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	<title>Luca Steinmann Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 18 Jun 2019 14:20:32 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Luca Steinmann Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Billy Six, il reporter prigioniero in Siria</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/billy-six-il-reporter-prigioniero-in-siria</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 14:32:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Fronte al Nusra]]></category>
		<category><![CDATA[Reporter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania7.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania7-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Billy Six è un  reporter di guerra tedesco passato più volte alle cronache per le sue spericolate imprese giornalistiche. I suoi viaggi lo hanno portato a girare l’Europa tutta l’Africa, il Medio oriente e lo hanno condotto più di una volta ad un passo dalla morte: arrestato in Siria, sequestrato in Libano, rimasto senza cibo per settimane prima in Germania e poi in Ucraina, Billy è riuscito sempre a cavarsela e a ripartire di nuovo per una nuova avventura. “Quando viaggi vivo come vivono le persone del posto in cui sono. Solo così posso immedesimarmi veramente nel loro mondo” mi spiega appena mi vede arrivare alla banchina della stazione della S-Bahn. Piccolo di statura e di costituzione minuta, i suoi occhi sono di un azzurro intenso, la barba e i capelli biondi. Le sue mani sono rugose, mi spiega, perché ogni giorno lavora nel giardino di casa sua, coltivando la frutta e la verdura di cui si nutre</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/billy-six-il-reporter-prigioniero-in-siria">Billy Six, il reporter prigioniero in Siria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania7.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania7-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Billy Six è un reporter di guerra tedesco passato più volte alle cronache per le sue spericolate imprese giornalistiche. I suoi viaggi lo hanno portato a girare l’Europa tutta l’Africa, il Medio oriente e lo hanno condotto più di una volta ad un passo dalla morte: arrestato in Siria, sequestrato in Libano, rimasto senza cibo per settimane prima in Germania e poi in Ucraina, Billy è riuscito sempre a cavarsela e a ripartire di nuovo per una nuova avventura. “Quando viaggi vivo come vivono le persone del posto in cui sono. Solo così posso immedesimarmi veramente nel loro mondo” mi spiega appena mi vede arrivare alla banchina della stazione della S-Bahn. Piccolo di statura e di costituzione minuta, i suoi occhi sono di un azzurro intenso, la barba e i capelli biondi. Le sue mani sono rugose, mi spiega, perché ogni giorno lavora nel giardino di casa sua, coltivando la frutta e la verdura di cui si nutre</span><strong>.</strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Rifugiati e terroristi in Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/rifugiati-e-terroristi-in-europa</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 14:28:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania6.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania6-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>“Refugees welcome”. La scritta colorata che dà il benvenuto ai rifugiati campeggia, enorme, sull’ingresso del Deutsches Historisches Museum, il museo della storia tedesca situato nel cuore di Berlino. Unter den Linden, il viale più centrale della capitale tedesca dove il museo si trova, è affollatissima da migliaia di turisti venuti a godersi la mitezza dell’estate berlinese. Dalla folla si staccano di tanto in tanto dei gruppetti di persone decisamente diverse rispetto alle altre. Hanno tutte i tratti somatici medio orientali, sono tutte vestiti in maniera semplice e nessuno di loro impugna una guida o una macchina fotografica. Queste persone si dirigono tutte verso l’ingresso del museo e si fermano sotto la scritta che dà loro il benvenuto. Da lì vengono prelevate da una guida, anche lei rigorosamente dai tratti somatici arabeggianti, che fa loro strada verso l’interno.</p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/rifugiati-e-terroristi-in-europa">Rifugiati e terroristi in Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania6.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania6-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>“Refugees welcome”. La scritta colorata che dà il benvenuto ai rifugiati campeggia, enorme, sull’ingresso del Deutsches Historisches Museum, il museo della storia tedesca situato nel cuore di Berlino. Unter den Linden, il viale più centrale della capitale tedesca dove il museo si trova, è affollatissima da migliaia di turisti venuti a godersi la mitezza dell’estate berlinese. Dalla folla si staccano di tanto in tanto dei gruppetti di persone decisamente diverse rispetto alle altre. Hanno tutte i tratti somatici medio orientali, sono tutte vestiti in maniera semplice e nessuno di loro impugna una guida o una macchina fotografica. Queste persone si dirigono tutte verso l’ingresso del museo e si fermano sotto la scritta che dà loro il benvenuto. Da lì vengono prelevate da una guida, anche lei rigorosamente dai tratti somatici arabeggianti, che fa loro strada verso l’interno. </span></p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/rifugiati-e-terroristi-in-europa">Rifugiati e terroristi in Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Germania e Israele: dalla Shoah all&#8217;alleanza</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/germania-e-israele-dalla-shoah-allalleanza</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 14:24:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania5.