circostanze.</p>



<p>Per gli utenti, la cautela riguarda il momento del repost. Per le testate, riguarda anche la qualità della verifica prima della pubblicazione e la capacità di documentare le scelte compiute. La velocità e l’interesse della notizia possono spiegare la corsa alla condivisione, ma non sostituiscono l’accertamento dei presupposti: prima della viralità, resta decisivo capire che cosa si sta diffondendo, con quale consenso e con quali possibili conseguenze.</p>
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		<title>Ddl Antisemitismo, critiche a Israele e libertà d&#8217;espressione: facciamo il punto</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/ddl-antisemitismo-critiche-a-israele-e-liberta-despressione-facciamo-il-punto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 14:42:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
		<category><![CDATA[Parlamento italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il DDL “S. 1004” – “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo” è stato approvato dal Senato e trasmesso alla Camera per il seguito dell’esame. Cuore del provvedimento è l’adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, comprensiva degli indicatori operativi per l’applicazione: l’antisemitismo è inteso &#8230; <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/ddl-antisemitismo-critiche-a-israele-e-liberta-despressione-facciamo-il-punto.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260904164117501_5cd1d86646d360b66bfa193bd06797df-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il DDL “S. 1004” – “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo” è stato approvato dal Senato e trasmesso alla Camera per il seguito dell’esame.</p>



<p>Cuore del provvedimento è l’adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, comprensiva degli indicatori operativi per l’applicazione: l’antisemitismo è inteso come “una percezione degli ebrei che può esprimersi come odio”, con manifestazioni contro persone, beni, istituzioni o luoghi di culto. Il DDL afferma contestualmente il ripudio di ogni forma di antisemitismo.</p>



<p>Il DDL chiarisce che le nuove misure devono rispettare la libertà di espressione e di critica politica, ponendo un limite di salvaguardia che orienta l’applicazione pratica della definizione e delle misure di contrasto.</p>



<p>È istituita una Strategia nazionale triennale contro l’antisemitismo, adottata dal Governo su proposta del Coordinatore nazionale, con un gruppo tecnico di supporto; le linee d’azione includono prevenzione, educazione alla memoria, sicurezza delle comunità ebraiche, monitoraggio dei dati (anche tramite la banca dati prevista dalla L. n.&nbsp;121/1981), contrasto dell’odio online, programmi formativi per scuole e università, aggiornamento di Forze armate, Forze dell’ordine e magistratura, e campagne informative del servizio pubblico.</p>



<p>Il quadro si innesta sulla disciplina penale già esistente: l’art. 604-bis c.p. punisce propaganda di idee fondate su superiorità/odio razziale o etnico, istigazione/commissione di atti di discriminazione o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; è prevista pena aumentata se la condotta si fonda su negazione/minimizzazione grave/apologia della Shoah o di crimini internazionali. La Cassazione ha ritenuto integrata la fattispecie anche in contesti di “comunità virtuale” (es. canali Telegram) veicolanti messaggi antisemiti, escludendo la copertura dell’art. 21 Cost. per condotte di istigazione all’odio.</p>



<p>La giurisprudenza europea inquadra l’hate speech come espressione che diffonde/giustifica odio, ammettendo restrizioni proporzionate all’art. 10 CEDU per prevenire disordini e reati; ciò orienta il bilanciamento tra misure di contrasto e libertà di espressione. In chiave di enforcement, si richiama il ruolo di co-regolazione delle piattaforme delineato dal Codice di condotta UE contro l’odio online, che coniuga contrasto allo hate speech e tutela del dibattito, evitando derive censorie.</p>



<p>In sintesi, il DDL 1004 fornisce una cornice definitoria e strategica nazionale (IHRA + Strategia triennale) e rafforza il coordinamento istituzionale, con clausole-guida sul rispetto della libertà di espressione; l’impatto pratico atteso è di indirizzare l’interpretazione e l’enforcement delle norme vigenti (in primis art. 604-bis c.p.) e le politiche pubbliche su prevenzione, formazione e contrasto dell’odio online.</p>



<p>C’è il rischio di sovrapporre l’odio antiebraico alla critica politica nei confronti del governo dello Stato di Israele?</p>



