<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Giuseppe Lai Archives - InsideOver</title>
	<atom:link href="https://it.insideover.com/autore/giuseppe-lai/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://it.insideover.com/autore/giuseppe-lai</link>
	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Tue, 15 Jul 2025 04:12:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/cropped-logo-favicon-150x150.png</url>
	<title>Giuseppe Lai Archives - InsideOver</title>
	<link>https://it.insideover.com/autore/giuseppe-lai</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>La lunga corsa del sistema agricolo europeo per superare la dipendenza dai pesticidi</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/la-lunga-corsa-del-sistema-agricolo-europeo-per-superare-la-dipendenza-dai-pesticidi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2025 04:12:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Pesticidi]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=477804</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesticidi" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Uno dei fattori che hanno favorito l’aumento della popolazione globale è il profondo mutamento dell’agricoltura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-lunga-corsa-del-sistema-agricolo-europeo-per-superare-la-dipendenza-dai-pesticidi.html">La lunga corsa del sistema agricolo europeo per superare la dipendenza dai pesticidi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesticidi" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/pesticidi-768x512.jpg 768w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>In poco più di un secolo, dal 1900 al 2022, <strong>la popolazione mondiale è passata da 1,5 a circa 8 miliardi di abitanti, con un tasso di crescita 3 volte superiore </strong>rispetto all’intera storia dell’umanità. Con l’attuale espansione demografica, pari a 97 milioni di nuovi abitanti l’anno, si prevede che <strong>entro il 2050 il mondo sarà abitato da circa &nbsp;9-10 miliardi di persone</strong>. Uno dei fattori che hanno favorito l’aumento della popolazione globale è il profondo mutamento dell’agricoltura. La conversione delle pratiche agronomiche tradizionali in attività industriali e l’implementazione di tecnologie innovative ha migliorato il comparto agricolo sul piano produttivo e qualitativo. </p>



<p>In questa transizione ha avuto un peso determinante la cosiddetta <strong><a href="https://it.insideover.com/ambiente/conferenza-onu-sulla-biodiversita-nulla-di-fatto-e-solita-spaccatura-tra-paesi-sviluppati-e-paesi-poveri.html">Rivoluzione Verde</a></strong>, che ha introdotto la chimica nell’agricoltura e ha incentivato la diffusione nell’intero settore di una categoria di sostanze: i pesticidi. Detti anche fitofarmaci o prodotti fitosanitari, sono sostanze chimiche che combattono gli agenti nocivi per le colture agricole. Si distinguono dai fertilizzanti, che annoverano composti minerali come azoto, fosforo e potassio, impiegati in agricoltura per arricchire il suolo di nutrienti utili alla crescita dei vegetali. I prodotti fitosanitari attualmente sul mercato rappresentano l’evoluzione di sostanze chimiche che in passato hanno dato all’umanità notevoli benefici. Si pensi, ad esempio, alla diffusione delle malattie trasmesse dagli insetti. Le&nbsp;epidemie di tifo e di malaria&nbsp;durante la Seconda guerra mondiale sono state contrastate con l’impiego del &nbsp;DDT, un potente insetticida. </p>



<p>Grazie alla ricerca e all’innovazione, i pesticidi hanno aumentato la loro efficacia contro una molteplicità di organismi nocivi e il loro utilizzo si è esteso a livello globale. In agricoltura tale progresso segnava il trionfo della chimica industriale sulle pratiche agronomiche tradizionali, in cui la difesa delle piante da<strong> attacchi di funghi e insetti</strong> veniva effettuata con prodotti di origine minerale come rame e zolfo o vegetale come la nicotina del tabacco. Al tempo stesso, l’evoluzione della tecnologia andava di pari passo con la perdita di saperi e competenze millenarie da parte degli agricoltori, che abbandonavano pratiche virtuose come la rotazione delle colture e la consociazione delle piante. Nella prima metodica si evitava di coltivare la stessa pianta nello stesso terreno per più stagioni consecutive, allo scopo di ridurre la proliferazione di parassiti e malattie e di favorire il mantenimento della fertilità del suolo. </p>