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania5-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>L'ingresso del Museo Ebraico di Berlino ricorda quello dell'aeroporto di Parigiqualche giorno dopo gli attentati del Bataclan. Ogni movimento è controllato. Diverse pattuglie della polizia vigilano all'entrata e gli agenti seguono con lo sguardo chiunque varchi l'uscio. Appena entrati si viene perquisiti dal personale di sicurezza, che invita a depositare giacche, zaini e cinture nel metal detector. Una volta superati i controlli inizia un faticoso percorso psico-fisico. Tutto il tragitto è in leggera ma costante salita, che genera nel visitatore una lieve ma interminabile sensazione di fatica. Il percorso è labirintico. Zigzagando per stretti corridoi che cambiano continuamente direzione si prova uno strano senso di disorientamento. Dalle mura che stringono il passaggio si è osservati dai tristi visi di bambini che indossano pigiami a righe. Le stelle di David sono ben in vista. Sulle pareti sono scritti i nomi delle città, dei paesi e dei villaggi da cui e verso cui almeno un ebreo tedesco dovette fuggire. L'angoscioso percorso per arrivare all'uscita attraversa anche uno dei pochi passaggi in piano. Un corridoio ricoperto di pezzi di metallo tondi, su ognuno dei quali è rappresentato il volto di una persona con la bocca spalancata. Ogni passo che li calpesta genera un acuto rumore metallico, un urlo che rimbomba nello spazio chiuso. Il museo è studiato apposta per generare un senso di oppressione. Situati nel cuore della vecchia Berlino, zona un tempo in stile classico e oggi ricresciuta moderna dopo i bombardamenti alleati che la hanno rasa al suolo durante la guerra, i luoghi della memoria ebraica rivestono una funzione centrale nella sua ricostruzione. Come nella rielaborazione dell'identità tedesca. </p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/germania-e-israele-dalla-shoah-allalleanza">Germania e Israele: dalla Shoah all&#8217;alleanza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania5.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania5-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>L&#8217;ingresso del Museo Ebraico di Berlino ricorda quello dell&#8217;aeroporto di Parigiqualche giorno dopo gli attentati del Bataclan. Ogni movimento è controllato. Diverse pattuglie della polizia vigilano all&#8217;entrata e gli agenti seguono con lo sguardo chiunque varchi l&#8217;uscio. Appena entrati si viene perquisiti dal personale di sicurezza, che invita a depositare giacche, zaini e cinture nel metal detector. Una volta superati i controlli inizia un faticoso percorso psico-fisico. Tutto il tragitto è in leggera ma costante salita, che genera nel visitatore una lieve ma interminabile sensazione di fatica. Il percorso è labirintico. Zigzagando per stretti corridoi che cambiano continuamente direzione si prova uno strano senso di disorientamento. Dalle mura che stringono il passaggio si è osservati dai tristi visi di bambini che indossano pigiami a righe. Le stelle di David sono ben in vista. Sulle pareti sono scritti i nomi delle città, dei paesi e dei villaggi da cui e verso cui almeno un ebreo tedesco dovette fuggire. L&#8217;angoscioso percorso per arrivare all&#8217;uscita attraversa anche uno dei pochi passaggi in piano. Un corridoio ricoperto di pezzi di metallo tondi, su ognuno dei quali è rappresentato il volto di una persona con la bocca spalancata. Ogni passo che li calpesta genera un acuto rumore metallico, un urlo che rimbomba nello spazio chiuso. Il museo è studiato apposta per generare un senso di oppressione. Situati nel cuore della vecchia Berlino, zona un tempo in stile classico e oggi ricresciuta moderna dopo i bombardamenti alleati che la hanno rasa al suolo durante la guerra, i luoghi della memoria ebraica rivestono una funzione centrale nella sua ricostruzione. Come nella rielaborazione dell&#8217;identità tedesca. </span></p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/germania-e-israele-dalla-shoah-allalleanza">Germania e Israele: dalla Shoah all&#8217;alleanza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il nuovo nazionalismo tedesco</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/il-nuovo-nazionalismo-tedesco</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 14:06:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?post_type=video&#038;p=201005</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania4.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania4.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania4-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Schnellroda è il villaggio in cui Kubistchek si è stabilito circa 20 anni fa insieme alla moglie. Allora il numero di abitanti era di 48 persone, oggi sono circa 200. I nuovi arrivati, tutti tedeschi, vivono e lavorano per la comunità  (Gemeinschaft) che Kubitschek ha fondato. Circondata solo da boschi e da immense distese di prati vedi, dista una decina di kilometri dalla stazione ferroviaria più vicina. I navigatori satellitari non la segnalano, raggiungerla è difficile. Le strade, lunghe e silenziose, sono deserte.</p>
<p>Una volta arrivati si nota subito come l'atmosfera sia profondamente tedesca e völkisch. Bandiere nero-rosso-oro e nero-bianco-rosso sventolano alte. Sui prati di fronte alle case è pieno di numerosi bimbi biondi, che giocano o si occupano degli animali: capre, anatre, conigli, galline. Appena veniamo notati ci viene incontro un bambino, biondissimo e con gli occhi azzurro intenso che, senza conoscerci, ci dà il benvenuto e si presenta. Ha 11 anni e si chiama Wieland, nome ripreso da una celebre saga germanica. Dopo averci invitato a seguirlo ci conduce nel giardino della casa più centrale, dove parte della comunità siede intorno ad un fuoco e banchetta con i propri prodotti: le proprie verdure, la propria carne, le proprie uova, il formaggio delle proprie capre. Reportage di Luca Steinmann.<br />
Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/il-nuovo-nazionalismo-tedesco">Il nuovo nazionalismo tedesco</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania4.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania4.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania4-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Schnellroda è il villaggio in cui Kubistchek si è stabilito circa 20 anni fa insieme alla moglie. Allora il numero di abitanti era di 48 persone, oggi sono circa 200. I nuovi arrivati, tutti tedeschi, vivono e lavorano per la comunità (Gemeinschaft) che Kubitschek ha fondato. Circondata solo da boschi e da immense distese di prati vedi, dista una decina di kilometri dalla stazione ferroviaria più vicina. I navigatori satellitari non la segnalano, raggiungerla è difficile. Le strade, lunghe e silenziose, sono deserte. Una volta arrivati si nota subito come l&#8217;atmosfera sia profondamente tedesca e völkisch. Bandiere nero-rosso-oro e nero-bianco-rosso sventolano alte. Sui prati di fronte alle case è pieno di numerosi bimbi biondi, che giocano o si occupano degli animali: capre, anatre, conigli, galline. Appena veniamo notati ci viene incontro un bambino, biondissimo e con gli occhi azzurro intenso che, senza conoscerci, ci dà il benvenuto e si presenta. Ha 11 anni e si chiama Wieland, nome ripreso da una celebre saga germanica. Dopo averci invitato a seguirlo ci conduce nel giardino della casa più centrale, dove parte della comunità siede intorno ad un fuoco e banchetta con i propri prodotti: le proprie verdure, la propria carne, le proprie uova, il formaggio delle proprie capre. Reportage di Luca Steinmann.