<p>Il rischio teorico di sovrapporre l’odio antiebraico alla critica delle politiche del Governo israeliano è riconosciuto in dottrina, come “linea sottilissima e ambigua” tra critica politica e antisionismo di matrice antisemita. Il DDL 1004, però, inserisce una chiara clausola di tutela: le nuove misure devono rispettare la libertà di espressione e di critica politica. Operativamente, ciò orienta l’interpretazione per evitare che la mera critica statuale sia qualificata come antisemitismo.</p>



<p>Il DDL adotta integralmente la definizione operativa IHRA con i relativi “indicatori” applicative. La dottrina segnala l’utilità della IHRA proprio per aiutare i giudici a distinguere la critica legittima da espressioni antisemite mascherate. Questo ancoraggio tecnico riduce il rischio di confusione, pur richiedendo un esame concreto di contesto, obiettivo e contenuto.</p>



<p>Sul piano repressivo, resta centrale l’art. 604-bis c.p. (propaganda/istigazione per motivi razziali, etnici o religiosi): è punita la condotta quando il discorso mira a persone o gruppi in quanto ebrei, anche in ambienti online; non vi è copertura dell’art. 21 Cost. per l’istigazione all’odio. La clausola di libertà del DDL opera dunque come limite applicativo: la critica politica resta lecita; l’hate speech antisemita rientra nel perimetro sanzionatorio.</p>



<p>La giurisprudenza europea ammette restrizioni proporzionate alla libertà di espressione (art. 10 CEDU) per contrastare l’hate speech; rientrano nell’odio vietato le espressioni che diffondono, incitano o giustificano antisemitismo, con tutela prioritaria della dignità dei gruppi colpiti. Ciò supporta un bilanciamento che preserva la critica statuale, ma sanziona la retorica discriminatoria.</p>



<p>Il rischio di confusione esiste in concreto, ma è mitigato da tre filtri cumulativi — la clausola esplicita sulla critica politica nel DDL, l’uso degli indicatori IHRA per l’applicazione e i requisiti tipici dell’art. 604-bis c.p. sull’odio discriminatorio, come letti dalla giurisprudenza. Ne discende che la critica alle politiche del Governo israeliano, in quanto tale, rimane lecita, mentre ricadono nel contrasto le espressioni che colpiscono gli ebrei “in quanto ebrei” o che utilizzano stereotipi/negazionismi idonei a integrare l’odio vietato.</p>



<p>Gli esempi IHRA — in particolare quelli relativi alla critica di Israele — sono formulati in termini necessariamente ampi e valutativi: richiedono di accertare se una certa espressione applichi «doppi standard» nei confronti di Israele, oppure se il paragone tra la politica israeliana e quella nazista sia «fondato» o invece rivelatore di pregiudizio antisemita. La linea che separa le forme di legittima critica delle scelte del governo di Israele da forme di antisionismo fondamentalmente antisemita è sottilissima e ambigua (strumentalizzabile in prospettive opposte).</p>



<p><strong>Vi è il rischio di un effetto deterrente <em>(chilling effect)</em> sulla critica politica e sul giornalismo</strong>. La Corte EDU ha più volte rilevato che sanzioni o meccanismi normativi eccessivamente ampi producono un effetto inibitorio sull’esercizio della libertà di espressione, «soprattutto in ambito politico», compromettendo «il diritto di informare e quello di ricevere informazioni su questioni di interesse generale». Tale rischio è particolarmente acuto per chi critica le politiche del governo israeliano in un contesto giornalistico, accademico o parlamentare: la mera possibilità di essere accusati di antisemitismo per aver formulato paragoni storici o denunciato violazioni del diritto internazionale potrebbe indurre all’autocensura. </p>



<p>Il ddl Italiano, come già detto, ha introdotto una clausola di salvaguardia esplicita, stabilendo che le misure di contrasto devono «comunque rispettare la libertà di critica politica e di espressione». Questa clausola, riproduttiva di quella contenuta nella stessa definizione IHRA, attenua in via di principio il rischio di una repressione indiscriminata. Tuttavia, essa non risolve il problema strutturale: il confine tra critica legittima e antisionismo antisemita non è tracciato da una norma precisa, ma rimesso alla valutazione caso per caso del giudice penale, con un inevitabile margine di incertezza che alimenta l’effetto dissuasivo. L’incorporazione legislativa della definizione IHRA come «indicatore operativo» rischia di attribuire a un documento di <em>soft law</em> una forza precettiva che la sua stessa formulazione non consente.</p>



