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	<title>Giampiero Venturi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Giampiero Venturi Archives - InsideOver</title>
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		<title>Tra errori e bugie, la crisi libica alle soglie delle elezioni europee</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tra-errori-e-bugie-la-crisi-libica-alle-soglie-delle-elezioni-europee.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2019 15:35:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="933" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434-1024x682.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>La fanfara mediatica che trasmette dispacci dalla Libia, assume ormai risonanza strategica. Siamo a ridosso delle elezioni europee; vecchi errori e nuove bugie rischiano di inquinare oltremisura le dinamiche interne alla UE, con riguardo particolare all’Italia, che del teatro libico è più che mai parte lesa. Andiamo per gradi. Tutto il mainstream mediatico rimbalza l’eco del jetset sovranazionale, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tra-errori-e-bugie-la-crisi-libica-alle-soglie-delle-elezioni-europee.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="933" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_7798434-1024x682.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>La fanfara mediatica che trasmette dispacci dalla Libia, assume ormai risonanza strategica. Siamo a ridosso delle elezioni europee; vecchi errori e nuove bugie rischiano di inquinare oltremisura le dinamiche interne alla UE, con riguardo particolare all’Italia, che del teatro libico è più che mai parte lesa.</p>
<p>Andiamo per gradi. Tutto il mainstream mediatico rimbalza l’eco del jetset sovranazionale, Onu in testa, secondo cui il generale Haftar è un golpista, intenzionato a destabilizzare una Libia consegnata dalla comunità internazionale al presidente Al Searaj.</p>
<p>Il nodo parte proprio da qui: il dilemma della questione libica, già centrale quando Gheddafi era ancora in carica, è sempre stato l’individuazione di una figura carismatica che potesse sostituirlo. Lo sapeva il Colonnello, che ci mise in guardia pochi mesi prima di morire, e facevamo finta di non saperlo noi, che di quel dilemma ne avremmo presto o tardi pagato le conseguenze.</p>
<p>Dal 2011 in poi se ne è parlato pochissimo, soprattutto presi dalla necessità di coprire il fallimento di Unified Protector, la missione Nato che ha portato alla fine della Jamahiriyya. La parola d’ordine per quasi un decennio è stata “basso profilo”, nella speranza che le cose si aggiustassero da sole, permettendo però nel frattempo ai nuovi predatori del forziere libico, di fare i propri interessi.</p>
<p>Oggi i nodi vengono al pettine, in uno scenario geopolitico sostanzialmente sfuggito di mano.</p>
<p>I governi occidentali (Stati Uniti, Germania, Francia e Italia su tutti) a partire da fine 2015, dopo aver appoggiato Tobruk e il suo uomo forte Haftar, con gli accordi di Skhirat hanno puntato sul governo di unità nazionale libico fingendo di saper trovare il bandolo della matassa. La carta su cui convergere è stata Fayez Al Sarraj, blandito come uomo della provvidenza, quando in realtà non ha mai contato granché.</p>
<p>Al Serraj come leader del Gna (Government of National Accord, il governo ufficialmente riconosciuto), già prima dell’offensiva di Haftar di questi giorni, controllava ben poco della Libia. Oltre alla capitale e alle aree di Zuwarah e Sabratha a ovest, aveva giurisdizione effettiva solo nell’area litoranea compresa fra Misurata e Sirte, con soluzioni di continuità frequenti: meno di 300 km di costa per una profondità non calcolabile.</p>
<p>Esterne al controllo di Tripoli sono rimaste per anni: tutta la Cirenaica in mano al Parlamento parallelo di Tobruk, con la sua mezzaluna fertile che va dalla costa a Kufra (1000 km a sud di Bengasi); il Sud in mano ai popoli Tubu, recalcitranti al potere centrale; l’Ovest a ridosso della Tunisia, dove i Tuareg non sono più vincolati dalle regole di Gheddafi e gli islamisti dilagano. In sostanza, circa l’80% della Libia universalmente riconosciuta.</p>
<p>Dal punto di vista degli equilibri interni, le cose per Al Sarraj sono state anche peggiori. Alba Libica, la coalizione che ha sostenuto fin dall’inizio il Gna a Tripoli, nasceva come federazione di gruppi fra cui brillavano i miliziani di Misurata e i Fratelli Musulmani, affiancati a loro volta da sigle islamiste come i Martiri del 17 febbraio di Bengasi e la milizia di Tripoli. Tra di essi si distingueva Ansar Al Sharia, gruppo jihadista responsabile dell’attacco all’ambasciata americana del 2012 e imparentata con Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico).</p>