<p>Nella consociazione piante differenti venivano coltivate insieme per sfruttare le loro interazioni benefiche e contrastare meglio i parassiti. Di fronte all’avanzare della ricerca e con l’immissione sul mercato di prodotti chimici innovativi, tali metodiche  risultavano sempre più obsolete e non in grado di assicurare l’aumento della produttività agricola. Con uno sguardo al futuro, le proiezioni della FAO per i prossimi decenni non lasciano dubbi: la produzione agroalimentare dovrà aumentare di circa il 70% per sfamare una popolazione in forte crescita. Questo dato demografico, in assenza di modelli alternativi, potrebbe comportare un impiego molto maggiore di pesticidi, che già oggi impattano in modo rilevante sulle colture se si considera che un terzo della produzione agricola globale fa uso di fitofarmaci.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Attenti alle precipitazioni</h2>



<p>Uno scenario non sgradito alle <a href="https://it.insideover.com/politica/argentina-soia-glifosato.html">multinazionali della chimica,</a> che vedono in prospettiva un incremento dei profitti e degli spazi di mercato, ma in controtendenza rispetto a quello che vari studi hanno definito “il lato oscuro della chimica verde”. In questa espressione è riassunta la vasta letteratura scientifica che da circa vent’anni evidenzia le possibili conseguenze ambientali dei prodotti fitosanitari. Al riguardo, uno studio dell’Università di Sydney pubblicato nel 2023 sulla rivista “Nature” e condotto su 92 pesticidi di largo impiego in agricoltura a livello mondiale, offre un quadro dettagliato sul destino dei pesticidi nell’ambiente dopo il loro impiego. </p>



<p>Secondo i ricercatori tali prodotti hanno un tasso elevato di dispersione ambientale. Solo una piccola percentuale di essi è assorbita dall’organo bersaglio mentre la quantità maggiore si disperde nell’aria per poi penetrare nel suolo e nelle falde acquifere. In termini schematici il loro percorso segue le tappe seguenti: <strong>dopo l’irrorazione il pesticida tende a diffondersi nell’aria </strong>allontanandosi dal luogo di nebulizzazione in funzione di vari fattori tra cui la velocità del vento: è’ sufficiente un aumento di velocità di pochi metri al secondo per raddoppiare la quantità di pesticida che si espande nello spazio circostante. Una condizione potenzialmente a rischio per eventuali aree sensibili presenti nei dintorni come scuole, parchi cittadini o spazi ricreativi.</p>



<p>La presenza di  <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-torbiere-ecosistemi-fondamentali-per-salvare-il-pianeta.html">precipitazioni </a>o basse temperature favorisce la ricaduta dei pesticidi al suolo dove, penetrando nel terreno, raggiungono fiumi, laghi, zone umide e acque sotterranee tra cui le falde acquifere destinate all’approvvigionamento idrico. In ultima analisi, attraverso l’aria, il suolo e l’acqua i residui dei pesticidi possono ritrovarsi in colture agricole “non-bersaglio” anche a grande distanza dal luogo di nebulizzazione e magari arrivare sulle nostre tavole. Questo fenomeno, noto come “deriva dei pesticidi” è tra i fattori che rende   complessa la valutazione del rischio di questi prodotti per l’uomo e per l’ambiente. <strong>Una prima criticità è rappresentata dagli attuali standard delle procedure analitiche,</strong> che si basano sostanzialmente sulla ricerca di singoli residui e sui loro effetti. In pratica, per valutare la tossicità di tali sostanze si misura la concentrazione a cui l’uomo o l’ambiente sono esposti e la si confronta con quella che può generare un pericolo.   </p>



