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	<title>Lorenzo Franzoni Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Wed, 15 Jan 2020 09:40:53 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Lorenzo Franzoni Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>L&#8217;Australia nella Nato: una mossa per contenere la Cina</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/laustralia-nella-nato-una-mossa-per-contenere-la-cina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 09:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="826" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Summit Nato (La Presse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431-300x129.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431-768x330.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431-1024x440.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Esiste una possibilità di vedere l&#8217;Australia aderire alla Nato e divenire un nuovo membro dell&#8217;Alleanza Atlantica? Sì, ed è molto concreta: infatti, le recenti evoluzioni internazionali, le alleanze in giro per il mondo, lo sviluppo di nuovi scenari e la metamorfosi progressiva degli attori in campo suggeriscono la possibilità, mista a necessità, di un nuovo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/laustralia-nella-nato-una-mossa-per-contenere-la-cina.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/laustralia-nella-nato-una-mossa-per-contenere-la-cina.html">L&#8217;Australia nella Nato: una mossa per contenere la Cina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="826" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Summit Nato (La Presse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431-300x129.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431-768x330.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Summit-Nato-a-Londra-La-Presse-e1579081246431-1024x440.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Esiste una possibilità di vedere l&#8217;<strong>Australia</strong> aderire alla <strong>Nato</strong> e divenire un nuovo membro dell&#8217;Alleanza Atlantica? Sì, ed è molto concreta: infatti, le recenti evoluzioni internazionali, le alleanze in giro per il mondo, lo sviluppo di nuovi scenari e la metamorfosi progressiva degli attori in campo suggeriscono la possibilità, mista a necessità, di un nuovo ampliamento della Nato medesima. Questa volta, in direzione orientale, passando dall&#8217;Oceano Atlantico all&#8217;Oceano Pacifico.</p>
<h2>Le difficoltà dell&#8217;Alleanza Atlantica</h2>
<p>La Nato sta vivendo una fase storica molto delicata, nella quale i suoi principali attori stanno muovendo critiche, sottolineando difficoltà, evincendo discrasie di azione e di considerazione. Non ultime, le asserzioni del presidente francese <a href="https://www.economist.com/europe/2019/11/07/emmanuel-macron-in-his-own-words-english">Emmauel Macron</a> e quelle del commissario agli Affari Esteri tedesco <a href="https://it.insideover.com/politica/la-nato-ha-un-problema-e-non-e-da-sottovalutare.html">Jürgen Trittin</a>: l&#8217;Alleanza Atlantica è &#8220;in una fase di morte cerebrale&#8221;, è &#8220;diventata uno spettro&#8221; votato all&#8217;inazione ed all&#8217;afasia.</p>
<p>Non è difficile comprendere il perché, del resto. Come <strong>Lord Ismay</strong> ebbe a dire nel lontano 1957, la Nato era venuta alla luce con l&#8217;obiettivo di &#8220;tenere fuori i sovietici, dentro gli americani e giù i tedeschi&#8221;. Ora, questo palcoscenico è mutato: l&#8217;Urss è caduta nel 1991; la riunione delle due Germanie ha conferito a Berlino un ruolo economico di primo piano; gli Stati Uniti si sono ritrovati all&#8217;interno di un unipolarismo monodirezionale che ora faticano a gestire.</p>
<p>Le diverse nazioni che fanno parte del Trattato Nord-Atlantico, come quelle che invece ne stanno fuori (soprattutto Cina e Russia), agiscono e reagiscono in maniera differente per <strong>difendere i propri interessi</strong>: spesso, facendo cozzare <em>Weltanschauung</em> e <em>Realpolitik</em> &#8211; <a href="https://www.voltairenet.org/article208354.html">ha sottolineato con brillantezza Thierry Meyssan</a>. Pertanto, tentennamenti, complicazioni ed errori sono all&#8217;ordine del giorno per l&#8217;Alleanza stessa: cercare ulteriore estensione territoriale è l&#8217;emblema della fase critica di ogni impero. E di questo stadio temporale l&#8217;Australia (<a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_48899.htm">già collaboratrice</a> di notevoli dimensione ed importanza) sta entrando a far parte sempre di più.</p>
<h2>L&#8217;apertura della Nato all&#8217;Australia</h2>
<p>L&#8217;Australia, ex <em>Dominion</em> dell&#8217;Impero Britannico più grande Paese dell&#8217;Oceania, non fa parte della Nato. Tuttavia con essa coopera da parecchio tempo per sicurezza internazionale &#8211; <strong>informatica e marittima</strong> &#8211; entro i confini di quella sezione di globo. E non solo. Come si può leggere sul sito dell&#8217;<a href="https://belgium.embassy.gov.au/bsls/relnato.html">Ambasciata australiana</a> a Bruxelles, la collaborazione nacque già in <strong>Afghanistan</strong>, con il coinvolgimento delle forze armate di Canberra alle operazioni della Isaf, ed è proseguita con la <em>Dichiarazione Politica</em> del 2012 ed i <em>Programmi di Partnership Individuale</em> siglati nel 2013 e nel 2017.</p>
<p>Nell&#8217;agosto del 2019, l&#8217;Australia <a href="https://www.abc.net.au/radio/programs/pm/australia-signs-up-to-plan-for-further-cooperation-with-nato/11393130">ha firmato con la Nato</a> un rinnovamento in merito ad un accordo di difesa <a href="https://www.straitstimes.com/asia/australianz/australia-nato-renew-defence-agreement-with-focus-on-pacific-region">con il <em>focus</em> principale situato nell&#8217;Oceano Pacifico</a>. Siglato dal Segretario Generale norvegese Jens Stoltenberg e dal Ministro della Difesa australiano Linda Reynolds, esso enuclea ulteriormente un bisogno che non nasce, nello specifico, da Canberra, bensì dalla Nato stessa. Le cui <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/70-anni-di-nato-sfide-e-prospettive-dellalleanza-atlantica-22739">numerose sfide</a> si possono fondamentalmente riassumere in due punti: <a href="https://www.insideover.com/politics/adapting-to-new-challenges-nato-in-a-changing-world.html">calmierare le dissonanze interne</a> e, più di qualunque altra cosa, cercare di attutire il proprio progressivo <em>status</em> di passaggio da vita a sopravvivenza, stante la sua <strong>inattualità storica</strong>.</p>
<p>L&#8217;ipotesi di una futuribile o futura adesione dell&#8217;Australia è stata caldamente ventilata nell&#8217;ultima riunione generale dell&#8217;Alleanza Atlantica tenutasi a Londra nel dicembre del 2019. Un&#8217;ipotesi che circola da anni anche al Dipartimento di Stato Usa secondo l&#8217;idea fattuale del &#8220;<em>pivot verso l&#8217;Asia</em>&#8220;. Attraverso la Nato, gli Stati Uniti avrebbero dovuto muovere la loro strategia da Europa e Medio Oriente verso l&#8217;Estremo Oriente, con l&#8217;obiettivo di provare a contenere la Cina attraverso un accerchiamento geopolitico che tenti di includere il Giappone, l&#8217;India e, per l&#8217;appunto, l&#8217;Australia.</p>
<p>Puntare sul Paese del Sol Levante avrebbe dalla propria parte la vicinanza nipponica agli Stati Uniti, venuta in essere dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale a metà del secolo scorso, ma si scontrerebbe con la pulsione più &#8220;neutralista&#8221; del <strong>Giappone</strong>.</p>
<p>L&#8217;<strong>India</strong> è il secondo gigante asiatico, e quindi ha interesse a mantenere la propria sfera d&#8217;influenza in Asia, ma gli incontri continui con la Cina <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/esteri/incontro-india-cina-il-punto-dequilibrio-fra-giganti-asiatici.html">alla ricerca di un equilibrio condiviso</a> e la sua politica di indipendenza non si coniugherebbero alla perfezione con tale adesione (nonostante le simpatie americane). Invece, l&#8217;Australia &#8211; pur restia ad accogliere missili nucleari sul proprio suolo &#8211; si configurerebbe come il concorrente più idoneo.</p>
<p>Non incidentalmente, nei giorni del <em>summit</em> londinese, sul <em>Sydney Morning Herald</em> è comparso un titolo emblematico: <a href="https://www.smh.com.au/world/europe/let-australia-join-nato-summit-begins-with-plea-for-change-20191204-p53glp.html">&#8220;<em>Lasciate che l&#8217;Australia aderisca alla Nato</em>&#8220;</a>. Tuttavia, in tale contesto occorre rimembrare quanto già detto: per Canberra, si tratta di un&#8217;opzione, mentre per la Nato stessa si tratta di un&#8217;operazione da costruire con cura e da cercare di portare a termine per continuare a sussistere come pilastro del vecchio ordine mondiale, e per <a href="https://www.reuters.com/article/us-australia-nato/nato-needs-to-address-chinas-rise-says-stoltenberg-idUSKCN1UX0YX">&#8220;affrontare l&#8217;ascesa ed il successo della Cina&#8221;</a>.</p>
<h2>La volontà di contenimento della Cina</h2>
<p>La Nato ha chiaramente un punto di vista strategico orientato dalla logia<strong> statunitense</strong> e solo secondariamente degli Alleati. I quali, non a caso, hanno iniziato in maniera sempre più evidente a contestarne il verticismo e la disconnessione fra principio di consultazione dei suoi membri ed effettività delle azioni compiute. Nel frattempo che gli Stati Uniti la governano di fatto. Ed uno degli obiettivi di Washington risiede proprio nella volontà di rivaleggiare con strategica coesione con la <strong>Cina</strong>, il cui <em>status</em> di potenza economica e militare (con attuazione della prima definizione piuttosto che della seconda) spaventa la Casa Bianca. Basti pensare all&#8217;impressionante ampliamento della flotta cinese: le ambizioni marittime di Pechino <a href="http://www.limesonline.com/lascesa-non-solo-pacifica-della-marina-cinese/65951">sono evidenti, e magniloquenti</a>.</p>
<p>La possibilità di dare vita ad una &#8220;<em>Nato asiatica</em>&#8221; &#8211; come scrive l&#8217;opinionista Shishir Upadhyaya su <a href="http://sakeritalia.it/est-asiatico/una-nato-asiatica-puo-scoraggiare-le-ambizioni-cinesi-nellindo-pacifico/"><em>Russia Today</em></a> &#8211; potrebbe trovare la propria luce in un&#8217;alleanza già esistente, quella del <strong>Quad</strong> (Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza), che coinvolge Usa, Giappone, India ed Australia. Esattamente i tre Paesi che il &#8220;<em>pivot verso l&#8217;Asia</em>&#8221; avrebbe desiderato e desidererebbe considerare, per inciso. Nonostante le eventuali criticità già evidenziate &#8211; pur sommariamente -, la possibilità australiana è già stata vagliata e nettamente presa in esame: Thierry Meyssan parla del 2026 come possibile data di adesione. Una data vicina ma lontana al contempo, prima della quale l&#8217;integrità della Nato potrebbe essere ulteriormente compromessa dalle sfide internazionali in corso e dai loro continui terremoti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/laustralia-nella-nato-una-mossa-per-contenere-la-cina.html">L&#8217;Australia nella Nato: una mossa per contenere la Cina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Tasse basse negli Usa. Ma da sole non abbattono la povertà</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/tasse-basse-negli-usa-ma-da-sole-non-abbattono-la-poverta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 14:28:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[pressione fiscale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p>
<p>Stando ai dati raccolti e rielaborati da un recente report dell&#8217;Ocse, gli Stati Uniti sono diventati uno dei Paesi ad economia avanzata nel quale si pagano meno tasse. Secondo &#8220;Revenue Statistics 2019&#8220; del Centre for Tax Policy and Administration, nell&#8217;anno solare 2018 la nazione a stelle e strisce ha abbassato la propria pressione fiscale fino &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/tasse-basse-negli-usa-ma-da-sole-non-abbattono-la-poverta.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/tasse-basse-negli-usa-ma-da-sole-non-abbattono-la-poverta.html">Tasse basse negli Usa. Ma da sole non abbattono la povertà</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Borse-Giappone-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p><p>Stando ai dati raccolti e rielaborati da un recente <strong><em>report</em> dell&#8217;Ocse</strong>, gli Stati Uniti sono diventati uno dei Paesi ad economia avanzata nel quale si pagano meno tasse. Secondo <a href="https://www.oecd.org/tax/revenue-statistics-united-states.pdf">&#8220;<em>Revenue Statistics 2019</em>&#8220;</a> del Centre for Tax Policy and Administration, nell&#8217;anno solare 2018 la nazione a stelle e strisce ha abbassato la propria pressione fiscale fino al <strong>24,3% rispetto al proprio PIL</strong>, una cifra che si situa ben al di sotto della media Ocse, rappresentata da un buon 34,3%, di esattamente dieci punti percentuali superiore.</p>
<p>La <strong>revisione fiscale</strong> firmata dal Presidente Donald Trump &#8211; secondo l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico &#8211; ha spinto gli Stati Uniti al quarto posto nel mondo fra i Paesi con i più bassi oneri fiscali. Da questo punto di vista, ha sicuramente influito il <a href="https://www.corriere.it/esteri/17_maggio_11/trump-con-me-piu-grande-taglio-fiscale-storia-americana-fe4b1b9e-367d-11e7-94ce-afebf1f6f61a.shtml">pacchetto operativo di tagli fiscali firmato dai Repubblicani nel 2017</a>, la cui cifra si aggirava attorno agli <strong>1,5 trilioni di dollari</strong>.</p>
<h2>Tassazione e <em>deficit</em> negli Stati Uniti</h2>
<p>L&#8217;<a href="https://www.oecd.org/tax/tax-revenues-have-reached-a-plateau.htm?mod=article_inline">articolo comparso sul sito dell&#8217;Ocse</a> specifica con chiarezza quali sono le scaturigini dell&#8217;ascesa imperiosa degli Stati Uniti in questa speciale classifica, che li vede dietro soltanto al <strong>Messico</strong> (aliquota fiscale del 16,1%), al <strong>Cile</strong> (21,1%) ed all&#8217;<strong>Irlanda</strong> (22,3%), e per contro immediatamente davanti rispetto alla Turchia (24,4%), alla Svizzera (27,9%) ed alla Corea del Sud (28,4%). Washington &#8211; come del resto Ankara o Dublino (ad esempio, <a href="https://www.cnbc.com/2018/03/02/countries-that-pay-less-in-taxes-than-the-us.html">rispetto ai dati dell&#8217;anno 2014</a>) &#8211; ha scalato posizioni, ma pur sempre partendo da una già buona condizione.</p>
<p>Il <em>report</em>, infatti, parla del fatto che &#8220;Le importanti riforme che sono state applicate alle imposte sui cittadini e sulle società negli Stati Uniti hanno provocato un <strong>significativo calo del gettito fiscale</strong>, il quale si è abbassato dal 26,8% del Pil nel 2017 al 24,3% nel 2018. Queste riforme hanno interessato le entrate fiscali sui redditi delle società, che sono diminuite dello 0,7%, e quelle sul reddito delle persone fisiche (con un calo dello 0,5%)&#8221;.</p>
<p>I rapporti con la media Ocse sono lusinghieri per quel che riguarda gli Stati Uniti medesimi e la loro <strong>struttura di tassazione</strong>: un maggiore gettito fiscale proviene dalle imposte a redditi e guadagni delle persone fisiche, e da quelle su proprietà, beni e servizi; un minore gettito fiscale, invece, giunge dalle imposte a redditi e guadagni delle società e dai contributi per la sicurezza sociale. Assenti, invece, le imposte sui salari e sul valore aggiunto.</p>
<p>Questa operazione di taglio alle imposte e di alleviamento della pressione fiscale in territorio americano è stata possibile anche grazie agli <a href="https://markets.businessinsider.com/news/stocks/us-tax-rates-4th-lowest-in-world-following-gop-cuts-2019-12-1028742036">ampi <em>deficit</em> di bilancio promossi dal Presidente Trump</a>, il quale ha quindi dato vita ad un aumento del debito pubblico, nonostante il <a href="https://www.money.it/fed-riunione-trump-cittadini-arrabbiati">braccio di ferro contro le <strong>reticenze della <em>Federal Reserve</em></strong></a> per ottenere una maggiore sinergia. Tuttavia, le preoccupazioni del suo governatore <strong>Jerome Powell</strong> non ne hanno scalfito le intenzioni. (Difatti, l&#8217;approccio di Powell è simil-monetarista, in netto contrasto con la <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/mmt-il-denaro-e-un-poderoso-strumento-di-utilita-pubblica.html">reale natura della <em>fiat money</em></a> e con la candida realtà enucleata dal predecessore <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DNCZHAQnfGU"><strong>Alan Greenspan</strong></a> anni fa: &#8220;<em>Nulla impedisce ai governi di creare tutta la moneta di cui hanno bisogno</em>&#8220;).</p>
<h2>Il <em>ranking</em> Usa non è una novità</h2>
<p>La notevole posizione occupata dagli Stati Uniti a livello di bassa tassazione sui cittadini e sulle imprese non nasce sotto l&#8217;amministrazione Trump, ma si situa invece molto prima a livello cronologico. Non a caso, la stessa Ocse sottolinea che gli oneri fiscali, nel Paese a stelle e strisce, sono costantemente calati sin a partire dall&#8217;anno 2000, l&#8217;ultimo della presidenza del democratico Bill Clinton (all&#8217;epoca, la pressione fiscale era del 28,3%).</p>
<p>Lo studioso <strong>William Gale</strong>, co-direttore dell&#8217;Urban Brookings Tax Policy Center, ha dichiarato a <a href="https://it.businessinsider.com/gli-stati-uniti-sono-diventati-uno-dei-paesi-in-cui-si-pagano-meno-tasse-al-mondo-ecco-le-altre-nazioni-con-gli-oneri-tributari-piu-bassi/"><em>Business Insider</em></a> che quest&#8217;operazione di lungo termine è dovuta allo &#8220;<em>spirito improntato al libero mercato</em>&#8221; tanto della popolazione quanto dei legislatori statunitensi. Aggiungendo del basso intervento dello Stato in economia &#8211; il che non è una sorpresa, nella patria del capitalismo finanziario, ed alfiere del liberismo economico -, pur tralasciando di sottolineare l&#8217;<a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/leconomista-secondo-cui-governi-dovrebbero-semplicemente-stampare-piu-moneta.html"><strong>imprescindibilità della spesa del governo</strong></a>, ovverosia la vera fonte di immissione del denaro nel circuito economico interno (e non solo), a sostegno di investimenti e consumi.</p>
<p>Tuttavia, la bassa pressione fiscale statunitense &#8211; peraltro, <a href="https://eu.usatoday.com/story/money/taxes/2018/04/06/states-highest-and-lowest-taxes-3-6/482944002/">variegata all&#8217;interno dei vari Stati</a>, ed i cui numeri e percentuali differiscono più o meno ampiamente gli uni dagli altri &#8211; <strong>non è una novità</strong>, né men che meno una sorpresa. Non soltanto per l&#8217;anima di libertà economica cui si è fatto cenno poc&#8217;anzi, ma anche e soprattutto per il fatto che i numeri ed i loro risvolti pratici sono in linea da tempo con questo <em>fil-rouge</em> di fondo: abbassare le aliquote affinché sia possibile fare impresa. Lo aveva dichiarato il quotidiano <a href="https://www.theatlantic.com/business/archive/2017/12/low-tax-country/548132/"><em>The Atlantic</em></a> ancora nel 2017, riprendendo proprio i dati Ocse dell&#8217;epoca: &#8220;<em>Gli Stati Uniti sono già un Paese con una bassa tassazione</em>&#8220;.</p>
<h2>Non è tutto oro quel che luccica</h2>
<p>La pressione fiscale statunitense è quindi poco fuori da podio delle più basse nella media Ocse, e si distingue nettamente da quelle dei Paesi europei, che si attestano stabilmente attorno ad <strong>oltre il 30-40% del Pil</strong> (un&#8217;alta imposizione fiscale che, in certuni casi &#8211; <a href="https://it.insideover.com/economia/alle-origini-dellalta-pressione-fiscale-in-italia.html">come in quello italiano</a>, su tutti -, nasconde storture sovrastrutturali, con specifico riferimento all&#8217;appartenenza all&#8217;Unione Europea). Non a caso, il <a href="https://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=128485416&amp;t=1577034744181">sistema di <em>welfare</em> degli Stati della vecchia Europa</a> è molto più sviluppato rispetto a quello americano, all&#8217;interno del quale il settore pubblico arranca prepotentemente, affidandosi per ciò stesso a privati investitori. I quali, in quanto tali, sfruttano la propria posizione di vantaggio per trarne profitto.</p>
<p>Ed è esattamente qui, nel sistema di &#8220;<strong>libero mercato</strong>&#8221; a tutti i costi, che si insinuano le fallacie del modello Usa. Infatti, una bassa tassazione aiuta le imprese a fare utili, ma non garantisce che questi vengano utilizzati per fare investimenti e per assicurare la qualità dei servizi, costi accessibili a tutti e salari degni ai lavoratori. L&#8217;esempio della <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/il-liberismo-uccide-lesempio-della-sanita-usa.html"><strong>sanità</strong></a> è lampante: sia bastevole pensare alla scelta di diversi cittadini americani di <a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2015/04/10/fine-embargo-gli-americani-volano-a-cuba-per-curarsi/25430/">volare a Cuba</a> per usufruire del servizio sanitario nazionale pubblico dell&#8217;isola.</p>
