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	<title>Luigi Maria Romano Archives - InsideOver</title>
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	<title>Luigi Maria Romano Archives - InsideOver</title>
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		<title>Il triumvirato che riavvicina il Sud America agli Usa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2019 07:54:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Sud America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190104213959_28112268.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190104213959_28112268.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190104213959_28112268-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190104213959_28112268-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190104213959_28112268-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Per il Sud America, una costante all’inizio del ventunesimo secolo è stata la volontà pressoché unanime di emanciparsi dagli Stati Uniti. L’applicazione, nel secondo ‘900, del “corollario Roosevelt” alla dottrina Monroe, secondo il quale tutto il continente americano doveva, di fatto, orbitare attorno a Washington, con gli stati sudamericani considerati alla stregua di un “cortile &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-triumvirato-che-riavvicina-il-sud-america-agli-usa.html">[...]</a></p>
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<p>Sentimento che si è concretizzato con l’ascesa di governi politicamente ed economicamente non allineati ai dettami capitalisti e liberisti del “Washington Consensus”. L’esempio più paradigmatico è certamente quello di Hugo Chávez, che conquistando il potere in Venezuela nel 1999 riuscì a incanalare le pulsioni anti-americane, unitamente a istanze identitarie, in un ideale di rivoluzione bolivariana da propagare in tutto il Sud America.</p>
<p>L’eco del bolivarismo si diffuse presto anche in Bolivia, dove Evo Morales fu eletto presidente nel 2002 facendo della liberazione dall’imperialismo statunitense l’architrave della propria campagna elettorale. Anche l’Uruguay si rese protagonista di una svolta in senso socialista con la vittoria alle elezioni del 2005 di Tabaré Vazquez, seguito nel 2010 dal carismatico Pepe Mujica, e nuovamente in carica dal 2015. Da ricordare la lunga parentesi socialdemocratica brasiliana, avviata da Lula nel 2003 e proseguito, tra scandali e instabilità, con Dilma Roussef fino al 2016 e con Michel Temer fino al 2018. Anche l’Argentina, dopo la bancarotta dichiarata nel 2001, fu protagonista di una svolta socialista, pur in seno al peronismo, con l’ascesa di Nestor Kirchner nel 2003, seguito dalla moglie Cristina, alla Casa Rosada dal 2007 al 2015.</p>
<h2>L’equilibrio precario dell’Unasur</h2>
<p>Questa convergenza portò all’istituzione, nel 2008, dell’Unasur (Union de Naciones Suramericanas), un’organizzazione di fatto capeggiata da Chávez, Morales e Lula, il cui obiettivo era costituire un blocco unito di paesi sudamericani contrapposto a Washington. L’Unasur iniziò a palesare tutte le proprie fragilità già con la morte di Chávez nel 2013. L’asse costituito da Venezuela, Bolivia e Uruguay – i cui governi erano più radicali nell’applicazione del socialismo – trovò una sempre maggiore opposizione da parte del “Gruppo di Lima“, formato da Perù, Argentina, Brasile, Cile, Colombia e Paraguay.</p>
<p>L’escalation della crisi venezuelana da una parte e la vittoria di presidenti di impostazione liberista come Mauricio Macri in Argentina nel 2015 e, tre anni dopo, di Jair Bolsonaro in Brasile, hanno dato il definitivo colpo di grazia alle velleità del blocco, che appariva irrimediabilmente sfaldato in occasione del rifiuto di Venezuela e Bolivia di nominare, nel 2017, l’argentino José Octavio Bordon segretario generale dell’Unasur. Il Gruppo di Lima rispose scagliandosi contro Nicolás Maduro, accusato di condotta antidemocratica, e non permettendo alla delegazione venezuelana di partecipare all’ottavo summit delle Americhe nel 2018. La Bolivia intervenne immediatamente convocando una riunione di emergenza per esprimere la propria solidarietà nei confronti di Maduro. Pochi mesi dopo, Morales fu nominato presidente pro tempore dell’Unasur. Ciò provocò la reazione rabbiosa del Gruppo di Lima, che si autosospese dall’organizzazione, prima che la Colombia, nell’agosto dello stesso anno, decidesse di uscire ufficialmente. Lo scorso 22 marzo l’Unasur ha intonato il proprio “De Profundis” in occasione dello scioglimento ufficiale della stessa.</p>
<p>La vittoria di Macri in Argentina nel 2015 e di Bolsonaro in Brasile nel 2018 ha segnato una svolta liberista in tutto il Sud America, complici la drammatica situazione del Venezuela e la posizione ormai sempre più minoritaria e isolata di Bolivia e Uruguay. Le redini delle relazioni tra i Paesi della regione sono dunque passate a Buenos Aires e Brasilia, coadiuvate dal governo cileno retto dal 2017 dal liberal-conservatore Sebastian Pinera.</p>
<h2>Dall’Unasur al Prosur: la svolta filo-americana</h2>
<p>Macri, Bolsonaro e lo stesso Pinera, oltre ad essere stati i primi leader sudamericani a riconoscere Juan Guaidò quale presidente legittimo del Venezuela, sono i fondatori del Prosur (Foro para el Progreso y Desarollo de America Latina), ufficialmente istituito lo scorso 22 febbraio a Santiago del Cile e al quale hanno già aderito anche Paraguay, Colombia, Ecuador, Perù e Guyana. Obiettivo ufficiale del neonato organismo è l’attuazione di politiche comuni in materia di sicurezza, sanità, infrastrutture, energia, difesa, gestione delle calamità naturali e contrasto alla criminalità. Inoltre, il Prosur è caratterizzato da rigidi requisiti di accesso, che impongono ai governi interessati ad aderire il rispetto di determinati standard di democraticità, oltre che dei diritti umani.</p>