<p>Sotto questo aspetto, l’ultimo Rapporto dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) sul monitoraggio dei <strong>pesticidi negli alimenti commercializzati nell’UE</strong> riporta dati incoraggianti. Su un totale di circa 128.000 campioni analizzati nel 2023, il 96% rientrava nei limiti di legge, una percentuale identica a quella registrata nei due anni precedenti e la conclusione dell’EFSA è che il rischio sanitario da pesticidi per i consumatori risulta essere basso, almeno per ciò che concerne i consumi alimentari. Se però si considera la deriva ambientale di questi prodotti, la persistenza di specifici residui e il loro accumulo nell’ecosistema, il quadro si complica. Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale, nelle acque superficiali e sotterranee si possono trovare fino a 32 sostanze diverse in un singolo campione.&nbsp; </p>



<p>Queste miscele contengono residui che possono interagire tra loro e con altri inquinanti ambientali producendo effetti tossici per l’ecosistema che invece l’analisi standard non rileva sui singoli componenti. In altri termini, la dose di un singolo pesticida che rientra nei limiti di legge non da una garanzia di impatto zero sull’ecosistema e sull’uomo. A ciò si aggiunge il “fattore umano” e, nello specifico, <strong>il grado di suscettibilità individuale a queste sostanze</strong> che può variare in base all&#8217;età e allo stato di salute e, sul piano procedurale, l’idonea applicazione dei protocolli operativi previsti per la somministrazione dei prodotti fitosanitari. </p>



<p>In presenza di tali evidenti criticità nella valutazione del rischio, la proposta avanzata nel 2022 dalla  <strong>Commissione Europea di inserire nel Green Deal la riduzione del 50% dell&#8217;uso di pesticidi chimici</strong> entro il 2030 andava nella giusta direzione. Da un lato costituiva un incentivo all’uso di strategie ecosostenibili per il controllo degli insetti e delle piante infestanti, sulla scia di una transizione ecologica ormai inderogabile. Dall’altro dava applicazione a quel principio di precauzione che si rende necessario nei casi in cui, come prima riportato, manca la piena garanzia di sicurezza ambientale di tali prodotti. Purtroppo la proposta europea ha avuto una battuta d’arresto a causa delle proteste del settore chimico e di quello dell’agricoltura intensiva. E’ auspicabile che sia solo un incidente di percorso nella direzione di una transizione ormai avviata e indispensabile per le generazioni attuali e future.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-lunga-corsa-del-sistema-agricolo-europeo-per-superare-la-dipendenza-dai-pesticidi.html">La lunga corsa del sistema agricolo europeo per superare la dipendenza dai pesticidi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le torbiere, ecosistemi fondamentali per salvare il pianeta  </title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/le-torbiere-ecosistemi-fondamentali-per-salvare-il-pianeta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 04:08:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=474320</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="620" height="438" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="torbiere" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere.jpg 620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere-600x424.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p> La gestione sostenibile dei suoli, e in particolare delle zone umide del pianeta, è fondamentale per migliorare la salute del pianeta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-torbiere-ecosistemi-fondamentali-per-salvare-il-pianeta.html">Le torbiere, ecosistemi fondamentali per salvare il pianeta  </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="620" height="438" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="torbiere" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere.jpg 620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere-600x424.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/torbiere-300x212.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p>Gravità, urgenza, speranza. Sono le tre parole chiave che emergono dal Rapporto 2023 dell’IPCC, il gruppo di scienziati dell’ONU che periodicamente fanno il punto sui cambiamenti climatici. Essi hanno convenuto su un fatto: le misure finora adottate dai governi per<strong> limitare il riscaldamento globale a 1.5°C entro il 2030</strong> sono insufficienti. In più di un secolo, sottolinea il report, la temperatura globale è già aumentata di 1.1°C rispetto ai valori preindustriali (1880) e si dovrebbero dimezzare le emissioni inquinanti per raggiungere l’obbiettivo di 1.5°C previsto dagli accordi di Parigi. Senza una svolta immediata delle politiche sul clima le temperature potrebbero raggiungere i 3.2°C entro il 2100, con effetti devastanti sull’ecosistema terra. La gravità della situazione, sostengono gli esperti, è tale da <strong>mettere a rischio la sopravvivenza di circa 3 miliardi e mezzo di persone su scala globale.</strong> Il quadro che emerge dal Rapporto, tuttavia, non è solo a tinte fosche: a fronte di un’iniziativa politica ancora carente a livello decisionale, gli studiosi IPCC pongono l’accento su alcune azioni in grado di contribuire alla mitigazione delle emissioni.</p>