<p>Il rischio per la libertà di espressione non deriva tanto da un divieto esplicito della critica a Israele — che la definizione IHRA e il ddl escludono formalmente — quanto dall’effetto indiretto di indeterminatezza normativa: l’ampiezza degli esempi operativi, trasfusi in una norma penale, potrebbe produrre autocensura nel dibattito politico, giornalistico e accademico, in contrasto con i principi di determinatezza della fattispecie penale e con le garanzie della libertà di espressione sancite dall’art. 21 Cost. e dall’art. 10 CEDU.</p>



<p>A chi scrive, appare condivisibile la decisione del Consiglio Nazionale dei Giornalisti, presa a marzo 2026, di utilizzare, nel contrasto all’antisemitismo, non la definizione IHRA, ma di fare riferimento alla Dichiarazione di Gerusalemme (JDA – Jerusalem Declaration of Antisemitism).</p>



<p>La JDA definisce l’antisemitismo come “discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”. Indica linee guida generali su stereotipi e codici comunicativi, insistendo sulla necessità di valutare sempre il contesto.&nbsp; Dedica una sezione specifica alla questione Israele/Palestina distinguendo, con esempi, ciò che, <em>prima facie</em>, è antisemitico da ciò che non lo è, includendo: sostegno ai diritti dei palestinesi; critica basata su evidenze alle istituzioni o politiche israeliane; advocacy di assetti costituzionali alternativi; BDS come forma non violenta di protesta. Richiama inoltre la protezione della libertà di espressione ex art. 19 UDHR e art. 10 CEDU: il fatto che una critica possa apparire “eccessiva o contestabile” non la rende, di per sé, antisemitica. Fin dal preambolo, la JDA esplicita l’obiettivo di chiarire i limiti tra antisemitismo e legittimo dibattito su Israele/Palestina, preservando uno “spazio aperto” al confronto.</p>



<p>Rispetto alla IHRA, la JDA rende più esplicito, con esempi “non antisemitici”, che la <strong>critica politica</strong> a Israele (anche severa, comparativa o sistemica) è lecita se ancorata a fatti e se applica gli stessi standard usati per altri Stati, riducendo il rischio di confondere opinioni politiche con <strong>pregiudizio</strong> verso gli ebrei. Questo impianto aiuta la determinatezza pratica: separa il contenuto politico dall’elemento discriminatorio, offrendo criteri applicativi distintivi.</p>



<p>Nel quadro italiano, il disegno di legge, come già sottolineato, ha valorizzato la IHRA, ma con clausole che impongono il rispetto della libertà di <strong>critica politica</strong> ed espressione. In questo contesto, un riferimento operativo alla JDA può fungere da strumento interpretativo più preciso per separare critica politica e antisemitismo.</p>