<p>La data di nascita del Prosur coincide con la presa d’atto ufficiale della fine dell’Unasur. Non è un caso, giacché rappresenta la netta discontinuità che d’ora in avanti il triumvirato composto da Macri, Bolsonaro e Pinera intende segnare rispetto al passato. Tale inversione di tendenza riguarderà anche i rapporti con gli Stati Uniti, che modello politico-economico da contrastare si configurano adesso quale partner strategico sempre più privilegiato.</p>
<p>Tra Mauricio Macri e Donald Trump intercorre, infatti, un rapporto di amicizia risalente a quando entrambi erano più o meno estranei alle dinamiche politiche dei rispettivi Paesi, mentre Jair Bolsonaro ha manifestato stima nei confronti dell’attuale Presidente degli Stati Uniti e delle sue politiche già durante la campagna elettorale. A riprova di quest’ultimo aspetto, si aggiunge la visita dello stesso Bolsonaro alla Casa Bianca, con tanto di scambio delle maglie delle nazionali di calcio con Trump.</p>
<p>La congiuntura attuale sorride, insomma, a Washington, che potrà tornare a esercitare la propria influenza sull’intero Sud America, con la collaborazione di buona parte dei governi locali.</p>
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		<title>Tensione fra Bosnia e Croazia: “Ci accusa di terrorismo”</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/tensione-fra-bosnia-e-croazia-ci-accusa-di-terrorismo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2019 09:55:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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<p>I rapporti tra Bosnia-Erzegovina e Croazia sono sempre stati tutt’altro che idilliaci. E la situazione sembra progressivamente degenerare da circa un anno, più precisamente da quando il presidente croato, Kolinda Grabar-Kitarovc, ebbe a dire che “migliaia di terroristi” avrebbero fatto ritorno in Bosnia in seguito alla caduta dello Stato Islamico. Tali dichiarazioni provocarono la furiosa &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/tensione-fra-bosnia-e-croazia-ci-accusa-di-terrorismo.html">[...]</a></p>
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<h2>La nuova accusa</h2>
<p>La tensione, tuttavia, rischia di assumere connotati ben più problematici a causa di quanto accaduto nei giorni scorsi in seguito alle dichiarazioni di Dragan Mektic, capo dei servizi di sicurezza bosniaci. Questi ha accusato la Croazia di aver ordito, tramite i propri servizi segreti, un complotto volto a screditare l’immagine della Bosnia, dipingendola -usando le parole utilizzate dello stesso Mektic in un’intervista al New York Times – come “un Paese di terroristi e di campi terroristici, nonché una minaccia alla sicurezza della regione.”</p>
<p>L’accusa scaturisce da un’inchiesta del portale investigativo Zurnal, il quale ha riportato che i servizi segreti croati avrebbero costretto un salafita a contrabbandare armi ed esplosivi per portarli in una moschea situata nei pressi della città di Zenica, nel cuore della Bosnia. Secondo Mektic, gli agenti, nel reclutare l’uomo, avrebbero “scavato nel suo passato e lo avrebbero ricattato.” Si tratterebbe, stando alle ricostruzioni bosniache, di un cittadino impiegato in un paese dell’Unione Europea. I servizi croati avrebbero fatto leva sulla sua appartenenza a gruppi salafiti, minacciandolo così di rendere noti tali legami se non si fosse reso disponibile all’operazione.</p>
<p>Non sono di pubblico dominio né la data del tentato reclutamento né l’effettivo stato dell’arte del presunto complotto. Di certo – ed è questa la convinzione dei bosniaci – l’eventuale scoperta della presenza di armi in una moschea avrebbe corroborato i sospetti relativi a un effettivo problema di terrorismo nel paese.</p>
<h2>La smentita croata</h2>
<p>Non si è fatta attendere la replica del governo croato. Il presidente Grabar-Kitarovic, il primo ministro Plenkovic e il ministro degli Esteri Pejcinovic, hanno, infatti, “categoricamente smentito le dichiarazioni e le accuse effettuate da Dragan Mektic” aggiungendo che “le dichiarazioni, assolutamente infondate e del tutto tendenziose, hanno il chiaro intento di mettere in discussione la fruttuosa cooperazione tra i due paesi.</p>
<p>Al netto della verità sulla questione, occorre ricordare che la relazione tra Croazia e Bosnia va ben oltre un problematico rapporto di vicinato. Gli equilibri socio-politici bosniaco dipendono, infatti, dalla prevedibilmente precaria armonia tra i tre principali gruppi etnico-religiosi: i musulmani bosgnacchi (maggioritario), gli ortodossi serbi e, per l’appunto, i cattolici croati. Un’escalation di tensione tra i due paesi rischierebbe, pertanto, di provocare forti ripercussioni nella politica interna bosniaca.</p>
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		<item>
		<title>Pompeo avverte Israele: “A rischio collaborazione tra Intelligence”</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/pompeo-avverte-israele-a-rischio-collaborazione-tra-intelligence.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2019 10:14:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Alture del Golan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p>
<p>Con il riconoscimento da parte di Donald Trump della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, l’alleanza tra Stati Uniti e Israele è adesso, secondo il presidente americano, “più forte che mai”. Con un’azione diplomatica non allineata rispetto alla comunità internazionale – e che ha già suscitato le reazioni contrariate di Russia e Turchia – Washington ha inteso ribadire il proprio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/pompeo-avverte-israele-a-rischio-collaborazione-tra-intelligence.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9454612-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p><p>Con il riconoscimento da parte di Donald Trump della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, l’alleanza tra Stati Uniti e Israele è adesso, secondo il presidente americano, “più forte che mai”. Con un’azione diplomatica non allineata rispetto alla comunità internazionale – e che ha già suscitato le reazioni contrariate di Russia e Turchia – Washington ha inteso ribadire il proprio sostegno a Tel Aviv, già concretamente espresso mediante l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme.</p>