<p>Come detto, la bassa tassazione è garanzia di benessere delle imprese, ma non dei cittadini, i quali &#8211; in assenza di una legislazione univoca ed/od efficace &#8211; debbono adeguarsi al gioco dei datori di lavoro. Difatti, nonostante il <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/10/04/disoccupazione-usa-al-35.-trump-esulta_470f4c35-96a0-429c-9416-a78e04a6d913.html">bassissimo livello di disoccupazione attuale</a>, esiste un <a href="https://www.repubblica.it/solidarieta/volontariato/2017/03/13/news/l_america_non_e_un_paese_per_poveri-160488653/">&#8220;<strong>lato oscuro</strong>&#8220;</a> che ne fa da contraltare: <a href="https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-21/americano-povero-sempre-rischio-123847.shtml?uuid=AaSAhINE">già nel 2011</a> le statistiche erano allarmanti, poiché enucleavano il fatto che un americano su tre fosse povero &#8211; con uno <a href="https://tg24.sky.it/mondo/2018/07/17/crescita-e-disuguaglianze.html">scarto sempre maggiore fra ricchi e poveri</a>.</p>
<p>I miglioramenti nell&#8217;anno solare 2018 &#8211; <a href="https://www.truenumbers.it/poverta-negli-usa/">per quanto il 12,3% della popolazione stia al di sotto della soglia di povertà</a>, e con purtroppo un interessamento cospicuo di tale condizione della <a href="https://www.agi.it/breakingnews/usa_tasso_poverta_spaventoso_un_homeless_su_5_minorenne-4022720/news/2018-06-13/">sezione giovanile della società</a> &#8211; sono stati effettivi, ma pur sempre incompleti. Nondimeno, seppur con una tassazione ben più bassa dei Paesi europei, <strong>il numero dei poveri negli Stati Uniti è maggiore</strong>: a dimostrazione che una bassa pressione fiscale può senz&#8217;altro contribuire al benessere dei cittadini, ma al contempo che si tratta di una medicina (e di una strategia) insufficiente, se non accompagnata da sinergiche e paritetiche politiche sociali ed economiche.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/tasse-basse-negli-usa-ma-da-sole-non-abbattono-la-poverta.html">Tasse basse negli Usa. Ma da sole non abbattono la povertà</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Più Stato in UK: Londra si interroga sulle nazionalizzazioni</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/piu-stato-in-uk-londra-si-interroga-sulle-nazionalizzazioni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2020 10:17:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalizzazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="627" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Jeremy Corbyn (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462-300x98.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462-768x251.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462-1024x335.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel Regno Unito da diverso tempo si sta discutendo di un&#8217;operazione economica di grande impatto per il tessuto sociale del Paese: quella delle nazionalizzazioni. In special modo, riguardante settori strategici e di primario interesse e necessità per i cittadini britannici: acqua, luce, trasporti e così via. Ovverosia, quegli stessi settori che al giorno d&#8217;oggi, al &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/piu-stato-in-uk-londra-si-interroga-sulle-nazionalizzazioni.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/piu-stato-in-uk-londra-si-interroga-sulle-nazionalizzazioni.html">Più Stato in UK: Londra si interroga sulle nazionalizzazioni</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="627" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Jeremy Corbyn (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462-300x98.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462-768x251.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Jeremy-Corbyn-e1572712695462-1024x335.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nel Regno Unito da diverso tempo si sta discutendo di un&#8217;operazione economica di grande impatto per il tessuto sociale del Paese: <a href="https://it.insideover.com/politica/la-battaglia-delleconomia-tra-johnson-e-corbyn.html">quella delle <strong>nazionalizzazioni</strong></a>. In special modo, riguardante settori strategici e di primario interesse e necessità per i cittadini britannici: acqua, luce, trasporti e così via. Ovverosia, quegli stessi settori che al giorno d&#8217;oggi, al di là del Canale della Manica, sono gestiti da privati, i quali si aggiudicano appalti pubblici di gestione dei succitati servizi.</p>
<p>Questa manovra è entrata &#8211; a livello sia teoretico che fattuale &#8211; nel dibattito pubblico soprattutto grazie al <em>Labour Party</em> di <strong>Jeremy Corbyn</strong>. Un navigato uomo politico che, nel suo <a href="https://jacobinitalia.it/il-nuovo-manifesto-del-labour-party/">programma</a>, contempla un vero e proprio riassetto della società e del modello economico che vi inerisce: un <a href="https://oltrelalinea.news/2019/08/11/green-autarky-autosufficienza-contro-capitalismo-industriale/">&#8220;ritorno al futuro&#8221;</a> che aveva studiato ed immaginato, fra gli altri, pure <strong>John Maynard Keynes</strong>. Un&#8217;azione ambiziosa e di lungo termine, la quale tuttavia non è mai potuta né potrà mai convolare a nozze con l&#8217;<a href="http://www.lintellettualedissidente.it/economia/lordoliberalismo-legemonia-culturale-tedesca-germania/"><strong>ordoliberismo</strong> (tipicamente tedesco)</a> iniettato nei <a href="https://oltrelalinea.news/2019/08/02/lunione-europea-e-un-impero-condannato/">gangli dell&#8217;Unione europea</a>: organizzazione sovranazionale verso la quale le critiche del leader laburista sono fllebili e non prive di contraddizioni.</p>
<p>In ogni caso, l&#8217;ottica della nazionalizzazione esiste, ed è discussa non solo a livello pubblico, ma anche a <strong>livello accademico</strong>. Il che è sorprendente, nel momento in cui si pensi al fatto che il Regno Unito è la patria del liberismo tradizionalmente inteso (poi divenuto capitalismo finanziarizzato finanche all&#8217;estremo nella sua ex colonia, gli Stati Uniti); ma non lo è affatto se si tengono in considerazione le evoluzioni economiche degli ultimi decenni. Il <em>There Is No Alternative</em> di thatcheriana memoria, dopo essere stato diffuso e difeso, ora ha sempre più detrattori. Anche nella sua patria natia.</p>
<h2>Ri-nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali in UK</h2>
<p>Al di là di figure pubbliche e di spicco nel dibattito pubblico, come Corbyn, ne esistono altre meno note, ma alacremente al lavoro nel tentativo di comprendere costi e benefici di operazioni economiche &#8211; come le nazionalizzazioni &#8211; di cui il <em>Labour Party</em> si fa alfiere. Fra questi, vi è il professor <strong>David Hall</strong>, della Greenwich University, a capo della PSIRU (<em>Public Services International Research Unit</em>) e studioso di notevole spessore, che ha trattato l&#8217;argomento in diversi suoi lavori e ricerche.</p>
<p>Ancora nell&#8217;aprile del 2016, su <em><a href="https://www.opendemocracy.net/en/opendemocracyuk/here-s-what-publicly-owned-energy-would-actually-cost-and-why-stockbrokers-got-it-wron/">Open Democracy</a></em>, egli aveva sottolineato non soltanto la necessità impellente e non più demandabile di ri-nazionalizzare i servizi di pubblica utilità nel Regno Unito, ma anche il fatto che ciò fosse perfettamente combaciante con la volontà di gran parte dei cittadini. Molti dei quali si ritrovavano e si ritrovano ancora oberati dai costi crescenti di questi stessi servizi, <a href="https://www.dbresearch.com/PROD/RPS_EN-PROD/PROD0000000000494405.pdf">fra i più onerosi d&#8217;Europa</a>.</p>
<p>Ordunque, nell&#8217;ottica dello studioso inglese, si tratterebbe non soltanto di un rispetto democratico della popolazione, ma anche di un&#8217;operazione fruttuosa economicamente ed eticamente. Infatti &#8211; egli sostiene -, in tal modo Londra tornerebbe a gestire in via personale e diretta <strong>beni di pubblica utilità</strong>, trattandoli come servizi dal rinnovamento continuo ed imprescindibile, piuttosto che come materiale di profitto, da maneggiare per il profitto stesso e non per la qualità e convenienza di quanto erogato.</p>
<p>Il report elaborato dal centro di ricerca di Hall &#8211; e <a href="https://weownit.org.uk/blog/new-research-public-energy-would-pay-itself-10-years">riportato</a> anche dall&#8217;associazione <strong>We Own It</strong> &#8211; ha messo in mostra dati chiari, che vanno decisamente controcorrente rispetto alle previsioni negative degli agenti di borsa. (Rispetto ai quali, invero, potrebbe esistere un conflitto di interessi palese, trattandosi alle volte di azionisti delle aziende beneficiarie di appalti pubblici). Laddove, invece, senza <em>shareholders</em> intenti al guadagno massimo possibile, potrebbero esistere servizi &#8220;<em>a deficit</em>&#8221; da parte dello Stato britannico che, depositario di <a href="https://oltrelalinea.news/2018/07/16/la-sovranita-da-riscoprire-per-litalia-e-per-la-contemporaneita/">sovranità</a>, non avrebbe necessità di riprendere con gli interessi quanto speso: ma, anzi, sarebbe per esso meglio fare il contrario. <a href="https://oltrelalinea.news/2019/08/31/dalla-cina-alla-siria-come-uno-stato-sovrano-investe-e-ricostruisce/">Spendere</a>.</p>
<h2>I vantaggi della nazionalizzazione secondo David Hall</h2>
<p>David Hall ritiene che spostare alla proprietà pubblica tutto il <strong>sistema energetico</strong> &#8211; tra le altre cose &#8211; del Regno Unito sarebbe un&#8217;operazione legislativamente e fattualmente possibile, ed anzi desiderabile, la quale si ripagherebbe da sola in 10 anni, con un risparmio di circa 3,2 miliardi di sterline all&#8217;anno. Per un costo complessivo (di indennizzo verso gli azionisti) che si aggirerebbe <strong>fra i 24 ed i 36,6 miliardi</strong> di sterline; ma anche per un guadagno, da parte dei cittadini, in servizi qualitativamente lodevoli ed in risparmi nelle proprie tasche.</p>
<p>Lo stesso professore di Greenwich lo ha sostenuto all&#8217;interno del suo meticoloso <em>paper</em> del 2016, <a href="https://www.psiru.org/sites/default/files/2016-04-E-UK-public.pdf">&#8220;<em>Public ownership of the UK energy system. Benefits, costs and processes</em>&#8220;</a>. Un lavoro ove <a href="https://www.psiru.org/reports/public-ownership-uk-energy-system-%e2%80%93-benefits-costs-and-processes.html">ha analizzato</a>: i vantaggi della proprietà pubblica; la possibilità di estensione di questo modello ad altri Paesi (nei quali operano pure gli azionisti britannici); il funzionamento del ritorno alla proprietà pubblica e le eventuali ottemperanze o meno delle regole europee (constatando la <a href="https://it.insideover.com/politica/trovato-accordo-sulla-brexit-tra-regno-unito-ed-unione-europea.html"><strong>Brexit</strong></a> ancora in corso d&#8217;opera, ma sempre più vicina con la vittoria dei Conservatori di <a href="https://it.insideover.com/politica/schiaffo-ad-europa-ed-elite-bojo-sul-trono-di-londra.html"><strong>Boris Johnson</strong></a>); calcoli e stime realistiche di costi, benefici ed impatto sul debito nazionale.</p>
<blockquote><p>&#8220;Le ragioni per riportare sotto la proprietà pubblica elettricità e gas sono principalmente quelle di migliorare il raggiungimento di determinati obiettivi: sviluppo delle energie rinnovabili (e controllo della generazione di quelle che non lo sono), copertura universale, accessibilità economica per tutti, efficienza e responsabilità democratica. [&#8230;] Invece, nell&#8217;attuale sistema britannico, le funzioni di trasmissione, distribuzione, generazione e fornitura sono svolte da <strong>società private</strong>, non di rado multinazionali, supervisionate da organi di controllo con scarsa responsabilità politica&#8221;.</p></blockquote>
<p>Quindi, Hall evidenzia come si tratti di una questione non soltanto economica, ma anche e soprattutto <strong>politica</strong>. Infatti, laddove lo Stato è presente, le spese non sono condizionate dalle entrate, ma anzi possono essere effettuate per essere continuamente in perdita: poiché, stando ai dettami dei <a href="http://mmtitalia.info/formula-dei-saldi-settoriali/">saldi settoriali</a>, la spesa pubblica contribuisce (anzi, corrisponde) al <a href="https://www.retemmt.it/debito-pubblico-deve-esistere-forza/">risparmio privato</a> e &#8211; in un sistema di <a href="https://oltrelalinea.news/2018/11/12/la-parabola-dellisola-come-funziona-la-moneta-moderna/"><em>fiat money</em></a> (quindi, non moneta merce, ma creata ex nihilo e priva di valore intrinseco) &#8211; fattualmente essa <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/leconomista-secondo-cui-governi-dovrebbero-semplicemente-stampare-piu-moneta.html">non ha limiti finanziari</a>.</p>
<p>Non è incidentale che David Hall, assieme al suo gruppo di ricerca all&#8217;Università di Greenwich, abbia negli anni rincarato la dose, con lavori scientifici nei quali ha cercato di dimostrare la maggiore efficienza del pubblico, se ben gestito, ed anzi l&#8217;imprescindibilità della sua realizzazione nel momento in cui si tratti di erogare servizi essenziali per i cittadini. Quindi, non soltanto il gas e l&#8217;elettricità, ma anche l&#8217;<a href="https://gala.gre.ac.uk/id/eprint/17277/10/17277%20HALL_Bringing_Water_into_Public_Ownership_(Rev'd)_2017.pdf"><strong>acqua</strong></a> (&#8220;<em>Bringing water into public ownership: costs and benefits</em>&#8220;, <em>paper</em> scritto a quattro mani con Kate Bayliss nel 2017), i <strong>trasporti</strong> (la ri-nazionalizzazione delle ferrovie <a href="https://europa.today.it/lavoro/privatizzazioni-uk-nazionalizza-ferrovie.html">è già in corso</a>), le <a href="https://gala.gre.ac.uk/id/eprint/20016/"><strong>Società di Progetto</strong></a> (in inglese, <a href="https://www.investopedia.com/terms/s/spv.asp"><em>Special Purpose Vehicles</em></a>, società sussidiarie che isolano il rischio finanziario ed entità che regolano l&#8217;accesso ai bandi ed appalti pubblici) e via discorrendo.</p>
<h2>I calcoli sui rientri delle spese per lo Stato</h2>
<p>Questi lavori del professor Hall &#8211; e della Psiru che egli presiede &#8211; sono balzati agli onori delle cronache da quando Jeremy Corbyn è divenuto il presidente del Partito Laburista britannico ed ha proposto un ampio piano di nazionalizzazioni in Regno Unito. Un progetto, invero, portato all&#8217;apice del partito da <a href="https://www.gre.ac.uk/news/articles/public-relations/2018/a-solution-to-controversial-pfi-deals"><strong>John McDonnell</strong></a>, Cancelliere Ombra dello Scacchiere dal 2015 (un titolo importante nel Parlamento inglese, ma del tutto informale, e senza un ruolo costituzionale), che ha ritenuto quest&#8217;analisi preziosa per comprendere &#8220;come trattare con l&#8217;inaccettabile schematismo delle privatizzazioni attuate in UK&#8221;.</p>
<p>Il <em><a href="https://www.mirror.co.uk/news/politics/nationalisation-public-services-could-save-20951951">Mirror</a> </em>ha condiviso, in un recente articolo del novembre 2019, gli esiti dello studio della Greenwich University, allargato a tutti i campi che verrebbero contemplati nell&#8217;attuazione del prospetto auspicato dal dottor David Hall: ferrovie, acqua, energia elettrica, trasporto su ruota, <em>Royal Mail</em> (le poste britanniche), banda larga e Servizio Sanitario Nazionale. I risparmi delle concessioni ai privati verrebbero impiegati per creare posti di lavoro, fare manutenzioni e migliorie, attuare politiche ecologiche e promuovere quelle locali e regionali.</p>
<p><a href="https://glindifferenti.it/perche-necessario-nazionalizzare-servizi-pubblici/3740/">I dati sono lampanti</a> nella loro semplice enunciazione:</p>
<ul>
<li>Una proprietà pubblica delle <strong>ferrovie</strong> porterebbe al risparmio di un miliardo di sterline all&#8217;anno, abbastanza per pagare la costruzione di 100 miglia nuove di binari ogni anno.</li>
<li>Nazionalizzare l&#8217;<strong>acqua corrente</strong> permetterebbe il risparmio di 2,5 miliardi all&#8217;anno, il che permetterebbe di ridurre in un solo anno di un terzo le perdite nel sistema idrico.</li>
<li>Una proprietà pubblica delle <strong>reti energetiche</strong> permetterebbe il risparmio di 3,7 miliardi all&#8217;anno, una cifra la quale garantirebbe il pagamento per 222 nuove turbine eoliche <em>off-shore</em> ogni anno.</li>
<li>Una proprietà pubblica dei <strong>bus</strong> permetterebbe il risparmio di 506 milioni all&#8217;anno, abbastanza per pagare la bellezza di 1.356 nuovi pullman ad alimentazione elettrica.</li>
<li>Una proprietà pubblica della <strong><em>Royal Mail</em></strong> consentirebbe il risparmio di 171 milioni all&#8217;anno, abbastanza per pagare 342 nuovi uffici postali &#8211; con postazioni per il prelievo di contanti &#8211; nelle città di tutto il Paese.</li>
<li>La <strong>banda larga</strong> nazionalizzata farebbe risparmiare 500 milioni all&#8217;anno. E tanto è sufficiente per pagare tale servizio in fibra a ben sei milioni di persone.</li>
<li>La fine del mercato interno del <strong><em>National Healthcare Service</em></strong> (il SSN britannico) permetterebbe di avere almeno 4,5 miliardi in più in cassa, un risparmio che pagherebbe gli stipendi di 72.000 nuove infermiere e di 20.000 nuovi medici.</li>
</ul>
<p>Il risparmio complessivo &#8211; calcolato tramite il confronto fra il costo attuale dei dividendi e degli interessi pagati alle società private ed il costo del rifinanziamento del capitale e del debito generato con l&#8217;emissione di titoli di Stato &#8211; sarebbe di circa <strong>8 miliardi di sterline</strong>, risanabili in soli 7 anni (del tutto da soli). Gli azionisti verrebbero pagati per quanto speso, ovverosia 49,7 miliardi di sterline, cioè un quarto di quanto attualmente sborsa lo Stato britannico (196 miliardi).</p>
<h2>Il fallimento di austerità e privatizzazioni</h2>
<p>Sulla questione, è intervenuto il presidente di <em>We Own It</em>, <strong>Cat Hobbs</strong>, che ha pienamente appoggiato la proposta proveniente da Greenwich, <a href="https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/nationalise-royal-mail-energy-water-savings-bills-national-grid-a9203636.html">sostenendo</a> che &#8220;è assolutamente chiaro che le opere di privatizzazione sono state un cattivo affare per le casse dello Stato e per il funzionamento dei nostri servizi pubblici. Stiamo <strong>sprecando</strong> miliardi per i dividendi degli azionisti, e per i maggiori investimenti nel settore privato. Portando i nostri servizi sotto la proprietà pubblica, potremmo usare quei soldi per fornire servizi migliori a tutti noi&#8221;.</p>
<p>Il riferimento di Hobbs si indirizza alla cosiddetta Pfi, ovverosia la <em>Private Finance Initiative</em>, introdotta sin dal 1992 per finanziare i progetti infrastrutturali concedendo alti tassi di rendimento agli investitori privati, mantenendo i progetti fuori dal bilancio pubblico e quindi non annoverandoli nel conteggio del debito pubblico del Regno Unito. Si è trattato delle privatizzazioni in salsa britannica, le medesime che anche i governi italiani dell&#8217;epoca hanno applicato al settore pubblico del Bel Paese: la caduta dell&#8217;Iri ne è stato l&#8217;esempio più lampante. Privatizzazioni di cui la Corte dei Conti, ancora nel 2010, ha rivelato <a href="http://www.ilgiornale.it/news/corte-dei-conti-svela-lato-oscuro-delle-privatizzazioni.html">il &#8220;<strong>lato oscuro</strong>&#8220;</a>: aumento dei profitti, non dell&#8217;efficienza né della qualità.</p>
<p>In pratica &#8211; come argomentato da Cat Hobbs -, in Regno Unito si è così realizzata la controversa creazione delle <em>partnership</em> fra pubblico e privato, nella quale però è stato unicamente il secondo attore protagonista a guadagnarci, sino ad ora. Infatti, lo Stato ad oggi paga i privati per l&#8217;erogazione di servizi pubblici, ai quali gli azionisti provvedono, ma non primariamente per fornire un buon servizio, bensì per guadagnare dai loro investimenti. Una fisiologia naturale all&#8217;interno di un <strong>contesto aziendale</strong>. Ma un contesto aziendale, se applicato a servizi pubblici ed a settori strategici &#8211; i quali applicano una logica economica di peculiarità e regole diverse -, non può che ragionare secondo <em>modus cogitandi</em> non conformi al panorama in cui si trova.</p>
<p>Perciò, anche in Regno Unito &#8211; negli ultimi decenni &#8211; sono valse logiche macroeconomiche di stampo <strong>liberista</strong>, le quali a loro volta hanno contemplato una doppia conseguenza: un&#8217;<a href="https://it.insideover.com/economia/la-follia-dellausterita.html"><strong>austerità</strong></a> sempre presente, o comunque sempre pronta ad essere applicata (ossia, una riduzione degli investimenti statali per i cittadini); privatizzazioni incalzanti, per alleggerire il debito pubblico del Paese che le ha applicate. Indi per cui, <em>deficit-spending</em> e nazionalizzazioni rappresenterebbero la direzione opposta: una direzione che non sarebbe soltanto economica, bensì anche politica.</p>
<h2>Le nazionalizzazioni nel panorama politico britannico</h2>