<p>In questi anni di interregno, il vero potere tripolitano è stato esercitato proprio da questa galassia di bande che, in cambio di una pace armata, ha permesso ad Al Serraj di essere rappresentante di uno Stato inesistente.</p>
<p>Gli interessi di un certo Occidente, sono stati palesi da subito. La Francia che ha voluto e iniziato la guerra del 2011, è entrata nel business libico regolando i conti con Gheddafi, che per 40 anni glielo aveva di fatto impedito. La guerra in Ciad negli anni ’80 e Ustica, sono riferimenti storici difficilmente contestabili.</p>
<p>Gli Usa di Obama (e della Clinton), nel tentativo di ridisegnare la mappa politica di Maghreb e Medio Oriente con le cosiddette “primavere arabe”, hanno avallato il progetto francese, ereditandone poi le conseguenze politiche.</p>
<p>La prima e più importante è stata proprio il patrocinio di Al Sarraj, unico orpello giuridico buono a giustificare la catastrofe seguita all’eliminazione di Gheddafi. Senza una spolverata di buoni sentimenti e richiami alla democrazia, il tutto ovviamente avrebbe funzionato meno.</p>
<p>In questo contesto, si inserisce la figura del generale Haftar, erede nebuloso degli apparati militari di Gheddafi e portavoce di una borghesia libica laica, desiderosa di ritrovare l’equilibrio e soprattutto il tenore di vita conosciuto con la Jamahiriyya, notoriamente superiore alla media araba (Paesi del Golfo esclusi).</p>
<p>Dopo un primo approccio favorevole durato quattro anni, Haftar è stato scaricato dall’Occidente in virtù dei suoi sponsor troppo scomodi. Benché ex uomo CIA, il generale ha goduto fin dall’inizio dell’appoggio di Egitto e Russia, partner troppo ingombranti per le cancellerie occidentali.</p>
<p>Troppo ingombranti, perché a guadagnarci davvero era solo l’Italia, coinvolta storicamente in Libia e in buoni rapporti proprio con Egitto e Russia. A qualcuno dunque deve essere venuto il prurito…</p>
<p>Il caso Regeni (paragrafo oscuro di questo lungo capitolo) s’inserisce proprio nel fosco scenario che vuole Roma improvvisamente litigiosa con Il Cairo e sempre più costretta a rinunciare ai privilegi ENI in Egitto e a condividere con Total, BP e Shell quelli nella nuova Libia.</p>
<p>In altri termini, anziché puntare sulla carta Haftar, politicamente scorretta ma in grado di incollare parte dei cocci del dopo Gheddafi, le potenze occidentali hanno puntato su una Libia rappresentata all’ONU da Al Serraji, ma sul terreno completamente smembrata. Questo ha permesso di redistribuire in sordina il tesoro energetico libico, con evidente danneggiamento proprio degli interessi italiani.</p>
<p>Gli uomini di Tobruk fedeli ad Haftar si sono opposti a lungo al riconoscimento del GNA e hanno continuato a rifiutare ogni compromesso con quelli che reputano da sempre i fondamentalisti di Tripoli. Solo la buona parola di Mosca, in distensione con la Turchia di Erdogan (sponsor dei Fratelli Musulmani, al potere a Tripoli con Al Serraji) avrebbe potuto risolvere politicamente la cosa, favorendo un accordo reale fra Cirenaica e Tripoli.</p>
<p>Nonostante l’intesa del 2017 e la mediazione russa, a cui non si è opposto un Trump desideroso di sganciarsi dai disastri dell’era Obama, la divisione sul terreno è rimasta tale. Di accordi reali non ne ha voluto sapere l’Egitto, che ha fatto della Cirenaica un protettorato, cuscinetto ideale per combattere gli odiati Fratelli Musulmani (ricordiamo a questo proposito che l’ex presidente egiziano Morsi, fatto fuori proprio da Al Sisi, era vicinissimo alla Fratellanza).</p>
<p>Più che l’impuntatura dell’Egitto però, la soluzione della crisi libica è stato impedita in Occidente. Come anticipato, a fronte dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, la Libia unita non serve a nessuno, tranne che all’Italia. Le prospettive di profitto maturate oggi nel Paese, non a caso, ai tempi di Gheddafi erano regolate diversamente. È facile intuire che sia stata proprio l’Italia a farne le spese.</p>
<p>Detto in termini più espliciti, l’unica vera soluzione alla catastrofe post-Gheddafi sarebbe stata giocare la carta Haftar, quando ancora era possibile farlo. Benché avanti con gli anni e dal passato controverso, aveva tutte le carte politiche e militari per rinsaldare un Paese sostanzialmente laico, coperchio di un continente demograficamente e socialmente esplosivo.</p>
<p>La politica internazionale reale è più cinica del “volemose bene” tanto di moda oggi, è ovvio, e nei corridoi della diplomazia profonda si è sempre saputo che solo un leader forte, conoscitore delle dinamiche libiche, avrebbe potuto rimediare al collasso e alla guerra civile permanente. Col suo codazzo di funzionari e ufficiali nostalgici di Gheddafi, Haftar era l’unica garanzia contro le derive islamiste di una Libia impossibile da amministrare se non con carota e bastone (soprattutto bastone), proprio come avveniva ai tempi del Colonnello.</p>