<p>La portata di tale riconoscimento, tuttavia, potrebbe non riguardare soltanto i turbolenti equilibri tra Israele e gli altri Paesi della regione mediorientale, primi tra tutti Siria e Iran. È infatti nota la preoccupazione degli Stati Uniti rispetto alle mire espansionistiche della Cina verso il Mediterraneo. Già nel 2016, infatti, aziende della Repubblica popolare avevano ottenuto appalti per l’implementazione del porto di Haifa, lo stesso che ospita la Sesta Flotta della Marina americana. Con la progressiva concretizzazione del progetto cinese per la Nuova Via della Seta, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta, ritenendo urgente cercare di intervenire mediante l’esercizio della propria influenza sui Paesi coinvolti al fine di limitare il principale competitor a livello globale.</p>
<p>Le relazioni commerciali sempre più fitte tra Israele e Cina non sono certo viste di buon occhio dalla Casa Bianca, la quale si è espressa chiaramente tramite il Segretario di Stato Mike Pompeo, il quale, ai microfoni dell’emittente israeliana Channel 13, ha dichiarato: “Fintantoché la Cina agisce in modo trasparente, fintantoché è impegnata in vere transazioni economiche, noi siamo tranquilli. Nel momento in cui la Cina agisce utilizzando il debito come trappola, nel momento in cui offre tangenti, fa attività di spionaggio attraverso le proprie imprese commerciali di proprietà statale, e manifesta elementi di rischio con i propri sistemi tecnologici – aziende come Huawei che rappresentano un vero rischio per il popolo israeliano – (…) voglio premurarmi che ogni paese tenga gli occhi aperti e resti vigile rispetto alle minacce poste in essere dalla Cina e voglio assicurarmi che capisca allo stesso modo che anche l’America deve prendere le proprie decisioni. Se certi sistemi vanno in determinate direzioni, gli sforzi degli Stati Uniti volti a collaborare con voi (con Israele, ndr) saranno molto più ardui, e in certi casi non li potremo neanche più produrre”.</p>
<p>Incalzato dall’intervistatore, Pompeo ha ammesso che quest’ultima preoccupazione riguardi soprattutto la collaborazione tra servizi d’Intelligence: “Potrebbe dover essere ridotta, così come potrebbe essere ridotta la condivisione di impianti di sicurezza. Occorre che i Paesi comprendano e conoscano questi rischi.”</p>
<p>Se, da una parte, il riconoscimento americano delle Alture del Golan rappresenta per Benjamin Netanyahuuna boccata d’ossigeno in vista delle elezioni del 9 aprile, il cui esito è, rispetto al recente passato, imprevedibile, Non è escluso, dall’altra, che, in caso di vitoria del Likud, gli Stati Uniti, in considerazione di quanto dichiarato da Pompeo, possano esigere in cambio da Israele un allentamento delle proprie relazioni commerciali ed economiche con la Cina.</p>
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		<title>Venezuela, braccio destro di Guaido arrestato dai servizi segreti</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/venezuela-braccio-destro-di-guaido-arrestato-dai-servizi-segreti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2019 09:41:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9431060-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9431060-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9431060-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9431060-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9431060-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p>
<p>Nella giornata di giovedì, Roberto Marrero, capo di gabinetto di Juan Guaidó è stato arrestato dal Sebin. Secondo la ricostruzione del presidente ad interim, alle due (ora locale) degli agenti avrebbero fatto irruzione nell’appartamento di Marrero, situato a Caracas nel quartiere di Los Naranjos de las Mercedes, divellendo la porta d’ingresso e mettendo a soqquadro &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/venezuela-braccio-destro-di-guaido-arrestato-dai-servizi-segreti.html">[...]</a></p>
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<p>Il Sebin ha anche sfondato la porta dell’abitazione di Sergio Vergara, capogruppo del partito Voluntad Popular e residente nello stesso quartiere. Stando alla ricostruzione del parlamentare, gli agenti gli avrebbero puntato pistole alla testa per poi gettarlo a terra e distruggere un armadio. Lo stesso Vergara ha raccontato di aver assistito al sequestro di Marrero e che quest’ultimo, prima di essere costretto a tacere, avrebbe urlato che gli uomini del Sebint sarebbero entrati in casa con due fucili e una granata. Pochi istanti prima dell’irruzione degli agenti, Marrero è riuscito a registrare un video in cui dice “Sono arrivati a me. Proteggete il presidente”.</p>
<p>Rimane ignoto il luogo in cui Marrero è attualmente tenuto prigioniero. Le prime ipotesi conducono al quartier generale dei servizi segreti venezuelani, un caratteristico edificio piramidale chiamato “El Helicoide”.</p>
<h2>La versione del governo</h2>
<p>Il clamore suscitato dalla notizia ha spinto il governo bolivariano a fornire la propria versione, ovviamente ben diversa. Stando alle parole del ministro dell’interno Néstor Reverol, il capo di gabinetto di Guaidó sarebbe legato a una “cellula terroristica che pianificava un insieme di attacchi selettivi”. Tale cellula “avrebbe, tramite lui, messo sotto contratto mercenari colombiani e centroamericani per attentare alla vita di leader politici, militari, magistrati del Tribunal Supremo de Justicia e effettuare atti di sabotaggio dei servizi pubblici per creare il caos nella società bolivariana”.</p>