</span></p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/il-nuovo-nazionalismo-tedesco">Il nuovo nazionalismo tedesco</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>I nostalgici del comunismo tedesco</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/i-nostalgici-del-comunismo-tedesco</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 14:02:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?post_type=video&#038;p=200993</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania3.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania3-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>La Ostalgie, il sentimento di nostalgia verso le sicurezze della Ddr, è un sentimento ancora fortemente diffuso nell’Est della Germania. Non soltanto tra militanti politici o tra i residui delle vecchie organizzazioni comuniste che sono sopravvissute al crollo del regime, ma anche e soprattutto nelle fasce popolari. I cittadini dell’Est ancora ricordano come si viveva al dilà della cortina di ferro e possono effettuare un paragone con il mondo in cui si trovano oggi. “Se sotto il comunismo vigeva la sorveglianza, sotto il capitalismo di oggi vige la disuguaglianza” continua Mandy. Quello che a molti manca è l’ordine, la pulizia, il controllo e le certezze che la Ddr garantiva. Non è un caso che molti di questi nostalgici votino a destra.<br />
Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania3.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania3-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>La Ostalgie, il sentimento di nostalgia verso le sicurezze della Ddr, è un sentimento ancora fortemente diffuso nell’Est della Germania. Non soltanto tra militanti politici o tra i residui delle vecchie organizzazioni comuniste che sono sopravvissute al crollo del regime, ma anche e soprattutto nelle fasce popolari. I cittadini dell’Est ancora ricordano come si viveva al dilà della cortina di ferro e possono effettuare un paragone con il mondo in cui si trovano oggi. “Se sotto il comunismo vigeva la sorveglianza, sotto il capitalismo di oggi vige la disuguaglianza” continua Mandy. Quello che a molti manca è l’ordine, la pulizia, il controllo e le certezze che la Ddr garantiva. Non è un caso che molti di questi nostalgici votino a destra.</span></p>
<p>Montaggio di Roberto Di Matteo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/i-nostalgici-del-comunismo-tedesco">I nostalgici del comunismo tedesco</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dalla Serie A alla jihad</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/dalla-serie-a-alla-jihad.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 14:11:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?post_type=reportage&#038;p=190036</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="690" height="388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3.jpeg 690w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3-334x188.jpeg 334w" sizes="auto, (max-width: 690px) 100vw, 690px" /></p>
<p>Era giovane. Era una promessa. Aveva raggiunto il sogno che aveva fin da bambino: diventare un calciatore professionista. Una carriera, la sua, che si è interrotta bruscamente nel sangue. Facendosi saltare in aria in nome della guerra del sedicente Stato islamico. Haani (nome di fantasia) aveva 25 anni. Nato e cresciuto a Beirut, come tutti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/dalla-serie-a-alla-jihad.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/dalla-serie-a-alla-jihad.html">Dalla Serie A alla jihad</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="690" height="388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3.jpeg 690w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/image-3-334x188.jpeg 334w" sizes="auto, (max-width: 690px) 100vw, 690px" /></p><p>Era giovane. Era una promessa. Aveva raggiunto il sogno che aveva fin da bambino: diventare un calciatore professionista. Una carriera, la sua, che si è interrotta bruscamente nel sangue. Facendosi saltare in aria in nome della guerra del sedicente <b>Stato islamico</b>.</p>
<p><b>Haani</b> (<em>nome di fantasia</em>) aveva 25 anni. Nato e cresciuto a <b>Beirut</b>, come tutti i bambini amava rincorrere un pallone e sognare di diventare un campione. Cosa che era riuscito a diventare. Dopo la gavetta nelle giovanili, infatti, era entrato nella prima squadra di uno dei club più blasonati della massima serie libanese. Era un <b>attaccante</b> e segnava tanti goal. Ciò nonostante non si era montato la testa e continuava ad allenarsi con tenacia.</p>
<p>&#8220;Quando l&#8217;ho ingaggiato era un ragazzino timido, magro e silenzioso&#8221;, racconta il presidente del club. &#8220;Non parlava tanto con i compagni, rimaneva in disparte. Quando ha iniziato a segnare un goal dietro l&#8217;altro, però, è diventato ovviamente <b>molto popolare</b>, sia nello spogliatoio che tra i tifosi, ma non si è montato la testa. La mattina era il primo ad arrivare, la sera l&#8217;ultimo a lasciare il campo dopo avere riordinati i palloni e le pettorine. E, come sempre, parlava poco&#8221;.</p>
<p>Poi, una mattina, non si è più presentato. &#8220;Era la prima volta che mancava un allenamento&#8221; continua il presidente &#8220;era sempre stato un professionista esemplare. Eppure quel giorno non si fece vedere. E neanche il giorno dopo e neanche quello dopo ancora. Eravamo preoccupati&#8221;. La famiglia dice di non saperne nulla, i compagni e gli amici neanche. La polizia non sa dare spiegazioni.</p>
<p>Fino a 25 giorni dopo, quando arrivò la notizia: Haani è morto suicida in <b>Siria</b>. Facendosi saltare in aria su un autobomba, mettendo in atto un attentato dell&#8217;Isis.</p>
<p>&#8220;Non avremmo mai potuto pensare che Haani potesse simpatizzare con gli islamisti, men che mai che potesse volersi arruolare tra le file dello Stato islamico&#8221; continua a spiegare il presidente. &#8220;La sua carriera era in discesa, fisicamente era in forma e lo pagavo bene&#8221;.</p>
<p>Nonostante un calciatore libanese non guadagni tanto quanto i propri colleghi europei, gli stipendi sono buoni. Haani aveva uno stipendio equivalente a 5000 dollari mensili, che gli permetteva di viver e più che dignitosamente.</p>
<p>Neanche nessuno dei compagni di squadra aveva notato alcuna propensione in tal senso, né alcun cambiamento nel suo carattere. Tutti lo descrivono come sempre lo stesso, tenace e silenzioso. Senza apparenti cambi di umore o nuove frequentazioni. Non si sa come e tramite chi sia riuscito ad arruolarsi tra le file del Califfo. Non si sa come abbia preso la decisione di morire da &#8220;martire&#8221;. Non si sa come abbia abbandonato il Libano per raggiungere la Siria. Si sa solo che un&#8217;auto da lui guidata è esplosa in un attentato suicida nel centro di Damasco 25 giorni dopo la sua scomparsa.</p>