<p>In ultimo, una riflessione su possibili problemi di incostituzionalità del DDL S 1004, poiché, come ritenuto da alcuni, offrirebbe una “tutela speciale” solo alla comunità ebraica, senza analoghe garanzie per altre minoranze (ad esempio rom, migranti, musulmani) che si porrebbe in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione. A parere di chi scrive, non si configura, in astratto, una violazione dell’art. 3 Cost., in quanto il DDL S 1004 si innesta su un sistema già generale di tutela antidiscriminatoria penale e civile, che protegge, ad esempio, anche rom, migranti e musulmani. Il DDL aggiunge una strategia settoriale per un fenomeno specifico, senza sottrarre protezioni agli altri gruppi. Il profilo critico potrebbe sorgere solo se la “tutela speciale” si traducesse in un privilegio irragionevole o in una disciplina che, per contenuto o applicazione, comprometta la pari eguaglianza delle confessioni.</p>
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		<title>Se esistesse un accordo Europol–Israele sui dati di polizia: cosa cambierebbe e perché rischierebbe di violare le regole</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/se-esistesse-un-accordo-europol-israele-sui-dati-di-polizia-cosa-cambierebbe-e-perche-rischierebbe-di-violare-le-regole.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 15:52:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dati biometrici, genetici, opinioni politiche, salute e localizzazione: cosa permettono davvero il<br />
diritto UE e quello italiano</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/se-esistesse-un-accordo-europol-israele-sui-dati-di-polizia-cosa-cambierebbe-e-perche-rischierebbe-di-violare-le-regole.html">Se esistesse un accordo Europol–Israele sui dati di polizia: cosa cambierebbe e perché rischierebbe di violare le regole</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260902102240681_249d3aa9d8914f9da1b4220607351518-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Se <a href="https://it.insideover.com/politica/la-ue-tratta-in-segreto-con-israele-lo-scambio-di-dati-sensibili-rischi-per-i-palestinesi.html" type="link" id="https://it.insideover.com/politica/la-ue-tratta-in-segreto-con-israele-lo-scambio-di-dati-sensibili-rischi-per-i-palestinesi.html">esistesse un accordo</a><strong> tra Commissione europea e Israele</strong> che consentisse lo scambio di dati personali — anche altamente sensibili — tra Europol e le autorità israeliane, la questione non riguarderebbe soltanto l’efficacia della cooperazione di polizia. Toccherebbe direttamente il diritto alla vita privata e alla protezione dei dati. Lo scenario ipotetico include informazioni biometriche, genetiche, sanitarie, politiche, sulla localizzazione e sull’orientamento sessuale: dati che richiedono cautele particolarmente forti. Senza una base giuridica precisa, una dimostrazione di stretta necessità e garanzie controllabili, un’intesa di questo tipo rischierebbe di entrare in conflitto con le regole UE e italiane (art. 218 TFUE; Regolamento (UE) 2016/794; Direttiva (UE) 2016/680; Carta UE; d.lgs. 51/2018).</p>



<p>La <strong>base giuridica non è un dettaglio</strong>: Europol non può trasferire dati personali a un Paese terzo sulla base di una semplice scelta politica o di un’intesa informale. Occorre, in linea generale, una decisione di adeguatezza oppure un accordo internazionale dell’Unione concluso secondo la procedura dell’art. 218 TFUE e accompagnato da garanzie adeguate. Solo in assenza di questi presupposti possono operare eccezioni ristrette, riferite a situazioni puntuali e sottoposte a limiti rigorosi. Il Regolamento Europol colloca quindi la cooperazione esterna dentro una cornice comune dell’Unione. Un accordo bilaterale “Commissione–Stato terzo” che aggirasse tale cornice porrebbe un problema di competenze e di procedura, oltre che di protezione dei dati (art. 218 TFUE; Regolamento (UE) 2016/794).</p>



<p>Dati particolarmente sensibili: quando sono “strettamente necessari”? L’espressione “strettamente necessario” indica una soglia alta e concreta. In parole semplici, i dati più delicati possono essere usati solo quando lo stesso risultato non è realisticamente raggiungibile con dati meno invasivi e quando esiste un collegamento diretto con una precisa finalità di polizia. Non basta che l’informazione possa essere utile: deve essere indispensabile per quel caso, per quel soggetto e per quel periodo. Quantità dei dati e durata della conservazione devono restare le minime possibili. Questo criterio esclude raccolte preventive, sistematiche o generalizzate che non siano giustificate caso per caso (Direttiva (UE) 2016/680; d.lgs. 51/2018, art. 7; CGUE, 4 ottobre 2024, C-548/21).</p>



<p>“Garanzie adeguate”: quali sono le protezioni minime? Le garanzie adeguate sono protezioni legali, tecniche e organizzative che rendono il trattamento controllabile e riducono i rischi di errore, abuso o diffusione non autorizzata. Servono una base normativa specifica e una finalità definita; devono essere raccolti solo i dati necessari. Occorre inoltre distinguere le categorie di interessati, controllare accuratezza, aggiornamento e affidabilità delle informazioni e correggere i dati inesatti prima di trasmetterli. Gli accessi e gli inoltri devono essere registrati integralmente: chi ha consultato i dati, quando, perché e a chi li ha comunicati. A ciò si aggiungono controlli di accesso, livelli di visibilità, segregazione dei dati, cifratura e tempi di conservazione definiti. Quando il rischio è elevato, sono richieste valutazione d’impatto e consultazione preventiva dell’autorità di controllo (d.lgs. 51/2018, artt. 4, 21 e 24; D.P.R. 15/2018, art. 24).</p>