<p>Successivamente, ha parlato, in diretta televisiva, anche Nicolas Maduro, che ha dichiarato: “Voglio che sia chiaro che il governo venezuelano bolivariano e rivoluzionario non si farà scrupoli nel combattere i gruppi terroristici, al fine di mandarli in galera. Ciò che essi fanno non è politica, è semplicemente terrorismo”</p>
<h2>La reazione degli Stati Uniti</h2>
<p>In seguito a questo episodio, si registra dunque l’ennesima escalation di una tensione già da tempo esasperata tra il governo bolivariano e l’opposizione guidata da Juan Guaidó, il quale gode dell’appoggio, tra gli altri, di Donald Trump e Jair Bolsonaro. Non si è fatta attendere, infatti, la reazione della Casa Bianca che, tramite un tweet del Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha invocato “l’immediata liberazione”, puntualizzando che gli Stati Uniti non mancheranno di esigere che “coloro i quali sono coinvolti nel sequestro si assumano le rispettive responsabilità”.</p>
<p>Inoltre, l’arresto di Marrero è avvenuto una manciata di ore dopo le dichiarazioni del Commissario Onu per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, la quale aveva denunciato la repressione violenta, spesso mediante torture e omicidi, degli oppositori da parte del governo.</p>
<p>A circa un mese dall’inizio dell’applicazione della sanzione più pesante comminata al Venezuela, che consiste in un embargo sul petrolio fissato per il 28 aprile, si continua comunque a caldeggiare l’ipotesi di un intervento militare, scenario le cui possibilità non possono che essere alimentate da eventi del genere.</p>
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		<title>Ecco la donna che governa davvero in Venezuela</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/chi-e-delcy-rodriguez-un-ritratto-della-donna-piu-potente-del-venezuela.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 08:13:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[delcy rodriguez]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="930" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>&#8220;Una persona che si crede presidente perché governa da una macchina è chiaramente fuori di testa, sta vivendo in una realtà tutta sua, che non è quella del Paese (&#8230;) Il suo obiettivo è distruggere il Venezuela&#8221;.  Dichiarazioni al vetriolo contro Juan Guaidó. A pronunciarle è stata Delcy Rodríguez, attuale vicepresidente della Repubblica del Venezuela. Si tratta &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/chi-e-delcy-rodriguez-un-ritratto-della-donna-piu-potente-del-venezuela.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="930" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_5889308-1-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>&#8220;Una persona che si crede presidente perché governa da una macchina è chiaramente fuori di testa, sta vivendo in una realtà tutta sua, che non è quella del Paese (&#8230;) Il suo obiettivo è distruggere il Venezuela&#8221;.<em>  </em>Dichiarazioni al vetriolo contro <strong>Juan Guaidó</strong>. A pronunciarle è stata <strong>Delcy Rodríguez</strong>, attuale vicepresidente della Repubblica del Venezuela. Si tratta di un personaggio molto controverso in patria: la sua presenza all&#8217;interno del governo bolivariano è una costante sin dall&#8217;insediamento di  <strong>Nicolas Maduro</strong> nel 2013 e, se per i sostenitori del Psuv, rappresenta uno dei volti carismatici della rivoluzione, dall&#8217;altra parte è uno dei personaggi più invisi a chi sposa le cause dell&#8217;opposizione, al punto da essere conosciuta dagli stessi con il poco lusinghiero soprannome &#8220;<em>la fea</em>&#8221; (la brutta).</p>
<p>La politica: un affare di famiglia</p>
<p>Delcy Eloína Rodríguez Gómez nasce 49 anni fa a Caracas in una famiglia attiva da decenni nella sinistra venezuelana. Il padre, <strong>Jorge Antonio Rodríguez</strong>, una volta fuoriuscito dal Movimiento de Izquierda Rivolucionaria (realtà protagonista di diverse azioni di guerriglia negli anni &#8217;60), nel 1973 fondò il partito &#8220;Liga Socialista&#8221; &#8211; poi confluito nel Psuv nel 2007- prima di morire, nel 1976, per cause mai del tutto accertate, successivamente alla cattura da parte degli agenti della Disip. A questi ultimi, l&#8217;allora presidente Pérez aveva dato mandato di trovare i sequestratori di William Frank Niehous, un imprenditore statunitense rapito da Rodríguez e altri guerriglieri in quanto sospettato di essere agente della Cia.</p>

<p>Il fratello maggiore, lo psichiatra 53enne Jorge Jesús Rodríguez Gómez, è l&#8217;attuale ministro della comunicazione e della cultura. Sulla scena politica già dai tempi di Chavez, nel 2007 è stato anche vicepresidente, prima di essere sostituito. L&#8217;anno successivo divenne sindaco di Caracas, carica mantenuta per ben nove anni.</p>
<p>Una formazione internazionale e un folgorante cursus honorum</p>
<p>Dopo aver ottenuto il titolo di avvocato presso l&#8217;Ucv, a Caracas, Delcy Rodríguez si specializza in diritto del lavoro a Parigi, per poi rientrare in patria e insegnare nella sua università di provenienza. Nel contempo, presiede il sindacato degli avvocati del lavoro.</p>

<p>La <strong>carriera politica</strong> inizia durante la presidenza Chavez, ricoprendo saltuari incarichi di governo: da direttrice degli affari internazionali del ministero dell&#8217;Energia nel 2003 a ministro dell&#8217;Ufficio della Presidenza nel 2006, passando per l&#8217;incarico di viceministro delle Relazioni con l&#8217;Europa nel 2005.</p>
<p>La consacrazione avviene però nel 2013, quando il neo-presidente Maduro la nomina ministro della Comunicazione e dell&#8217;Informazione. Carica mantenuta fino all&#8217;anno successivo, quando sostituisce Rafael Ramírez come ministro degli Esteri fino al 2017. In questo triennio è spesso impegnata ad affrontare gli attacchi degli altri governi del Mercosur relativamente alla già turbolenta situazione in cui versava il Venezuela. Da segnalare le tensioni con il governo argentino presieduto da Mauricio Macri, culminate nel dicembre 2016, quando il suo ingresso a una riunione del Mercosur a Buenos Aires fu negato in virtù della sospensione inflitta al Venezuela dal Brasile, dal Paraguay e dall&#8217;Argentina stessa. Nonostante i tentativi della polizia bonairense di impedirle l&#8217;accesso (la versione venezuelana riferì di un &#8220;colpo all&#8217;avambraccio destro&#8221; inferto al ministro), Delcy Rodríguez riesce a raggiungere la sala della riunione, tuttavia prontamente abbandonata dal resto dei membri.</p>