<p>La grancassa del politicamente corretto però ha raccontato altro, nascondendo la verità insabbiata tra le dune libiche: la nostalgia pubblica per la Jamahiriyya sarebbe stata l’ammissione di un enorme fallimento politico e militare. Tutti lo pensano, ma nessuno lo dice.</p>
<p>La realtà è più semplice di quanto sembri e proprio per questo, attualmente difficile da gestire: l’intesa Al Sarraj-Haftar è saltata non perché Haftar è un traditore, come sostiene il governo di Tripoli gonfiato dall’Occidente; semplicemente non poteva dare sviluppi, essendo il primo troppo debole e il secondo troppo scomodo. L’Lna di Haftar ha ripreso la guerra, forte di questa consapevolezza.</p>
<p>Proprio su questo asse ruota la posizione della Francia, madrina della guerra in Libia e biologicamente convinta che l’Africa sia roba sua. Capofila della rivolta anti-Gheddafi prima e sostenitrice di Al Sarraj poi, ha finito in queste settimane per appoggiare militarmente, proprio Haftar. Incredibile ma vero!</p>
<p>Il salto della quaglia di Parigi è l’ennesima prova di una strategia pragmatica dei cugini d’oltralpe, impegnati da secoli a curare principalmente i fatti propri: dopo aver chiuso il conto col Colonnello e intaccato gli interessi italiani in Libia (a cui le pagliacciate di Gheddafi, in fondo, facevano comodo…), sta provando a intaccare anche quelli degli altri partner occidentali, affatto contenti delle scelte unilaterali francesi.</p>
<p>Tutto questo in barba all’Onu, alla Ue e alla Natodi cui Parigi è membro atipico (l’atlantismo lo ha riscoperto proprio Sarkozy nel 2009, dopo decenni di “fai da te”).</p>
<p>La posizione francese dovrebbe insegnare molte cose; soprattutto che in politica estera chi crede troppo negli altri, rimane prima o poi col cerino in mano. Gli italiani, cintura nera di autolesionismo, dovrebbero capirlo più di altri.</p>
<p>A questo proposito, rimane da considerare il contesto storico in cui il bel suol d’amore oggi torna a far parlare di sé. Per strane congiunture astrali, a ridosso delle elezioni europee più importanti di sempre, il dramma libico riesplode con fragore. La guerra civile, seppur con intensità diverse, in realtà non è mai cessata dal 2011 in poi, ma giusto in queste settimane la Libia è tornata su nove colonne. Scherzi del destino…</p>
<p>Nemmeno a dirlo, il tema mediatico più rimbalzato è il rischio migrazioni di massa. I media mainstream per anni hanno ignorato il traffico di schiavi organizzato sul territorio del non-Stato Libia; nessuno si è occupato delle tonnellate di armi provenienti dagli ex arsenali di Gheddafi trasferite nel Sahel per alimentare l’islamizzazione dell’Africa. Oggi però, improvvisamente si parla di Libia come Paese distrutto, di porti non sicuri, di istituzioni assenti… Si è tollerata Al Ansar al Sharia al potere a Tripoli, ma al “dittatore” Haftar non si fanno sconti.</p>
<p>La soluzione libica non sarà mai possibile se non si vuole davvero. Contrariamente ad altre aree di crisi ingarbugliate (su tutti l’Afghanistan, ma anche la Bosnia degli anni ‘90), la radicalizzazione etnico-religiosa lascia il posto ad alleanze di affari più vicine alla criminalità che alla politica. La situazione libica appare irrisolvibile innanzitutto perché a tutti (Italia esclusa) è finora convenuto così.</p>
<p>Importante però è dire il contrario. “Dovremo assorbire i profughi” diranno i giornali, da una terra che in realtà ne ha esportati pochissimi dal Dopoguerra in poi. La pressione sull’Italia aumenterà nei prossimi mesi e tutto è dovuto ad una guerra contraria ai nostri interessi, su cui qualcuno spera di speculare.</p>
<p>In Libia succedono cose. Gli addetti all’informazione ne raccontano altre. Sciacallaggio o propaganda deliberata? Poco importa; le elezioni sono alle porte.</p>
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		<title>Trump-Putin-Bolsonaro:  a qualcuno piace leader (e cristiano…)</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/trump-putin-bolsonaro-qualcuno-piace-leader-cristiano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Nov 2018 00:33:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Tre uomini alla ribalta per tre Paesi che insieme rappresentano quasi un terzo del Pil mondiale (dati Fmi), un ottavo della popolazione del pianeta e quasi il 10% delle terre emerse. In modo diverso e con contesti, esperienze, storie, pesi e ruoli diversi, i tre presidenti sono la sintesi di uno stato di cose da &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/trump-putin-bolsonaro-qualcuno-piace-leader-cristiano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/GETTY_20180716190819_26896361-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Tre uomini alla ribalta per tre Paesi che insieme rappresentano quasi un terzo del Pil mondiale (dati Fmi), un ottavo della popolazione del pianeta e quasi il 10% delle terre emerse. In modo diverso e con contesti, esperienze, storie, pesi e ruoli diversi, i tre presidenti sono la sintesi di uno stato di cose da cui è difficile prescindere.</p>
