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Guerra

I civili in fuga da Ghouta

È un fiume in piena. Sgorga dalle rovine, si fa largo tra le macerie, sprofonda nei crateri di missili e granate. Risale spingendo bimbi in lacrime, piegati sotto il peso di zaini stracolmi. Trascina vecchi smunti ed emaciati aggrappati alla vita e alle grucce. Sospinge donne incinte coperte di nero e fatica, ripiegate su pancioni ormai troppo pesanti. Rimorchia feriti e malati appoggiati su carriole mosse a braccia in questa gruviera di distruzione. È l’esodo. È la fuga. È la fine della loro guerra. Quanti saranno? Cinquemila? Ottomila? Quindicimila? Chi lo sa è bravo

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Damasco, i cristiani sotto tiro

(Damasco) Prima un boato, poi un tremito che risale dall’asfalto, fa tremare i vetri delle finestre, riecheggia tra le viuzze anguste di quest’intrico di case chiese e scuole alla periferia orientale di Damasco. La bimba alza la testa, scruta il ritaglio di cielo disegnato tra i tetti dei casermoni di mattoni e cemento. Cerca di vedere, immaginare, schivare le bombe. Ma la prima è già caduta. Ed il suo eco diffonde il consueto fremito di terrore. In un attimo la paura attanaglia il quartiere. Porte e finestre si chiudono, la gente si barrica in casa e lei, la bimba, ormai sola in mezzo alla strada, accelera il passo, corre trafelata, scompare ansimando in questo dedalo di viuzze dove i rigagnoli delle fognature si mescolano all’immondizia.

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La strage degli innocenti

Tra i bimbi falcidiati da quel missile c’era anche Garand. Aveva otto anni era cristiano, era arrivato in Siria con la madre per fuggire dalla guerra che dilania il Sud Sudan. Il suo corpicino straziato adesso riposa in una bara bianca posata davanti all’altare della chiesa del Memoriale di San Paolo.

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Mattatoio Damasco

Siamo a Kashkoul, il quartiere popolare alla periferia est di Damasco teatro della più sanguinosa strage di civili delle ultime settimane. Una strage costata la vita a 44 tra donne, uomini e bambini. Una strage messa a segno da quei ribelli di Ghouta che l’Europa per anni ha dipinto come le uniche vittime del conflitto siriano dimenticando e ignorando morti e feriti di Damasco e delle altre zone controllate dal governo.

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“La mia famiglia distrutta dai ribelli”

(Damasco) “Ogni volta che sento l’esplosione di un colpo di mortaio, ogni volta che sento di qualcuno ucciso da un missile rivedo mio marito e i miei figli. Rivivo il loro strazio e la mia tragedia”. Safaa Skaf ha gli occhi velati di lacrime. Nella chiesa del Memoriale di San Paolo si è appena conclusa la Messa per Garand, un bambino sudanese di soli otto anni dilaniato da un missile lanciato dai ribelli di Ghouta.

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Perché un video non giustifica la guerra in Siria

Se il primo caduto è la verità. Perché un video non basta a scatenare una guerra. Il video di un presunto attacco chimico girato e diffuso da un gruppo ribelle jihadista può bastar a scatenare la guerra? Se pensiamo alla storia recente e alle immagini finte o contraddittorie emerse dal caos siriano la risposta può essere soltanto no. Ecco cinque casi d‘autore che c’impongono di dubitare e riflettere anziché seguire chi invita alla guerra contro la Siria di Bashar Assad.Montaggio di Roberto Di Matteo

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