<p>Nel 2017 è eletta deputata prima e presidente poi della controversa <strong>Assemblea Costituente</strong> promossa da Maduro per riscrivere la Costituzione del paese. L&#8217;anno successivo assume l&#8217;incarico di vicepresidente della Repubblica, ruolo che implica anche la leadership del Sebin, il servizio segreto venezuelano.</p>
<p>I rapporti con la comunità internazionale</p>
<p>Tra i protagonisti della difficile situazione venezuelana, Delcy Rodriguez è uno dei &#8220;target&#8221; dei principali attori internazionali. Nel 2018, l&#8217;Unione Europea, seguita a ruota dalla Svizzera, le ha inflitto un <strong>divieto di ingresso</strong> e ha congelato i suoi conti &#8220;per aver compromesso la democrazia&#8221;. Altre sanzioni le sono state inoltre comminate da Canada e Stati Uniti, che l&#8217;hanno accusata di aver contribuito al disfacimento dell&#8217;ordine democratico in Venezuela.</p>
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		<title>Bolsonaro sulle orme di Trump: ecco quale sarà la sua politica estera</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/politica-estera-bolsonaro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con il 55,7% delle preferenze, Jair Bolsonaro è il nuovo presidente del Brasile. Un voto in totale discontinuità con il passato, che certifica il fallimento del progetto della sinistra di Lula, crollato sotto i colpi degli scandali di corruzione e della fine dell&#8217;illusorio boom verificatosi tra il 2003 e il 2010. Bolsonaro è intenzionato a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/politica-estera-bolsonaro.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8718414-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Con il 55,7% delle preferenze, <strong>Jair Bolsonaro</strong> è il nuovo presidente del Brasile. Un voto in totale discontinuità con il passato, che certifica il fallimento del progetto della sinistra di <strong>Lula</strong>, crollato sotto i colpi degli scandali di corruzione e della fine dell&#8217;illusorio boom verificatosi tra il 2003 e il 2010.</p>
<p>Bolsonaro è intenzionato a cambiare registro in tutti i campi, dall&#8217;economia, alla sicurezza, passando per l&#8217;immigrazione e le relazioni internazionali. Su quest&#8217;ultimo fronte, emergono ulteriori dettagli in merito alle strategie che il neo-presidente dovrebbe mettere in atto.</p>
<p>Fermare l&#8217;immigrazione dal Venezuela</p>
<p>La criticità che per motivi geografici deve essere affrontata nel breve periodo riguarda il confinante<strong> Venezuela</strong>, da cui, a causa dell&#8217;emergenza umanitaria in cui versa il Paese caraibico, si è originata un&#8217;emergenza migratoria che sta sfiancando lo stato settentrionale di Roraima. Sul tema,  Bolsonaro non solo ha più volte ribadito di voler fermare il flusso di migranti, ma ha anche manifestato la volontà di vedere <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/bolsonaro-guerra-venezuela/" target="_blank">Maduro defenestrato</a>, non escludendo un <strong>intervento militare</strong> volto a rovesciare il governo bolivariano.</p>
<p>In Israele come Trump</p>
<p>La politica di Bolsonaro sarà nettamente filo-americana e <strong>filo-israeliana</strong>. Il leader del Psl è, infatti, intenzionato a stringere un saldo legame con Trump e Netanyahu, letteralmente imitando il presidente degli Stati Uniti nell&#8217;ambito del conflitto israelo-palestinese. Due<strong> segnali forti</strong>, in questa direzione, saranno inviati dal nuovo governo. Il primo consisterà nel trasferimento dell&#8217;ambasciata brasiliana in Israele (che sarà anche la prima mèta di un&#8217;eventuale visita istituzionale) da Tel Aviv a <strong>Gerusalemme</strong>, replicando la discussa scelta di Trump dello scorso maggio.</p>
<p>Il secondo, ancor più eloquente, sarà la <strong>chiusura dell&#8217;ambasciata palestinese</strong> a Brasilia. Secondo Bolsonaro, come dichiarato al quotidiano <em>O Globo</em>, <em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://oglobo.globo.com/brasil/bolsonaro-defende-educacao-distancia-desde-ensino-fundamental-22957843" target="_blank">La Palestina non è un paese</a></em>, aggiungendo ironicamente che la presenza di una delegazione palestinese permanente quasi giustificherebbe che anche le Farc possano esigere di essere rappresentate.</p>
<p>Intenti<strong>diametralmenti opposti</strong>,insomma, rispetto al recente passato. Nel 2010, infatti, Lula aveva riconosciuto la Palestina come stato e Dilma Rousseff, che all&#8217;Onu si era espressa in favore del negoziato.</p>

<p><a href="http://http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" rel="attachment wp-att-61014"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-61014" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/10/strip_articolo_occhi.jpg" alt="strip_articolo_occhi" /></a></p>
<p> &#8220;Il Brasile non è in vendita&#8221;</p>
<p>A cambiare saranno anche i <strong>rapporti con la Cina</strong>, che per il Brasile rappresenta il principale partner economico, in quanto maggiore importatore ed esportatore. Bolsonaro vuole, ovviamente, mantenere le relazioni commerciali, ma allo stesso tempo intende <strong>porre un freno</strong> al sempre crescente acquisto da parte di holding cinesi di imprese brasiliane, soprattutto nel settore energetico. A questo proposito ha, infatti, dichiarato in un&#8217;intervista concessa alla radio Jovem Pan durante il ricovero ospedaliero successivo all&#8217;attentato dello scorso settembre: &#8220;Non possiamo permettere che la Cina o qualsiasi altro paese, anziché comprare in Brasile, compri il Brasile &#8220;<em>.</em></p>