<p>I tratti comuni non sono pochi. <strong>Trump</strong>, <strong>Putin</strong> e <strong>Bolsonaro</strong> sono universalmente e semplificativamente riconosciuti come “uomini forti”, terminali di una concezione dirigistica della politica, a metà strada tra il tanto vilipeso autoritarismo e un’indefinibile democrazia plebiscitaria. Esponenti di una “destra comportamentale” lontana da ogni conformismo ideologico, tutti e tre rappresentano il concetto perfetto di leadership, orizzonte ideologico in cui la guida personale si antepone al partito che lo sostiene.</p>
<p>Se <strong>Russia Unita</strong> è nata nel 2001 col preciso scopo di sostenere la nascente stella di Vladimir Putin, il <strong>partito repubblicano americano</strong> è stato non di rado addirittura ostile a Donald Trump, asceso al soglio presidenziale con una corsa da outsider assoluto. Vale lo stesso per il Partito Social Liberale brasiliano, che nelle mani di Jair Bolsonaro, ha addirittura cambiato collocamento ideologico.</p>
<p>Siamo in una fase in cui i condottieri contano più delle ideologie? Sembra di sì e non sarebbe certo la prima volta nella Storia. Il Novecento è finito del resto e con esso tutte le contrapposizioni classiche e le etichette a cui siamo abituati. La stessa antitesi tra destra sociale e destra liberista (algoritmo spesso tosto da digerire sulla sponda materialista della politica), perde di senso laddove le visioni del mondo di un ex sovietico, di un ex produttore e di un ex paracadutista per molti aspetti coincidono.</p>

<p>Al di là dei partigianismi tradizionali, il nuovo scontro speculativo del pensiero politico sembra ormai riconoscibile nel dualismo <strong>globalismo-sovranismo</strong>; se nel primo fronte riescono per assurdo a confluire forze liberiste e liberaldemocratiche, progressiste e internazionaliste, nel secondo cesto trovano posto tutte le forme immaginabili di identitarismo, anche quelle che una volta si contrapponevano.</p>
<p>Non a caso, su questo filo, Trump, Putin e Bolsonaro si ritrovano perfettamente allineati. Il secondo tratto comune ai tre presidenti mette in risalto proprio questo aspetto. L’odio viscerale che il mainstream politico, finanziario, culturale e mediatico continua a nutrire e ad alimentare verso Trump, Putin e la new entry Bolsonaro, altro non è che il risvolto di un dominio globalista che pervade da un ventennio tutti i settori strategici della nostra società.</p>
<p><a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/conflitti-non-dimenticare/" rel="attachment wp-att-61452"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-61452" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2018/11/strip_articolo_occhi.jpg" alt="strip_articolo_occhi" /></a>Bolsonaro</p>
<p>Se consideriamo l’enorme consenso interno ed esterno mobilitato dai tre leader, offuscato a stento dai media mondialisti, ci rendiamo conto di quanto la partita si giochi tutta intorno ad un’enorme spaccatura: da una parte le masse in cerca di una rappresentanza quanto più diretta possibile; dall’altra, poteri consolidati legati a lobbies e gruppi d’influenza spesso osmotici con organismi sovranazionali.</p>

<p>La frattura ideale fra popoli ed élite non è una novità. Flussi e riflussi storici hanno sempre garantito alternanza fra reazione e rivoluzione, nelle più strampalate forme in cui possono manifestarsi. Con ogni probabilità il nuovo trend nazional-populist-indentitar-sovranista, indiscutibilmente vincente a tutte le latitudini, sintetizza quindi l’inizio di una fase precisa e ben configurabile sotto il profilo sociologico e politico.</p>
<p>Dopo quasi un ventennio di globalismo andante, alimentato da “volemose bene” salottieri e buoni propositi radical, sembra quasi tautologico pensare che la matrice liberal abbia perso slancio, a fronte di tematiche popolari rimaste irrisolte, per ironia proprio su scala globale. Particolare attenzione va riposta ai modi peculiari in cui la rivincita sovranista spesso si manifesta. Proprio in considerazione dei tre presidenti, è curioso notare come siano platealmente esposti su temi sociali intrecciati con la religione e che facciano della fede cristiana un evidente punto di riconoscimento.</p>
<p>Seppur con sfumature e sostanze differenti (Trump è protestante presbiteriano, Putin ortodosso, Bolsonaro un mix fra cattolico ed evangelico), l’identità cristiana sembra uscita dall&#8217;oblio forzato a cui il secolarismo ideologico l’aveva destinata negli ultimi decenni. Almeno a livello di statisti. Ben oltre il senso spirituale, la “cristianità politica” raccoglie intorno a sé l’enorme potenziale residuale rappresentato dalla gente comune. Lontani dalla retorica laicista delle élite progressiste, i valori cristiani hanno finito per aiutare la rincorsa di masse remote troppo a lungo rimaste senza voce e ora alla ricerca di una rivalsa sociale, politica e identitaria.</p>