<p>Le idee contemplanti la nazionalizzazione di questi servizi pubblici essenziali, i calcoli dei cui risparmi e benefici sono stati già detti, appartengono precipuamente al programma del <em>Labour Party</em> di Jeremy Corbyn. Essi hanno riscosso un certo successo a livello di opinione pubblica: non soltanto per gli iscritti al partito o per i suoi elettori, ma anche per i curiosi di altre branche politiche, magari tradizionalmente restie ad operazioni di tal fatta.</p>
<p>Ad esempio, è stata lungamente contemplata l&#8217;idea di <a href="https://www.ft.com/content/a1804fe6-e45f-11e9-b112-9624ec9edc59">nazionalizzare i cosiddetti &#8220;<em>Big Six</em>&#8220;</a> del <strong>rifornimento di energia</strong>, aziende fornitrici di alto calibro e grande spessore quali Edf Energy, British Gas, Npower, Eon, Sse e ScottishPower. La spinta per questa mozione, anche in questo caso, è provenuta dal Cancelliere Ombra dello Scacchiere, McDonnell, con l&#8217;obiettivo di portare innanzi il progetto secondo un doppio obiettivo: far risparmiare lo Stato nell&#8217;elargizione di concessioni agli <em>shareholders</em>, e fornire alla cittadinanza dei servizi più efficienti e più economici.</p>
<p>Come si può leggere su <a href="https://www.newstatesman.com/politics/uk/2018/02/leader-why-labour-s-renationalisation-better-choice-private-sector"><em>NewStatesman</em></a>, per troppo tempo le nazionalizzazioni sono state un <strong>argomento tabù</strong> nel dibattito britannico, in quanto tutti i partiti politici avevano accettato in maniera quasi acritica l&#8217;impostazione socio-economica avviata da Margaret Thatcher negli anni Settanta. Ad esempio, una buona parte dei conservatori pensa che operazioni del genere siano retaggi dell&#8217;epoca della stagflazione, da non replicare.</p>
<p>Gli studi di David Hall e dell&#8217;Università di Greenwich vanno invece in direzione contraria, e puntano a dimostrare come a livello economico lo Stato avrebbe un ritorno positivo dalle nazionalizzazioni, che permetterebbero al Regno Unito di spendere non per concessioni, ma direttamente per investire nei propri servizi, garantendo ai suoi cittadini prezzi più accessibili e qualità superiore nell&#8217;erogazione dei servizi stessi. Naturalmente, ciò non significa cadere nell&#8217;illusione che sotto lo Stato non ci possano essere malfunzionamenti, problematiche <em>et similia</em>: tuttavia, l&#8217;<em>equipe</em> di studiosi enuclea che quanto meno la gestione pubblica renderebbe conto <strong>a livello politico</strong> del suo operato. Laddove le aziende, invece, non ne hanno la necessità né l&#8217;obbligo.</p>
<p>È la dimensione del politico che cerca di <a href="https://www.eticaeconomia.it/gramsci-e-il-primato-della-politica/"><strong>controbilanciare</strong></a> le storture dell&#8217;economico. La <a href="https://it.insideover.com/politica/la-neutralita-di-corbyn-sulla-brexit-puo-essere-un-problema.html">posizione mite o finanche neutra</a> di Corbyn sull&#8217;Unione Europea &#8211; un&#8217;organizzazione sovranazionale di chiaro stampo ordoliberista, anche se la non-appartenenza dello UK alla zona euro mitiga certi gangli &#8211; con ogni probabilità rappresenterebbe un ostacolo all&#8217;applicazione di questo programma da parte del suo partito. Tuttavia, la Brexit voluta da Johnson apre nuovi scenari: più conformi alla proposta politico-economica delle nazionalizzazioni. Verso le quali il dibattito in terra d&#8217;Oltremanica è aperto: diversi studiosi, oltreché politici, hanno principiato a sostenerne l&#8217;applicazione progressiva, ritenendola un <strong>bene del tutto indispensabile</strong> per il Paese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/piu-stato-in-uk-londra-si-interroga-sulle-nazionalizzazioni.html">Più Stato in UK: Londra si interroga sulle nazionalizzazioni</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Resilienza informatica cinese: via PC e software stranieri</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/resilienza-informatica-cinese-via-pc-e-software-stranieri.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Dec 2019 20:28:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[informatica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="994" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina computer" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496-300x155.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496-768x397.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496-1024x530.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Al principio di dicembre, una nuova pagina è stata scritta nel libro della sempre più vivida, scottante ed estesa guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina. Pechino ha ordinato, a partire dall&#8217;anno prossimo e fino al 2022, la progressiva rimozione dagli uffici governativi di computer, software e relativo equipaggiamento stranieri (in special modo americani, s&#8217;intende). &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/resilienza-informatica-cinese-via-pc-e-software-stranieri.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="994" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina computer" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496-300x155.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496-768x397.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/computer-cina-La-Presse-e1577305710496-1024x530.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Al principio di dicembre, una nuova pagina è stata scritta nel libro della sempre più vivida, scottante ed estesa <a href="https://www.money.it/guerra-commerciale-usa-cina-nemici-novita">guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina</a>. Pechino ha ordinato, a partire dall&#8217;anno prossimo e fino al 2022, la progressiva rimozione dagli uffici governativi di <strong>computer</strong>, software e relativo equipaggiamento stranieri (in special modo americani, s&#8217;intende).</p>
<p>Come ha riportato il <a href="https://www.ft.com/content/b55fc6ee-1787-11ea-8d73-6303645ac406"><em>Financial Times</em></a>, l&#8217;ambiziosa direttiva è giunta dallo stesso <strong>Partito comunista cinese</strong> (in particolare, dal suo Ufficio Centrale), al governo nella Repubblica Popolare con <a href="https://it.insideover.com/politica/xi-jinping-tra-mito-e-realta-cosa-vuole-il-presidente-cinese.html">Xi Jinping</a>. L&#8217;obiettivo è quello di <a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/pechino-alla-guerra-dei-byte_it_5dee0bc5e4b05d1e8a544517">sostituire presto la tecnologia informatica</a> proveniente dall&#8217;esterno con una fatta in casa: altrettanto funzionale, specifica ed estesa nelle sue capacità.</p>
<h2>L&#8217;opposizione cinese agli Stati Uniti</h2>
<p>Naturalmente, questa decisione (secondo diversi analisti) può esser fatta rientrare appieno all&#8217;interno del conflitto venuto in essere negli ultimi anni fra Pechino e Washington sull&#8217;uso dell&#8217;alta tecnologia &#8211; in questo caso informatica.</p>
<p>Il <a href="https://formiche.net/2019/05/huawei-usa-trump-sicurezza-nazionale/"><strong>divieto</strong> da parte degli Stati Uniti</a> (nonostante proroghe, tregue ed aggiramenti) imposto alle grandi aziende <em>high-tech</em> nazionali di fare affari Huawei &#8211; il loro rivale per eccellenza -, e la pressione agli alleati europei affinché non aderissero né alla <strong>Nuova Via della Seta</strong> né alla sperimentazione della <strong>tecnologia 5G</strong>, sono stati sgambetti non di poco conto nei confronti di Pechino. La cui reazione, in questo gioco di scacchi teso a corrodere le mura avversarie rinforzando nel frattempo le proprie, si è rivelata proporzionale.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;idea che questo provvedimento possa estrinsecarsi unicamente come risposta ad un torto è quanto mai parziale. Infatti, in piena epoca digitale, laddove dati, soldi ed informazioni passano attraverso canali telematici, per un Paese averne il <strong>pieno controllo</strong> è assolutamente fondamentale: per i principi di sovranità e sicurezza nazionali, soprattutto nel momento in cui esistano conflitti palesi e palesemente capaci di infliggere ed arrecare danni.</p>
<p>In questo senso, la <a href="https://www.repubblica.it/economia/2019/12/09/news/borsa_9_dicembre_2019-242971747/">scelta di Pechino</a> si rivolge proprio a tentare un&#8217;operazione che, incerto qual modo, <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/09/cina-verso-lautarchia-informatica-entro-tre-anni-sostituiti-tutti-i-pc-e-software-stranieri/5604221/">si potrebbe definire autarchica</a>. O, quantomeno, autarchica specificamente nei confronti di un avversario molto potente e molto ingombrante nel campo dell&#8217;<em>high-tech</em>. Infatti, sarebbe più corretto parlare di <strong>resilienza</strong>, ovverosia della capacità, da parte della Cina, di vivere secondo criteri avanzati e nell&#8217;ottica delle proprie capacità e dei propri bisogni prescindendo da parti terze, a meno che non si tratti di scelte politiche. E l&#8217;informatica, a Pechino, è tanto necessaria (bisogno) quanto implementabile (capacità).</p>
<h2>Il progetto denominato &#8220;3-5-2&#8221;</h2>
<p>Il piano della Cina di <a href="https://tg24.sky.it/tecnologia/2019/12/10/cina-computer-software-stranieri.html">sostituzione di hardware e software stranieri</a> con prodotti tecnologici ed informatici casalinghi ha una <strong>progettualità di tre anni</strong>, ma contempla un inizio immediato. Infatti, secondo quanto riportato dal <em>Financial Times</em>, l&#8217;operazione prevede una liberazione progressiva del 30% (sul totale ammontante attualmente) delle apparecchiature entro il 2020, del 50% entro il 2021 e del restante 20% entro il 2022.</p>
<p>Le aziende competitor americane che verrebbero maggiormente colpite da questo nuovo obiettivo del governo di Pechino <a href="https://www.ilpost.it/2019/12/09/governo-cinese-computer-stranieri/">sarebbero <strong>Microsoft</strong>, <strong>HP </strong>e<strong> Dell</strong></a>, i cui affari presso la Repubblica Popolare Cinese si aggirano complessivamente attorno ai <strong>150 miliardi di dollari</strong>. Senza dubbio, una cifra esorbitante, che costerebbe un ribasso notevole degli affari di queste multinazionali, la cui espansione globale tuttavia non li priverebbe di altrettanto notevoli profitti.</p>
<p>Secondo quanto riferito al quotidiano economico londinese da alcuni analisti di <em>China Securities</em> &#8211; banca d&#8217;investimento e società di intermediazione -, i pezzi da sostituire fisicamente in tre anni si aggirerebbero attorno ai <strong>20-30 milioni</strong>. Più difficile di quella dei computer risulterebbe invece la sostituzione virtuale dei vari <em>software</em> in uso nel gigante asiatico, essendo che gli sviluppatori ancora si concentrano ad indirizzarsi verso la tecnologia americana, non esistendo ancora sostituti cinesi all&#8217;altezza qualitativa desiderata.</p>
<h2>Alle origini della resilienza di Pechino</h2>
<p>La scelta politica cinese di virare verso l&#8217;utilizzo di tecnologie <em>home-made</em> piuttosto che di prodotti stranieri, per quanto funzionali, si situa appieno nel contesto della guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma non si limita a questo orizzonte. Quello che il governo di Pechino contempla è un panorama molto più ampio, molto più resistente nel tempo, ed esso prende il nome di &#8220;indipendenza&#8221;.</p>
<p>Il <strong>secolo americano</strong> ha prodotto, fondamentalmente, il dominio del globo da parte degli Stati Uniti: non soltanto attraverso contingenti militari, ma anche e soprattutto attraverso la <strong>penetrazione economica e finanziaria</strong>, prodotta tramite l&#8217;utilizzo del proprio sviluppo tecnologico e la propria ineguagliata capacità di innovazione. La sua rampante economia e l&#8217;<a href="https://finanza.primeconsult.it/lesorbitante-privilegio-del-dollaro-sta-giungendo-al-termine/">esorbitante privilegio del dollaro</a> (come ebbe a chiamarlo Valery d&#8217;Estaing, Ministro delle Finanze francese negli anni Sessanta) hanno fatto il resto.</p>
<p>Per questo motivo, non sorprende che l&#8217;informatica abbia un dominatore incontrastato: gli Stati Uniti. Come, del resto, proprio per questo motivo non deve sorprendere il fatto che sempre più attori internazionali si stiano rendendo conto di trovarsi in una condizione di dipendenza dalla &#8220;<strong>madrepatria informatica d&#8217;Oltreoceano</strong>&#8220;. Una dipendenza che, in caso di scontro bellico, di embargo o sanzioni, di ritorsioni economiche, di diatribe politiche, potrebbe tramutarsi in tragedia (volendo prendere in esame anche le ipotesi più estreme).</p>
<p>La Russia sta progettando ed attualizzando con sempre maggiore efficacia <a href="https://it.insideover.com/politica/runet-cortina-di-ferro-telematica-russia.html"><strong>RuNet</strong></a>, il proprio internet sovrano, una <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/putin-e-la-sua-cortina-di-ferro-digitale.html">&#8220;<em>cortina di ferro</em>&#8221; digitale</a> che le permetterebbe di evitare brecce nel proprio sistema. L&#8217;Unione europea &#8211; con tutte le criticità del caso &#8211; ha avviato attraverso venti banche d&#8217;affari coordinate con la Bce il <a href="https://it.insideover.com/economia/pepsi-il-progetto-europeo-per-contrastare-visa-e-mastercard.html">progetto <strong>Pepsi</strong></a>, per sostituire Visa e Mastercard, ovverosia il circuito di pagamenti elettronici <em>made in Usa</em>.</p>
<p>Allo stesso modo, la Cina vuole intraprendere l&#8217;itinerario dell&#8217;indipendenza totale dal gigante americano nel contesto dell&#8217;informatica, a livello sia fisico (computer) che virtuale (software). L&#8217;operazione sarà lunga (e peraltro, per ora, riguarderà <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/cina-partito-impone-computer-e-software-nazionali-uffici-pubblici-ACeGAD4">solo il settore pubblico, non quello privato</a>), richiederà tempo e sicuramente dovrà affrontare molti ostacoli, ma Pechino mira a condurla in porto per essere strategicamente sicura &#8211; senza timore di smentita &#8211; di non dover mai rinunciare ad una componente imprescindibile nel mondo odierno (magari, in caso di <a href="https://it.insideover.com/guerra/cyberwar-e-sicurezza-informatica-ecco-cosa-ce-da-sapere.html">&#8220;<em>cyberwar</em>&#8220;</a>). Una condizione che sarebbe ottimale ed invidiabile, in special modo al principio (2020) di quello che il <em>Financial Times</em> ha definito il <a href="https://it.insideover.com/economia/il-2020-sancira-linizio-ufficiale-del-secolo-asiatico.html">&#8220;<strong>secolo asiatico</strong>&#8220;</a>.</p>
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		<title>Alle origini dell&#8217;alta pressione fiscale in Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/alle-origini-dellalta-pressione-fiscale-in-italia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2019 09:04:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[pressione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=249073</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="965" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Euro banconote" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669-300x151.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669-768x386.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669-1024x515.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L&#8217;Ufficio Studi della Cgia ad agosto ha rilasciato una propria news sorprendente: l&#8217;Italia, nel 2018, ha fatto pagare ai propri cittadini ben 33,4 miliardi di euro di tasse e di imposte in più rispetto a quella che è la media continentale. La notizia colpisce senza ombra di dubbio per l&#8217;entità delle cifre che vengono riportate e messe in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/alle-origini-dellalta-pressione-fiscale-in-italia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="965" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Euro banconote" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669-300x151.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669-768x386.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/soldi-banconote-euro-La-Presse-e1577005447669-1024x515.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L&#8217;Ufficio Studi della <strong>Cgia</strong> ad agosto ha rilasciato una propria <em>news</em> sorprendente: l&#8217;Italia, nel 2018, ha fatto pagare ai propri cittadini ben <a href="https://www.agi.it/economia/pressione_fiscale_tasse_italia-5960220/news/2019-08-03/"><strong>33,4 miliardi di euro</strong> di tasse e di imposte in più</a> rispetto a quella che è la media continentale.</p>
<p>La notizia colpisce senza ombra di dubbio per l&#8217;<a href="https://www.teleborsa.it/News/2019/08/05/fisco-cgia-paghiamo-33-4-miliardi-di-tasse-in-piu-rispetto-a-media-europea-29.html#.XfzQ4UdKjIW">entità delle cifre</a> che vengono riportate e messe in risalto, ma non altrettanto per la sostanza che essa riporta. L&#8217;Italia, infatti, <strong>non è neofita per quel che riguarda l&#8217;alta tassazione</strong> e la notevole pressione fiscale a carico dei contribuenti. Tuttavia, partendo dai dati dello studio dell&#8217;Associazione mestrina, occorre effettuare una disamina che vada al di là dell&#8217;immediatezza, e che risalga nel tempo.</p>
<h2>I numeri e le cifre dello studio della Cgia</h2>
<p>Innanzitutto, è fondamentale leggere con attenzione <a href="https://www.studiocataldi.it/articoli/35538-tasse-italiani-pagano-334-miliardi-in-piu-degli-europei.asp">i numeri</a> che la Cgia ha posto sotto la lente d&#8217;ingrandimento dell&#8217;opinione pubblica, con il proprio <em>report</em> basato sui dati forniti dell&#8217;Eurostat. Nell&#8217;anno solare 2018, i contribuenti italiani hanno pagato l&#8217;impressionante cifra di 33,4 miliardi di euro di tasse in più rispetto alla media europea. Un differenziale che si sostanzia in ben <strong>2 punti percentuali di PIL</strong>, corrispondenti a <strong>552 euro <em>pro capite</em></strong> dovuti al fisco dello Stato italiano.</p>
<p>Nella comparazione con gli altri Paesi membri dell&#8217;Unione Europea, la differenza negativa si fa percepire non soltanto con i Paesi dell&#8217;Est Europa o con l&#8217;Irlanda paradiso fiscale, ma anche con gli Stati del Sud mediterraneo e del Nord. I cittadini spagnoli, rispetto a quelli italiani, pagano ben 1.975 euro di tasse in meno, quelli portoghesi 1.336, quelli britannici (ora maggiormente prossimi alla <a href="https://it.insideover.com/politica/brexit-la-vera-partita-comincia-adesso.html"><em>Brexit</em></a>, con la vittoria alle elezioni nazionali del conservatore <a href="https://it.insideover.com/politica/schiaffo-ad-europa-ed-elite-bojo-sul-trono-di-londra.html"><strong>Boris Johnson</strong></a>) 1.888, quelli olandesi 930 e quelli tedeschi 407.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/economia/tasse/19_agosto_03/fisco-cgia-in-italia-paghiamo-334-miliardi-tasse-piu-rispetto-media-europea-efea5d42-b5c1-11e9-936f-5597e95c0cf4.shtml">Soltanto sei Paesi in UE si classificano al di sopra dell&#8217;Italia</a>. E sono, in ordine: <strong>Finlandia ed Austria</strong>, con 116 euro <em>pro capite</em> in più del Bel Paese; la <strong>Svezia</strong>, con +726; la <strong>Danimarca</strong>, con +1.220; il <strong>Belgio</strong>, con +1.394; infine, i cugini transalpini della <strong>Francia</strong>, con +1.830. Al di là di quella che la Cgia medesima definisce la &#8220;<em>sorpresa da Parigi</em>&#8220;, l&#8217;Italia risulta comunque sempre ben al di sopra degli altri Paesi europei: se la sua legislazione fiscale fosse come quella della Germania, risparmierebbe ai suoi cittadini ben 24,6 miliardi di tasse; se fosse come quella dei Paesi Bassi, 56,2 miliardi; se fosse come quella del Regno Unito, 114,2 miliardi; se fosse come quella della Spagna, 119,5 miliardi.</p>
<h2>Le preoccupazioni dei membri della Cgia</h2>
<p>All&#8217;interno della <a href="http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/08/TASSE-EUROPEE-03.08.2019.pdf"><em>news</em> agostana</a>, lo staff del Centro Studi della Cgia ha espresso preoccupazione nei confronti della suddetta situazione di tale pressione fiscale in Italia. Il coordinatore <strong>Paolo Zabeo</strong> ha esplicitamente chiesto al mondo politico dello Stivale un salto qualitativo in avanti, che traduca <em>slogan</em> e promesse in realtà. Difatti, egli ha avuto da dichiarare:</p>
<p>&#8220;Con la prossima Manovra di Bilancio, è necessario uno scossone che nel giro di qualche anno riduca di <strong>3-4 punti percentuali</strong> il peso delle tasse. Considerata la delicata situazione dei nostri conti pubblici, tale intervento sarà praticabile solo ed esclusivamente se si riuscirà ad abbassare, di pari importo, la spesa pubblica improduttiva ed una parte dei <em>bonus</em> fiscali. Operazione, quest&#8217;ultima, che appare difficilmente perseguibile&#8221;.</p>
<p>Una criticità condivisa, all&#8217;interno del <em>team</em> di ricerca, anche dal Segretario <strong>Renato Mason</strong>, il quale ha espresso sinteticamente inquietudine per il <strong>circolo vizioso che l&#8217;elevata tassazione origina</strong>, in spirale discendente: troppe imposte, infatti, mettono a rischio e repentaglio la tenuta finanziaria del settore privato, ovverosia di famiglie ed imprese. Essendo che lo Stato domanda ai cittadini un&#8217;alta imposizione fiscale, questi ultimi di necessità riducono consumi ed investimenti.</p>