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		<title>Lo Stato islamico sotterraneo adesso punta l&#8217;America latina</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/america-latina-terreno-fertile-per-lo-stato-islamico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Oct 2018 07:39:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/uncategorized/america-latina-terreno-fertile-per-lo-stato-islamico-169023.html</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="4000" height="2000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p>
<p>Il legame tra America latina e Medio Oriente, relativamente al tema del terrorismo di matrice islamista, negli ultimi anni ha catturato crescente attenzione da parte degli analisti. In un report dei primi mesi del 2017, David Grantham, membro del National Center for Policy Analysis, un think tank adesso non più in attività, aveva espresso preoccupazione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/america-latina-terreno-fertile-per-lo-stato-islamico.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/america-latina-terreno-fertile-per-lo-stato-islamico.html">Lo Stato islamico sotterraneo adesso punta l&#8217;America latina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="2000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/08/ISIS_BENIGNETTI2-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p><p>Il legame tra America latina e Medio Oriente, relativamente al tema del terrorismo di matrice islamista, negli ultimi anni ha catturato crescente attenzione da parte degli analisti. In un report dei primi mesi del 2017, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.foxnews.com/us/2017/03/31/as-islamic-extremist-grows-in-latin-america-some-want-trump-to-take-action.html" target="_blank" rel="noopener">David Grantham</a>, membro del National Center for Policy Analysis, un <em>think tank</em> adesso non più in attività, aveva espresso preoccupazione circa l&#8217;influenza che <strong>Arabia Saudita</strong> e <strong>Iran</strong> esercitano sulla regione latinoamericana. L&#8217;analisi di Grantham si concentra prevalentemente sul pericolo iraniano, rilevando come alcuni paesi dell&#8217;area, tra cui, ad esempio, il<strong> Venezuela</strong>, stiano costruendo relazioni sempre più salde con Teheran. Un altro fattore che contribuisce ad alimentare tale allerta è la presenza di <strong>Hezbollah</strong>, che ha a Buenos Aires la base più importante al di fuori del Libano. Spiega Grantham che &#8220;La Repubblica Islamica (dell&#8217;Iran, <em>Ndr</em>) ha la capacità e le infrastrutture per <strong>colpire gli Stati Uniti</strong> dall&#8217;America Latina, ma gli esperti dissentono circa la possibilità che essa possa correre un rischio del genere&#8221;.</p>
<p>Di sempre maggior interesse risulta anche la presenza dello <strong>Stato islamico</strong> sul territorio latinoamericano. In Venezuela, Brasile e Trinidad e Tobago (da cui ben 125 foreign fighters sono partiti per la Turchia) si è registrato, infatti, un notevole incremento di <strong>radicalizzazioni</strong> e nel 2016, a ridosso dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, la polizia brasiliana ha arrestato 12 individui che avevano giurato fedeltà allo <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.occhidellaguerra.it/cos-e-l-isis-genesi-della-rete-del-terrore/" target="_blank" rel="noopener">Stato islamico</a>, progettando un <strong>attentato</strong> in concomitanza con la manifestazione.</p>
<p>Nello stesso anno, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://rpp.pe/mundo/latinoamerica/venezuela-y-bolivia-son-puerta-de-acceso-a-latinoamerica-para-el-estado-islamico-noticia-994312" target="_blank" rel="noopener">Gabriel Ben Tasgal</a>, politologo israeliano di origine argentina, aveva ammonito circa l&#8217;utilizzo come <strong>porte d&#8217;accesso</strong> per gli Stati Uniti di paesi come Venezuela, Bolivia e Nicaragua, a causa dei legami, intrattenuti da questi ultimi, con &#8220;Paesi radicali&#8221;.</p>

<p>Inoltre, a giugno dello scorso anno, l&#8217;allora segretario di stato americano, <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://panampost.com/elena-toledo/2017/06/15/us-government-confirms-connection-between-mexican-drug-cartels-and-isis/" target="_blank" rel="noopener">Rex Tillerson</a>, aveva affermato l&#8217;esistenza di collegamenti tra Daesh e i cartelli del <strong>narcotraffico</strong> messicani. Secondo il Soufan Group, un istituto di intelligence, il Messico è un paese da tenere sotto controllo anche rispetto alla presenza di militanti di Hezbollah, che potrebbe avere terreno fertile nell&#8217;ampliamento delle proprie schiere in virtù della presenza di oltre 200mila immigrati provenienti da Siria e Libano.</p>
<p>In un&#8217;intervista apparsa sul quotidiano argentino <em>El Cronista</em>, <a href="https://www.cronista.com/3dias/Levy-La-amenaza-de-Isis-para-America-latina-existe-aunque-no-sea-su-prioridad-20180216-0004.html" target="_blank" rel="noopener">José Levy</a>, giornalista della <em>Cnn en Español </em>e autore del volume <em>Terror. Alerta Isis</em>, ha dichiarato che, benché non si possa parlare di America Latina quale obiettivo prioritario per lo Stato Islamico, occorre tuttavia non abbassare la guardia considerando la sua <strong>nuova strategia</strong>, negli ultimi anni sempre più improntata ad attacchi meno organizzati, ma su scala globale.</p>
<p>Fatta eccezione per il già citato attacco sventato a ridosso dei Giochi, i vari allarmi lanciati non hanno trovato riscontro in alcun evento che potesse davvero rendere ragione dell&#8217;effettiva presenza di Daesh nella regione. Questo, fino al marzo di quest&#8217;anno, quando a Pereira, nell&#8217;ovest della Colombia, un&#8217;operazione congiunta tra le forze di polizia colombiana, spagnola e l&#8217;Fbi ha portato all&#8217;arresto del cubano Raúl Gutiérrez Sánchez.</p>