<p>Tra queste, la <strong>gestione sostenibile dei suoli, </strong>che significa salvaguardare le foreste, gli oceani e le zone umide della Terra, ecosistemi che catturano i gas serra e migliorano la salute del pianeta. Le aree umide internazionali, in particolare, sono tutelate dalla Convenzione di Ramsar, un accordo firmato nel 1971 da 172 Paesi al fine di valorizzare stagni, paludi, acquitrini, distese superficiali di acqua marina e promuoverne la conservazione. </p>



<p>In alcune regioni fredde della Terra,<strong> come il Nord Europa, l’Alaska, la<a href="https://it.insideover.com/politica/dalla-siberia-putin-lancia-la-sua-corsa-alloro.html"> Siberia </a>e in qualche “nicchia” tropicale, sono presenti aree umide con caratteristiche peculiari: le torbiere. </strong>Sono formate da varie piante immerse nell’acqua che hanno una particolarità: al termine del loro ciclo vitale solo una piccola parte di esse si trasforma in sostanze minerali e CO2 che si libera nell’atmosfera. Grazie all’umidità elevata, la maggior parte delle sostanze organiche delle piante non mineralizza e si conserva nel suolo anche per migliaia di anni. Risultato? meno CO2 rientra in atmosfera, e questo contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici. <strong>I numeri sono eloquenti: nonostante le torbiere coprano solo il 3% della terraferma, svolgono una funzione strategica su scala globale,</strong> immagazzinando, secondo stime della FAO, una quantità di carbonio pari a quello dell’intera vegetazione terrestre. L’importanza delle torbiere rende necessarie misure efficaci di salvaguardia, mappatura e monitoraggio. È quanto emerge nello studio della FAO “Peatland mapping and monitoring: recommendations and technical overview”, che riporta suggerimenti e consigli utili per gestire al meglio questi preziosi ecosistemi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mille anni per un metro di torba</h2>



<p>Secondo lo studio, l’azione fondamentale da intraprendere è quella di <strong>proteggere le torbiere integre e al tempo stesso bonificare le torbiere alterate dall’uomo con varie modalità</strong>. Ad esempio, la sottrazione di acqua dalla torba per usi agricoli e gli incendi sono eventi che possono innescare nelle torbiere effetti opposti a quelli sperati. In tali casi, infatti, le torbiere che in condizioni normali accumulano carbonio diventano rapide fonti di emissione di gas serra, in grado di rilasciare in pochi anni sotto forma di CO2 una quantità enorme di carbonio sequestrato per millenni. Un evento che farebbe innalzare notevolmente la quantità di gas climalteranti in atmosfera, con conseguenze imprevedibili.  <strong>Si stima che le azioni umane, secondo la FAO, hanno distrutto circa il 15% delle torbiere del pianeta,</strong> un dato da non sottovalutare, considerato che possono servire mille anni prima che si accumuli 1 metro di torba.</p>



<p>La loro fragilità e, al tempo stesso, il loro ruolo nella stabilità del clima, ha indotto alcuni Paesi del mondo a porre in atto iniziative per una gestione sostenibile di questi ecosistemi. L’Indonesia, che ospita il 40% di tutte le torbiere tropicali, ha intrapreso azioni di contrasto alle pratiche di deforestazione e incendio, che negli anni Ottanta hanno devastato territori molto estesi. Tra i progetti del Governo indonesiano, l’iniziativa ‘<em>One Map’</em> e la creazione del Programma di difesa e gestione dell’ecosistema delle torbiere, che prevede direttive specifiche per la loro difesa e monitoraggio.</p>