<p>Nel frattempo, le banche &#8211; non più suddivise fra commerciali e di investimento, ma impostate sul modello universale (da quando, nel 1999, Bill Clinton abolì il <em>Glass-Steagal Act</em>) &#8211; prestano prevalentemente a grandi imprese e società finanziare, generando un <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/banche-il-doppiopesismo-della-matrigna-unione-europea.html"><em>credit crunch</em> che penalizza i piccoli imprenditori</a>. Ne consegue che fare impresa in Italia diventa sempre più difficoltoso ed arduo: molti hanno chiuso, altri hanno cambiato mestiere. Ed i piccoli artigiani e bottegai, lentamente ed inesorabilmente, <a href="https://oltrelalinea.news/2019/10/25/negozi-al-dettaglio-crisi/"><strong>spariscono</strong></a>.</p>
<h2>I dati della pressione fiscale in Italia</h2>
<p>Indi per cui, all&#8217;interno del tessuto socio-economico del Paese Italia &#8211; nel quale oltre il 90% delle aziende ed attività commerciali sono costituite da <strong>micro e piccole imprese</strong> -, una pressione fiscale di tal fatta è tremendamente lesiva e dannosa per i cittadini. La stessa Cgia di Mestre, in una sua <a href="http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/07/PRESSIONE-FISCALE-REALE-03.07.2019.pdf"><em>news</em> risalente al 6 luglio 2019</a>, ha evidenziato come i contribuenti italiani ne subiscano una reale pari al <strong>48%</strong>. Cioè, ben sei punti percentuali in più rispetto alla stima ufficiale, che si aggira attorno al 42%: infatti, il PIL senza economia sommersa da relazionare al gettito fiscale è di 1.539 miliardi, invece che di 1.756.</p>
<p>Questa discrasia &#8211; alimentata dall&#8217;<strong>aumento delle tariffe</strong>, spesso delegate dalla Pubblica Amministrazione a privati (che agiscono nell&#8217;ottica del profitto) &#8211; nasce dal fatto che, come anche per gli altri Paesi europei, il PIL italiano conteggi al proprio interno anche l&#8217;economia sommersa, ovverosia il cosiddetto &#8220;<em>nero</em>&#8220;. Una ricchezza nascosta, riconducibile ad attività irregolari od illegali, che non contribuiscono alle entrate fiscali: nel 2016 (ultima annata calcolata in merito), essa ammontava a 209,8 miliardi di euro.</p>
<p>A conferma di questa situazione di fatto, la Cgia di Mestre aveva portato <a href="http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/02/GG-LIBERAZIONE-FISCALE-2019.pdf">ancora il 9 febbraio 2019</a> un altro calcolo molto importante: le tempistiche di &#8220;<strong>liberazione fiscale</strong>&#8221; dei cittadini italiani. Con &#8220;<em>tax freedom day</em>&#8221; si intende il giorno dell&#8217;anno in cui il contribuente medio si libera della tassazione dello Stato (Irpef, Iva, Tasi, Imu, accise e così via) ed inizia a guadagnare per se stesso e per il proprio nucleo famigliare. Per l&#8217;anno 2019 esso è corrisposto al 4 giugno: cinque mesi di lavoro all&#8217;anno soddisfare la pressione fiscale.</p>
<h2>Una visione globale della pressione fiscale</h2>
<p>Sviscerati tutti i dati e le statistiche in merito all&#8217;elevata pressione fiscale in Italia, occorre andare <a href="https://oltrelalinea.news/2019/11/01/tasse-ed-evasione-una-disamina-al-di-la-di-menzogne-ed-allarmismi/">alla ricerca delle sue <strong>cause</strong></a>, e cercare di capire perché esista, a livello sistemico, una necessità di tal fatta per lo Stato italiano. Una necessità, quella del prelievo fiscale nei confronti dei cittadini, che ha indotto la popolazione ad avere una visione distorta dell&#8217;uso e della funzione delle tasse: cioè, a credere che con queste ultime si paghi la spesa pubblica dello Stato.</p>
<p>In tale contesto, è importante invece enuclearne la reale funzione. In un regime di <a href="https://www.retemmt.it/la-moneta-fiat-cio-puo-uccidere-dio-dellausterita/">moneta <em>fiat</em></a> &#8211; ovverosia che si genera dal nulla, che è slegata da qualunque materiale di garanzia della medesima (oro, ad esempio, come nell&#8217;epoca del &#8220;<em>gold standard</em>&#8220;) e che è priva di valore intrinseco -, la pressione fiscale rappresenta il rientro nell&#8217;erario statale di quanto messo in circolazione con la spesa pubblica. Cioè il deficit annuale, cioè il debito pubblico, che &#8211; come ha fatto notare in più occasioni, tra gli altri, il giornalista economico del <em>Sole24Ore</em> Vito Lops &#8211; è <a href="https://oltrelalinea.news/2018/11/12/la-parabola-dellisola-come-funziona-la-moneta-moderna/">l&#8217;attuale <strong>metodo di emissione della moneta</strong></a>.</p>
<p>Ordunque, la moneta nel circuito economico prima viene immessa, e poi ritirata con le tasse, che possono in tal modo <strong>calmierare l&#8217;economia interna</strong>: un loro aumento è teso a raffreddare le spinte inflazionistiche; una loro diminuzione è tesa a contribuire al surriscaldamento del circuito stesso se afflitto da spinte deflattive. Stando quindi al <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/la-mmt-teoria-monetaria-moderna-spiegata-bene.html"><strong>principio cartalista</strong> che regola l&#8217;immissione di moneta</a>, le tasse imposte dallo Stato ad i propri cittadini servono per realizzare tre obiettivi: stabilire la moneta a corso legale (quella che viene accettata per il pagamento degli oneri fiscali, per l&#8217;appunto); controllare l&#8217;inflazione (come già detto); ridistribuire la ricchezza (attraverso un sistema progressivo).</p>
<h2>I perché dell&#8217;alta tassazione in Italia</h2>
<p>Dunque, se la tassazione è il metodo attraverso cui imporre la moneta a corso legale, è imprescindibile domandarsi: qual è la valuta dell&#8217;Italia? L&#8217;<strong>euro</strong>. Da qui può nascere una risposta sistemica e di più ampio respiro ai motivi dell&#8217;alta pressione fiscale in Italia. Infatti, la moneta unica europea viene emessa dalla BCE (a miliardi al mese), che la introietta nel sistema finanziario internazionale all&#8217;interno del quale viaggiano i titoli di Stato dei vari Paesi. I quali, <strong>privi di sovranità monetaria</strong>, si ritrovano a dover dipendere da privati investitori, ai quali tuttavia vanno resi sul lungo periodo i soldi spesi, con interessi: un circolo vizioso nel quale lo Stato, fondamentalmente, è in continua perdita (come un corpo che viene privato del sangue).</p>
<p>Una perdita che esso deve colmare attraverso il recupero di finanze laddove esistono: quelle (già immesse nel circuito) che appartengono ai cittadini, e che vengono richieste in modalità di imposizione fiscale. Le tasse, così, si trasformano <strong>da strumento regolatore a strumento di strozzinaggio della popolazione</strong>. Verso la quale i servizi pubblici, peraltro, sono sempre più scadenti e costosi perché privatizzati col fine, da parte dello Stato, di trovare quelle risorse finanziare che, se sovrano, potrebbe generare dal nulla.</p>
<p>Uno <a href="https://scenarieconomici.it/studio-esclusivo-litalia-ha-pagato-3-900-miliardi-di-interessi-dal-1980-219-del-pil/">studio esclusivo di <em>Scenari Economici</em></a> ha rivelato che l&#8217;Italia, dal 1981 (data del <a href="https://agambatesa.com/2018/06/26/quelmaledettodivorzio/">divorzio fra Banca d&#8217;Italia e Tesoro</a>), ha pagato ben <strong>3.900 miliardi di euro di interessi</strong>, a fronte di un debito pubblico di meno di 2.500 miliardi. E dal 1992 (data della firma del <em>Trattato di Maastricht</em>) è in <strong>avanzo primario</strong> (eccezion fatta che per il 2009): ovverosia, tassa più di quanto spende. Dovendo a privati investitori salati interessi &#8211; i cui tassi sono gestiti dai mercati -, lo Stato italiano non ha quasi mai immesso nel suo circuito socio-economico moneta sonante attraverso la spesa pubblica: ne hanno risentito i consumi e gli investimenti dei cittadini, coinvolti in una spirale deflattiva in connubio con una spirale discendente di elevata pressione fiscale.</p>
<h2>Il fardello del vincolo esterno</h2>
<p>Perciò, l&#8217;<strong>architettura sovranazionale</strong> alla quale l&#8217;Italia ha scelto politicamente di aderire contribuisce per le sue stesse peculiarità strutturali all&#8217;alta tassazione. Del resto, ciò è possibile leggerlo anche all&#8217;interno delle parole del Coordinatore della Cgia mestrina, Paolo Zabeo: invece che creare <em>ex nihilo</em> le risorse finanziarie da sfruttare per il Paese, lo Stato necessita di &#8220;trovarle&#8221;. O spostandone da un settore all&#8217;altro, od usufruendo della pressione fiscale, la quale invero va a soddisfare solo gli oneri di debito contratti, e non gli investimenti.</p>
<p>Il <strong>vincolo esterno</strong> venuto in essere a partire dal 1992 dà una spinta decisiva all&#8217;alta tassazione dello Stato italiano. Come hanno evidenziato <strong>Gennaro Zezza</strong> e<strong> Sergio Cesaratto</strong> nel <em>working paper</em> del 2018 <a href="http://dipeg-wpe.unicas.it/files/wp_201805.pdf">&#8220;<em>Farsi male da soli. Disciplina esterna, domanda aggregata e il declino economico italiano</em>&#8220;</a>, l&#8217;Italia ha avviato il proprio declino nel momento in cui non ha più avuto il controllo simultaneo e coordinato delle leve e degli strumenti di politica economica, quali la politica fiscale, quella monetaria e quella valutaria. Cioè, nel momento in cui non ha più perseguito la piena occupazione &#8211; con la lira libera di fluttuare, un&#8217;alta spesa pubblica (<em>id est</em> risparmio privato) ed una sinergia con la Banca Centrale -, ma la stabilità dei prezzi, corroborata dalle <a href="https://it.insideover.com/economia/la-follia-dellausterita.html">politiche di <strong>austerità</strong></a> e dal connesso crollo di consumi, PIL e produttività.</p>
<p>Nonostante l&#8217;<a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/economia-e-finanza/56816.html">ottima <strong>posizione finanziaria netta</strong> dell&#8217;Italia</a>, peraltro: infatti, ha una bilancia commerciale in grande attivo, cioè esporta molto e consuma meno di quanto potrebbe. Tuttavia, data la rinuncia alle leve di cui sopra, il Paese è costretto a limitare la propria spesa pubblica, ad assolvere i debiti verso i privati investitori (per lo più grandi banche e fondi speculativi) e, per ciò stesso, a reperire risorse laddove già immesse: presso i cittadini, con le tasse.</p>
<p>Lo studio effettuato dalla Cgia lo dimostra: 33,4 miliardi di pressione fiscale in più rispetto alla media europea sono una cifra notevole. Una cifra la quale si spiega non soltanto con un&#8217;azione politica inadeguata in diversi frangenti della storia recente della Repubblica, ma anche e soprattutto con l&#8217;<strong>impossibilità</strong>, per la politica stessa, di agire nella piena libertà delle proprie facoltà. Stante l&#8217;adesione ad una sovrastruttura continentale macroeconomica e monetaria (l&#8217;Euro-zona e l&#8217;Unione Europea) che &#8211; nell&#8217;opinione di <a href="https://europa.today.it/attualita/stiglitz-euro-italia.html">Joseph Stiglitz</a>, <a href="http://vocidallestero.it/2018/07/26/euro-tragedia-il-dramma-in-nove-atti-di-ashoka-mody/">Ashoka Mody</a> e di tanti altri illustri studiosi &#8211; ha danneggiato l&#8217;Italia. (Non è incidentale che Servaas Storm, su <em>INETEconomics</em>, abbia nominato il proprio studio sull&#8217;Italia <a href="http://vocidallestero.it/2019/04/15/italia-come-rovinare-un-paese-in-trentanni/">&#8220;<em>Come rovinare un Paese in trent&#8217;anni</em>&#8220;</a>). Ad esempio, spingendola a quasi trent&#8217;anni di avanzo primario: che, tradotto, significa ad un&#8217;<strong>alta pressione fiscale</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/alle-origini-dellalta-pressione-fiscale-in-italia.html">Alle origini dell&#8217;alta pressione fiscale in Italia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;ambiguo ruolo della Turchia nella Nato</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-turchia-nella-nato-un-giano-bifronte.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2019 11:39:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Patto atlantico (Nato)]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="660" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197-300x132.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197-768x338.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197-1024x451.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La Turchia ricopre una posizione assolutamente strategica e di importanza centrale all&#8217;interno della Nato, in quanto si tratta di un Paese perfettamente a metà fra Occidente ed Oriente. Un portone che si colloca fra le due realtà, una cinghia di trasmissione dalla quale passano, peraltro, numerose questioni: non ultime, quella dei rifugiati siriani e quella &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-turchia-nella-nato-un-giano-bifronte.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="660" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197-300x132.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197-768x338.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LAPRESSE_20190715230028_29954551-e1563348773197-1024x451.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La Turchia ricopre una posizione assolutamente <strong>strategica</strong> e di importanza centrale all&#8217;interno della Nato, in quanto si tratta di un Paese perfettamente a metà fra Occidente ed Oriente. Un portone che si colloca fra le due realtà, una cinghia di trasmissione dalla quale passano, peraltro, numerose questioni: non ultime, quella dei <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-turchia-rimpatria-i-primi-rifugiati-siriani.html">rifugiati siriani</a> e quella degli <a href="https://it.insideover.com/politica/la-turchia-ha-iniziato-a-rimpatriare-i-foreign-fighters.html">jihadisti dell&#8217;Isis</a> partiti come foreign fighter dall&#8217;Europa e pronti a farvi ritorno (è <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/la-turchia-gioca-la-carta-daesh-su-potenziali-sanzioni-ue.html">dall&#8217;11 novembre 2019</a> che <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong> ha avviato le procedure di rimpatrio).</p>
<p>Questa peculiarità geografica e geopolitica di Paese di mezzo fu compresa sin da subito dai membri fondatori dell&#8217;Alleanza Atlantica. La Turchia, la quale proveniva dalla rivoluzione laica di <strong>Mustafà Kemal</strong>, detto <strong>Ataturk</strong>, avviata al principio del XX secolo, avrebbe rappresentato non soltanto un&#8217;interessante sfida per l&#8217;Occidente &#8211; intento a trarla sotto la propria sfera di influenza -, ma anche una strategia di lungo periodo nella sfida &#8220;fredda&#8221; all&#8217;Unione sovietica. Difatti, Ankara (insieme ad Atene) fu inclusa nel primissimo allargamento dell&#8217;Organizzazione, effettuato il lontano 18 febbraio del 1952.</p>
<h2>La spinta filo-occidentale della Turchia nel Novecento</h2>
<p>Gli slanci endogeni della Sublime Porta verso l&#8217;esterno nascono da un amalgama ben congeniato fra la storia 900esca del Paese e le nuove pulsioni venute in essere con tutti gli accadimenti internazionali di spessore mondiale che si sono verificati dalla fine del secolo scorso: la caduta dell&#8217;Unione Sovietica, l&#8217;<a href="https://oltrelalinea.news/2019/09/21/dominio-militare-fine-guerre/">unipolarismo americano</a>, l&#8217;accelerazione del processo di integrazione europea, l&#8217;emersione della <strong>Cina</strong>, la riorganizzazione progressiva degli equilibri mondiali.</p>
<p>Senza ombra di dubbio, il modello di Turchia laicizzata, filo-occidentale e de-islamizzata cui aveva pensato Kemal durante la sua rivoluzione e la sua ascesa al potere ha avuto una notevole influenza sulle scelte del Paese venute in essere dopo la sua morte (anno domini 1938). Non a caso, rimase neutrale durante la Seconda guerra mondiale, per quanto il suo appoggio si fosse indirizzato agli Alleati, che sconfissero la Germania nazista.</p>
<p>L&#8217;inglobante <strong>sfera anglo-americana</strong> introiettò in sé la Turchia, che a sua volta preferì il mondo europeo-occidentale a quello sovietico. Divenne un baluardo di difesa del Mar Mediterraneo dall&#8217;Urss, su garanzia degli Stati Uniti: nel 1952, come già detto, aderì alla Nato, permettendo subito l&#8217;installazione sul proprio territorio di basi militari, tuttora attive e funzionanti secondo i miglioramenti e rinnovamenti dei tempi (la più grande delle quali si trova ad Incirlik).</p>
<p>Pur tuttavia, Ankara non permise una fagocitazione totale, e tale da indurla a rispettare alacremente ogni <em>diktat</em> che potesse provenire da Washington o da Bruxelles (l&#8217;attuale sede della Nato, dopo Londra e Parigi). La sua <strong>aurea medietà</strong> non poteva non essere giocata a favore di un interesse nazionale forte e coerente, il quale è stato sottolineato soprattutto con l&#8217;arrivo al potere di <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong>, prima come primo ministro e poi come presidente della Repubblica turca (i cui poteri sono stati recentemente implementati a livello giuridico e costituzionale).</p>
<h2>Le nuove pulsioni turche sotto Erdogan</h2>
<p>L&#8217;indirizzo politico intrapreso dalle amministrazioni di Erdogan, qualunque ruolo egli abbia ricoperto in esse, e dal suo partito &#8211; l&#8217;Apk, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di stampo spiccatamente conservatore e, nondimeno, islamico &#8211; si possono identificare secondo la dicitura di <a href="https://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/turchia-ritorno-sublime-porta/"><strong>neo-ottomanesimo</strong></a>. Ovverosia, traslitterazione nella contemporaneità della passata dominazione imperiale della Sublime Porta nei confronti dei Paesi mediorientali e di Maghreb-Mashrek, della centralità ricoperta dalla Turchia nella comunità musulmana internazionale e, infine, dell&#8217;influenza culturale non indifferente del Paese nei confronti del vicinato.</p>
<p>La posizione geografica favorevole, le alleanze al di là dei confini nazionali e l&#8217;esercizio della forza politica hanno consentito ad Ankara di creare una propria <strong>micro-area egemonica</strong>, con uno sguardo sempre aperto verso l&#8217;Europa, ma più per interessi economici che non per affinità politiche ed istituzionali. Non a caso, piuttosto che al mondo occidentale, la Turchia è meglio disposta nei confronti di quello euro-asiatico: la comprensione dell&#8217;evoluzione verso il multipolarismo globale ha giocato un ruolo importante in questa scelta.</p>
<p>Senza dimenticare la non celata bramosia, in quanto potenza sempre più emancipata ed indipendente (nonostante i lampanti <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/turchia-rischio-sanzioni-su-uneconomia-bilico-24011">scricchiolii economici</a>), di porsi come alfiere del mondo islamico. Laddove esistono già, per di più, due teste d&#8217;idra di cospicuo spessore: l&#8217;Arabia Saudita, monarchia feudale e <em>wahhabita</em> inondata di petrodollari e di basi militari americane; l&#8217;<strong>Iran</strong>, <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/viaggio-nelliran-contemporaneo.html">repubblica islamica sciita</a> molto popolosa e dalle straordinarie competenze tecnologiche ed industriali, memore della rivoluzione khomeinista e dallo spiccato indipendentismo politico. Con l&#8217;aggiunta del <strong>Marocco</strong>, molto influente, e dell&#8217;<strong>Egitto</strong>, di gran lunga il più popoloso fra questi Stati, e Paese in cui l&#8217;esercito ha sempre ricoperto un ruolo chiave (anche durante l&#8217;ascesa del panarabo Gamal Abdel Nasser).</p>
<p>Inoltre la politica estera turca, nelle sue spinte ideali e nella traduzione di queste ultime in fattuale realtà, non si limita al neo-ottomanesimo ed alla ricerca di protagonismo ai bordi dell&#8217;Anatolia, in Medio Oriente e nei Balcani meridionali. Essa contempla anche:</p>
<ul>
<li>spinte <strong>nazionaliste</strong>, nel senso di preservazione dell&#8217;interesse turco al di sopra di possibili decisioni di cooperazione e concordia con altre nazioni che abbiano in sé eventualità lesive;</li>
<li>movimenti relativi al <strong>panturchismo</strong>, nato nella prima metà dell&#8217;Ottocento e foriero di un messaggio non stringentemente etnico, bensì soprattutto ideologico (fu alla base del panarabismo tanto cercato, stimato ed amato da leader come Nasser e Gheddafi);</li>
<li>il revanscismo <strong>islamico</strong>, il quale è stato già enucleato in precedenza;</li>
<li>il <strong>turanismo</strong>, nato a metà Ottocento nel tentativo di attuare una comunione spirituale e di intenti fra popolazioni mongoliche ed uralo-altaiche, e che oggi si traduce nei rapporti stretti della Turchia con l&#8217;Ungheria di <strong>Viktor Orban</strong>, il Kazakistan e le popolazioni delle ex Repubbliche sovietiche del Centro Asia.</li>
</ul>
<h2>Gli interrogativi sull&#8217;appartenenza della Turchia alla Nato</h2>