<p>La famiglia non vuole rilasciare dichiarazioni e chiede di non rendere noto né il suo nome né la squadra in cui giocava. Forse solo loro saprebbero spiegare la storia di un ragazzo che aveva raggiunto i suoi traguardi, aveva realizzato i suoi sogni, guadagnava bene e non era materialmente povero. Ma che a tutto ciò ha preferito il jihad.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/dalla-serie-a-alla-jihad.html">Dalla Serie A alla jihad</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Da profughi a jihadisti contro Assad</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/da-profughi-a-jihadisti-contro-assad.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 14:05:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[daesh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="512" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512-768x384.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Un enorme piazzale di cemento circondato da alti muri di filo spinato. Decine di bambini, tutti maschi, si rincorrono  a piedi nudi tirando calci a palloni di spugna e stracci, improvvisando partitelle il cui trofeo dei vincitori sarà proprio il pallone. I pali delle porte sono degli ammassi di detriti, prelevati dalle altissime pile di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/da-profughi-a-jihadisti-contro-assad.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/da-profughi-a-jihadisti-contro-assad.html">Da profughi a jihadisti contro Assad</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="512" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Occhi2-1024x512-768x384.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>Un enorme piazzale di cemento circondato da alti muri di filo spinato. Decine di bambini, tutti maschi, si rincorrono  a piedi nudi tirando calci a palloni di spugna e stracci, improvvisando partitelle il cui trofeo dei vincitori sarà proprio il pallone. I pali delle porte sono degli ammassi di detriti, prelevati dalle altissime pile di immondizia. Dietro di esse si intravedono delle interminabili fila di baracche di ferro, che formano strettissimi vicoli tra i quali sfrecciano motorini, montati sempre da tre o quattro persone, che alzano dietro di sé dense nubi di polvere. Siamo a <strong>Sabra</strong>, campo profughi palestinese della periferia meridionale di Beirut. È qui che, per decenni, ebbe sede il quartier generale dell&#8217;<strong>Organizzazione per la Liberazione della Palestina</strong>. È qui che veniva organizzata la resistenza contro <strong>Israele</strong>. È da qui che venivano pianificate le manovre militari e gli attentati. È qui che le truppe israeliane che nel 1982 occuparono il Libano diedero vita a una rappresaglia, uccidendo circa 3500 persone, la maggior parte delle quali civili.Di bandiere palestinesi, manifesti di Arafat o simboli di al Fatah o Hamas, però, non se ne vedono. E a dire il vero neanche di palestinesi. &#8220;In questa parte di campo siano tutti siriani&#8221; mi spiega Mohammad, 22, anni, sunnita fuggito dai bombardamenti delle truppe di <strong>Bashar al Assad</strong> e rifugiatosi in Libano un anno fa. Salito su un pullman sovraccarico, ha pagato 500 dollari il viaggio per Beirut, quando normalmente ne costerebbe 10. &#8220;Da quando c&#8217;è la guerra in tantissimi vogliono fuggire e i prezzi dei trasporti salgono. È il mercato&#8221; dice ridendo. La sua casa è stata distrutta da una bomba e sua madre è rimasta invalida. Oggi vive con lui a Sabra e il suo più grande desiderio sarebbe poter acquistare una carrozzella e tornare indietro. Ma i prezzi sono proibitivi. E le condizioni anche.</p>
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<p>Delle circa 15 mila persone che vivono a Sabra mille sono i siriani arrivati negli ultimi 5 anni, da quando il proprio Paese è in corso il conflitto tra le truppe del regime e quelle islamiste, tra le quali quelle dell&#8217;Isis. I nuovi arrivati hanno occupato la prima parte del campo, vivendo separatamente dai profughi palestinesi. &#8220;Noi speriamo di poter tornare nelle nostre case&#8221; continua Mohammad, &#8220;i palestinesi invece sanno che non potranno mai farlo. Hanno perso ogni speranza e passano il proprio tempo ad ammazzarsi a vicenda o a derubare qualunque estraneo che si avvicini al campo. Anche se sono profughi siriani&#8221;.<strong>All&#8217;interno di Sabra i profughi vivono separatamente</strong>. I palestinesi, vittime da decenni di un&#8217;eterna segregazione, si comportano nello stesso modo nei confronti dei nuovi arrivai siriani, ai quali è riservata la parte più disagiata del campo, proprio di fianco alle enormi pile di immondizia che formano una discarica cielo aperto. Nessun siriano si avventura mai al di fuori della propria zona. A fare da mediatore tra i due gruppi è Khali, 24 anni, palestinese ma che vive con i siriani. &#8220;Dall&#8217;altra parte si ammazzano tutti i giorni&#8221; racconta, &#8221; non vi è più un&#8217;unica autorità da tutti riconosciuta. Per questo ho deciso si trasferirmi da questo lato&#8221;.<strong>La zona siriana del campo è formata da basse baracche disposte intorno ad un piazzale fangoso</strong>. Lateralmente c&#8217;è un baracchino che vende caffè e alimentari (&#8220;non prendete niente da lui, è tutto marcio&#8221;), un tavolo, alcune sedie e un divano sfondato, sul quale siedono dei ragazzi che fumano <em>shisha</em>. L&#8217;atmosfera è tranquilla. l&#8217;unico &#8216;pericolo&#8217; proviene dalle pallonate maldestre dei bambini che giocano a calcio.</p>
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<p><strong>Nel centro del piazzale sono parcheggiati diversi autobus e una decina di macchine</strong>, tutte con la targa siriana. Uomini, donne e bambini, armati di grosse valigie, escono dalle baracche e si mettono in fila indiana per salire sui pullman. &#8220;Tornano tutti in Siria&#8221; dice Khali, &#8220;piuttosto che rimanere in questa segregazione preferiscono stare sotto i bombardamenti&#8221;. I bus si riempono completamente e partono. Subito dopo ne arrivano di nuovi a prelevare le persone ancora rimaste a terra. Una processione, questa, che non si arresta mai. E che mostra come la volontà di fare ritorno a casa sia più forte della paura delle bombe.</p>