<p>In questo senso, la religione è sempre stato un catalizzatore potentissimo e l’America, la Russia e il Brasile profondi non fanno eccezione. Trump che tuona contro il pericolo islamico; Putin vicino al patriarca di Mosca che benedice la parata del 9 maggio; Bolsonaro che parla nel nome di Dio: sono tutti aspetti di un passaggio epocale che sancisce la fine del “secolarismo per default”. Piuttosto che etichettare questi segnali come retaggio di un mondo morente o peggio ancora come rantoli di un non meglio precisato neofascismo, sarebbe forse meglio iniziarli a pensare come sintomo di un cambio di equilibri. Soprattutto quando a porli in essere, sono i cosiddetti leader populisti. Trump, Putin e Bolsonaro sono uomini diversi espressioni di realtà diverse ma figure dominanti di geometrie molto simili. Il cesarismo è tornato. Chi lo legge come una risposta, lo può cavalcare. Chi lo vede come una patologia è destinato solo a subirlo.</p>

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		<title>L&#8217;importanza della Nato dietro il caos politico in Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/crisi-istituzionale-in-italia-dietro-la-decisione-di-mattarella-ce-anche-la-nato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2018 15:54:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[nato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1007" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374-768x516.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374-1024x687.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Molto si è dibattuto in questi giorni circa il potere del presidente della Repubblica di rifiutare o meno la nomina di un ministro indicato dall’incaricato premier. Molto si è discusso, cercando spesso di trovare risposte chiare laddove la stessa Costituzione lascia margini interpretativi, rimettendo la sostanza alla prassi istituzionale. Sarebbe più utile concentrarsi non tanto sui &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/crisi-istituzionale-in-italia-dietro-la-decisione-di-mattarella-ce-anche-la-nato.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1007" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374-768x516.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/05/LAPRESSE_20180602142853_26543374-1024x687.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Molto si è dibattuto in questi giorni circa il potere del presidente della Repubblica di rifiutare o meno la nomina di un ministro indicato dall’incaricato premier. Molto si è discusso, cercando spesso di trovare risposte chiare laddove la stessa <strong>Costituzione</strong> lascia margini interpretativi, rimettendo la sostanza alla prassi istituzionale.</p>
<p>Sarebbe più utile concentrarsi non tanto sui meccanismi costituzionali, quanto piuttosto sulle <strong>motivazioni</strong> che spingono un Capo dello Stato ad agire in un senso o nell’altro. In altri termini: non dovremmo ragionare sulla costituzionalità di un rifiuto (probabilmente legittimo) quanto sulla costituzionalità delle ragioni che hanno contribuito a configurarlo.</p>
<p>Sotto questo profilo le cose sono più chiare. Il presidente Mattarella, nella cornice delle spiegazioni che hanno accompagnato l’opposizione alla nomina del professor Savona, ha perorato la causa dell’<strong>Unione europea</strong> e dell’<strong>euro</strong>, compiendo un atto sostanzialmente politico.</p>
<p>Se è vero che il nostro ordinamento giuridico è sottoposto a quello europeo nei casi di competenza normativa esclusiva di Bruxelles (e di fatto anche in caso di competenza concorrente), è altrettanto vero che nella nostra carta costituzionale non esistono riferimenti alla necessità dell’appartenenza all’Unione, né tantomeno alla moneta unica. Le due rispettive adesioni sono atti politici configurati per azione legislativa ed esecutiva, dagli organi titolari di queste potestà. L&#8217;idea di uno stop ad un’eventuale revisione dei riferimenti costituzionali sarebbe priva di senso, in quanto la nostra carta suprema prevede l’impossibilità di un’autoriforma solo in casi molto specifici (in pratica i principi fondamentali e il superamento della forma repubblicana).</p>
<p>Che l’Italia appartenga all’area euro o addirittura all’Unione europea non è una prescrizione medica, né un dogma liturgico. Può essere al massimo uno stato di cose o un vincolo storico accettato con buon senso perché conveniente.</p>
<p>A prescindere dalle posizioni di ciascuno sul tema e dalle opportunità delle scelte relative, esistono dei riferimenti legislativi che declassano ogni cessione di sovranità (ex art. 11 della Costituzione) a condizioni comunque passibili di modifiche. Basta su tutti citare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea (ex Trattato di Maastricht novellato dal Trattato di Lisbona nel 2007) che introduce per la prima volta nella storia comunitaria la possibilità di recedere dall’Unione, senza nemmeno l’obbligo della motivazione.</p>