<p>L&#8217;interessata <strong>ambivalenza</strong> con la quale la Turchia si atteggia <a href="https://it.insideover.com/guerra/come-la-turchia-ricatta-la-nato.html">nei confronti dell&#8217;Alleanza Atlantica</a> ha una duplice spiegazione: il perseguimento di un disegno di protagonismo internazionale, il che non può precludere nessun attore, specie se non secondario (un fattore che, ad esempio, la Vecchia Europa, ancorata sempre a vecchi equilibri, ancora non ha compreso); la consapevolezza di essere <a href="https://it.insideover.com/politica/la-strategia-erdogan-paga-piegato-la-nato.html">imprescindibile per la Nato</a>.</p>
<p>Un rapporto di tal fatta, <strong>facilmente deteriorabile</strong> e per ciò stesso meno equilibrato e più freddo di quello che Bruxelles (e Washington) auspicherebbe (-ro), genera inevitabilmente asimmetrie. Il silenzio e l&#8217;inerzia della Nato stessa nei confronti dell&#8217;azione turca nel nord della Siria sono emblematici, da questo punto di vista.</p>
<p>Un&#8217;organizzazione, il cui ipotetico obiettivo sarebbe la garanzia della pace &#8211; un perseguimento spesso pervertito e metamorfizzato secondo disegni altri rispetto a questo prospetto -, non è intervenuta nei confronti dell&#8217;aggressione indebita di un proprio Stato membro nei confronti di un Paese straniero e sovrano, quale la <strong>Siria</strong> medesima. Se non con <a href="https://www.armietiro.it/turchia-limbarazzo-della-nato-e-non-solo-11240">un&#8217;espressione formale</a> di preoccupazione per una possibile destabilizzazione dell&#8217;area. Molto di più è stato fatto invece dai soli Stati Uniti, per bocca di <strong>Donald Trump</strong>, che ha non soltanto scritto personalmente ad Erdogan, chiedendogli di <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/trump-scrive-una-lettera-ad-erdogan-non-essere-sciocco.html">&#8220;non essere sciocco&#8221;</a>, ma ha anche <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/la-rovente-dichiarazione-di-trump-sulla-turchia-entrata-siria.html">minacciato sanzioni economiche</a>.</p>
<p>Un&#8217;<strong>ipocrisia</strong> lancinante ed abbacinante quindi, questa dell&#8217;Alleanza Atlantica, <a href="https://formiche.net/2019/10/il-silenzio-della-nato-su-turchia-e-curdi-lopinione-di-tricarico/">secondo Leonardo Tricarico</a>, già Capo di Stato Maggiore del&#8217;Aeronautica militare italiana. In ogni caso, nonostante questa contraddizione mai doma, le rimostranze e le perplessità sull&#8217;appartenenza della Turchia alla Nato, naturalmente, <a href="https://www.italiaoggi.it/news/puo-la-turchia-restare-ancora-nella-nato-2394426">non sono mancate</a>. Non incidentalmente, invero, sarebbe (stato) sorprendente il contrario.</p>
<p>Ancora nel 2017, il politologo e scrittore americano <strong>Daniel Pipes</strong>, di area neo-conservatrice (dunque insistente sulla posizione di primazia militare e politica degli Stati Uniti nel mondo, secondo la logica dell&#8217;interventismo in tutto il globo), aveva scagliato sul proprio <a href="http://www.danielpipes.org/17971/saving-nato-from-turkey">&#8220;<em>Middle East Forum</em>&#8220;</a> &#8211; tradotto in italiano da <a href="https://www.analisidifesa.it/2017/10/salvare-la-nato-dalla-turchia/"><em>Analisi Difesa</em></a> &#8211; uno strale micidiale contro la presenza della Sublime Porta nell&#8217;Alleanza Atlantica. Sostenendo che Ankara fosse un <a href="http://www.massimofini.it/articoli-recenti/1885-che-cosa-ci-fa-la-turchia-nella-nato"><strong>problema fulcrale</strong></a> e non più rimandabile in seno a quest&#8217;ultima: un problema di cui sbarazzarsi in maniera semplice e decisa, con l&#8217;esclusione dall&#8217;Organizzazione ed il contenimento internazionale.</p>
<p>Uno dei motivi addotti all&#8217;incompatibilità fra le due parti è stato, come antecedentemente espresso in più occasioni, la caratteristica natura ambivalente della Sublime Porta, e le relative scelte internazionali. Fra queste, l&#8217;adesione alla <em>Shangai Cooperation Organization</em> nel 2013 ed l&#8217;acquisto degli <em>S-400 russi</em> nel 2019. Esse non soltanto fatto discutere, ma anche e soprattutto minato alla base le speranze di coloro che vorrebbero (od avrebbero voluto) &#8220;normalizzare&#8221; &#8211; in ottica occidental-centrica &#8211; il Paese anatolico, data la già fragile stabilità dell&#8217;Alleanza.</p>
<h2>&#8220;Insubordinazioni&#8221; turche: SCO ed S-400 russi</h2>
<p>Senza ombra di dubbio, i due fatti citati precedentemente sottolineano due particolarità di importanza inossidabile per la Nato e per il suo rapporto con la Turchia. In primo luogo, stando ancora in piedi il legame fra le parti, l&#8217;Alleanza non vuole permettersi di perdere un Paese che non soltanto è geograficamente strategico, ma che inoltre è il secondo contributore, a livello di uomini in arme; in secondo luogo, per le <strong>caratteristiche storiche e geopolitiche</strong> che contraddistinguono Ankara, essa si può permettere una qual certa libertà di azione.</p>
<p>Nell&#8217;aprile del 2013, la Turchia ha firmato un <em>memorandum</em> per approdare allo <em>status</em> di <em>partner</em> dialogico per la <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dallue-alla-sco-la-turchia-guarda-oriente-7797"><strong><em>Shangai Cooperation Organization</em></strong></a>, un&#8217;organizzazione di sicurezza regionale che coinvolge Russia, Cina e le ex Repubbliche sovietiche dell&#8217;Asia Centrale, e la cui interazione si effettua nei campi economico, politico e di difesa. Un&#8217;idea alla cui base si celavano le reticenze di molti membri dell&#8217;Unione Europea sull&#8217;eventualità di un&#8217;adesione turca: reticenze che hanno spinto Ankara a cautelarsi, schierandosi in una posizione eminentemente più filo-orientale.</p>
<p>Nell&#8217;autunno del 2019, dopo aver siglato un accordo con multiple garanzie ancora nel 2017, l&#8217;acquisto da parte di <strong>Erdogan e Cavusoglu</strong> (Ministro degli Esteri) dalla Russia di Putin delle batterie missilistiche di difesa anti-aerea <strong>S-400</strong> si è fatto concreto (i primi componenti erano giunti in luglio). Precipuamente progettati per poter fronteggiare gli F-35 di marca americana in un eventuale scontro bellico, sono un&#8217;eccellente evoluzione delle tecnologie sovietiche antecedenti, le quali tuttora sono peraltro in grado di svolgere un ottimo lavoro (prova ne sia il loro utilizzo in Siria come contraerea contro gli attacchi di Israele e non solo).</p>
<p>Un vero e proprio &#8211; se è consentito utilizzare tali termini &#8211; torto di abissali dimensioni, compiuto <strong>nei confronti degli Stati Uniti</strong> soprattutto, il cui programma di cacciabombardieri <em>stealth</em> non può coincidere con l&#8217;appartenenza di chi vi contribuisce in ricerca ad una controparte verso la quale essi potrebbero ipoteticamente essere adoperati. <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-turchia-mette-alla-prova-la-nato-e-rischia-lisolamento-23523">Come sottolineato dall&#8217;<strong>Ispi</strong></a>, la diatriba non è banalmente bilaterale, ma interessa tutta l&#8217;Alleanza.</p>
<p>Tuttavia, non esistono procedure di infrazione nel meccanismo infrastrutturale della Nato, e l&#8217;espulsione della Turchia non viene contemplata dai vari <em>leader</em> nazionali (nonostante <a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/la-turchia-buco-nero-della-nato_it_5db46e8de4b079eb95a47653">talune diatribe</a>, ininfluenti comunque ai fini di una decisione &#8220;estrema&#8221; sull&#8217;argomento): per ciò stesso, la questione si fa veramente molto <strong>delicata</strong>. Entra in gioco qui il famoso doppio volto, il Giano Bifronte della Turchia, che le consente sia di non far mettere in dubbio la sua appartenenza all&#8217;Alleanza Atlantica, sia di avere la possibilità di giocare in contemporanea partite su altri tavoli, senza troppe compromissioni. Una posizione che, tuttavia, pone la Nato di fronte ad un <strong>bivio</strong>.</p>
<h2>La debolezza della Nato dinanzi al camaleontismo turco</h2>
<p>Le scaturigini della <strong>mancata intransigenza</strong> dell&#8217;Alleanza Atlantica di fronte alle insubordinazioni di Ankara si situano nel contesto storico e geopolitico particolarmente poco favorevole all&#8217;Organizzazione medesima. I cui dettami sono stati corroborati, peraltro, dall&#8217;accondiscendenza del Presidente <strong>Jens Stoltenberg</strong>, il quale ha ribadito l&#8217;importanza centrale della Turchia a tutti i <em>meeting</em> che si sono <a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/events.htm">tenuti in autunno</a> (fra Bruxelles, Lubiana e Londra).</p>
<p>Infatti, nel 2019, genetliaco per i 70 anni di esistenza della Nato (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/70-anni-di-nato-sfide-e-prospettive-dellalleanza-atlantica-22739">alla ricerca di novelle sfide e prospettive</a>) &#8211; non esageratamente definita <a href="https://ilmanifesto.it/fermare-la-turchia-e-basta-con-il-simulacro-della-nato/">un &#8220;<em>simulacro</em>&#8220;</a>, una sorta di sepolcro imbiancato -, essa riscontra non pochi delatori e contestatori. I quali vengono in essere perché discordi rispetto alle metodologie operative dell&#8217;Alleanza, alle sue asimmetrie di trattamento degli Stati membri, alla sua mancanza (cronica) di fedeltà rispetto agli obiettivi originari e primigeni (almeno sulla carta fondativa).</p>
<p>Come noto, <strong>Emmanuel Macron</strong> l&#8217;ha definita, nella sua celebre intervista rilasciata al <em>The Economist</em>, <a href="https://it.insideover.com/politica/la-visione-di-macron-la-francia-smantella-nato-e-ue.html">in uno stato di &#8220;<em>morte cerebrale</em>&#8220;</a>: una dichiarazione che ha fatto scalpore, in quanto proveniente dalla massima carica politica francese. Altrettanto notevole è stata la scelta terminologica di <strong>Jürgen Trittin</strong>, membro della Commissione per gli Affari Esteri in Germania, che ha parlato della Nato come di uno spettro, <a href="https://it.insideover.com/politica/la-nato-ha-un-problema-e-non-e-da-sottovalutare.html">&#8220;<em>un&#8217;ombra di se stessa</em>&#8220;</a>. Incapace di garantire la pace, storicamente inattuale, ricca di divergenze interne e priva di <em>realpolitik</em>. Si potrebbe dire anche di capacità di <em>horizontenverschmelzung</em> (complesso neologismo del filosofo Hans-George Gadamer: &#8220;fusione di orizzonti&#8221;).</p>
<p>Paradossalmente, in questo marasma di accuse, la difesa d&#8217;ufficio non è provenuta dagli Stati Uniti &#8211; ove la gestione Trump ha invece prodotto un progressivo disimpegno, <a href="https://oltrelalinea.news/2019/11/08/trump-ha-ragione-sulla-siria-li-parte-la-fine-della-guerra-infinita/">per la &#8220;<em>fine della guerra infinita</em>&#8220;</a> &#8211; bensì proprio dalla Turchia: Erdogan, infatti, ha chiesto senza mezzi termini all&#8217;inquilino dell&#8217;Eliseo di <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/29/nato-erdogan-attacca-macron-sei-in-stato-di-morte-cerebrale-parigi-convoca-ambasciatore/5587047/">controllare la propria di morte cerebrale</a>. Con la conseguente convocazione dell&#8217;ambasciatore turco a Parigi, per chiarire bene le dinamiche ed i termini della dichiarazione provenuta da Ankara. Tuttavia, spontanea sorge la domanda: data la non inusuale divergenza di vedute e di azioni con la Nato, perché difenderne l&#8217;esistenza?</p>
<p>Perché ad Erdogan, ed alla sua politica estera di influenza progressivamente più estesa e di mantenimento della propria micro-egemonia, giova avere <strong>due scacchiere su cui giocare</strong>. Un&#8217;apertura di visuale e prospettiva imprescindibili ed imperdibili al giorno d&#8217;oggi, gli sviluppi del cui mondo sono rapidi ed interconnessi: per non perdere nessun treno ancora in corsa, ma soprattutto &#8211; <a href="https://www.voltairenet.org/article207239.html">come sostiene <strong>Thierry Meyssan</strong></a> &#8211; per segnare la propria strada, &#8220;<em>tracciare la propria via [ed] affermare la propria indipendenza</em>&#8220;.</p>
<p>Questo può implicare, difatti, difendere l&#8217;Alleanza Atlantica e la sua utilità, mentre alla ripresa successiva prendere in esame l&#8217;eventualità di mettersi contro il suo Paese conduttore &#8211; Ankara starebbe meditando di <a href="https://it.insideover.com/politica/la-turchia-minaccia-gli-stati-uniti.html">non concedere più agli Stati Uniti la base di Incirlik</a> -, ed a quella precedente aver creato zizzania <a href="https://www.startmag.it/mondo/turchia-barcolla-fra-nato-russia/">con l&#8217;acquisto di armamentario bellico &#8220;nemico&#8221;</a>. Un nemico, invero, che Ankara non considera tale: il quotidiano <em>Sabah</em>, infatti, ventila con candore una <a href="https://it.insideover.com/politica/lalleanza-tra-russia-turchia-e-cina-puo-metter-ko-gli-usa.html">triangolazione con la Russia e la Cina</a>.</p>
<p>Ed il punto strategico vincente di Ankara sembra essere proprio questo: dare vita a più d&#8217;una <strong>diplomazia parallela</strong>, senza agire aprioristicamente a favore o sfavore di una potenza piuttosto che dell&#8217;altra (con Mosca e Pechino, ad esempio), e pretendendo di esercitare la propria <strong>sovranità</strong>. Una virtù che, da certi punti di vista, la morente Nato &#8211; <a href="https://oltrelalinea.news/2019/11/10/la-nato-e-finita-il-washington-post-da-ragione-a-macron/">tale per diversi osservatori internazionali</a> &#8211; pare non aver ancora compreso appieno. Le sue difficoltà con la Turchia, molto più machiavellica in questo senso (&#8220;golpe e lione&#8221;), nascono da questo: e saranno ancora a lungo una matassa di cui sarà arduo trovare il bandolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-turchia-nella-nato-un-giano-bifronte.html">L&#8217;ambiguo ruolo della Turchia nella Nato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Chi c&#8217;è dietro le proteste in Bolivia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/chi-ce-dietro-le-proteste-in-bolivia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 07:19:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Manifestanti in Bolivia (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Bolivia si sta registrando una serie di eventi di grande impatto, tutti pienamente coinvolgenti la politica nazionale e la variegata composizione della società del Paese. In questi, sono coinvolti personaggi più o meno noti dentro e fuori i confini dello Stato sudamericano: uno di questi è sicuramente Luis Fernando Camacho, un leader cristiano proveniente dal &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/chi-ce-dietro-le-proteste-in-bolivia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/chi-ce-dietro-le-proteste-in-bolivia.html">Chi c&#8217;è dietro le proteste in Bolivia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Manifestanti in Bolivia (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Manifestanti-in-Bolivia-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In <strong>Bolivia</strong> si sta registrando una serie di <a href="https://it.insideover.com/politica/la-bolivia-e-sullorlo-del-caos.html">eventi di grande impatto</a>, tutti pienamente coinvolgenti la politica nazionale e la variegata composizione della società del Paese. In questi, sono coinvolti personaggi più o meno noti dentro e fuori i confini dello Stato sudamericano: uno di questi è sicuramente <a href="https://left.it/2019/11/13/chi-e-davvero-luis-fernando-camacho-leader-dei-golpisti-boliviani/"><strong>Luis Fernando Camacho</strong></a>, un leader cristiano proveniente dal Sud boliviano, salito alla ribalta delle cronache per essere entrato nel palazzo presidenziale dopo la dipartita politica di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-evo-morales.html" target="_blank" rel="noopener">Morales</a>.</p>
<h2>Gli ultimi accadimenti politici in Bolivia</h2>
<p>Vale la pena, in questo senso, fare un passo indietro. Dapprima, si sono tenute le elezioni nazionali, che hanno proclamato <strong>Evo Morales</strong> <a href="https://it.insideover.com/politica/morales-si-proclama-vincitore-ma-la-bolivia-rischia-il-caos.html">presidente per la quarta volta</a>: un&#8217;operazione che da alcuni osservatori è stata interpretata come una forzatura della Costituzione, da altri è stata invece approvata in quanto ha ricevuto l&#8217;avallo popolare e democratico. In seguito sono venute le <a href="https://it.insideover.com/guerra/bolivia-bruciate-case-governatori-morales-e-colpo-di-stato.html">ribellioni</a>, fomentate dagli sconfitti, e con esse il tradimento dell&#8217;esercito e delle forze dell&#8217;ordine, che hanno voltato le spalle al neo-eletto presidente.</p>
<p>Da qui, la <a href="https://it.insideover.com/politica/morales-lascia-il-governo-e-annuncia-elezioni-in-bolivia.html">caduta del governo</a>, la <a href="https://it.insideover.com/politica/morales-vola-in-messico-e-la-bolivia-brucia.html">fuga in Messico</a> di Morales e la proclamazione di <strong>Jeanine Anez</strong>, leader dell&#8217;opposizione di destra, come presidente <em>ad interim</em>. Nel frattempo, nel Paese il caos si è moltiplicato, e la guerra civile si è fatta tremendamente più vicina: i sostenitori del governo decaduto hanno replicato le manifestazioni di piazza, subendo tuttavia la repressione della polizia e di alcuni manifestanti armati. Con un <a href="https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2019/11/21/bolivia-vara-decreto-impunita-militari/">permesso di impunità</a>, dato dal nuovo governo, di poter usufruire della forza contro i manifestanti.</p>
<p>Il riconoscimento internazionale di Anez disegna, in certo qual modo, la <strong>geografia politica</strong> che si situa dietro agli <a href="https://it.insideover.com/politica/bolivia-alle-origini-della-crisi.html">accadimenti boliviani</a>: un insieme di moti le cui scaturigini hanno origine tanto esogena quanto endogena. Ad aver riconosciuto la sua legittimità sono stati, con soddisfazione, in primo luogo il Brasile di <strong>Jair Bolsonaro</strong> &#8211; le cui politiche potrebbero essere ricalcate dal nuovo esecutivo &#8211; e gli <a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/statement-president-donald-j-trump-regarding-resignation-bolivian-president-evo-morales/">Stati Uniti</a> di <strong>Donald Trump</strong>.</p>
<p>Difatti, secondo il mai domo schema della <strong>dottrina Monroe</strong>, l&#8217;America latina è sempre stata intesa, dal XIX secolo, come il giardino di casa a stelle strisce. In questo caso, ipotesi accreditata è che la necessità di applicare tale strategia abbia a che fare anche con <a href="https://it.insideover.com/politica/la-geopolitica-del-litio-in-bolivia.html">interessi economici cospicui verso il <strong>litio</strong></a>: metallo alcalino di cui la Bolivia è piena, indispensabile per le batterie, e che Morales stava trattando con la Cina.</p>
<h2>L&#8217;ascesa di Camacho all&#8217;opposizione</h2>
<p>Tuttavia, i legami con attori esterni al Paese non sono gli unici che meritino la dovuta attenzione. Infatti, la geografia interna della Bolivia, per come emersa dalle recenti elezioni vinte da Evo Morales, è quanto mai variegata, ed alcuni protagonisti interni hanno favorito un determinato <strong>disegno politico</strong> per il Paese, piuttosto che un altro.</p>
<p>Uno di questi è stato &#8211; ed è &#8211; senza ombra di dubbio Luis Fernando Camacho, la cui provenienza e le cui attività politiche sotterranee denotano il succitato legame fra spinte interne e spinte esterne nella questione boliviana. Il pluripremiato giornalista investigativo <strong>Max Blumenthal</strong>, insieme a <strong>Ben Norton</strong>, ha effettuato un reportage di alto livello su <a href="https://thegrayzone.com/2019/11/11/bolivia-coup-fascist-foreign-support-fernando-camacho/"><em>The Gray Zone</em></a>, in cui ha cercato di enucleare le origini sociali, culturali ed economiche dell&#8217;uomo che, poco dopo le dimissioni di Morales, ha mostrato al mondo una parte di Bolivia ben diversa dallo spirito plurinazionale e socialista dell&#8217;ormai ex Presidente Aymara.</p>
<p>Infatti, Camacho si è presentato al palazzo presidenziale con una Bibbia in mano, proclamando che la Bolivia appartiene a Cristo e che mai più dovrà finire in mano agli indigeni. &#8220;<strong>Pachamama</strong> non tornerà mai più al palazzo&#8221;, ha dichiarato, in riferimento alla Madre Terra andina &#8211; in lingua quechua -, dea della terra, dell&#8217;agricoltura e della fertilità presso gli Inca ed altri popoli nativi del Sud America.</p>
<p>Una linea che, peraltro, sembra assolutamente conforme alle idee segregazioniste della <em>leader</em> di destra, <a href="https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201911191089363631-siete-dias-de-jeanine-anez-retroceden-mas-de-10-anos-en-bolivia/?">l&#8217;auto-proclamata Anez</a>, che non nutre simpatie per gli indios (il rogo delle <strong>bandiere Wiphala</strong> lo dimostra). Nel frattempo che gli scontri nel Paese continuano ad aumentare, e con essi <a href="https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_tutta_la_bolivia_ci_sono_morti_e_li_stanno_occultando_la_drammatica_denuncia_di_un_abitante_di_el_alto_video/5694_31826/">i morti ed i feriti</a> &#8211; soprattutto fra i serramenti della popolazione che, a milioni, ha votato per la riconferma di Morales. Non è incidentale che, all&#8217;inizio del caos scatenato nel Paese, Camacho abbia sostenuto la legittimità della violenza adoperata dai sostenitori dell&#8217;opposizione: la quale ora governa, con lui figura centrale.</p>
