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Società

La lotta kushti sotto il mirini dei talebani

Gli Occhi della Guerra sono andati in Pakistan per scoprire un'antica arte sportiva diffusa in India, Pakistan e Bangladesh. E' La lotta kushti: chiamata anche wrestling indiano, questa antica disciplina è una commistione di sport, lotta, arte, religiosità e credenze. Tra amore del corpo e rispetto dell'avversario (sono vietati calci e pugni), questa disciplina è anche un'allegoria della cultura dell'incontro. Ed è proprio per questo la lotta kutshti è nel mirino dei talebani pakistani perché i lottatori sono quasi nudi e questo, secondo gli estremisti, va contro i principi dell'Islam. Per questo gli incontri avvengono alla presenza della polizia che vigila sull'incolumità degli sportivi e del pubblico. Montaggio di Roberto Di Matteo (Bobomatto)

Religioni

Mattoni di Apartheid

Gli Occhi della Guerra sono alla prima periferia di Lahore nella fabbrica di mattoni dove i cristiani lavorano dall'alba al tramonto in condizioni di semi schiavitù. Lo sforzo disumano, i soprusi quotidiani all'interno di queste fabbriche fanno parlare di vera e propria apartheid ai danni della minoranza cristiana in Pakistan. Servizio di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini

Religioni

Schiavi perchè Cristiani

Gli Occhi della Guerra sono alla prima periferia di Lahore nella fabbrica di mattoni dove i cristiani lavorano dall'alba al tramonto in condizioni di semi schiavitù. Lo sforzo disumano, i soprusi quotidiani all'interno di queste fabbriche fanno parlare di vera e propria apartheid ai danni della minoranza cristiana in Pakistan. Servizio di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini

Terrorismo

La strage di Pasqua

Era un ''perchè?'' elevato a domanda assoluta, quello che ha pervaso il mondo all'indomani della strage compiuta da un kamikaze talebano nel parco principale di Lahore il giorno di Pasqua. Uomini, donne e bambini uccisi, oltre 60 morti e più di 350 feriti. Un ''perchè?'', quello pronunciato in punta di piedi da milioni di persone come estremo gesto per supplicare un atto di pietà, una domanda figlia dell'ammissione della propria vulnerabilità umana difronte all'orrore. Perchè i civili? Perchè i bambini? perchè le stragi nei parco giochi? Gli interrogativi si sono infranti contro un silenzio orfano di risposte: sono rimaste soltanto le accettazioni del dramma e la pena nel dover affrontare il presente. Era sera al Gulshan e Iqbal Park di Lahore, il parco della città del Punjab, il giorno di Pasqua, domenica 27 marzo, era gremito di gente: fedeli musulmani e cristiani, una pluralità di volti, di sorrisi, di vite diverse accomunate dal frangente di tempo, dall'istante, quello stesso istante che avrebbe segnato per sempre la loro esistenza. Un talebano di 27anni, Yosuf Farid, entrò nel parco con indosso più di 20 chili di esplosivo e soprattutto con un'adorazione assoluta per la morte propria e altrui. Nessun rimorso, nessuna misericordia, nessun' accettazione della sua condizione di uomo, nulla, ma un solo desiderio: il sangue , la strage, la morte, la concessione assoluta di se stesso a un Dio, invocato in un grido eretico, improprio e bestemmiatore della fede, al momento dell'esplosione. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

Karachi sotto attacco

Issa è il nome arabo di Gesù, il nome con cui è nominato nel Corano e Issa Nagri è il nome del quartiere cristiano di Karachi, l'ex capitale del Pakistan, megalopoli del sud affacciata sul mare. Per arrivare nel ghetto cattolico occorre attraversare la città, dal centro sino a Gulshan town. È assordante Karachi, dicotomica ed è sempre l'opposto di ciò che sembra. Si svela poco a poco. È fatta dai vicoli del centro, dove transitano pullman affollati di viaggiatori, anche sul tetto, richò che formano un reticolato di ingorghi senza sosta, bancarelle e negozi in ogni dove e canali di scolo a cielo aperto. Ma è fatta anche dai lunghi viali che portano al mare, dove transitano suv delle più famose multinazionali e dove si affacciano centri commerciali, McDonald's e boutique della Levi's. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Religioni

Il vescovo degli ultimi

''Oggi in Pakistan i cristiani, tra cattolici e protestanti, sono il 2% della popolazione. Il problema è che i cristiani sono vittime della discriminazione e questo ha costretto gran parte della minoranza cristiana a dover vivere facendo i lavori più umili. Poi, un'altra difficoltà che abbiamo come cattolici, è che parte della popolazione islamica del Pakistan ritiene che i non musulmani siano diversi e che non debbano godere dei loro stessi diritti. Non è una legge scritta, è un pregiudizio insito nel tessuto sociale di questo Paese''. A parlare è Joseph Coutts arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale del Pakistan che ha rilasciato un'intervista esclusiva per Gli Occhi della guerra. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Religioni