<p>Analoga iniziativa nella Repubblica Democratica del Congo, che ha istituito una Unità Torbiere per definire le esigenze prioritarie di tutela. In una regione del Bacino del Congo, la <em>Cuvette Centrale</em>, è stata scoperta alcuni anni fa una torbiera considerata dagli studiosi una delle più estese al mondo. Un ecosistema peculiare, da un lato per essere inaccessibile alle attività industriali grazie alla foresta pluviale, dall’altro per la gestione tradizionale del territorio da parte delle comunità indigene del luogo. La sua importanza è quella di essere un immenso deposito di carbonio che per la sua fragilità richiederebbe misure di tutela straordinarie. Se infatti il carbonio dovesse liberarsi in atmosfera, <strong>causerebbe un inquinamento equivalente a tre anni di emissioni globali</strong> prodotte dai combustibili fossili. Le autorità politiche del Congo, dopo la sua scoperta, hanno firmato nel 2018 la Dichiarazione di Brazzaville, un documento che si proponeva di proteggere le torbiere tropicali presenti nei loro territori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il modo per usare la tecnologia</h2>



<p>Un accordo che, tuttavia, camminava su una linea sottile, dovendo conciliare la lotta al climate change con lo sviluppo del territorio. Ciò ha suscitato l’allarme degli ambientalisti sul rischio di interventi invasivi nell’area, rivelatosi giustificato poiché negli anni successivi sono state concesse numerose licenze di esplorazione petrolifera, con effetti prevedibili: costruzione di infrastrutture per le attività estrattive, distruzione della foresta pluviale e minaccia per le torbiere della Cuvette Centrale. La domanda a questo punto è lecita: è possibile tutelare risorse così essenziali con norme emanate da governi in cui dominano corruzione, criminalità e repressione? </p>



<p>È difficile rispondere positivamente. <strong>Intanto resta una sola posta in gioco: la stabilità del clima.</strong> In quest’ottica, data l’importanza delle torbiere, occorre innanzitutto colmare la scarsità di conoscenze su questi ecosistemi e adottare soluzioni tecnologiche più avanzate per la loro mappatura, mettendo a frutto le esperienze in corso in vari Paesi. Individuare le torbiere su scala regionale e, in prospettiva, su scala globale, presuppone infatti l’impiego di strumenti di indagine più sofisticati di quelli attualmente in uso. Le tecniche tradizionali di rilevamento consentono di esplorare solo le formazioni superficiali di torba e non svelano, ad esempio, le torbiere nel sottosuolo delle aree tropicali, localizzate anche a 7 metri di profondità.</p>



<p>Un approccio promettente è quello basato sul telerilevamento, cioè l’osservazione del territorio tramite strumenti montati su piattaforme satellitari o aeree. <strong>Tale metodica, applicata in Norvegia e in Indonesia,</strong> si basa sull’impiego di uno strumento geofisico trasportato da un elicottero, capace di inviare segnali magnetici nel sottosuolo. Questi segnali raggiungono gli strati profondi e attraversano i materiali presenti, tra cui le torbe; queste generano un campo magnetico che, captato dallo strumento, costruisce il modello tridimensionale della torbiera, definendone la posizione e la morfologia. Altra iniziativa interessante è quella promossa nel 2024 dall’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che ha pubblicato <strong>un atlante con mappe aggiornate delle torbiere</strong> a livello globale. Tale progetto rappresenta un supporto fondamentale per la conoscenza e la pianificazione delle strategie di tutela di questi preziosi ecosistemi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-torbiere-ecosistemi-fondamentali-per-salvare-il-pianeta.html">Le torbiere, ecosistemi fondamentali per salvare il pianeta  </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Così i popoli indigeni hanno letto in anticipo il cambiamento climatico</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/cosi-i-popoli-indigeni-hanno-letto-in-anticipo-il-cambiamento-climatico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 09:16:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[indigeni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=472665</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="yanomani" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Dagli inuit dell'Alaska ai token della Thailandia agli yanomani del Brasile, così l'antica sapienza indigena anticipava i temi odierni.   </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/cosi-i-popoli-indigeni-hanno-letto-in-anticipo-il-cambiamento-climatico.html">Così i popoli indigeni hanno letto in anticipo il cambiamento climatico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="yanomani" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/yanomani-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p><em><br>“Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi”. Il saggio proverbio indio profetizzava già nell’antichità le conseguenze dell’irresponsabilità umana.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em><strong></strong></p>