<h2>La Union Juvenil di Santa Cruz</h2>
<p>Dunque, sostengono Blumenthal e Norton, dietro alla figura moderata di <strong>Carlos Mesa</strong> &#8211; che si è presentato alle elezioni per cercare di scalzare Morales dal trono presidenziale, senza riuscirci -, si nascondeva il &#8220;vero volto dell&#8217;opposizione&#8221;. Una parte i cui membri hanno insistito sull&#8217;esistenza di brogli &#8211; un&#8217;<a href="http://cepr.net/press-center/press-releases/no-evidence-that-bolivian-election-results-were-affected-by-irregularities-or-fraud-statistical-analysis-shows">ipotesi smentita</a> da organi internazionali indipendenti &#8211; come <em>casus belli</em> per scatenare il voltafaccia delle forze armate e così giungere a controllare il Paese, costringendone il Presidente a fuggire.</p>
<p>Questo volto, alcune delle cui sfumature sono rappresentate da Camacho &#8211; imprenditore ultra-40enne -, ha assunto i propri tratti in alcune determinate zone del Paese. La principale delle quali è stata la <strong>separatista Santa Cruz</strong>, nella quale egli ha potuto respirare a pieni polmoni un&#8217;atmosfera ben diversa da quella che Morales aveva cercato di porre in essere. Alcuni &#8220;contorni ideologici del colpo di Stato&#8221;, per utilizzare le parole dei due giornalisti investigativi americani, hanno assunto le proprie fattezze esattamente in questa regione, e nelle attività che la contraddistinguono.</p>
<p>Uno dei <em>background</em> più importanti e noti di Camacho è la sua appartenenza alla <strong>Union Juvenil Cruceñista</strong>, una vera e propria formazione paramilitare, simboleggiata da una croce verde (i cui dettami sono molto simili a quelli venuti in essere nel regime fascista ed in altri regimi dittatoriali del passato novecesco europeo), il cui saluto ricorda il tristemente noto &#8220;Sieg Heil&#8221; dei membri del Partito nazionalsocialista e poi di tutta la Germania sotto Adolf Hitler.</p>
<p>La Ujc si è inoltre resa protagonista di diverse azioni violente &#8211; durante il corso della sua esistenza &#8211; nei confronti dei nemici politici: la stessa <strong>ambasciata statunitense a La Paz</strong>, con i suoi rappresentanti, non ha esitato a riconoscere il movente di <a href="http://wl.1-s.es/cable/2008/03/08LAPAZ693.html">discriminazione razziale</a> di queste azioni. Quindi, tutt&#8217;altro che meramente politiche. Inoltre, sin dall&#8217;elezione di Morales nel 2006, questo movimento ha portato avanti una vera e propria campagna separatista.</p>
<h2>L&#8217;amicizia di Camacho con Branko Marinkovic</h2>
<p>La storia dell&#8217;iscrizione di Camacho alla UJC durò due anni, a seguito dei quali egli lasciò l&#8217;organizzazione dalla sua posizione di vicepresidente: non per dissidi ideologici, ma perché aveva un crescente <strong>impero imprenditoriale</strong> da gestire. Iscritto ad un&#8217;enigmatica organizzazione, <a href="https://mundo.sputniknews.com/america-latina/201911141089312682-la-enigmatica-orden-a-la-que-pertenece-camacho-en-bolivia/"><em>Los Caballeros de Oriente</em></a>, che potrebbe essere ricondotta alla massoneria, egli appartiene al <strong>Grupo Empresarial de Inversiones Nacional Vida</strong>, il quale si occupa di diversi settori dell&#8217;economia boliviana: terziario (servizi), energetico (gas), assicurativo. Con numerosi investimenti diretti ed indiretti in varie società.</p>
<p>Nel frattempo che egli si avvicinava al mondo dell&#8217;impresa, scalando le gerarchie del <strong>Comitato Pro-Santa Cruz</strong>, è stato preso sotto l&#8217;ala protettrice di <strong>Branko Marinkovic</strong>, proprietario terriero di origine croata. Un vero e proprio oligarca, che ha alimentato i sogni politici della destra boliviana, in quanto ben più liberale e meno dirigista-statalista del Mas di Morales:presidente che, parzialmente, aveva nazionalizzato alcune sue terre.</p>
<p>Nel 2008, come rilevano Blumenthal e Norton, è stato <a href="https://www.fidh.org/es/region/americas/bolivia/El-Comite-Civico-pro-Santa-Cruz">direttamente denunciato</a> dalla <em>International Federation for Human Rights</em> per essere un &#8220;attore e promotore di razzismo e violenza&#8221; nel suo Paese, agente ad esempio attraverso il già citato Comitato Pro-Santa Cruz. Additato in quello stesso anno dal <a href="https://www.nytimes.com/2008/09/27/world/americas/27bolivia.html"><em>New York Times</em></a> come un gruppo apertamente xenofobo, cinque anni dopo ha subito lo strale perforante di <a href="https://www.opendemocracy.net/en/bolivian-democracy-vs-united-states/"><strong>Matt Kennard</strong></a>, giornalista che ha scoperto stretti legami fra questo Comitato ed il governo di Washington, che l&#8217;ha utilizzato come arma non convenzionale per balcanizzare la Bolivia.</p>
<p>Quindi, il legame fra alcuni movimenti <em>putschisti</em> interni alla Bolivia &#8211; come questo di Markovic e Camacho &#8211; e gli Stati Uniti, soprattutto nell&#8217;ottica di destabilizzazione del Paese sudamericano, non sono nuovi. Basti ricordare la <strong>Falange Socialista Boliviana</strong>, un movimento che &#8211; a dispetto del nome &#8211; ebbe sempre un&#8217;impronta politica di segno e metodologia operativa completamente opposte. Al punto tale da aver dato rifugio a <strong>Klaus Barbie</strong>, criminale di guerra nazista ed ex uomo della Gestapo: lo stesso uomo che gli Stati Uniti (e la Cia in particolare) hanno utilizzato per il programma dell&#8217;<em>Operazione Condor</em> durante la Guerra Fredda, con l&#8217;obiettivo di impedire la proliferazione del comunismo in America Latina.</p>
<p>Inoltre, Marinkovic &#8211; la cui famiglia si vocifera appartenne al movimento degli Ustascia &#8211; è stato un sostenitore della Union Juvenil Cruceñista e, esattamente come Camacho, si colloca nell&#8217;ala maggiormente conservatrice e radicale della Chiesa. Infine, non è incidentale che sia un denigratore della triade Cuba-Venezuela-Nicaragua, e che nutra simpatie per i movimenti di opposizione di questi Paesi (e non solo di questi): spesse volte eterodiretti, o comunque collusi col potere ombra a stelle e strisce.</p>
<h2>La magmatica situazione boliviana</h2>
<p>Il retroterra storico, culturale e relazionale di Luis Fernando Camacho ne mostra in maniera piuttosto chiara l&#8217;indirizzo politico. E, con esso, come la sua volontà di spodestamento di Morales lo abbia portato ad usufruire della sua <strong style="font-size: 1rem;">influenza</strong><span style="font-size: 1rem;"> sul territorio di Santa Cruz (e non solo) per muovere contro Evo Morales manifestazioni di protesta, in zone tradizionalmente ostili al presidente indio. Non a caso, dal Messico Morales stesso lo ha additato di essere stato uno dei protagonisti del </span>golpe<span style="font-size: 1rem;"> da lui subito.</span></p>
<p>Naturalmente, la situazione politica in Bolivia non può essere riduzionisticamente intesa nell&#8217;esistenza di un bianco o di un nero senza una scala di grigi. Infatti, è doveroso specificare che quella di Camacho e della destra di Anez non era l&#8217;unica opposizione rispetto all&#8217;oramai ex presidente. Nonostante la tradizionale simpatia suscitata <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/colpo-di-stato-contro-morales-aveva-risollevato-la-bolivia.html">nelle comunità indigene</a>, finalmente rappresentate in Costituzione sotto Morales, talune di queste &#8211; fra cui gli <strong>Ayllos</strong> &#8211; avevano dimostrato <a href="https://www.lindro.it/bolivia-l-inizio-della-fine-di-pachamama/">poca soddisfazione</a> nei confronti delle sue scelte. Tuttavia, la loro richiesta si limitava a dimissioni e ripetizione delle elezioni: non certo ad una presa violenta del potere.</p>
<p>Per questo motivo, è innegabile che la fazione politica cui appartiene Camacho stia ricoprendo un ruolo chiave e primario non soltanto nella fuga di Morales, ma anche nell&#8217;attuale controllo e <strong>sommovimento repressivo</strong> nel Paese. Camacho ha documentato, attraverso il suo profilo Twitter aperto da pochi mesi, i suoi incontri con diversi funzionari di Stati sudamericani &#8211; come ad esempio il Brasile e la Colombia -, poi apertamente allineatisi al rovesciamento del potere costituito in Bolivia.</p>
<p>Blumenthal e Norton sostengono che, mentre veniva proposta la figura del centrista Carlos Mesa &#8211; in ogni caso portatore di un programma economico di stampo <strong>liberista</strong> molto vicino ai <em>desiderata</em> transnazionali dei potentati economici -, i facinorosi stavano premendo affinché il colpo di mano, in caso di sconfitta democratica, riuscisse senza intoppi. L&#8217;appoggio di militari e polizia, in questo senso, è stato decisivo: in questo scenario, dal palcoscenico mediatico è scomparsa la figura di Mesa, ed è comparsa quella di &#8220;<strong>Macho Camacho</strong>&#8220;. Sicuramente, uno degli ispiratori dell&#8217;attuale disordine in Bolivia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/chi-ce-dietro-le-proteste-in-bolivia.html">Chi c&#8217;è dietro le proteste in Bolivia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La Nato ha un problema. E non è da sottovalutare</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-nato-ha-un-problema-e-non-e-da-sottovalutare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 11:56:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Emmanuel Macron]]></category>
		<category><![CDATA[Jurgen Trittin]]></category>
		<category><![CDATA[Patto atlantico (Nato)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="857" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741-768x343.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741-1024x457.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In tempi recenti, la Nato si è ritrovata sotto il fuoco incrociato dei suoi stessi Paesi membri. Il più delle volte, in esternazioni e dichiarazioni ufficiali, essa è stata addebitata di essere un&#8217;organizzazione oramai ininfluente alla realizzazione di fini comunitari, ma piuttosto mera esecutrice degli ordini di alcuni Stati. Peraltro, in dissidio fra di loro sugli &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-nato-ha-un-problema-e-non-e-da-sottovalutare.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="857" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741-768x343.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9895334-e1565252109741-1024x457.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In tempi recenti, la <strong>Nato</strong> si è ritrovata sotto il fuoco incrociato dei suoi stessi Paesi membri. Il più delle volte, in esternazioni e dichiarazioni ufficiali, essa è stata addebitata di essere un&#8217;organizzazione oramai ininfluente alla realizzazione di fini comunitari, ma piuttosto mera esecutrice degli ordini di alcuni Stati. Peraltro, in dissidio fra di loro sugli obiettivi da perseguire, sui metodi da adottare, sui nemici da combattere.</p>
<p>Ad esempio, nel gennaio del 2019, niente di meno che il presidente degli Stati Uniti, <strong>Donald Trump</strong>, aveva tuonato contro l&#8217;Alleanza atlantica, <a href="https://www.nytimes.com/2019/01/14/us/politics/nato-president-trump.html" target="_blank" rel="noopener">minacciando un&#8217;uscita di scena a stelle e strisce</a>. Questa si configurerebbe come un addio clamoroso, essendo che la Nato è venuta alla luce sin a partire dagli anni Cinquanta come strumento di fagocitazione dei Paesi dell&#8217;Europa occidentale nell&#8217;orbita americana, attraverso una difesa militare volta a mantenere saldi gli alleati ed a contrastare <em>soft</em> ed <em>hard power</em> sovietici. Un abbandono non preventivabile sino all&#8217;elezione alla Casa bianca del tycoon repubblicano: <strong>smantellare</strong> questa organizzazione &#8211; ritenuta oramai inattuale &#8211; equivarrebbe a squilibrare, distruggere e rifondare <a href="https://www.panorama.it/news/esteri/il-neoisolazionismo-di-trump-minaccia-ue-e-nato/">ultradecennali pilastri relazionali</a> fra Stati Uniti ed Europa.</p>
<p>Tuttavia, non è soltanto da oltreoceano che sono giunte minacce di porre fine all&#8217;Alleanza Atlantica, almeno nella sua attuale configurazione: anche dallo stesso Vecchio Continente sono partiti dei dardi micidiali. <a href="https://www.economist.com/europe/2019/11/07/emmanuel-macron-in-his-own-words-english" target="_blank" rel="noopener">In un&#8217;intervista al <em>The Economist</em></a>, del novembre 2019, il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> ha dichiarato di star osservando la &#8220;morte cerebrale della Nato&#8221;. Una dichiarazione non incidentale: probabilmente, indicante il mai domo desiderio, espresso dall&#8217;occupante dell&#8217;Eliseo, di mettere <a href="https://it.insideover.com/politica/la-visione-di-macron-la-francia-smantella-nato-e-ue.html">la Francia alla testa di un esercito europeo</a>.</p>
<p>L&#8217;ultimo fendente, in ordine cronologico, è stato sferrato con caparbietà e tenacia da un membro Nato di grande prestigio, tanto per le spese sostenute ogni anno come contributo nazionale all&#8217;organizzazione, quanto, ancora più in maniera ovvia, per la storia e la grandezza del Paese: la <strong>Germania</strong>. Oggi in difficoltà economica, <a href="https://it.insideover.com/economia/germania-evitata-recessione.html">vicina alla recessione</a>, e con sommovimenti politici interni di enorme portata.</p>
<h2>La Nato è diventata uno spettro</h2>
<p>La nuova freccia che ha infilzato la Nato, in un suo momento di particolare debolezza strutturale peraltro, è partita dall&#8217;arco di <a href="https://www.bundestag.de/abgeordnete/biografien/T/trittin_juergen-524164">Jürgen Trittin</a>, dal 2009 capogruppo di Alleanza 90/Verdi al Deutscher Bundestag e oggi membro della Commissione per gli Affari esteri. <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/juergen-trittin-zur-nato-antwort-auf-gastbeitrag-von-heiko-maas-a-1296267.html" target="_blank" rel="noopener">In un editoriale per il <strong><em>Die Spiegel</em></strong></a>, il deputato tedesco ha rincarato la dose sulle deficienze dell&#8217;Alleanza Atlantica, sottolineandone le asimmetrie e le ipocrisie.</p>
<p>La preoccupazione del parlamentare &#8211; il quale parla nell&#8217;ottica di un rafforzamento dell&#8217;Unione europea come organizzazione sovranazionale &#8211; si rivolge alla sicurezza del Vecchio continente,<a href="https://it.sputniknews.com/politica/201911168301331-deputato-tedesco-definisce-la-nato-unombra-di-se-stessa/" target="_blank" rel="noopener"> che la Nato sembra oramai incapace di garantire</a>. Sentendosi quindi, personalmente, più incline ad aderire alla visione di Macron che non a quella del capo del suo Dicastero, il Ministro degli Esteri della Germania <strong>Heiko Mass</strong>, il quale ha invece sostenuto che come sia imprescindibile <a href="https://www.spiegel.de/politik/deutschland/heiko-maas-sicherheit-fuer-europa-gastbeitrag-des-bundesaussenministers-a-1295735.html">&#8220;desiderare la Nato&#8221;</a>.</p>
<p>Gli esempi ed i fatti che ha Trittin addotto a proprio sostegno, per corroborare la propria posizione, sono stati significativi. Su tutti: il fatto che gli Stati Uniti abbiano dichiarato il <strong>mercantilismo tedesco</strong> come una <a href="https://it.insideover.com/politica/germania-nel-mirino-di-trump.html">minaccia nazionale</a> (un fatto non irrilevante, invero, perché l&#8217;eccessivo export nella bilancia dei pagamenti di un Paese, inevitabilmente, danneggia la domanda interna altrui, <em>ndr</em>); il <strong><em>caos</em> libico</strong> ancora irrisolto; la prepotenza della Turchia di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-recep-tayyip-erdogan.html" target="_blank" rel="noopener">Recep Tayyip Erdogan</a> in Siria, ove il Sultano sarebbe finanche intenzionato a compiere una pulizia etnica nel silenzio dell&#8217;Alleanza Atlantica cui Ankara partecipa (con Trump che comunque, in merito, ha <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/la-rovente-dichiarazione-di-trump-sulla-turchia-entrata-siria.html">minacciato sanzioni</a>).</p>
<p>Secondo Trittin, &#8220;è giunto il tempo di essere onesti&#8221;: un&#8217;alleanza di tal fatta è non soltanto inutile, ma anche addirittura lesiva. Una realtà negativa, di fronte alla quale non si può nascondere la testa sotto la sabbia: la Nato è mera &#8220;<strong>ombra di se stessa</strong>&#8220;, incapace di garantire sicurezza all&#8217;Europa (nonostante la bravure nello scoraggiare le minacce simmetriche). Anche per certe insanabili divergenze dei suoi Stati membri: definire le priorità di questi ultimi, e dell&#8217;Unione Europea cui essi aderiscono, è un&#8217;operazione per la quale non si può più attendere.</p>
<h2>Le discrepanze interne sull&#8217;esistenza dell&#8217;Alleanza Atlantica</h2>
<p>Altri tasti dolenti toccati dal deputato tedesco sono stati anche la risoluzione unilaterale dell&#8217;accordo sul nucleare dell&#8217;Iran (<strong>Jcpoa</strong>), deciso da Trump senza la consultazione dei membri Nato &#8211; una mossa che, sostiene il parlamentare di Alleanza 90/Verdi, danneggia la sicurezza europea &#8211; e le relazioni con la Russia. E non soltanto quella di<strong> Vladimir Putin</strong>, ma anche quella appena uscita dal crollo dell&#8217;Urss, quando l&#8217;Alleanza Atlantica si espanse verso oriente, verso gli Urali.</p>
<p>Una tematica sempreverde, nelle discussioni delle posizioni di geopolitica internazionale, la quale è &#8211; storicamente, non soltanto nella contemporaneità &#8211; quanto mai divisiva. Ad esempio, in totale disaccordo con Trittin, e prima ancora (soprattutto) con Macron, sono i <strong>Paesi baltici</strong> e la <strong>Polonia</strong>, in prima linea a temere, fors&#8217;anche con alta e non dissimulata pressione, un&#8217;aggressione russa (da considerare, naturalmente, nell&#8217;ottica delle esperienze storiche fattuali che hanno indotto in questi Paesi una cautela tanto manifesta).</p>
<p>In un&#8217;intervista sempre del novembre 2019 (un mese particolarmente rovente, da questo punto di vista), <a href="https://www.ft.com/content/a0a71b16-03a1-11ea-a984-fbbacad9e7dd">rilasciata al <em>Financial Times</em></a>, il primo ministro polacco <strong>Mateusz Morawiecki</strong> ha accusato l&#8217;Eliseo di aver fatto una dichiarazione del tutto irresponsabile e pericolosa, nel contesto internazionale in cui opera la Nato. Egli ha definito quest&#8217;ultima come &#8220;l&#8217;alleanza più importante del mondo, quando si tratta di preservare la libertà e la pace&#8221;, elogiando la protezione statunitense all&#8217;Europa e <a href="https://it.sputniknews.com/mondo/201911118284536-primo-ministro-polacco-su-critica-nato-di-macron-lui-non-sente-il-fiato-dellorso-russo-sul-collo/">domandandosi</a> se non siano le problematiche interne a quest&#8217;ultima a rendere la <em>partnership</em> militare così debole, al giorno d&#8217;oggi.</p>
<p>Un punto di vista che nasce da un certo orizzonte di senso, da una certa <em>weltanschauung</em> &#8211; quella polacca -, del tutto esprimibili e legittimi, ma al contempo non condivisibili né condivisi da altri membri Nato: una riprova, essa stessa concreta, delle <strong>difficoltà</strong> attualmente in essere nell&#8217;Alleanza.</p>
<h2>La morte cerebrale della Nato</h2>
<p>L&#8217;evidente discrasia fra Germania e Polonia, come pure le eventuali (ma altrettanto evidenti) divisioni interne ai vari Paesi, sono adamantini e lucidi specchi di una situazione che, di fatto, esiste ed ha necessità di essere presa in esame con attenzione: l&#8217;effettiva debolezza della Nato. Poiché, infatti, se un tempo tutti gli Stati europei &#8211; in fase di ricostruzione post-bellica e di rilancio economico &#8211; erano concordi nella loro adesione, oggi le resistenze sono assai più numerose.</p>
<p>Prima fra tutte, sollecitata dal disinteresse di Trump nel mantenere con impegno la <em>leadership</em> dell&#8217;Alleanza, è stata quella francese: Macron, come già detto, ha dichiarato la &#8220;<em>morte cerebrale della Nato</em>&#8220;, per la mancanza di volontà, da parte degli Stati Uniti, di continuare a guidarla come nei decenni scorsi. Essa, infatti, sussiste solo grazie ai suoi membri, e se questi ultimi sono poco inclini alla cooperazione interna, allora essa non può che deperire, lentamente ed inesorabilmente.</p>
<p>All&#8217;inquilino dell&#8217;Eliseo sono giunti diversi <em>endorsement</em> e dichiarazioni di concordanza con quanto sostenuto: tanto dal Vecchio Continente, quanto dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico. Una delle più importanti è stata sicuramente quella di <strong>Jacob Heilbrunn</strong> sul <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/2019/11/08/emmanuel-macron-is-right-nato-is-over/"><em>Washington Post</em></a>, la cui laconica dichiarazione &#8220;Macron ha ragione&#8221; racchiude tutto il suo ragionamento, e probabilmente la posizione di molti esperti di politica americani.</p>