<p>I britannici non se lo sono fatto ripetere due volte e con <strong>Brexit</strong> hanno dimostrato che le strade dell’Unione non sono convergenti per diritto naturale, ma solo per scelta. Esiste in sostanza una questione di diritto che fa da sfondo a ogni discorso sul merito: giusto o sbagliato che sia, almeno in teoria, da Bruxelles si possono prendere le distanze.</p>
<p>L’eventuale scelta, fosse pure suicida, di voler cambiare rotta rispetto alla progressiva integrazione europea, può essere prerogativa assoluta solo della volontà popolare, che attraverso gli iter istituzionali previsti, si sintetizza di volta in volta in espressione politica.</p>
<p>Detto in breve, se per assurdo la maggioranza degli italiani manifestasse il desiderio di rompere con l’Unione europea, non ci sarebbe la tanto famosa trippa per gatti, laddove la trippa sarebbero le scuse politiche e i gatti, i poteri consolidati.</p>

<p>Se accettiamo invece l’idea che in democrazia ci sia spazio per delle <strong>élite</strong> in grado di opporsi a maggioranze definite perché più lungimiranti, allora il discorso cambia.</p>
<p>Chiunque prenda posizione circa l’immodificabilità delle scelte europeiste di Roma, lo fa sempre e comunque a titolo politico; dal punto di vista giuridico sostiene una sua idea, che in generale ognuno di noi è libero di condividere o meno. Del resto il principio  <em>lex posterior abrogat legi priori  </em>non avrebbe senso se tutto ciò che è stato deciso in passato dovesse rimanere tale per sempre.</p>
<p>Mattarella di fatto, perorando la causa europeista, è entrato nel merito di una scelta che ha una precisa cornice politica e che non deve e non può essere imposta da chi, in quanto organo costituzionale super partes, è obbligato a non scendere nel merito delle posizioni. Per quanto opportuna possa essere l’idea di essere parte dell’attuale famiglia europea, rimane sempre una scelta libera e non un principio sacro e inalienabile.</p>
<p>In altri termini l’intervento del Quirinale a giustificazione del rifiuto del professor Savona rientra nei non-poteri presidenziali di valutazione di una linea politica, fatto di una certa e innegabile originalità.</p>
<p>L’esistenza o meno degli estremi giuridici per la configurazione dei reati di attentato alla Costituzione o alto tradimento, li lasciamo ai costituzionalisti.</p>
<p>Quale che sia il nostro prossimo futuro, è bene riflettere sulle ragioni che hanno spinto il Colle ad opporsi ad un esecutivo, sulla base di una presunta inaffidabilità politica.</p>
<p>Non bastano quelle meramente economiche e finanziarie, legate alle lobbies e ai pregiudizi di sovranità determinati da Commissione europea, Parlamento e Consiglio. Va ricordato che oltre alla rappresentanza politica senza vincolo di mandato (i parlamentari europei italiani) l’Italia è presente in Europa con soggetti espressione delle volontà del governo. È il caso dei membri del Consiglio, uno dei due organi legislativi dell’Unione, che nelle sue formazioni, esprime di volta in volta attraverso i ministri competenti, la volontà diretta dei singoli esecutivi. Le stesse linee di indirizzo politico, messe in atto dal Consiglio europeo, sono frutto di scelte perfezionate dai suoi componenti, cioè capi di Stato o capi di governo.</p>
<p>In pratica, ci si può opporre quanto si vuole a linee cosiddette populiste, ma se in seno agli organi decisionali europei si sviluppano maggioranze scettiche, <strong>l’Unione è destinata a cambiare da dentro</strong>, in barba a qualunque alzata di scudi. Per estensione, se in Parlamento e in Consiglio (i due organi legislativi) cambia il vento, questo può dipendere solo dalla volontà degli elettorati dei singoli Stati membri.</p>
<p>È evidente che il cambio di linea politica di un Paese portante come l’Italia, terrorizza molti. Proprio per quanto detto sopra, non basterebbe però da sola Bruxelles a obbligare Roma a rimanere al chiodo per sempre. I meccanismi decisionali europei non sono blindati e i fondamenti istituzionali, non essendoci una Costituzione europea, sono contenuti nei Trattati (Tfue e Tue) riformati a Lisbona, sempre passibili di modifiche.</p>

<p>Il concetto di fondo è che la cosiddetta stabilità dell’Unione europea più che funzionale a se stessa, è funzionale ad altri equilibri, probabilmente più grandi ed essenzialmente geopolitici. Questa Europa, debole, disunita, priva di una politica estera comune e concreta aiuta le logiche strategiche innanzitutto dell’<strong>Alleanza Atlantica</strong>, cartello politico nato prima del Trattato di Roma e ormai arrivata ad una quasi sovrapposizione territoriale (limitatamente al territorio europeo) con l’Unione.</p>