<p>L&#8217;uomo, la cui attività su internet era monitorata da tempo, stava progettando un attentato volto all&#8217;<strong>omicidio di diplomatici statunitensi</strong> a Bogotà. A differenza di quanto accaduto a Rio, dove il piano per l&#8217;attentato pare fosse in stato meramente embrionale, nel caso di Gutiérrez era quasi tutto pronto. Dalla location, un ristorante della capitale colombiana frequentato dagli obiettivi, già adeguatamente pedinati, fino alla data dell&#8217;attentato, programmata per il 13 marzo. Gutiérrez intratteneva su Telegram frequenti conversazioni con jihadisti, in particolare con un cittadino marocchino residente in Spagna, le cui parole lasciano pochi dubbi circa l&#8217;avvenuta radicalizzazione del cubano, ormai pronto ad agire da lupo solitario: &#8220;Allah ti riceverà in Paradiso con le braccia aperte. Fallo nel nome dell&#8217;Isis, guarda il fratello degli Stati Uniti a New York [&#8230;]. I fratelli d&#8217;Inghilterra che hanno accoltellato e investito non l&#8217;hanno fatto con l&#8217;aiuto dell&#8217;Isis, ma comunque nel suo nome. Ti chiedo solo che tu lo faccia nel nome dell&#8217;Isis&#8221;.</p>
<p>A fronte di questi elementi, possiamo dedurre che l&#8217;America Latina faccia gola ai terroristi non tanto come possibile teatro delle operazioni (nonostante i tristi precedenti degli anni &#8217;90) quanto per essere utilizzata come &#8220;<strong>ponte</strong>&#8221; per entrare negli Stati Uniti. Le preoccupazioni di Tillerson e le analisi di Grantham, di Ben Tasgal e del Soufan Group erano, infatti, rivolte proprio in tale direzione. E anche l&#8217;episodio, citato poc&#8217;anzi, dell&#8217;arresto di Gutiérrez, pur essendo avvenuto sul suolo colombiano, aveva comunque come obiettivo dei cittadini statunitensi. Le turbolenze interne di alcuni dei paesi della regione, in particolare Venezuela e Nicaragua (distanti da Miami rispettivamente 2mila e 1.200 km) costituiscono certamente una ragione per mantenere alta l&#8217;allerta.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>

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		<title>Brasile, dopo la vittoria di Bolsonaro  un intervento militare in Venezuela?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/bolsonaro-guerra-venezuela.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Oct 2018 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tra i tanti temi caldi che stanno accompagnando l&#8217;opinione pubblica brasiliana al ballottaggio del 26 ottobre tra il candidato del Pt Fernando Haddad e il favorito Jair Bolsonaro, leader del Psl, vi è anche quello dell&#8217;immigrazione dal Venezuela. La frontiera settentrionale del Paese è, infatti, teatro di un&#8217;ondata migratoria senza precedenti, giacché tra agosto 2017 e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/bolsonaro-guerra-venezuela.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/10/LP_8661213-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Tra i tanti temi caldi che stanno accompagnando l&#8217;opinione pubblica brasiliana al ballottaggio del 26 ottobre tra il candidato del Pt <strong>Fernando Haddad</strong> e il favorito<strong> Jair Bolsonaro</strong>, leader del Psl, vi è anche quello dell&#8217;immigrazione dal <strong>Venezuela</strong>. La frontiera settentrionale del Paese è, infatti, teatro di un&#8217;ondata migratoria senza precedenti, giacché tra agosto 2017 e agosto 2018 quasi 130 mila venezuelani sono entrati in Brasile, nel tentativo di fuggire dallo Stato caraibico, il quale versa in condizioni drammatiche. Mentre Caracas smentisce la sussistenza di un&#8217;<strong>emergenza umanitaria</strong>, l&#8217;Unhcr, al contrario, prevede che il numero di migranti è destinato a salire, tanto drammatica è la situazione del Paese.</p>
<p>Il governo dello Stato di Roraima, confinante a nord con il Venezuela, ha più volte sollecitato l&#8217;esecutivo di <strong>Temer</strong> affinché chiudesse la frontiera. Richiesta che è stata sempre rispedita al mittente, a vantaggio di una<strong> politica di ricollocamento</strong> dei rifugiati tra i vari stati della federazione.</p>

<p>A circa una settimana dalle elezioni, entrambi i candidati sembrano concordi nel reputare insostenibile la situazione. Le soluzioni che potrebbero essere applicate sono, tuttavia, pressoché opposte. Se, da una parte, Haddad intende rimanere <strong>neutrale</strong> e affidarsi al contesto diplomatico coinvolgendo non solo i Paesi oggetto della migrazione via terra (Colombia su tutti), ma anche l&#8217;Onu e l&#8217;Osa, Bolsonaro, dall&#8217;altra, potrebbe ricorrere a <strong>mezzi decisamente più drastici</strong>.</p>
<p>Stando a quanto dichiarato ai microfoni di <em>Sputnik</em> dal probabile ministro degli esteri di un eventuale governo del Psl, <strong>Luiz Philippe Orléans e Bragança</strong>, il Brasile potrebbe fornire &#8220;servizi umanitari per risolvere problemi specifici&#8221; , nella costante consapevolezza che occorra comunque cambiare strategia rispetto al governo uscente: &#8220;Quel che non faremo è pensare che il problema si risolva assorbendo rifugiati&#8221;.</p>

<p>L&#8217;emergenza migratoria potrebbe essere il <em>casus belli</em> di un <strong>clamoroso intervento militare</strong> del Brasile in Venezuela, eventualità tutt&#8217;altro che smentita da Orléans: &#8220;C&#8217;è una dittatura qui vicino e non stiamo facendo assolutamente nulla dal punto di vista politico, non ci stiamo schierando contro. Dobbiamo agire con principî, <strong>non possiamo tollerare una dittatura in America Latina</strong>, non chiudo le porte a un intervento militare&#8221;.</p>