<p><strong>Ma cosa spera di fare chi torna in Siria?</strong> &#8220;La prima cosa che speriamo è che il regime di Assad cada e che lui venga consegnato alla giustizia&#8221; dice Mohammad. &#8220;È un criminale e qui tutti lo odiamo. Siamo tutti sunniti&#8221;. La guerra che sta insanguinando la Siria, infatti, è principalmente una guerra tra clan. Gli <strong>alawiti</strong> che sono al governo combattono contro i ribelli <strong>sunniti</strong>, composti da diverse fazione islamiste, di cui l&#8217;Isis è quella egemone. La strategia bellica delle truppe alwaite, spalleggiate dall&#8217;aviazione russa e dagli Hezbollah, sta spingendo sempre più civili sunniti a simpatizzare con i terroristi. I bombardamenti governativi, infatti, colpiscono indiscriminatamente tutti i villaggi controllati dal nemico, provocando così migliaia di morti civili, accrescendo e provocando un infinito esodo di profughi. Sono circa 80mila le persone che solo negli ultimi giorni stanno fuggendo solo dalla zona di <strong>Aleppo</strong>, accesissimo teatro di guerra. Nessuno di loro, non a caso, appoggia il regime, ma sostiene apertamente chi lo combatte: <em>in primis</em>, dunque, lo Stato islamico. <strong>&#8220;Cosa andate a fare in Siria?&#8221;</strong> chiedo a tre ragazzi sulla via del ritorno. Non parlano inglese, ma i loro gesti sono chiarissimi. Uno di loro finge di imbracciare un fucile: &#8220;Bum bum Assad&#8221; esclama. &#8220;Daesh?&#8221; chiedo io. &#8220;Yes yes yes&#8221; mi risponde facendomi il segno dell&#8217;ok con la mano. Chi torna in Siria, e sono in tanti, non ha altra scelta che imbracciare le armi. E lo farà tra le fila di chi combatte il grande nemico di tutti: Bashar al Assad.Di profughi che appoggiano il regime non se ne vedono. Né a Sabra né in altri campi. &#8220;Anche se ci fossero non lo direbbero mai&#8221; dice Mohammad, &#8220;verrebbero immediatamente isolati e probabilmente uccisi. Preferirebbero quindi starsene in case private&#8221;. Eppure, quando si votò alle scorse elezioni siriane furono migliaia le persone che invasero l&#8217;ambasciata siriana di Beirut, armate di bandiera nazionali e ritratti del presidente, per votare a favore dell&#8217;attuale governo. &#8220;Speriamo di non incontrarli, altrimenti potrebbe essere pericoloso. Per entrambi&#8221;.<strong>Esiste un&#8217;alternativa sia al regime che all&#8217;Isis?</strong> È possibile che emerga una terza forza che sappia tenere testa sia agli uni che agli altri? Mohammad non ci crede. E non vede soluzione. &#8220;Assad ha distrutto tutto ciò che avevamo, come potremmo mai perdonarlo? Dobbiamo combatte contro di lui&#8221;. Chi combatte il regime ha molto sèguito tra i profughi. A Sabra hanno trovato rifugio 15 leader salafiti, che fanno proseliti soprattutto tra i giovani. E li invitano a tornare al fronte. A combattere una guerra fratricida che sarà ancora molto lunga. E che viene trapiantata ovunque vadano i profughi. Anche in Europa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/viaggio-nella-guerra-islamica/da-profughi-a-jihadisti-contro-assad.html">Da profughi a jihadisti contro Assad</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>&#8220;Così Arafat ha tradito i palestinesi&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-guerra-civile-palestinese/cosi-arafat-ha-tradito-i-palestinesi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 13:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="680" height="450" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/20131098457624734_20.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/20131098457624734_20.jpg 680w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/20131098457624734_20-300x199.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p>L&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina sta subendo un enorme calo di consensi tra i profughi palestinesi. A raccontarlo a Gli Occhi della Guerra è Samir (nome di fantasia), anziano intellettuale palestinese. Nato e cresciuto in Libano perché figlio di profughi fuggiti da Nazareth, ha vissuto gran parte della sua vita nei campi profughi. Oggi, oltre &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-guerra-civile-palestinese/cosi-arafat-ha-tradito-i-palestinesi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-guerra-civile-palestinese/cosi-arafat-ha-tradito-i-palestinesi.html">&#8220;Così Arafat ha tradito i palestinesi&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="680" height="450" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/20131098457624734_20.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/20131098457624734_20.jpg 680w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/20131098457624734_20-300x199.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p><p>L&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina sta subendo un enorme calo di consensi tra i profughi palestinesi. A raccontarlo a Gli <em>Occhi della Guerra</em> è Samir (nome di fantasia), anziano intellettuale palestinese. Nato e cresciuto in Libano perché figlio di profughi fuggiti da Nazareth, ha vissuto gran parte della sua vita nei campi profughi. Oggi, oltre che a scrivere, lavora per l&#8217; Unrwa, l&#8217;associazione delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati scappati dalla Palestina. Per paura di perdere il lavoro preferisce rimanere anonimo, ma ci tiene a raccontare perché, secondo molti palestinesi, l&#8217;Olp abbia enormi responsabilità per la situazione on cui loro vivono quotidianamente. L&#8217;obiettivo dell&#8217;Olp e del suo leader Arafat non sarebbe mai stato quello di permettere il rimpatrio dei profughi, ma quello di negoziare con Israele per la creazione di due Stati. Dimenticandosi così di che è stato espulso.</p>
<p><strong>Quali sono stati i suoi principali errori?</strong></p>
<p>L&#8217;obiettivo dell&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina non è mai stato quello della creazione di un unico Stato palestinese in Palestina, che permettesse il ritorno dei milioni di persone espulse. Nonostante la sua posizione iniziale fosse questa, fin dall&#8217;inizio fu chiaro che il suo fine era quello di fare progressivamente accettare all&#8217;opinione pubblica palestinese che nella propria terra dovessero coesistere due Stati: uno arabo e uno ebraico. E, col tempo, è riuscita in questo suo intento. Oggi infatti la sua posizione ufficiale è quella del riconoscimento dei due Stati, non permettendo quindi il ritorno di noi esuli, che siamo stati dimenticati. Il peccato originale è quello di non aver mai voluto l&#8217;interesse dei palestinesi e dei suoi esuli, ma di essere stata creata per abituare i palestinesi ad accettare la convivenza con lo Stato d&#8217;Israele&#8221;.</p>
<p><strong>Cosa Le fa credere che fin da subito l&#8217;Olp non credesse veramente nella fondazione di un unico Stato in Palestina?</strong></p>
<p>L&#8217;Olp non venne creata dai palestinesi, ma dagli Stati arabi dove i palestinesi erano dovuti fuggire. I loro governi non volevano occuparsi degli esuli, perché erano e sono un grosso costo in termini sia economici che politici e diplomatici. Non potevano però abbandonarli, perché la causa palestinese è centrale per l&#8217;identità nazionale araba e per questo le opinioni pubbliche non avrebbero mai accettato un abbandono dei loro fratelli palestinesi. Così decisero di creare un&#8217;organizzazione alla quale passare questa responsabilità: L&#8217;Olp nacque dunque al di fuori della Palestina e venne affidata a Yasser Arafat e ad una leadership assolutamente incapace o in malafede.</p>