<p>I cambiamenti climatici sono stati per molto tempo un tema per scienziati e ambientalisti prima di approdare al dibattito pubblico. Negli anni Novanta studiosi di varie nazionalità si misero in viaggio alla volta del Grande Nord, per osservare i ghiacci e la vita delle popolazioni autoctone. Quando nel 1999 <strong>Igor Krupnik </strong>&#8211; antropologo del Centro Studi Artici di Washington – raggiunse l’Alaska per approfondire la storia dei suoi abitanti, rimase stupito dal racconto di un indigeno inuit che così argomentava sui propri antenati: “La comunità locale deve affrontare problemi più urgenti delle vicende dei nostri padri”. A cosa si riferiva? All’ambiente, che si comportava in modo strano, inaspettato e non familiare, parole che gli inuit riassumono nel termine autoctono “uggianaqtuq”. </p>



<p>Essi avvertivano da tempo che attorno a loro si erano rotti degli equilibri per lunghi anni rimasti inalterati: il ghiaccio era sempre più sottile e il vento, soffiando forte e in modo imprevedibile, compattava la neve rendendola inadatta alla costruzione degli igloo, le loro caratteristiche abitazioni. Anche i fiumi non erano più abbastanza profondi per le imbarcazioni usate per la caccia e la pesca. <strong>Tutti segnali che forse potevano sfuggire a un esploratore di passaggio ma non agli inuit</strong>, che da generazioni hanno instaurato un rapporto “olistico” con la natura. Dall’ambiente, infatti, traggono tutto il necessario per la vita quotidiana: caccia e pesca garantiscono il cibo; le pelli animali forniscono i vestiti per proteggere dal freddo; le ossa e le pietre servono per realizzare armi e strumenti, e con la neve costruiscono gli igloo. </p>



<p>Al tempo stesso, <strong>ogni cosa nella tradizione inuit ha un’anima</strong> ed è oggetto di venerazione religiosa: l’oceano è abitato da “Sedna”, lo spirito del mare e il cielo da “Malina”, la dea del sole. Una dimensione spirituale della realtà che si fonde con le percezioni, i racconti degli avi e l’ambiente in una visione di insieme, olistica appunto. <strong>Grazie a questo rapporto identitario con la natura, gli inuit avevano percepito da tempo i segnali di cambiamento del clima.</strong> Le loro voci si erano levate attraverso racconti e testimonianze, ma per molti anni erano rimaste inascoltate in quanto ritenute aneddotiche e inaffidabili. Nel frattempo, la scienza – come riferisce lo stesso Krupnik – sembrava interrogarsi se il riscaldamento globale fosse qualcosa di cui realmente preoccuparsi. Solo molti anni più tardi vari studi e osservazioni sul global warming avrebbero dato una conferma scientifica ai racconti del popolo inuit: il clima stava cambiando anche nel Grande Nord.</p>



<p>Quello appena descritto è un esempio di come il sapere indigeno, frutto di un rapporto millenario con la natura, possa dare un contributo alla conoscenza. Nel caso degli inuit, i loro racconti erano veri e propri segnali di allarme, che la scienza ufficiale avrebbe preso in considerazione solo agli inizi del XXI secolo. </p>