<p>La Nato era nata per &#8220;tenere fuori i russi, dentro gli americani e giù i tedeschi&#8221; (dichiarazione del Segretario Generale <strong>Lord Ismay</strong> risalente al 1957). Con la caduta del Muro di Berlino, la base della sua essenza è fondamentalmente <a href="https://oltrelalinea.news/2019/11/10/la-nato-e-finita-il-washington-post-da-ragione-a-macron/">venuta meno</a>: la minaccia comunista è svanita, e la risalita più o meno impetuosa della Germania ha sparigliato le carte in tavola. Ne è nata una situazione di stallo, un serpente che si morde la coda e che progressivamente erode il suo corpo.</p>
<p>Per quanto gli alleati europei si siano prodigati a mitigare le conclusioni dell&#8217;intervista di Macron come <a href="https://www.dw.com/en/angela-merkel-condemns-macrons-drastic-words-on-nato/a-51154583">&#8220;<strong>impertinenza gallica</strong>&#8220;</a>, la sostanza ed il succo delle sue parole è rimasta intatta. Prova lampante ne è proprio l&#8217;editoriale di Trittin per il <em>Die Spiegel</em>: un&#8217;interpretazione contraria alle rassicurazioni di Merkel, e quindi indice di fragilità dell&#8217;asse governativa pro-Nato.</p>
<h2>Dalla nostalgia alla <em>Realpolitik</em></h2>
<p>L&#8217;argomentazione del deputato tedesco prosegue e si conclude cercando di fare una disamina delle prospettive militari per il <strong>futuro</strong> della Germania e dell&#8217;Europa tutta (con particolare riferimento, naturalmente, all&#8217;Unione europea). Queste ultime, secondo Trittin, nel momento in cui non vedessero più garantita la propria sicurezza, non potrebbero rimanere impassibili &#8211; vedendo la Nato morire di se stessa -, senza muovere un muscolo a proprio favore.</p>
<p>Il suo suggerimento contemplerebbe opzioni che vanno al di là della questione militare, e che si insinuano in campi d&#8217;azione ben più ampi: quelli politici ed economici. Trittin bramerebbe che l&#8217;<strong>euro</strong> divenisse la valuta di riserva mondiale, al posto del dollaro, e che i legami interni all&#8217;UE si rafforzassero nell&#8217;ottica di un&#8217;unione progressivamente più stretta fra gli Stati, in risposta all&#8217;unilateralismo statunitense. Una contro-sentenza che rafforzi ed attrezzi dovutamente le risposte europee alle questioni globali: quindi &#8220;<em>l&#8217;opposto di una morte cerebrale</em>&#8220;, cioè l&#8217;abbandono della nostalgia per i tempi che furono della Nato, in direzione della <strong><em>Realpolitik</em></strong>.</p>
<p>Tuttavia, anche in queste ultime considerazioni si possono riscontrare delle criticità. Infatti, anche l&#8217;<strong>Unione europea</strong> come organizzazione sovranazionale sta attraversando complicazioni non indifferenti: non soltanto per la sempre più grande disaffezione da parte delle varie popolazioni, ma anche e soprattutto per le sue interne asimmetrie strutturali. Le quali, per di più, proprio nella moneta unica (e nell&#8217;<a href="https://it.insideover.com/economia/la-follia-dellausterita.html">austerità</a>) hanno il loro fulcro, <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/matolcsy-dobbiamo-ammettere-che-euro-e-stato-un-errore.html">come evidenziato da <strong>Gyorgy Matolcsy</strong></a> &#8211; Governatore della Banca Centrale ungherese &#8211; in un suo articolo per il <em>Financial Times</em>: una moneta unica afflitta dalla stessa inadeguatezza ed inattualità storiche di cui soffre la Nato.</p>
<p>Al di là di queste considerazioni &#8211; importanti da accennare ma appartenenti ad un altro contesto -, non si può non ritenere di estremo interesse l&#8217;opinione di Jürgen Trittin: la Nato è, nella sua prospettiva, oramai soltanto &#8220;un&#8217;ombra di se stessa&#8221;, e per motivazioni che vanno dallo storico al geopolitico, passando per l&#8217;economico. Un&#8217;Alleanza da molti osservatori ritenuta <strong>obsoleta</strong>, le cui ragioni storiche sono cadute, e le cui azioni militari dimostrano inadempienza rispetto ai vecchi dettami. Oltreché coordinazioni non onnicomprensive. La progressiva e continua metamorfosi delle relazioni internazionali sta sfaldando i vecchi pilastri: non è da escludere che la Nato sia uno dei prossimi a cadere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-nato-ha-un-problema-e-non-e-da-sottovalutare.html">La Nato ha un problema. E non è da sottovalutare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La geopolitica del litio in Bolivia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-geopolitica-del-litio-in-bolivia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 08:29:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Litio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Indigeni sfilano a La Paz in Bolivia (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il freschissimo caso del caos scatenato in Bolivia potrebbe essere foriero di un messaggio imprescindibile nella disamina delle vicende globali: le questioni economiche, spesso, si celano dietro a determinate scelte politiche, che si tratti di spinte endogene, di collaborazioni fra le parti o di operazioni eterodirette. L&#8217;espressione del &#8220;Seguire i soldi&#8221; è entrata nell&#8217;uso comune, e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-geopolitica-del-litio-in-bolivia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Indigeni sfilano a La Paz in Bolivia (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Indigeni-sfilano-a-La-Paz-in-Bolivia-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il freschissimo caso del <a href="https://it.insideover.com/politica/bolivia-alle-origini-della-crisi.html">caos scatenato in <strong>Bolivia</strong></a> potrebbe essere foriero di un messaggio imprescindibile nella disamina delle vicende globali: le <strong>questioni economiche</strong>, spesso, si celano dietro a determinate scelte politiche, che si tratti di spinte endogene, di collaborazioni fra le parti o di operazioni eterodirette. L&#8217;espressione del &#8220;Seguire i soldi&#8221; è entrata nell&#8217;uso comune, e non incidentalmente: basti ricordare che il magistrato Giovanni Falcone la adoperò nei riguardi della mafia, celatasi sempre dietro la pista del denaro.</p>
<p>Ora, per quel che riguarda La Paz, una considerazione impossibile da non prendere in esame è &#8211; infatti &#8211; quella della presenza, nel sottosuolo boliviano, di <a href="https://www.money.it/Litio-Bolivia-petrolio-del-futuro">numerosi e prosperi <strong>giacimenti di litio</strong></a>: un metallo alcalino, il più leggero del mondo, depositario di un soprannome metaforico ed emblematico. Come il petrolio è l&#8217;oro nero e l&#8217;acqua è l&#8217;oro blu, così il litio è l&#8217;<strong>oro bianco</strong>. Ed è cosa ben nota che, nel corso della storia, l&#8217;uomo abbia sempre avuto una qual certa ossessione per l&#8217;oro, di qualsivoglia fattezze esso fosse fatto.</p>
<p>Il litio si configura, nella contemporaneità, come un metallo estremamente prezioso, in quanto esso viene adoperato in ioni per fare le <strong>batterie</strong> ricaricabili dei telefoni cellulari, dei tablet, persino delle macchine elettriche: con un ottimo rapporto peso/potenza, esso non disperde la carica. Il suo mercato è amplissimo, la sua richiesta è molto alta, come ben più alto degli anni scorsi è diventato il suo prezzo. Senza considerare che anche la ricerca scientifica si sta prodigando nei confronti dell&#8217;usufrutto di questo materiale: il <a href="https://www.lescienze.it/news/2019/10/09/news/il_nobel_per_la_chimica_per_le_batterie_al_litio-4577681/?rss">Premio <strong>Nobel per la Chimica</strong> dell&#8217;anno 2019</a> è andato al gruppo di lavoro composto da John B. Goodenough, M. Stanley Whittingham ed Akira Yoshino, proprio per lo <a href="https://www.galileonet.it/batterie-ioni-litio-nobel/">sviluppo delle batterie ricaricabili di litio</a>.</p>
<p>Per ciò stesso, è auto-evidente che esistano dei grossi interessi economici dietro al mercato del litio, in tutte le sue fasi: ricerca, estrazione, trasporto, lavorazione, vendita. Essendo che la Bolivia è un Paese ricchissimo di questo materiale, andare in profondità in tale questione garantisce la possibilità di apprendere e comprendere meglio il panorama politico ed economico che si staglia impenitente dietro agli scontri nello Stato latino-americano.</p>
<h2>L&#8217;abbondanza di litio in Sud America</h2>
<p>Il litio, perciò, assume un&#8217;<a href="https://www.ilpost.it/2017/06/25/cile-argentina-bolivia-litio/">importanza strategica non indifferente</a>, come poc&#8217;anzi è stato accennato. L&#8217;80% delle quantità mondiali di litio si trova in America Latina, ed ancora più precisamente in un triangolo di giacimenti fra <strong>Cile, Argentina e Bolivia</strong>. I quali sono, rispettivamente a questi tre Paesi: <em>Salar de Atacama</em>, <em>Salar del Hombre Muerto</em>, <em>Salar de Uyuni</em> (vicino alla famosa Potosì, dove i &#8220;<em>conquistadores</em>&#8221; spagnoli scoprirono nel XVII secolo un enorme giacimento di argento).</p>
<p>Il <em>The Economist</em>, ancora nel 2017, nel suo articolo <a href="https://www.economist.com/the-americas/2017/06/15/a-battle-for-supremacy-in-the-lithium-triangle?frsc=dg%7Ce">&#8220;<em>Una battaglia per la supremazia nel triangolo del litio. La corsa all&#8217;oro bianco</em>&#8220;</a>, aveva confrontato gli approcci dei tre Paesi a questa loro risorsa.</p>
<ul>
<li>In <strong>Cile</strong>, il litio si estrae in grande abbondanza, con facilità ed a buon prezzo, anche se il governo &#8211; nonostante le sue ultra-trentennali simpatie liberiste e filo-occidentali &#8211; lo ha sottoposto ad un severo controllo, trattandosi di una &#8220;risorsa strategica&#8221;. Una particolarità che, in ogni caso, non impedisce e non ha impedito affatto l&#8217;intervento privato: a provvedervi sono infatti l&#8217;americana Albermarle e la cilena SQM, con 70mila tonnellate all&#8217;anno vendute (un terzo del fabbisogno mondiale).</li>
<li>In <strong>Argentina</strong>, il governo degli anni passati di Mauricio Macrì ha aperto le porte agli investimenti diretti esteri, annullando di fatto tutte le rigorose barriere che l&#8217;amministrazione Kirchner aveva posto, in ragione di fare in modo che le multinazionali non si arricchissero spropositatamente alle spalle della popolazione e delle sue risorse. Invece, l&#8217;ideologia più liberale di Macrì &#8211; oggi sconfitto alle elezioni e <a href="https://it.insideover.com/politica/i-peronisti-di-fernandez-hanno-sconfitto-macri.html">sostituito dai peronisti</a> &#8211; ha attirato molti attori internazionali, che si sono presi la scena ed hanno sfruttato le proprie competenze per velocizzare ed rendere efficiente l&#8217;estrazione;</li>
<li>In <strong>Bolivia</strong>, soltanto le imprese statali, od a maggioranza statale (compartecipate da privati stranieri), possono estrarre il litio, in ragione del fatto che l&#8217;obiettivo del governo di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-evo-morales.html" target="_blank" rel="noopener">Evo Morales</a> (appena destituito, dopo le proteste della destra e gli ammutinamenti di polizia ed esercito) desiderava il controllo su una risorsa primaria del Paese.</li>
</ul>
<p>Il materiale grezzo  del litio deve essere separato dai cloruri di sodio, potassio e magnesio, affinché possa essere utilizzato per le batterie di tutto il mondo. Le tecnologie da adottare sono avanzate e necessitano di <strong>conoscenze</strong>; l&#8217;industria sta progredendo sempre più rapidamente verso un cambio di paradigma; l&#8217;impatto ambientale necessita e merita di essere tenuto in considerazione, trattandosi &#8211; in tutti questi casi &#8211; di realtà naturali e paesaggistiche notevoli (quelle in cui si trovano le risorse del succitato metallo alcalino): tutti fattori infattibili da escludere nell&#8217;anatomizzazione della questione litio.</p>
<h2>La geopolitica del litio</h2>
<p>A riguardo, nel 2015 a Buenos Aires è stato pubblicato da Editorial El Colectivo un insieme di studi, a cura di <strong>Bruno Fornillo</strong>, dal titolo <a href="http://biblioteca.clacso.edu.ar/clacso/se/20150918095017/Geopolitica.pdf">&#8220;<em>Geopolitica del litio</em>&#8220;</a>. Una raccolta esemplificativa di tutto il circuito che si cela dietro a questo metallo alcalino: traiettoria e morfologia del mercato mondiale, prospettive sul futuro dell&#8217;oro bianco, il processo scientifico alla base e la rispettiva lavorazione, l&#8217;industria dell&#8217;estrazione, la coesione fra politica e produzione, le normative statali e provinciali, ecosistema e territorialità, organizzazione e strategie comunitarie, vulnerabilità e così via. Così, infatti, ne ha parlato nel suo saggio <strong>Julián Zícari</strong>, professore all&#8217;Università della capitale argentina: <span style="font-size: 1rem;">&#8220;La disputa globale sulle risorse naturali ci impone la necessità di pensare a come stabilire i legami tra gli attori economici, politici ed istituzionali, da diverse prospettive. Cioè, per capire come e perché diversi gruppi e attori entrano in conflitto, non possiamo ignorare come vengono ad intrecciarsi anche le diverse strutture di cui fanno parte. Quali i diversi scenari che devono affrontare in ciascun caso&#8221;.</span></p>
<p>Infatti, il litio costituisce, teoreticamente e fattualmente, il materiale attraverso il quale vi potrà essere l&#8217;auspicata transizione verso energie pulite: una vera e propria metamorfosi di <strong>paradigma energetico</strong>. Secondo Fornillo,<a href="https://www.agi.it/economia/litio_geopolitica-5506301/news/2019-05-22/" target="_blank" rel="noopener"> come riportato dall&#8217;<em>Agi</em></a>, la vera partita da giocare al giorno d&#8217;oggi è sulle conoscenze, piuttosto che sulla quantità. Per quanto, comunque, l&#8217;individuazione dei maggiori giacimenti sia già stata effettuata e sia attualmente la vera coordinatrice mondiale della contesa. Si può leggere infatti di nuovo nel saggio di Zícari: <span style="font-size: 1rem;">&#8220;Problemi come la </span><strong style="font-size: 1rem;">sovranità delle risorse</strong><span style="font-size: 1rem;"> e le </span><strong style="font-size: 1rem;">ambizioni di sviluppo</strong><span style="font-size: 1rem;"> ed industrializzazione sono collegati a problemi di controversie ambientali e territoriali, al ruolo del capitale transnazionale. Esse chiedono di definire quale tipo di paradigma di crescita economica adottare, o comunque di che tipo sia il legame tra i diversi livelli del governo (nazionale, provinciale, municipale, regionale), senza contare quei problemi relativi alla distribuzione del </span><em style="font-size: 1rem;">surplus</em><span style="font-size: 1rem;">, alla ricerca scientifica ed alla struttura del mercato mondiale. Tutti questi argomenti vengono generalmente analizzati separatamente, indipendentemente dal fatto che ciò che accade in un campo finisce per influenzare gli altri, i quali si ritrovano ad essere fortemente correlati tra loro&#8221;.</span></p>
<h2>Il territorio boliviano in cui giace l&#8217;oro bianco</h2>
<p>Quanto appena mostrato con brillantezza ed eloquenza dal professore argentino è un esatto specchio della situazione del litio in Bolivia. In particolar modo, di <a href="https://virgoletteblog.it/2016/01/10/a-forza-di-essere-vento-8/">Salar de Uyuni</a>, la più grande distesa salina del mondo, ad oltre 3.600 metri di altezza ed estesa per più di 10mila chilometri quadrati: un piccolo paradiso in terra, che vanta una naturalezza incontaminata di spessore ed un&#8217;affluenza turistica importante. Un luogo nel quale, tuttavia, potrebbe presto irrompere con maggiore presenza e pressione l&#8217;industria dell&#8217;oro bianco: laddove oggi, invece, è sì presente, ma con minori impatto e rilevanza.</p>
<p><a href="https://nationalgeographic.sapo.pt/ciencia/grandes-reportagens/2042-litio-na-bolivia-a-febre-do-ouro-branco" target="_blank" rel="noopener">Un notevole <em>reportage</em> di <em><strong>National Geographic</strong></em></a>, a cura di Robert Draper e Cédric Gerbehaye, risalente al 2018, mostra quali siano le caratteristiche della piana salina e del meccanismo di estrazione del litio. Illustrato ai due ospiti niente di meno che dall&#8217;oramai ex vice-presidente della Bolivia, <strong>Álvaro Garcìa Linera</strong>. Un&#8217;illustrazione che ha mostrato anche le caratteristiche del territorio e dei suoi abitanti e lavoratori, i quali sono sempre stati i più preoccupati affinché una fiorente industria dovesse evitare di danneggiare le loro plurisecolari abitudini ed i loro plurisecolari paesaggi, nei quali le comunità indigene praticano per lo più agricoltura ed allevamento.</p>
<p>Un <em>long-read</em> su <em>Nueva Sociedad</em> risalente al 2013 e scritto da <strong>Juliana Ströbele-Gregor</strong>, dal titolo <a href="https://nuso.org/articulo/el-proyecto-estatal-del-litio-en-bolivia-expectativas-desafios-y-dilemas/"><em>Il progetto statale del litio in Bolivia. Aspettative, sfide e dilemmi</em></a>, illustrava già con chiarezza le implicazioni dell&#8217;industria dell&#8217;oro bianco nel Paese sudamericano. Esistono, infatti, questioni di disuguaglianza a livello globale, nazionale, regionale e locale di cui il governo avrebbe dovuto tenere conto: un tentativo nobilmente <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/colpo-di-stato-contro-morales-aveva-risollevato-la-bolivia.html">portato avanti dal presidente <strong>Evo Morales</strong></a>, che ha guidato il Paese sin dal 2006 e nel quale è riuscito a ridurre la povertà, a diminuire lo scarto fra le varie classi sociali, ed a migliorare le condizioni di vita di tutte le fasce della popolazione.</p>
<p>Soprattutto, avendo scelto di abbandonare il <strong>modello neo-liberale</strong> che sino ad allora era stato condotto innanzi, e che aveva fagocitato la ricchezza in favore dei più abbienti, condannando agli stenti il resto del Paese. Il litio, e tutto ciò che lo riguarda, era rientrato perfettamente in questo progetto e processo: le fasi di industrializzazione e commercializzazione avrebbero dovuto essere dirette a livello statale, per garantire <strong>equità e dignità</strong> dei risultati verso la popolazione. Ad esempio, verso gli indigeni boliviani, che con Morales erano letteralmente andati al governo. Tali risultati sono giunti, si sono implementati, ma &#8211; a livello economicistico &#8211; sono stati numericamente scarsi rispetto alle possibilità della Bolivia: una considerazione da cui, in effetti, sono nate le aperture politiche a compartecipazioni estere.</p>
<h2>La scelta di Morales verso l&#8217;apertura</h2>
<p>Le operazioni sono state per lungo tempo condotte unicamente da <strong>imprese statali</strong> boliviane, nell&#8217;ottica politicamente <strong>socialista</strong> di non dover dipendere da potenze straniere per la propria produzione e la propria sussistenza: tuttavia, ciò ha implicato un loro ridotto raggio d&#8217;azione, mancando le competenze tecniche per aumentare l&#8217;estrazione, la produzione e la vendita quindi, secondo i parametri stabiliti dal governo.</p>
<p>Per questi motivi, la Bolivia ha consentito l&#8217;arrivo di investimenti stranieri: l&#8217;obiettivo di lungo termine di voler diventare <a href="https://www.americaeconomia.com/negocios-industrias/bolivia-consolida-su-posicion-como-la-mayor-reserva-de-litio-del-mundo">il primo produttore mondiale di litio</a> (superando così la concorrenza delle vicine Cile ed Argentina e della lontana Australia) è stato dichiarato senza mezzi termini. Divenire una novella <strong>Arabia Saudita dell&#8217;oro bianco</strong>, ma usufruire delle entrate per continuare a sviluppare il socialismo indigeno di Morales nel rispetto dell&#8217;ambiente. <a href="http://www.greenreport.it/news/energia/entro-3-anni-la-bolivia-sara-il-piu-grande-esportatore-di-litio-del-mondo/" target="_blank" rel="noopener">Lo ha dichiarato all&#8217;inizio dell&#8217;anno 2019 <strong>Garcìa Linera</strong></a>: <span style="font-size: 1rem;">&#8220;La Bolivia di ieri era quella dell&#8217;arretratezza, della povertà assoluta e della stagnazione; la Bolivia di oggi guarda al progresso che, con grande entusiasmo, sta creando benessere. Abbiamo smesso di essere un Paese povero per diventare un Paese a reddito medio. Ci sono ancora molti bisogni, ma abbiamo fatto passi da gigante e, se continueremo su questo </span><em style="font-size: 1rem;">trend</em><span style="font-size: 1rem;"> di progressi, in circa 8 anni avremo un reddito simile a quello del Cile o dell&#8217;Argentina. Queste sono conquiste di tutti boliviani perché il cambiamento è stato fatto grazie alla lotta di tutta la popolazione del Paese&#8221;.</span></p>
<p>Così, dopo tante fatiche &#8211; partner privati che accettino le condizioni di pubblica utilità imposte da Morales non sono stati facili da trovare -, nel dicembre 2018 <a href="https://www.lanuovaecologia.it/bolivia-sul-litio-morales-vuole-cambiare-marcia/">è nata una <em>joint-venture</em></a> fra la compagnia <strong>Yacimientos de Litio Boliviano</strong> (Ylb) e la società tedesca <strong>Aci System Alemania GmbH</strong>, la quale avrebbe promesso investimenti per <a href="https://www.italiaoggi.it/news/la-bolivia-ora-punta-a-diventare-il-maggior-produttore-globale-di-litio-2319884">oltre un miliardo di dollari</a> nell&#8217;industrializzazione del settore (la Germania, infatti, punta a fabbricare batterie per auto elettriche, <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/23/auto-elettriche-anche-daimler-sfida-tesla-i-tedeschi-avranno-la-loro-mega-fabbrica-di-batterie/3607716/">nell&#8217;industria Daimler</a>, <em>Ndr</em>). Inoltre, nel febbraio del 2019, è nata un&#8217;altra compartecipazione, questa volta <a href="https://www.reuters.com/article/us-bolivia-lithium-china/bolivia-picks-chinese-partner-for-2-3-billion-lithium-projects-idUSKCN1PV2F7">con la società cinese<strong> Tbea Group Co. Ltd</strong></a>, che ha accettato di dare vita ad una società mista (col 51% in mano allo Stato boliviano) e di mettere circa 2,3 miliardi di dollari come capitale di investimento iniziale.</p>