<p><strong>In che forma si è manifestata l&#8217;incapacità dell&#8217;Olp?</strong></p>
<p>In primo luogo i suoi dirigenti hanno fatto sì che i palestinesi della diaspora si inimicassero tutti i popoli dei Paesi in cui erano e sono ospiti. L&#8217;esempio più lampante è il Libano: la prima guerra civile libanese è scoppiata proprio perché l&#8217;Olp, una volta cacciata dalla Giordania dopo il Settembre Nero, voleva potere in Libano per renderlo la sua nuova patria da dove combattere Israele. Lo stesso Arafat lo disse esplicitamente. Un piano, il suo, condiviso da Henry Kissinger, che voleva fare del Libano una nuova Palestina e disincentivare così il nostro diritto al ritorno riconosciuto dalle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>Lei sta quindi dicendo che tra Arafat e l&#8217;amministrazione americana vi fossero degli obiettivi comuni&#8230;</strong></p>
<p>Non è un&#8217;interpretazione, ma un dato comprovato dai fatti. Dal 1993 in poi, infatti, le autorità palestinesi si sono appiattite alla volontà di Stati Uniti e Israele, che impedisce a milioni di esuli di poter rimpatriare. Gli americani e gli israeliani erano alla ricerca di qualcuno che abituasse i palestinesi all&#8217;idea dei due Stati e questo compito è stato assolto, consciamente o no, da Arafat. Con le sue guerre, la maggior parte delle quali non contro Israele, ha stremato i palestinesi a tal punto che molti di loro, stremati, hanno accettato la soluzione dei due Stati, pur non ritenendola legittima. Ha fatto credere che non ci possa essere altra soluzione se non questa, che può essere quella più facile ma non quella giusta. Io sono di Nazarteh ed è mio diritto poter fare ritorno nella terra da cui i miei genitori fuggirono a causa dei massacri. E&#8217; nostro diritto riavere la nostra terra dopo 67 anni di sofferenze&#8221;.</p>
<p><strong>Che soluzioni concrete propone per tutto ciò? Come può avvenire il ritorno se nelle case dei vostri nonni oggi vivono gli israeliani? Dove vorreste che se ne andassero?</strong></p>
<p>Il problema non è la presenza degli ebrei, io posso accettare di avere degli ebrei come vicini di casa. Il problema è Israele, un&#8217;entità che volontariamente non permette il nostro ritorno a casa, ma continua a favorire l&#8217;immigrazione ebraica verso la Palestina. Oggi gli ebrei che fuggono dalla guerra in Yemen vengono accettati in Israele, ma non i palestinesi che fuggono dalle stesse terre. Che il rimpatrio dei palestinesi non sia possibile è solo propaganda. Una propaganda che avrà conseguenze disastrose nel futuro prossimo.</p>
<p><strong>Cosa intende dire?</strong></p>
<p>L&#8217;abbandono totale in cui sono stati lasciati i profughi palestinesi sta avendo conseguenze devastanti. Quando le persone sono sotto pressione tornano alle origini, riscoprendo le proprie identità radicali. Nei campi si stanno sviluppando sempre di più gruppi di islamisti radicali e più le posizioni dell&#8217;Olp si appiattiscono a quelle israeliane, più i palestinesi supportano Hamas e rischiano di cadere nelle grinfie di Daesh e Nusra. Non dobbiamo sottovalutare che noi palestinesi siamo sunniti e per questo in molti sono potenziali sostenitori delle scuole sunnite alle quai si ispira l&#8217;Isis. Il rischio più grande è che intere nuove generazioni palestinesi dimentichino la causa nazionale e abbraccino il jihad. Una possibilità, questa, che non a caso non è avversata dalle autorità israeliane, che in questo modo avrebbero una scusa per negare la legittimità di uno Stato palestinese.</p>
<p><strong>Lei sostiene dunque che gli interessi di Israele e dell&#8217;Isis abbiano delle convergenze&#8230;</strong></p>
<p>All&#8217;Isis non interessano i diritti dei palestinesi, come non interessano agli israeliani. Israele sta tentando di usare l&#8217;Isis contro di noi, perché in verità non vuole nessuno Stato palestinese. Sa di non essere una vera nazione e di avere creato uno Stato su una terra che non gli appartiene. Sa che milioni di palestinesi non attendono altro che il ritorno. Sa che gli arabi di Gaza e della Cisgiordania hanno un tasso di natalità più alto del proprio. E sa che se vuole sopravvivere deve scacciare tutti i palestinesi dalla Palestina. Per farlo ha bisogno di una scusa che ne legittimi le azioni a livello internazionale. E l&#8217;Isis potrebbe essere l&#8217;ideale.</p>
<p><strong>Si può provare a delineare una soluzione per tutto ciò?</strong></p>
<p>Una soluzione c&#8217;è. È la creazione di un unico stato arabo in Palestina. Che permetta il diritto al ritorno di noi esuli, la promozione della nostra identità. È l&#8217;unico modo per strappare le nuove generazioni dalle braccai degli islamisti. Serve un&#8217;autorità palestinese che torni alle origini e che combatta per un unico Stato palestinese.</p>

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		<title>Ecco le spiagge da dove salpano i migranti</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-guerra-civile-palestinese/ecco-le-spiagge-da-dove-salpano-i-migranti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 13:20:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Al Fatah]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="644" height="410" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/palestinian-boat.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/palestinian-boat.jpg 644w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/palestinian-boat-300x191.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></p>
<p>Il campo profughi palestinese di Jal al Bahr si affaccia direttamente sul mare. Una lunga trafila di baracche semi distrutte con i tetti bucati o direttamente scoperchiati si allunga sul lungomare sabbioso. Dalle case escono dei bambini e corrono verso l’acqua. Per farlo, però, devono scavalcare interminabili cumuli di detriti che occupano tutta la spiaggia. Arrivati &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-guerra-civile-palestinese/ecco-le-spiagge-da-dove-salpano-i-migranti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="644" height="410" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/palestinian-boat.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/palestinian-boat.jpg 644w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/palestinian-boat-300x191.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></p><p>Il <strong>campo profughi</strong> palestinese di <strong>Jal al Bahr</strong> si affaccia direttamente sul mare. Una lunga trafila di baracche semi distrutte con i tetti bucati o direttamente scoperchiati si allunga sul lungomare sabbioso. Dalle case escono dei bambini e corrono verso l’acqua. Per farlo, però, devono scavalcare interminabili cumuli di detriti che occupano tutta la spiaggia. Arrivati a riva mettono i piedi nell’acqua, ma non si tuffano. “Il mare porta malattie” mi dice uno di loro. A fianco delle baracche, su entrambi i lati, scorrono due rigagnoli che sfociano in mare. Sono gli scoli delle fognature di tutta la città.Siamo a <strong>Tiro</strong>, quarta città libanese per numero di abitanti. Vicina al con fine con Israele, si affaccia sul Mediterraneo ed è ricca di monumenti e rovine romane. A pochi metri dalle quali sono sorti 11 campi profughi che ospitano decine di migliaia di palestinesi, figli o nipoti degli esuli fuggiti dalla Palestina nel 1948. Di questi campi solo in tre usufruiscono degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite, gli altri sono lasciati completamente al proprio destino: niente elettricità o acqua corrente, nessuna scuola né ospedale, nessun lavoro.</p>