<p>Nel Sud-Est asiatico, in alcune isole a Sud della Thailandia, vive una tribù indigena di circa 4.000 individui, i <strong>Moken, soprannominati “nomadi del mare”.</strong> I loro villaggi si trovano sulle coste e sono costituiti da palafitte immerse nell’acqua. Caratteristica peculiare dei Moken è la totale simbiosi con l’oceano. Qualche esempio? Imparano a nuotare in tenera età ancora prima di camminare sulla terraferma e  sott’acqua  hanno una visibilità doppia rispetto a un comune nuotatore. A bordo dei loro kabang, tradizionali imbarcazioni di legno, si spostano da una baia all’altra per pescare e raccogliere molluschi e crostacei. </p>



<p>I Moken credono nell’esistenza di un granchio gigante che vive in una caverna nelle profondità dell’oceano. Una creatura mostruosa che, secondo la leggenda, causa correnti e tempeste. <strong>Quando esce dalla sua tana, l’acqua prende il suo posto e il mare si ritira, allontanandosi dalla costa.</strong> Il ritiro delle acque genera il “laboon”, una parola che nella lingua locale significa “onda che inghiotte le persone”. Il laboon è stato lo <strong><a href="https://it.insideover.com/difesa/terremoti-tsunami-radioattivi-potenzee-natura-arma.html">tsunami gigantesco che il 26 dicembre 200</a></strong>4 si è abbattuto sulle coste dell’Oceano Indiano causando la morte di più di 230mila thailandesi. Grazie alla loro profonda conoscenza del mare, i Moken hanno riconosciuto in tempo l’onda anomala e si sono messi in salvo prima che radesse al suolo le loro abitazioni. In base alla leggenda, infatti, il “laboon” si era già verificato molto prima del 2004 ed era citato nei racconti dei loro antenati.</p>



<p>Passando ad altre latitudini, <strong>al confine tra il Brasile e il Venezuela vive la tribù degli Yanomami</strong>, che occupa l’estensione forestale compresa tra il bacino dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni, la più ampia del pianeta. Una popolazione di circa 38.000 individui – secondo Survival International – l’organizzazione che difende i diritti dei popoli indigeni. Gli Yanomami usano ogni giorno circa 500 varietà di piante per gli scopi più vari: costruire la “maloca”, la loro abitazione caratteristica collocata in genere vicino a fiumi e ruscelli per consentire la pesca e l’approvvigionamento idrico; fabbricare utensili e frecce, ottenere legna combustibile, colorare e dipingere il corpo. Da altre piante ricavano medicine, veleni e sostanze allucinogene che usano nei loro riti tradizionali. </p>



<p>Una straordinaria varietà di impieghi che implica un rapporto inscindibile con l’ambiente in cui vivono: la foresta pluviale. Appare evidente come la salvaguardia dell’habitat amazzonico sia fondamentale per la <strong>sopravvivenza degli Yanomami. </strong>L’azione di tutela, in realtà, deve avere un orizzonte più ampio: tutelare la biodiversità del pianeta, di cui le foreste costituiscono parte essenziale. Si pensi al ruolo primario di questi ambienti nella regolazione e nel controllo di malattie e pandemie. L’integrità delle foreste limita l’esposizione ad agenti patogeni, tra cui i responsabili delle cosiddette zoonosi, patologie trasmissibili direttamente o indirettamente dai vertebrati all’uomo.</p>



<p>Con quali modalità la deforestazione incide sulla loro diffusione? Le aree deforestate e poi adibite a varie destinazioni più o meno urbanizzate come pascoli, aree coltivate o insediamenti industriali, favoriscono una maggiore vicinanza tra l’uomo e gli animali selvatici. Questi ultimi agiscono come serbatoi di virus e malattie potenzialmente trasmissibili alla specie umana. Una relazione che Andy MacDonald &#8211; ecologo delle malattie all’Earth Research Institute dell’università della California – così riassume: “che la deforestazione possa essere un importante fattore nella trasmissione di malattie infettive è una cosa piuttosto nota. È una questione di numeri: più danneggiamo gli habitat forestali, più è probabile che si vada incontro a epidemie di malattie infettive”. Gli fa eco Jonathan Epstein, ecologo, che riferendosi ai patogeni animali afferma: “Non sono loro a cercarci, semmai siamo noi a cercare loro”. </p>