<p>Non sembra azzardato sostenere che il presidente Mattarella, col suo discorso sulla necessità dell’Unione, si sia fatto portavoce di equilibri che non conviene cambiare.</p>
<p>Non sembra un caso che dietro i tentativi di configurare un governo politico di Roma, tutto si giochi sulla presenza o meno di figure tranquillizzanti dal punto di vista Nato.</p>
<p>All’Italia, prima ancora che non essere permesso di deviare dal suo destino europeo, sembra non sia possibile deviare dal suo passato atlantico.</p>
<p>Da più parti si dice che se la spallata all’Unione arriverà, arriverà dall’Italia. Come terza economia europea, come Paese fondatore, come terzo Paese per numero di abitanti e membri del Parlamento di Strasburgo, è anche l’unico ad avere una legge elettorale che consente pastrocchi, quindi strutturalmente più fragile.</p>
<p>Altrove non è così. Tanto per fare un esempio, le apprensioni europeiste per le presidenziali francesi del 2017 erano solo teoriche, visto l’argine del maggioritario puro che non consente rappresentanze politiche importanti a partiti sovranisti d’oltralpe.</p>
<p>L’Italia in sé, per la sua posizione geografica e per la sua funzione strategica, è una pedina nello scacchiere atlantico che non può permettersi tentennamenti o derive incontrollate. La nascita di un governo Lega-5 stelle in questo senso sarebbe un allarme sicuramente per Bruxelles capitale d’Europa, ma soprattutto per <strong>Bruxelles</strong>, sede della Nato.</p>
<p>Il peso dell’Italia in questo senso è unico. Per Washington la fedeltà assoluta di Roma ha un’importanza determinante, maggiore, se possibile anche di quella di Parigi. Gli Usa gestirono la fuga di de Gaulle dalla Nato, ma degli spazi fisici italiani hanno necessità preminente. Gli americani non hanno bisogno di altre forze, ma di altre <strong>basi</strong>. Questo fa dell’Italia un Paese più utile della stessa potenza nucleare Francia.</p>
<p><strong>Siamo una portaerei naturale nel Mediterraneo</strong>. I vincoli e le attenzioni che ci vengono imposte vanno al di là del nostri futuro europeo. Dietro ogni mossa di alta politica sembra impossibile dimenticare questo assioma. Nessuno meglio di noi, può fare gli interessi degli altri.</p>

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		<title>Missili intelligenti e politici miopi  La primavera porta armi chimiche</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/missili-intelligenti-e-politici-stupidi-la-primavera-a-quanto-pare-porta-sempre-armi-chimiche.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 08:55:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="823" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276-300x165.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276-768x421.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276-1024x562.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>A ciascuno il suo, diceva Sciascia. Maggio è il mese delle rose, novembre il mese delle olive… aprile deve essere quello delle armi chimiche. È un’antica tradizione: la primavera è il periodo migliore per attaccare i dittatori, soprattutto quelli che potrebbero avere nel cassetto armi di distruzione di massa. È stato così per Saddam nel &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/missili-intelligenti-e-politici-stupidi-la-primavera-a-quanto-pare-porta-sempre-armi-chimiche.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="823" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276-300x165.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276-768x421.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/LAPRESSE_20180414170452_26176276-1024x562.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>A ciascuno il suo, diceva Sciascia. Maggio è il mese delle rose, novembre il mese delle olive… aprile deve essere quello delle armi chimiche. È un’antica tradizione: la primavera è il periodo migliore per attaccare i dittatori, soprattutto quelli che potrebbero avere nel cassetto armi di distruzione di massa.</p>
<p>È stato così per Saddam nel 2003, per Gheddafi nel 2011; come potrebbe sottrarsi il dottor <strong>Assad</strong>? Nell’aprile del 2013, fu Obama a far la voce grossa; nello stesso mese del 2017 ci pensò Trump e i missili stavolta arrivarono per davvero. Qualche decina di <strong>Tomahawk</strong> caddero (male) sulla base aerea siriana di Al Sharyat, facendo pochi danni ma tanto rumore politico.</p>
<p>In quell’occasione si parlò di grave azzardo Usa, ma voci più acute fecero presente che in realtà l’attacco di Trump serviva al Presidente per smarcarsi dal <em>Russiagate</em>, spina pericolosa del proprio fronte interno. Con tutta evidenza, alzare i toni in Siria senza produrre effetti reali, serviva a prendere apparenti distanze da Mosca e zittire tante voci domestiche maliziose.</p>