<p><strong>Di cosa vivono dunque i loro abitanti?</strong> “Peschiamo” spiega Nabil, 54 anni e capo di Jal al Bahr, che è uno di quelli lasciato senza aiuti. “Ormai dal mare tiriamo però su quasi solo rifiuti. Per questo abbiamo iniziato a cacciare”. Lungo la spiaggia cammina un gruppo di 5 ragazzi appena maggiorenni. Ognuno di loro impugna un lungo fucile da caccia e indossa una cintura da cui pendono proiettili e le carcasse di gabbiani e piccioni che hanno da poco colpito. La battuta di caccia è appena finita ed ora tornano a fare la sicurezza nel campo. E quando qualcuno di esterno a loro non gradito si avvicina troppo alle baracche loro sparano qualche colpo. Di avvertimento. Di uomini adulti non se ne vedono quasi. Che fine hanno fatto? “Sono partiti tutti verso l’Europa. <strong>Hanno preso una barca e sono salpati proprio da questa spiaggia verso el coste italiane</strong>” continua Nabil. “Così hanno fatto anche i miei figli: approdati in Sicilia, hanno detto alle autorità di essere siriani e hanno proseguito verso la Germania, dove oggi vivono.</p>
<p><strong>Sono dunque queste alcune delle spiagge dalle quali salpano i migranti per raggiungere clandestinamente le nostre coste.</strong> Chi parte da qua  non ha documenti da presentare – i palestinesi del Libano sono apolidi – e per questo si finge della nazionalità al momento più conveniente. Secondo Nabil sono migliaia i propri compatrioti che negli ultimi mesi hanno preso il largo da qui. Non tutti son o arrivati a destinazione, alcuni si sono dispersi in mare. <strong>Con quali istituzioni locali potrebbe dialogare il governo italiano per tentare di fermare o gestire questo fenomeno?</strong> È difficile dirlo, perché nei campi profughi palestinesi del Libano non regna un&#8217;unica autorità. Fino a qualche anno fa il monopolio della forza era detenuto da <strong>al Fatah</strong>, movimento laico e socialista. Negli ultimi tempi, però, i suoi consensi sono diminuiti a favore di <strong>Hamas</strong> e di altri movimenti radicali islamisti. Gli scontri tra le diverse fazioni sono all&#8217;ordine del giorno e il dialogo con l&#8217;una potrebbe compromettere gravemente quello con le altre. <strong>Lo Stato del Libano, da parte sua, non si occupa dei palestinesi e non vuole o può porsi come interlocutore a nome dei profughi</strong>. I Palestinesi sono degli &#8216;ospiti&#8217; che vivono da 70 anni in centri di permanenza temporanea nell&#8217;attesa di un ritorno in Palestina. Che non è mai avvenuto.</p>
<p>Differentemente rispetto agli aliti campi a Jab al Bahr non si vedono simboli politici o partitici: niente manifesti, niente volti di Arafat a fissarti, nessuna bandiera né di Fatah né di Hamas. In questo campo sono presenti entrambe le fazioni e, per evitare conflitti o provocazioni reciproche, si è comunemente deciso di mettere al bando ogni tipo di simbologia. Un tentativo di mantenere una situazione di pace interna e di scongiurare scontri a fuoco, faide o esecuzioni sommarie. Nonostante l&#8217;apparente pace, però, le morti non si arrestano mai. Soprattutto tra i più piccoli. Negli ultimi 12 mesi sono ben 28 i bambini che sono morti per malnutrizione, intossicazione alimentari, intossicazioni varie e incidenti stradali. Da quando la spiaggia è ricoperta di rifiuti molti di loro si sono spostati a giocare sull&#8217;asfalto delle strade adiacenti. E diversi di loro sono finiti investiti.Tra guerre intestine, malattie, fame, inquinamento, senso di abbandono e mancanza di una propria terra a molti palestinesi non resta scelta migliore che uscire di casa, prendere il largo, attraversare il Mediterraneo, raggiungere la Sicilia e fingersi siriani. Da Tiro la Palestina non  lontana, ma nessun suo abitante potrà mai farvi ritorno. <strong>Finché la questione palestinese non sarà risolta i migranti continueranno a salpare</strong>. Verso l&#8217;Italia, che non è lontana.</p>

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		<title>Libertà di stampa: Polonia come Ungheria</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/politica/lungheria-di-orban/liberta-di-stampa-polonia-come-ungheria.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2019 16:27:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="532" height="429" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/polonia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/polonia.jpg 532w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/polonia-300x242.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 532px) 100vw, 532px" /></p>
<p>“Il governo sta promuovendo una ri-polacchizzazione della stampa (…) I nostri media nazionali dovrebbero essere più polacchi”. Questa e frasi analoghe stanno venendo più volte ripetute dai leader del PiS, acronimo di “Diritto e Giustizia”, il partito che a ottobre ha stravinto le elezioni nazionali polacche. Forte di oltre metà dei seggi in parlamento, è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/lungheria-di-orban/liberta-di-stampa-polonia-come-ungheria.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="532" height="429" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/polonia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/polonia.jpg 532w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/polonia-300x242.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 532px) 100vw, 532px" /></p><p>“Il governo sta promuovendo una ri-polacchizzazione della stampa (…) I nostri media nazionali dovrebbero essere più polacchi”. Questa e frasi analoghe stanno venendo più volte ripetute dai leader del PiS, acronimo di “Diritto e Giustizia”, il partito che a ottobre ha stravinto le elezioni nazionali polacche. Forte di oltre metà dei seggi in parlamento, è in grado di governare da solo e ha i numeri per promuovere le riforme incisive che annunciate in campagna elettorale. In primis quelle che riguardano il controllo dei media e che regolano la libertà di stampa e di espressione.Dopo alcune settimane di insediamento il nuovo governo ha modificato alcune leggi che stabiliscono il funzionamento della radio e delle tv nel Paese. Il nuovo esecutivo ha nominato i nuovi vertici della televisione e della radio pubbliche, <a href="http://www.economist.com/news/europe/21685201-new-law-lets-government-purge-public-broadcaster-polandu2019s-new-government-dislikes">licenziato alcuni giornalisti molto noti</a> e chiuso alcuni programmi tv considerati critici nei confronti del nuovo establishment. Annunciando inoltre di voler aumentare i suoi poteri in fatto di sorveglianza digitale.