<p>Al riguardo, diversi studi condotti in Brasile, Uganda e Indonesia mostrano che i primati “non umani” come scimpanzè e gorilla sono potenziali serbatoi di malattie trasmissibili all’uomo. Questo si spiega innanzitutto con l’affinità genetica, considerato che condividono con la specie umana circa il 98% del DNA. La distruzione del loro habitat e la sua sostituzione con insediamenti o terreni destinati agli allevamenti intensivi rischia di rendere concreto un rischio potenziale: il passaggio di agenti infettivi da una specie all’altra. <strong>Il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus)</strong>, ad esempio, si è adattato all’uomo a partire da una variante presente nelle scimmie dell’Africa centrale, il SIV (Simian Immunodeficiency Virus). Il fattore scatenante è stata in ultima analisi la deforestazione dei territori, che ha favorito il passaggio del virus nell’ospite umano e il successivo contagio uomo-uomo, con la diffusione globale dell’AIDS e decine di milioni di morti. Sempre in Africa, il popolamento di foreste un tempo intatte da parte di insediamenti umani ha portato ad una maggior contiguità con preesistenti serbatoi di malattie, causando la diffusione di patologie come la leishmaniosi e la febbre gialla.</p>



<p>Quest’ultima è un esempio di zoonosi a trasmissione vettoriale; viene infatti trasmessa all’uomo da scimmie infette attraverso le zanzare. Il controllo epidemiologico è solo uno dei molteplici vantaggi di un habitat forestale intatto. <strong>La correlazione tra deforestazione e inquinamento atmosferico è nota da tempo</strong>, così come le varie conseguenze “a cascata”, sempre più intense e frequenti: effetto serra, riscaldamento globale, cambiamento climatico ed eventi estremi. Il quadro delle relazioni causa-effetto va in realtà ben oltre i pochi esempi citati e si presenta più complesso e meno prevedibile di quanto si pensi.</p>



<p>Comprendere tale complessità è fondamentale per generare maggiore consapevolezza degli impatti che le azioni umane hanno sull’ecosistema e sulla sua evoluzione. Questo è un compito fondamentale della comunità scientifica, che deve svolgersi in parallelo ad una efficace sensibilizzazione delle popolazioni. Ciò che è necessario fare nell’immediato è trasformare le conoscenze finora acquisite in efficaci strategie preventive e di tutela, al fine di preservare la biodiversità esistente. Gli indigeni possono dare un contributo in tal senso? I<strong>nuit, Moken e Yanomami,</strong> e con essi le 2.000 culture indigene del pianeta, hanno riti e tradizioni differenti ma un denominatore comune: la perfetta integrazione con l’ecosistema. </p>



<p>Da questa “full immersion” millenaria nella natura deriva la loro sapienza, che guida ogni momento della loro quotidianità. Attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali, essi tutelano l’ambiente, sempre più minacciato dalle politiche di sfruttamento attuate da multinazionali e governi poco lungimiranti. Nonostante rappresentino <strong>meno del 5% della popolazione del pianeta</strong>, secondo le Nazioni Unite le 2000 comunità indigene salvaguardano l’80% della biodiversità mondiale.Da qui l’importanza di tutelare e valorizzare i loro saperi per meglio comprendere i delicati  e complessi equilibri naturali.   </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/cosi-i-popoli-indigeni-hanno-letto-in-anticipo-il-cambiamento-climatico.html">Così i popoli indigeni hanno letto in anticipo il cambiamento climatico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin

Object Caching 61/234 objects using Redis
Page Caching using Disk: Enhanced 
Minified using Disk

Served from: it.insideover.com @ 2026-09-22 17:57:43 by W3 Total Cache
-->