<p>In pratica, un sistema affidabile dovrebbe produrre log non modificabili, limitare la visibilità alle persone che ne hanno effettiva necessità e consentire di verificare o rettificare i dati prima dell’invio. Le garanzie non sono formule astratte: devono funzionare nella pratica ed essere dimostrabili.</p>



<p>I Trasferimenti verso Paesi terzi e gli inoltri successivi: il d.lgs. 51/2018 stabilisce condizioni specifiche per l’invio di dati a Paesi terzi. In generale occorrono una decisione di adeguatezza o garanzie appropriate; le deroghe sono ammesse soltanto per casi determinati e non possono diventare la regola. Il trasferimento deve essere documentato e, nei casi previsti, portato all’attenzione dell’autorità di controllo. Un ulteriore limite riguarda i dati ricevuti da un altro Stato membro: lo Stato che li ha forniti deve autorizzarne previamente il trasferimento, anche quando i dati vengano inoltrati successivamente. L’obiettivo è evitare che le tutele originarie siano aggirate passando da un’autorità all’altra (d.lgs. 51/2018, artt. 31–35).</p>



<p>La Privacy e protezione dei dati: il test di proporzionalità. Gli artt. 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea tutelano, rispettivamente, la vita privata e la protezione dei dati personali. Per questo ogni interferenza deve essere prevista dalla legge, necessaria per uno scopo legittimo e proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito. Nel caso di dati molto sensibili, una previsione ampia e indifferenziata sarebbe particolarmente difficile da giustificare. Rileva anche il controllo di un’autorità indipendente, che rende verificabile il rispetto delle regole (Carta UE, artt. 7–8).</p>



<p><strong>Quando lo scambio rischierebbe di essere illecito?&nbsp;</strong></p>



<p>I profili più critici sarebbero un accordo privo della procedura prevista dall’art. 218 TFUE o di una decisione di adeguatezza; flussi ampi e indiscriminati di dati sensibili senza prova della stretta necessità; l’assenza di valutazione o consultazione nei trattamenti ad alto rischio; e trasferimenti diretti effettuati fuori dalle condizioni eccezionali previste dalla legge.&nbsp;</p>



<p>Cosa potrebbe essere possibile? La cooperazione di polizia non è esclusa in assoluto. Può essere possibile in casi singoli e specifici, se la necessità è dimostrata con rigore e tutte le garanzie sono effettivamente applicate. Il canale tra autorità competenti resta quello da privilegiare; ogni passaggio deve essere documentato e, quando richiesto, comunicato al Garante. Per i trasferimenti diretti a destinatari in Paesi terzi valgono condizioni cumulative particolarmente severe, tra cui l’inefficacia del canale ordinario, il bilanciamento con i diritti dell’interessato e l’informazione delle autorità coinvolte (d.lgs. 51/2018, art. 35).</p>



<p>La <strong>cooperazione internazionale può essere utile alle indagini</strong>, ma non può trasformarsi in un canale senza limiti per dati estremamente delicati. Un eventuale scambio tra Europol e autorità israeliane dovrebbe quindi muoversi entro binari giuridici chiari, misurati e verificabili: base legale UE corretta, necessità dimostrata caso per caso, protezioni tecniche e organizzative reali e controlli indipendenti. Senza questi elementi, il rischio di violare le norme europee e italiane sarebbe concreto.</p>