<strong>Attraverso le nuove modifiche il governo si è dato il potere di assumere e licenziare i giornalisti</strong>. Le nuove disposizioni, infatti, modificano completamente i meccanismi di nomina dei vertici delle emittenti pubbliche: il Ministro del Tesoro ha ora il diritto di licenziare e assumere chi meglio preferisca, in qualsiasi momento. In questo modo il governo ha di fatto la possibilità di scegliere, assumere o licenziare i manager delle emittenti pubbliche. Cosa, quest’ultima, che in precedenza spettava alla <strong><a href="http://www.krrit.gov.pl/en/">National Broadcasting Council</a></strong>, un’istituzione indipendente ancorata alla costituzione e operativa come un corpo di supervisione sia per il settore pubblico che per quello privato del broadcasting polacco.</p>
<p><strong>Il governo punta a trasformare l’intero servizio pubblico</strong>. Il Ministro della cultura e dell’eredità nazionale <strong>Piotr Glinski</strong> ha annunciato che un nuovo pacchetto di riforme trasformerà i media di servizio pubblico e la <a href="http://www.pap.pl/en/">Polish Press Agency</a> da imprese commerciali a “istituzioni nazionali e culturali” che potranno garantire “finanziamenti stabili e opportunità di sviluppo”. Secondo un’inchiesta fatta dallo <a href="http://it.ejo.ch/">European Journalism Observatory</a>  il governo avrebbe pronta una riforma completa del servizio pubblico già da questa primavera, che prevede la creazione di una <strong>nuova istituzione che controlli direttamente i media pubblici polacchi</strong>; un <strong>nuovo modello di finanziamento per il servizio pubblico</strong> e maggiori fondi provenienti dalle emittenti private; <strong>il ridimensionamento del ruolo della National Broadcasting Council</strong>, senza che questa abbia poteri di regolamentazione sui media; <strong>un nuovo sistema di nomine</strong> delle massime cariche della pubblica comunicazione, non vincolate al parlamento ma direttamente al volere governativo.<strong>Il governo ha anche annunciato di voler cambiare le leggi in termini di sorveglianza</strong>, puntando ad avere maggiore accesso ai dati digitali dei cittadini e ad aumentare i suoi poteri in fatto di controllo e di monitoraggio delle comunicazioni Internet. <a href="http://it.ejo.ch/">L’European Journalism Observatory</a>  si aspetta, inoltre, che il prossimo passo possa essere l’intervento diretto sulla programmazione, dato che alcune trasmissioni, note per le critiche nei confronti del potere, vengono ora cancellate o sostituite.<strong>Il nuovo modello di controllo ha suscitato la preoccupazione dell’Unione europea</strong>. L’<strong>European Broadcasting Union</strong> (<a href="http://www3.ebu.ch/home">Ebu</a>) ha chiesto al Presidente polacco <strong>Andrzej Duda</strong> di non firmare il nuovo pacchetto di riforme, raccomandando al Paese la salvaguardia dell’indipendenza del servizio pubblico dalle intromissioni governative. Le stesse preoccupazioni sono state espresse dal Commissario per i diritti umani del <strong>Consiglio d&#8217;Europa</strong> Nils Muižnieks e dal Segretario generale del Consiglio Thorbjørn Jagland.</p>
<p>Anche il <strong>Parlamento europeo</strong> ha dibattuto le scelte del governo di Varsavia riguardo i media e, nonostante il risultato finale di questi cambiamenti sia ancora sconosciuto, ha per la prima volta dato inizio a una procedura di supervisione. Si tratta di forti segnali di avvertimento ai quali il partito di governo polacco ha risposto che le nuove leggi dovevano essere introdotte per rendere i media pubblici polacchi “imparziali e obiettivi” e che le riforme siano necessari perché la precedente coalizione al potere avrebbe preso “un controllo esagerato e pieno” sui media pubblici. Resta comunque molto improbabile che il Paese si possa veder infliggere pesanti sanzioni.</p>
<p><strong>Ma cosa spinge la Polonia a voler controllare così profondamente il proprio sistema di informazione, fino a rischiare di comprometterne l’indipendenza</strong>? Quello del governo polacco è in realtà un comportamento piuttosto tipico nell’Europa centro-orientale. Dal 1989 in poi la politicizzazione dei media &#8211; in particolare per quanto riguarda le emittenti pubbliche &#8211; e le forti ingerenze dello Stato nell’informazione (retaggio, questo, spesso figlio dell’eredità sovietica) hanno reso la relazione tra la politica e i media spesso complicata e ricca di conflitti. <a href="http://www.occhidellaguerra.it/ecco-come-orban-controlla-linformazione/">Le riforme polacche prendono infatti spunto dall’Ungheria</a>, il cui governo ha avviato un processo di regolamentazione di giornali, radio, tv e organi di informazione che ha potenziato il ruolo dell’Autorità Nazionale delle Telecomunicazioni, il cui garante è un uomo di fiducia del premier. E che“è sempre favorevoli all’operato del governo e rende l’informazione pubblica totalmente legata a quella dell’esecutivo” racconta <strong>Jùlia Vàsàrhely</strong>, giornalista dissidente ungherese. <a href="http://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/ucraina-media-strumenti-politici">Un altro esempio lampante di strumentalizzazione dell’informazione è invece l’Ucraina</a>, dove, come spiegato da uno studio condotto dal <a href="http://lvivmediaforum.com/en/">Lviv Media Forum</a>, a seguito della rivoluzione dell’Euromaidan del 2014 le testate sono diventate degli strumenti nelle mani dei politici, che li usano liberamente per i propri interessi, a prescindere dal proprio schieramento.Quanto sta avvenendo in Polonia non è dunque una novità. Ogni governo polacco in carica in tra il 1989 e il 2015 è stato accusato di trattare i media pubblici come strumenti di mera propaganda politica. Ma anche prendendo in considerazione tutti questi precedenti, la portata dei cambiamenti introdotti dal nuovo governo di Varsavia da novembre a oggi è davvero sorprendente, sia per gli osservatori nazionali che per quelli internazionali.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/lungheria-di-orban/liberta-di-stampa-polonia-come-ungheria.html">Libertà di stampa: Polonia come Ungheria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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