Schiavi perchè Cristiani

Inside Over sono alla prima periferia di Lahore nella fabbrica di mattoni dove i cristiani lavorano dall'alba al tramonto in condizioni di semi schiavitù. Lo sforzo disumano, i soprusi quotidiani all'interno di queste fabbriche fanno parlare di vera e propria apartheid ai danni della minoranza cristiana in Pakistan.Servizio di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini

Terrorismo

2016: inferno Nigeria

a luce del sole nigeriano è abbacinante, trafigge lo sguardo e rende i colori di Maiduguri vacui e indistinti. Il cielo è bianco, la polvere delle strade pure. E in questo luogo di bagliori inclementi che tutto travolgono, che costringono gli occhi a socchiudersi in due piccole fessure, ecco che le uniche ombre che si scorgono sono quelle delle donne che camminano per strada, reggendo in braccio, o tenendo legati sulla schiena, piccoli corpi. Capannelli di madri, avvolte in hijab o in variopinti abiti kanuri, che si dirigono tutte nella stessa direzione, nel quartiere di Gwange. Marciano senza neanche lasciare orme nella sabbia, come sospese nella loro condizione spettrale di paria della misericordia umana. Avanzano, a gruppi, e hanno tutte le stesse espressioni: i volti scavati, gli occhi satirici, i denti eburnei e le bocche aperte che inspirano per lo sforzo e il dolore. Percorrendo la via principale, queste figure, incolonnate come in una processione di penitenti senza colpa, si lasciano guardare, mentre si trascinano portando con sè i propri figli. Bambini stravolti da una fame spietata, consumati nello sguardo, svuotati di ogni forma di resistenza al dolore, incapaci di opporsi al male, anche solo con un lenitivo e assoluto pianto. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

Le ragazze di Chibok

Sono sedute nella biblioteca dell'American University a Yola, nord est della Nigeria. Quattro ragazze che parlano, si confidano, che hanno capelli raccolti, anelli, orecchini e sorrisi difficili da decifrare. Sono volti che a un primo sguardo appaiono rilassati e che sembrano rincorrere la speranza: forse sembra addirittura che l'abbiano raggiunta. Ma non è così; perchè hanno in sé un qualcosa di recondito, un dolore profondo soppesato in silenzi improvvisi, in occhi che spesso si stagliano contro il vuoto e scavano nel passato senza tregua. Hanno un fardello incastrato tra la coscienza e la memoria, ed è quello che accompagna ogni sopravvissuto che deve fare i conti con la sua condizione di vincitore quando pensa alla vita che non gli è stata strappata ed il senso di solitudine da cui viene travolto quando invece pensa agli altri che non ce l'hanno fatta e all' ingiustizia per ciò che è stato. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

In fuga da Boko Haram

Le immagini del racconto prendono vita nitidamente, come se l'incubo si stesse materializzandodavanti a noi. I particolari della tragedia ci fanno sprofondare in un vortice di orrore, in cui veniamo trascinati, sempre più a fondo, in preda a un'angoscia dettata dalla violenza della narrazione. È l'agosto del 2014 e nella città di Gwoza, al confine col Ciad, si sentono degli spari in lontananza. È mattina e i colpi provengono da lontano; può essere l'esercito, oppure i guerriglieri di Boko Haram. I colpi a poco a poco si fanno più nitidi e gli spari secchi degli Ak 47 ormai sono vicini e iniziano a cadere verso le abitazioni della città nigeriana. È chiaro: è un'incursione degli jihadisti di Abubakar Shekau; ora non ci sono dubbi. Non si odono solo i crepitii secchi dei kalashnikov; i miliziani islamisti attaccano anche con armi pesanti: i proiettili dell'artiglieria e dei fucili d'assalto viaggiano in tutte le direzioni e dalla boscaglia e dai campi intorno alla città si incominciano a scorgere i soldati del Califfato d'Africa. Sagome che avanzano nei cespugli, sulle piste di terra battuta, sbucano da dietro alberi e arbusti e queste figure, dagli occhi satirici e dalle barbe spettrali, diventano sempre più definite. Alcuni hanno delle divise militari, altri solo delle giacche mimetiche, molti indossano abiti civili e kefiah al collo. Urlano ''Allah u Akbar'', salmodiano i versi del Corano e intanto sparano; non conoscono tregua: avanzano e sparano. La gente di Gwoza inizia a scappare, corre sui monti e anche i militari dell'esercito nigeriano, dopo una debole resistenza, si danno alla fuga sull'altipiano. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

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