<p>Sebbene il possibile futuro cancelliere abbia prontamente specificato che quella dell&#8217;invasione sarebbe in realtà l&#8217;<em>extrema ratio</em>, la quale dovrà essere preceduta da più prudenti operazioni di appoggio logistico e finanziario ai gruppi di ribelli, la probabile vittoria di Bolsonaro rappresenterebbe un <strong>nuovo ostacolo</strong> per la tenuta già precaria del governo di <strong>Nicolás Maduro</strong>.</p>

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		<title>L&#8217;esultanza dei giocatori svizzeri  può riaprire un caso politico</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lesultanza-dei-giocatori-svizzeri-puo-riaprire-un-caso-politico-mai-sopito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jun 2018 14:44:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La gara tra Serbia e Svizzera, piuttosto importante in vista dell&#8217;accesso agli ottavi di finale dei mondiali in Russia, ha visto l&#8217;aspetto calcistico passare in secondo piano. A tenere banco a margine dell&#8217;incontro sono state, infatti, le plateali esultanze dei marcatori elvetici, Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, i quali hanno mimato l&#8217;aquila bicefala, simbolo per &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/lesultanza-dei-giocatori-svizzeri-puo-riaprire-un-caso-politico-mai-sopito.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/06/GETTY_20180622215110_26698776-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La gara tra <strong>Serbia</strong> e <strong>Svizzera</strong>, piuttosto importante in vista dell&#8217;accesso agli ottavi di finale dei mondiali in <strong>Russia</strong>, ha visto l&#8217;aspetto calcistico passare in secondo piano. A tenere banco a margine dell&#8217;incontro sono state, infatti, le plateali esultanze dei marcatori elvetici, <strong>Granit Xhaka</strong> e <strong>Xherdan Shaqiri</strong>, i quali hanno mimato l&#8217;aquila bicefala, simbolo per eccellenza dell&#8217;Albania intesa non solo come Stato, ma anche concetto marcatamente etnico.</p>
<p>Xhaka e Shaqiri, pur rappresentando calcisticamente la Svizzera, di cui possiedono ovviamente la cittadinanza, sono kosovari di etnia albanese e, pertanto, quella con la Serbia non poteva essere una partita come tutte le altre.</p>
<p>Il loro gesto rischia, però, di riaprire una ferita che ha radici profonde. Nel periodo immediatamente successivo alla Prima Guerra Mondiale, in seguito alla disgregazione dell&#8217;Impero Austro-Ungarico, il <strong>Kosovo</strong> divenne parte del Regno di Jugoslavia, il cui sovrano, Alessandro I, organizzò una dura repressione nei confronti degli albanesi, gruppo etnico predominante nella regione.</p>

<p>La situazione migliorò notevolmente con la fine del secondo conflitto mondiale e la proclamazione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, all&#8217;interno della quale il Kosovo acquisì una crescente autonomia, che lo portò, nel 1974 a passare da Provincia Autonoma della Repubblica Serba a soggetto federale della Jugoslavia, senza mai ottenere, tuttavia, lo status di Repubblica (con l&#8217;annesso diritto di secessione) tanto anelato dalla comunità albanese.</p>
<p>Tutto cambiò con l&#8217;ascesa al potere di <strong>Slobodan Milosevic,</strong> il quale escludeva totalmente gli albanesi dalla sua idea di Jugoslavia unita e multietnica e che, pertanto, nel 1989 cambiò la costituzione e ridusse tangibilmente l&#8217;autonomia del Kosovo, revocando, ad esempio, lo status di lingua ufficiale all&#8217;idioma albanese.</p>
<p>Iniziò così un periodo turbolento in cui il governo jugoslavo, già in difficoltà dopo l&#8217;indipendenza proclamata da Bosnia, Slovenia e Croazia, tentò di alterare l&#8217;equilibrio demografico del Kosovo attraverso l&#8217;immissione di numerosi profughi serbi. Gli albanesi, dall&#8217;altra parte, nei primi anni &#8217;90 si limitarono, guidati da Ibrahim Rugova a reclamare i propri diritti con la resistenza non violenta, nella totale indifferenza della comunità internazionale.</p>

<p>Milosevic, dalla repressione, passò alla pulizia etnica, autorizzando eccidi (tra cui il celebre massacro di Racak), nonché l&#8217;abbattimento di case e moschee (la maggioranza dei kosovari albanesi è sunnita). Dopo il vano tentativo di ricomposizione del conflitto, effettuato alla Conferenza Internazionale di Pace di Rambouillet nel febbraio del 1999, si giunge così, nello stesso anno, al conflitto armato, concluso con l&#8217;operazione Nato Allied Force, che sancì la fine politica di Milosevic.</p>
<p>Alla fine del conflitto, il Kosovo fu dotato dall&#8217;Onu di un&#8217;amministrazione provvisoria (Unmik), alla quale nel 2008 ha fatto seguito, stavolta sotto l&#8217;egida dell&#8217;Ue, l&#8217;Eulex, sulla quale però pende il parere ostativo di Serbia e Russia.</p>
<p>Il 17 febbraio del 2008 il premier Hashim Thaci lesse al Parlamento della capitale Pristina la dichiarazione d&#8217;indipendenza. Tale indipendenza, tuttavia, è tuttora riconosciuta da 115 Stati membri dell&#8217;Onu su 193. Tra gli oppositori figurano, oltre alla Serbia, anche la Russia, Israele e la Cina.</p>

<p>La tensione, per quanto mitigata, prosegue fino ad oggi e quanto accaduto ieri sera altro non è se non il campanello d&#8217;allarme di un conflitto sopito ma mai risolto definitivamente. In questo senso, sempre il calcio aveva fornito avvisaglie il 14 ottobre 2014, quando un drone sventolante la bandiera della <strong>Grande Albania</strong> &#8211; ossia il territorio, comprendente Albania, Kosovo e parte della Macedonia, rivendicato dagli albanesi &#8211; sorvolò il prato dello Stadio Partizan di Belgrado durante la partita, poi sospesa, tra Albania e Serbia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/lesultanza-dei-giocatori-svizzeri-puo-riaprire-un-caso-politico-mai-sopito.html">L&#8217;esultanza dei giocatori svizzeri  può riaprire un caso politico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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