<p>Accordi che, mutando profondamente il quadro interno, invero hanno suscitato più di qualche criticità fra le popolazioni indigene della società boliviana che abitano quei territori, non sicure dei risultati che potranno venire a loro. <strong>Ricardo Augirre Ticona</strong>, presidente del consiglio comunale di <strong>Llica</strong> (in Salar de Uyuni), <a href="https://nonelaradio.it/destabilizazione-in-sudamerica-la-nuova-guerra-civile-per-il-litio-in-bolivia-e-cile/">ha infatti dichiarato</a>: &#8220;Ci rendiamo conto che quando lo stabilimento lavorerà a pieno ritmo sarà un&#8217;impresa multimilionaria. Il dubbio è se qualcosa arriverà a noi. Le persone che dovrebbero trarne principalmente beneficio sono gli abitanti della zona in cui si svolge la produzione. E non si tratta solo di denaro contante. Dovrebbero istituire qui una facoltà di chimica, o delle borse di studio, perché i giovani possano avere un futuro&#8221;.</p>
<h2>Geopolitica del litio nella caduta di Morales</h2>
<p>Tuttavia, questi accordi sul litio potrebbero presto mutare, in quanto l&#8217;insurrezione contro Morales e la fuga del Presidente in Messico hanno già dato una <a href="https://it.insideover.com/politica/la-caduta-annunciata-di-morales.html">virata alla situazione boliviana</a>. Infatti, egli era stato <a href="https://oltrelalinea.news/2019/11/01/la-rielezione-di-evo-morales-in-bolivia-una-disamina-politica/">rieletto al <strong>quarto mandato</strong></a>, nonostante il trattamento un po&#8217; fuori dalle righe dei dettami della costituzione, e nonostante avesse dato <a href="http://www.greenreport.it/news/energia/bolivia-riuscito-il-golpe-del-litio-evo-morales-fugge-in-messico-e-riceve-asilo-politico/">poco conto</a> alla situazione degli incendi nell&#8217;Amazzonia del suo Paese. Il che gli ha tolto credibilità agli occhi di diversi dei suoi sostenitori.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;accusa di brogli è stato il perfetto <em>casus belli</em>: la polizia e le forze armate si sono ribellate a lui, così dapprima egli ha convocato nuove elezioni e poi, minacciato fisicamente e con un mandato di cattura, ha scelto l&#8217;esilio all&#8217;estero. La <em>leader</em> dell&#8217;opposizione di destra <strong>Jeanine Anez</strong> si è auto-proclamata presidente. La situazione, nel frattempo, <a href="http://www.affaritaliani.it/politica/geopolitica/bolivia-ipotesi-golpe-contro-morales-ombra-della-battaglia-sul-litio-636880.html?refresh_ce">rimane incandescente e magmatica</a>, con la maggioranza della popolazione comunque dalla parte di Morales, e scesa in strada contro l&#8217;opposizione ed il colpo di mano dell&#8217;esercito.</p>
<p>La dipartita politica di Morales è stata festeggiata in alcuni Paesi (gli Stati Uniti <em>in primis</em>), condannata in altri (come la Cina), e questo dà sicuramente una qual certa idea degli interessi in ballo in Bolivia. Oltreché dello scontro di potenze dietro a questo Stato, la cui ricchezza dell&#8217;oro bianco fa gola a molti, in special modo nel momento in cui il mercato dell&#8217;estrazione dello stesso dovesse essere liberalizzato: non incidentalmente, esso è già stato soprannominato il <a href="http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/evo-morales-vittima-del-litio.html">&#8220;<strong>golpe del litio</strong>&#8220;</a>.</p>
<p><strong>Pepe Mujica</strong>, il famosissimo ed amatissimo ex presidente dell&#8217;Uruguay, <a href="https://www.globalist.it/world/2019/11/14/mujica-in-bolivia-c-e-stato-un-golpe-per-lo-sfruttamento-del-litio-2049037.html" target="_blank" rel="noopener">non ha dubbi sull&#8217;esecuzione e sull&#8217;andamento di questa dinamica</a>: &#8220;In Bolivia c&#8217;è stato un <strong>colpo di Stato</strong>, senza fare troppi giri di parole, perché c&#8217;è stato un <em>ultimatum</em> dell&#8217;esercito&#8221;. Le cause potrebbero essere ricercate proprio nelle riserve di litio del Paese:</p>
<blockquote><p>La Bolivia è molto ricca, si dice che abbia il 70% delle riserve di questa risorsa essenziale per produrre le nuove batterie. E tutti sappiamo che il mondo sta avviando un cambiamento energetico</p></blockquote>
<p>Si è detto antecedentemente come, al giorno d&#8217;oggi in particolar modo, le risorse energetiche costituiscano il vero &#8220;oro&#8221; da andare a cercare, rispetto al metallo più prezioso di tutti e per il quale, nei secoli passati, si sono fatte guerre, scorrerie e tanto altro. Di questo nuovo oro, il litio, che secondo gli analisti di <em>Bloomberg</em> sarà il vero protagonista del prossimo decennio, la Bolivia è piena. L&#8217;instabilità politica, e un&#8217;ideologia liberale e liberista con la quale trattare il mercato, sono elementi che possono contribuire a far propendere l&#8217;ago della bilancia in proprio favore.</p>
<p>Senza ombra di dubbio, il <strong>socialismo indigeno</strong> di Evo Morales &#8211; il quale, non a caso, era ed è vicino a Paesi come Nicaragua, Venezuela e Cuba, ma anche a Russia e Cina &#8211; non rientrava nell&#8217;asse a stelle e strisce, che ha sempre visto nell&#8217;America Latina il proprio &#8220;giardino di casa&#8221; (dalla <em>Dottrina Monroe</em> del 1823). La <strong>caduta del governo</strong>, e la possibilità di disfarsi degli accordi precedentemente intrapresi da quest&#8217;ultimo sul proprio oro bianco (con ricadute ambientali che potrebbero essere drammatiche), mescolano le carte in tavola. Lo scacchiere internazionale si sta smuovendo prepotentemente. Per ciò stesso, se ne deduce che anche per il litio, come per il petrolio, si agisce &#8211; con tutti i mezzi, per diversi fini &#8211; secondo geopolitica.</p>
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		<title>Btp in dollari: la mossa italiana e il gioco mondiale del debito</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/btp-in-dollari-la-mossa-italiana-e-il-gioco-mondiale-del-debito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Franzoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Nov 2019 06:36:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[dollaro]]></category>
		<category><![CDATA[titoli di Stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Euro-dollaro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Euro dollaro (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Euro-dollaro.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Euro-dollaro-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Euro-dollaro-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Euro-dollaro-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>All&#8217;inizio del mese di ottobre, è venuta in essere un&#8217;operazione, da parte del Tesoro italiano, molto importante, ma soprattutto emblematica delle peculiarità sistemiche in cui &#8211; al giorno d&#8217;oggi &#8211; agisce l&#8217;economia italiana, e coloro che la coordinano. Infatti, il ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze ha emesso titoli di Stato in dollari americani, andando a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/btp-in-dollari-la-mossa-italiana-e-il-gioco-mondiale-del-debito.html">[...]</a></p>
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<p>Questa manovra è stata annunciata direttamente sul <a href="http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/emissioni_sui_mercati_internazionali/il_programma_global_bond.html">sito del Mef</a>, attraverso la comunicazione del lancio del &#8220;<em>Programma Global Bond</em>&#8220;: &#8220;È una modalità di finanziamento importante per il Tesoro, che nel passato ha permesso di soddisfare la parte principale della propria provvista fondi sui mercati internazionali. Come si evince dall&#8217;aggettivo &#8220;Global&#8221;, i titoli emessi sono diretti ad investitori di ogni parte del mondo, non essendo soggetti alle restrizioni alla vendita imposte dalla normativa Us. Il programma, infatti, soddisfa i requisiti di emissione imposti dall&#8217;autorità di vigilanza del mercato statunitense (<strong>Sec</strong>), pertanto il mercato di riferimento principale è quello degli Stati Uniti&#8221;.</p>
<p>A questo annuncio ha fatto seguito un <a href="http://www.dt.mef.gov.it/it/news/debito_pubblico_emissione_dollari.html">doppio comunicato stampa</a> del medesimo Dipartimento del Tesoro, datato rispettivamente <a href="http://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/comunicazioni/Emissione_Global_bond_in_Dollari_USA_-_Global_Investor_Call.pdf">7 ottobre</a> ed <a href="http://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/comunicazioni/Annuncio_Emissione_Global_bond_in_Dollari_USA_x08.10.2019x.pdf">8 ottobre</a>. La &#8220;<em>Global Investor Call</em>&#8221; è stata affidata a <strong>Barclays Bank PLC</strong>, <strong>HSBC Bank</strong> e <strong>JP Morgan Securities PLC</strong>, <em>lead manager</em> del sindacato per il piazzamento dei titoli, affinché venissero collocate sul mercato degli investitori internazionali (&#8220;controparti qualificate, professionali ed al dettaglio&#8221;) delle emissioni <em>multi-tranche</em> a tasso fisso denominate in dollari americani. Secondo le condizioni del mercato stesso.</p>
<h2>I dati numerici dell&#8217;emissione di Btp in dollari</h2>
<p>L&#8217;asta dei Btp denominati in dollari statunitensi ha avuto un esito positivo <a href="https://www.teleborsa.it/News/2019/10/11/tesoro-annuncia-i-risultati-dell-emissione-di-bond-in-dollari-21.html#.XcvXmFdKjIV">al di là delle aspettative</a>, con una presenza di centinaia di investitori differenti &#8211; ben distribuiti a livello geografico &#8211; ed una variegata gamma di tipologie degli stessi (<em>asset manager</em>, banche, <em>hedge fund</em>, Banche Centrali, istituzioni governative, assicurazioni, fondi pensione). Infatti, nonostante la volontà iniziale di collocazione per due o tre miliardi di dollari, il Tesoro italiano è giunto finanche a <strong>sette miliardi</strong>, a fronte di una richiesta quasi triplicata a livello numerico, e pari ad una cifra compresa <strong>fra i 18 ed i 20 miliardi</strong>. I proventi dell&#8217;emissione &#8211; si legge nel comunicato del Mef &#8211; saranno utilizzati per scopi generali: fra questi, anche la gestione del debito.</p>
<p>La <em>multi-tranche</em>, che potrebbe essere <a href="https://www.milanofinanza.it/news/btp-in-dollari-il-tesoro-accende-le-macchine-201910081510116554">la prima di molte altre</a>, magari in nuove valute (come lo yen giapponese) &#8211; che il Tesoro italiano sta effettivamente contemplando -, ha sfruttato il <a href="https://www.startingfinance.com/news/titoli-di-stato/">momento particolarmente fresco</a> del mercato dei <em>Buoni del Tesoro Poliennali</em>. Un frangente nel quale il Mef ha fatto il pieno delle vendite, soprattutto per l&#8217;attrazione esercitata negli investitori da parte dei <strong>rendimenti lordi</strong> dei titoli di Stato con scadenza a cinque, dieci e trent&#8217;anni (ovverosia, rispettivamente: 17 ottobre 2024, 17 ottobre 2029 e 17 ottobre 2049). I sette miliardi sono stati <a href="https://www.wallstreetitalia.com/maratona-bond-dopo-il-successo-del-btp-in-dollari-in-arrivo-maxi-emissione-da-135-miliardi/">così spartiti</a>: 2,5 miliardi per i primi; 2 miliardi per i secondi; 2,5 miliardi per i terzi.</p>
<p>L&#8217;ultimo dato da rilevare sono proprio i rendimenti dei Btp in dollari, raccolti con precisione da <em><a href="https://www.finanza.com/Finanza/Notizie_Italia/Italia/notizia/Il_debito_italiano_in_dollari_fa_gola_oltreoceano_i_dettagl-512142">Finanza.com</a></em>: i titoli a cinque anni sono stati collocati al prezzo di 99,719 dollari, con un rendimento lordo del <em>2,435%</em>; quelli a dieci anni sono stati collocati invece al prezzo di 99,089 dollari, con un rendimento lordo del <em>2,981%</em>; infine, quelli a 30 anni sono stati collocati al prezzo di 99,619 dollari, con un rendimento lordo del <em>4,022%</em>.</p>
<h2>La scommessa del Tesoro e la questione dei derivati</h2>
<p>Una volta presi in esame i dati dell&#8217;emissione, dei rendimenti, dei prezzi e degli acquisti da parte degli investitori, è assolutamente centrale porsi una questione semplice, ma non per questo di altrettanto facile risposta. Perché il Tesoro italiano, il cui Paese adotta ufficialmente l&#8217;euro come moneta a corso legale, ha emesso dei titoli di Stato in dollari americani, ovverosia in una <strong>valuta che non può controllare</strong>? (Anche se, invero, neppure la moneta unica europea dipende dalla sovranità politica dell&#8217;Italia, N.d.R.). Un&#8217;azione non nuova in Europa: basti pensare ai <a href="https://it.insideover.com/economia/panda-bond-portogallo-europa.html">&#8220;<em>Panda Bond</em>&#8220;</a> in yuan cinesi emessi dal Portogallo.</p>
<p>Come riporta <a href="https://www.investireoggi.it/obbligazioni/btp-in-dollari-a-5-10-e-30-anni-ecco-rendimento-e-convenienza-domanda-record/"><em>InvestireOggi</em></a>, il Mef ha effettuato quest&#8217;operazione per legare in maniera sempre più stretta l&#8217;Italia al mercato (finanziario) a stelle e strisce, attirando gli investitori internazionali che comprano in dollari con dei <strong>rendimenti doppi</strong> rispetto al mercato americano, i cui tassi sono generalmente più alti. Ma anche per spuntare condizioni favorevoli rispetto ai collocamenti in euro, giocando sul cambio euro-dollaro e sperando che questo vada nella direzione desiderata: cioè, quella di un <strong>indebolimento</strong> della valuta statunitense (rispetto alle aspettative di mercato).</p>
<p>Tuttavia, pur stanti queste condizioni, resta il problema dell&#8217;emissione in dollari dei titoli di Stato nazionali, a prescindere da eventuali deprezzamenti o rivalutazioni della moneta in questione. Infatti, usualmente, il rimborso a lungo termine per gli investitori dovrebbe avvenire in dollari. Una problematica non di poco conto, cui il ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze ha cercato di porre rimedio attraverso lo sfruttamento del complesso sistema <em>Credit Support Annex</em> e le nuove regole sui <strong>derivati</strong> (<em>cross currency swap</em>).</p>
<p><strong>Morya Longo</strong>, giornalista esperto di questioni finanziare per il <em>Sole24Ore</em>, in un suo <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/il-bond-italia-dollari-fa-pieno-7-miliardi-e-non-e-autolesionismo-ACegJQq">articolo</a> ha spiegato come, in certo qual modo, il possibile <a href="https://oltrelalinea.news/2019/10/26/harakiri-seppuku-suicidio/"><em>harakiri</em></a> immaginato per questa operazione non abbia invece motivo di sussistere, in quanto il Tesoro ha stipulato un contratto derivato per proteggersi dal rischio di cambio, e tale perciò da trasformare subito in euro il bond emesso in dollari (che tali rimangono per gli investitori, dall&#8217;altra parte), alleggerendo il costo dei derivati stessi per le casse italiane. Un &#8220;effetto ottico&#8221;, poiché sui derivati ora vige una garanzia in <em>cash</em> bilaterale.</p>
<h2>La criticità dei contratti derivati</h2>
<p>Tuttavia, a prescindere dalla copertura messa in campo dal Tesoro, la complessità organica di questa operazione finanziaria d&#8217;ottobre non può comunque non destare perplessità, o quantomeno interrogazioni, domande e dubbi sulle sue scaturigini. Il suo sunto è esso stesso emblematico: il Tesoro, per finanziare le azioni socio-economiche del governo in Italia, si è rivolto al mercato internazionale, ed ha dovuto cercare una maggiore <strong>appetibilità</strong> rivolgendosi a determinati creditori, attraverso l&#8217;emissione di titoli di Stato in valuta straniera, sottoscritti assieme ad un contratto derivato che proteggesse dal rischio di cambio e che non gravasse sulle casse italiane (ma soltanto grazie alla nuova regolamentazione appena inaugurata).</p>
<p>Senza considerare, inoltre, i <a href="https://www.linkiesta.it/it/article/2017/07/19/derivati-di-stato-paghiamo-8-miliardi-allanno-ma-nessuno-lo-dice/34945/">rischi dei derivati</a>, come quelli sperimentati con i cosiddetti &#8220;<em>Monti Bond</em>&#8221; alla <strong>Morgan Stanley</strong>, o come addirittura il caso del comune laziale di <strong>Cassino</strong>, la cui emorragia di denaro verso la JP Morgan &#8211; cui poi ha fatto causa &#8211; a causa dei derivati è <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/tentazione-buttare-soldi-pubblici-derivati-caso-cassino/204068/">divenuta un caso studio</a> del quotidiano economico <em>Bloomberg</em>. Nonostante la loro finalità assicurativa iniziale, la quale comunque rappresenta un rischio: non è incidentale che Luca Piana, in una sua <a href="http://espresso.repubblica.it/affari/2017/02/09/news/derivati-dizionario-di-una-catastrofe-1.295111">analisi per <em>L&#8217;Espresso</em></a>, si sia rivolto a questi contratti con la dicitura &#8220;<strong>Dizionario di una catastrofe</strong>&#8220;.</p>
<p>Rischi più o meno calcolati, resisi peraltro necessari per un&#8217;operazione economico-finanziaria indice di una mancanza di indipendenza: emettere debito in valuta straniera implica avere un&#8217;alta somma di denaro da restituire sul lungo termine con interessi, ma una somma non emettibile attraverso una prestatrice di ultima istanza, quale una Banca centrale nazionale. Il <a href="https://www.retemmt.it/la-crisi-dellargentina-una-crisi-da-manuale-liberista/">caso del default argentino nel 2003</a> è emblematico.</p>
<h2>Un&#8217;impalcatura debitoria sbilanciata</h2>
<p>Naturalmente, anche prendendo in esame i dettagli di quanto messo in piedi dal Tesoro in quest&#8217;asta di Btp i dollari &#8211; allargare lo spettro dei detentori del debito diversifica il rischio, ma non lo annulla alla radice -, non si sta qui asserendo che quest&#8217;operazione implicherà un default. Tuttavia, il ricorso ad un tale allargamento di maglie del sistema finanziario è, senz&#8217;altro, indice di <strong>deficienze strutturali</strong> dell&#8217;impalcatura di finanziamento degli Stati.</p>
<p>Un&#8217;architettura che, peraltro, per l&#8217;Italia come per altri Paesi, in <strong>Eurozona</strong> si complica, in quanto a regolare la creazione di moneta è la <strong>Banca centrale europea</strong>, la quale per statuto e trattati regola l&#8217;inflazione e la stabilità dei prezzi, ma non garantisce i debiti sovrani, ed impedisce aiuti di Stato. Di fatto, <a href="https://it.insideover.com/politica/cosi-le-azioni-della-bce-hanno-influenzato-i-btp-e-lo-spread.html">indirizzando le loro politiche economiche</a>, e spingendo i suddetti Paesi a cercare risorse presso investitori privati ed accreditati: un sistema che, stando alla natura della <em>moneta fiat</em>, si configura come fallace e pieno di insidie.</p>
<p>Infatti, Emanuele Canegrati, <em>senior analyst</em> di BP Prime, ha dichiarato a <a href="https://www.financialounge.com/azienda/financialounge/news/btp-dollari-rendimenti/?refresh_CE"><em>FinanciaLounge</em></a>: &#8220;Quello che non è stato sottolineato abbastanza a nostro giudizio è il rischio Paese, visto che il <em>Quantitative Easing</em> promosso da <strong>Draghi</strong> sembra essere in difficoltà: l&#8217;asse franco-tedesco non sembra essere favorevole a questa nuova ondata di titoli di Stato e la nuova presidenza Lagarde potrebbe non usare il <em>bazooka</em> come ha fatto precedentemente Draghi. Questo sarebbe un problema per l&#8217;Italia&#8221;.</p>
<p>Un&#8217;ulteriore conferma di quanto asserito in precedenza. L&#8217;emissione, da parte del Tesoro italiano, di titoli di Stato in dollari Usa, pur coprendo il cambio in euro con contratti derivati, non è esente da rischi, come del resto non lo è, per gli Stati, rivolgersi unicamente a <strong>creditori privati</strong> per le proprie spese. Attraverso titoli di Stato, strumento che arricchisce positivamente anche i piccoli investitori, ma che è <a href="https://www.retemmt.it/non-emettere-piu-titoli-di-stato-sarebbe-una-gran-cosa/">retaggio</a> di quando esisteva la <strong>moneta-merce</strong>.</p>
<p>I sopraccitati creditori di debito pubblico, lapalissianamente, sono alla caccia di rendimenti. La loro scelta di preferire uno Stato ad un altro implica anche un condizionamento delle scelte politiche di questi ultimi: perciò, i creditori vengono in essere come <strong>attori politici</strong>. La differenziazione di questi ultimi attutisce gli effetti, ma non va al fulcro, il quale fa pendere il peso sempre verso una determinata parte del sistema oggi in essere. E non è quella degli Stati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/btp-in-dollari-la-mossa-italiana-e-il-gioco-mondiale-del-debito.html">Btp in dollari: la mossa italiana e il gioco mondiale del debito</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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