<p>La <strong>scelta è netta e non ammette compromessi</strong>: o si costruisce un framework blindato da garanzie giuridiche vincolanti, verifiche indipendenti e responsabilità chiare, o si rinuncia definitivamente a questo scambio di dati. L&#8217;Europa non può permettersi di derogare ai propri principi fondativi in nome di una cooperazione che, priva di confini precisi, rischia di tradursi in una violazione sistematica del diritto comunitario e nazionale. In gioco non c&#8217;è solo la conformità formale alle norme, ma la credibilità stessa dell&#8217;Unione come custode dei diritti fondamentali dei propri cittadini.</p>
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		<title>Con l&#8217;intelligenza artificiale proliferano gli avvocati (e i medici) di sé stessi. E non è un bene&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/giudiziaria/con-lintelligenza-artificiale-proliferano-gli-avvocati-e-i-medici-di-se-stessi-e-non-e-un-bene.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 19:20:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giudiziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_2026072221180689_45eeb03d82f8cefaf5730e8a63e5b0d2-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In questi giorni si parla molto di una sentenza [1] della Corte di Cassazione che ha affrontato il problema delle “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale in relazione all’attività dell’avvocato. Per la Suprema Corte indicare in un atto, da parte di un avvocato, precedenti giurisprudenziali inesistenti o “allucinati” da sistemi di IA rappresenta un indice particolarmente significativo di colpa, perchè &#8230; <a href="https://it.insideover.com/giudiziaria/con-lintelligenza-artificiale-proliferano-gli-avvocati-e-i-medici-di-se-stessi-e-non-e-un-bene.html">[...]</a></p>
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<p>In questi giorni si parla molto di una sentenza <sup>[1]</sup> della Corte di Cassazione che ha affrontato il problema delle “<strong>allucinazioni</strong>” dell’intelligenza artificiale in relazione all’attività dell’avvocato.</p>



<p>Per la Suprema Corte indicare in un atto, da parte di un avvocato<strong>, precedenti giurisprudenziali inesistenti o “allucinati” da sistemi di IA </strong>rappresenta un indice particolarmente significativo di colpa, perchè l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale non vale di per sé a escludere la colpa e il professionista che redige e deposita l’atto resta tenuto a verificare le citazioni. </p>



<p>Ma non è di questo che vogliamo parlare, ma del cliente/assistito che si presenta in studio dall’avvocato con un parere o un atto da lui stesso redatto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.</p>



<p>Noi avvocati siamo abituati da anni all’assistito che, magari via Whatsapp (colpa nostra che abbiamo permesso agli assistiti di inviarci messaggi – tra cui i molesti vocali &#8211; a qualsiasi ora del giorno e della notte, festivi compresi…) ci informa che “ho trovato su internet una sentenza che fa al caso nostro” (magari confermata dal nipote che ha già fatto il primo esame a giurisprudenza…).</p>



<p>In alcuni studi legali circolava incorniciato in sala d’attesa qualche anno fa l’avviso <strong>“si prega di non confondere la vostra ricerca su Google con la mia laurea in giurisprudenza&#8221;.</strong></p>



<p>Ora con l’avvento dell’IA quasi rimpiangiamo quella semplice sentenza della quale venivamo edotti, con grande soddisfazione dell’assistito (e del nipote), come se noi non fossimo in grado di consultare le (costose) banche dati giuridiche e, per i più tradizionalisti, dopo aver sfogliato gli indici delle riviste giuridiche e dei commentari ai vari codici.</p>



<p>Ci indicavano una semplice sentenza, bei tempi! Ora con l’IA<strong> l’assistito arriva già con la “soluzione del caso”, </strong>con la strategia processuale impostata da lui stesso. Ma non è solo il desiderio di partecipare alla propria difesa, di sentirsi attore ed autore del proprio destino nelle aule di tribunale. Eh no! IA significa (tentare di) risparmiare anche sulla parcella.</p>



<p>Una signora viene presso il mio studio per appellare una sentenza di condanna a suo avviso totalmente infondata (ovviamente per colpa del collega che la ha assistita nel giudizio di primo grado e che “non ha fatto quell che ho detto io). Dopo aver studiato il fascicolo e sottoposto all’attenzione della signora il preventivo di parcella (accettato e sottoscritto&#8221;), inform la cliente che entro due settimane l’atto di impugnazione sarebbe stato pronto. Era un venerdì. Il fine settimana un po’ lavoro, un po’ faccio servizio in ambulanza come volontario (ma di questo parleremo dopo…) e, sopresa!, il lunedi ricevo una mail dalla mia nuova assistita che mi invia l’atto di appello, da lei redatto con l’aiuto di una app di IA (non giuridica e nemmeno di quelle a pagamento…). La sua richiesta in sintesi: “Avvocato metta l’atto sulla sua carta intestata, lo firmi, lo depositi e mi dimezzi il preventivo perchè la maggior parte del lavoro lo fatto io!”</p>



<p>Cortese risposta alla mail con rinuncia al mandato.</p>



<p>Sarà la prima di una lunga serie?&nbsp;</p>



<p>Il cliente che si presenta dall&#8217;avvocato esibendo un parere legale (o un atto) già redatto dall&#8217;intelligenza artificiale sta diventando ormai un fenomeno diffuso. Affidarsi a chatbot generalisti per questioni legali presenta enormi limiti. Spesso questi testi contengono &#8220;allucinazioni&#8221;, omettono dettagli normativi cruciali e le chat non garantiscono il segreto professionale. L&#8217;IA non può sostituire la consulenza professionale. Il parere generato dal software va considerato solo come un&#8217;ipotesi di lavoro o uno spunto. Il professionista deve verificare la veridicità di ogni affermazione.&nbsp;</p>



<p>E non dimentichiamo i pericoli per la privacy: inserire i propri dati personali o i dettagli di un contenzioso nelle versioni pubbliche delle piattaforme può comportare seri&nbsp;rischi per la riservatezza.&nbsp;</p>



<p>Ma se gli avvocati piangono, i medici non ridono.</p>



<p>Racconto il mio “caso” ad un amico medico.</p>



<p>“Di cosa ti stupisci?” mi dice. Abbiamo lo stesso problema. Anche<strong> i medici quotidianamente si confrontano con pazienti con una diagnosi già formulata da un&#8217;intelligenza artificiale</strong>. Pare sia un fenomeno in fortissima crescita che sta ridefinendo il rapporto medico-paziente. Questo comportamento rappresenta l&#8217;evoluzione della classica ricerca su Google, dando vita a quella che gli esperti chiamano cybercondria da IA o “ipocondria digitale 2.0”.</p>



<p>Dagli avvocati, ai medici, ai soccorritori. Dopo 35 anni di servizio volontario sulle ambulanze ecco che incappo nel “<strong>parente 2.0</strong>” del paziente: che ti accoglie sulla porta di casa non raccontando, come ai bei vecchi tempi andati, tutte le patologie del nonno dall’infanzia agli attuali novant’anni, ma sentenziando: “il nonno ha un ictus, ho appena verificato con l’intelligenza artificiale. I sintomi ci sono tutti”.</p>



<p>Si narra che Umberto Eco, durante una&nbsp;<em>lectio magistalis</em>&nbsp;tenuta all’Università di Torino nel giugno del 2015 abbia affermato che i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino senza danneggiare la collettività. E allora mi chiedo quale sarà il valore aggiunto dell’IA per gli imbecilli? Sostituire un titolo di studio come il Battesimo o la Licenza di pesca in acque dolci ad anni di studi e pratica, tirocini, corsi di aggiornamento e formazione?</p>



<p>Dobbiamo arrenderci al fatto che il “Cogito, ergo sum” di Cartesio sia inevitabilmente destinato a diventare “Digito, ergo sum”?</p>



<p>Pino Aprile sosteneva che l’intelligenza, per le società umane, fosse sabbia negli ingranaggi. L’intelligenza artificiale, per le società umane, rischia di essere un macigno.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><sup>[1]</sup> Per gli autodidatti che vogliano informare il loro avvocato: sentenza n. 23006 del 22 giugno 2026 – Corte di Cassazione &#8211; III Sezione Penale.  Un ricorso fondato su “giurisprudenza inventata” rappresenta una vera e propria “patologia dell’atto di impugnazione”, lesiva della serietà tecnico‑professionale e del corretto contraddittorio. L’affidamento acritico agli output dell’IA può comportare sanzioni processuali (art. 616 c.p.p., art. 96 c.p.c.) e profili disciplinari. Le “allucinazioni” dell’IA (citazioni di sentenze o norme inesistenti) sono giuridicamente rilevanti e l’uso dell’IA non attenua ma presuppone gli obblighi di diligenza, lealtà e probità dell’avvocato.  </p>
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