<p>A forza di smarcarsi dai russi però, nel giro di un anno, Trump è senza dubbio riuscito a tranquillizzare i suoi, ma anche a trasformare la geopolitica in una grande partita di bingo: intanto tiriamo, poi vediamo che succede.</p>
<p>Sulle scelte di Trump ha indubbiamente grande peso il cosiddetto Deep State, quel labirinto oscuro che unisce i liberal Dem alla vecchia guardia repubblicana in un idillio connesso alle lobbies di potere della politica Usa. I primi, alla continua ricerca di cause nobili dietro cui nascondersi; i secondi, convinti che John Wayne sia ancora vivo e soprattutto che Breznev non sia mai morto.</p>
<p>Il Novecento è finito da quasi venti anni; la Guerra fredda da quasi trenta, ma gli interessi sono lenti a cambiare e quando si tratta di Stati Uniti, si sa, ci vuole flessibilità e una buona dose di pazienza.</p>
<p>Come si diceva in testa, aprile è un mese di primavera, e per tradizione porta con sé le armi chimiche. A Damasco è diventata un’abitudine a cui nessuno sembra voler più rinunciare: con la bella stagione, quando si sta per vincere una battaglia decisiva, allora si decide di rovinare tutto, massacrando civili senza motivo col gas nervino. Farsi incolpare di crimini contro l’umanità giusto quando non serve, deve essere una prerogativa dei siriani. Era successo nell’imminenza della riconquista di Aleppo, dopo la liberazione di Palmira e subito prima dell’offensiva per riprendere Deir Ezzor.</p>

<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;892&#8243; gal_title=&#8221;SIRIA, ATTACCO DEL 15 APRILE&#8221;]</p>
<p>La verità a cui dobbiamo credere a quanto pare è una sola: ad aprile ai siriani non riescono a frenare l’impulso di usare le armi chimiche, soprattutto se la cosa va contro i loro interessi. In fondo, Bashar al Assad è nato l’11 settembre: qualche legame con i genocidi dovrà pur esserci…</p>
<p>Va detto che per aiutare Damasco in questo gioco masochista, c’è anche la fondamentale collaborazione dei media, notoriamente obiettivi sulla guerra in Siria.</p>
<p>Il punto di partenza sono le fonti locali, soprattutto quelle che per questioni di eleganza non forniscono mai prove ma puntano tutto su simpatia e fiducia. Nella Siria del nord in particolare, si fa riferimento a due colossi dell’informazione indipendente: i <strong>Caschi Bianchi</strong> e l’<strong>Osservatorio siriano per i Diritti Umani</strong>.</p>
<p>Basta una breve ricerca su internet, per capire su quali dati oggettivi si fondino le attuali strategie mediorientali di Usa, Gran Bretagna e Francia.</p>
<p>Difficile dire se il grande Truman Show a cui stiamo assistendo, sia più comico o drammatico. Fatto è che le scelte di questi giorni, possono incidere sulla vita di miliardi di persone…</p>
<p>La riflessione è obbligatoria, perché se le regole d’ingaggio non cambiano, cambiano viceversa gli scenari su cui esse vanno ad operare.</p>

<p>In altri termini, la situazione in Siria di oggi è diversa da quella di inizi 2017. Assad ha sostanzialmente vinto la guerra e l’asse politico fra Russia, Iran e Turchia è un dato di fatto. Per quanto contingente e strumentale, il fronte tra Mosca, Teheran e Ankara, alla luce della situazione in Iraq e Libano, sintetizza una pesante sconfitta strategica del fronte atlantista in Medio Oriente. Uno stato dell’arte che riguarda scelte ed errori di almeno un ventennio.</p>
<p>A questo proposito val bene fare una precisazione. L’attuale amministrazione Trump, per quanto ondivaga e connotata da istinti geopolitici adolescenziali, eredita comunque un teatro operativo molto delicato. Che gli Usa tentino di tenere in vita la fiammella dei propri interessi, abborracciando strategie con Israele e Arabia Saudita, è comprensibile. Washington rischia di veder ridotta sensibilmente la propria influenza in Medio Oriente e istericamente cerca di far valere il ruolo unilaterale di superpotenza.</p>
<p>Molto meno comprensibile è il ruolo di alcuni governi europei, che generano indirizzi politici sempre più distanti dai sentimenti delle masse, espressi in modo chiaro nei periodici appuntamenti elettorali.</p>
<p>In particolare si nota il ruolo di Parigi, dove l’atlantismo che si credeva sepolto con Sarkozy, sembra tornato in voga, con buona pace di De Gaulle ormai stanco perfino di capovolgersi nella tomba.</p>
<p>Col suo stile renziano a cavallo fra buonismo liberal e alta finanza e con la consapevolezza di essere nato in laboratorio per arginare le cosiddette derive populiste, Macron finge di non sapere una cosa: sta dando la caccia al cattivo sbagliato.</p>
<p><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/perche-terrorismo-islamico-si-accanisce-la-francia/">La Francia è bersaglio del terrorismo islamista da anni.</a> Una fervida collaborazione con Damasco aveva permesso negli anni la creazione di un filtro di intelligence importante. La frenesia atlantista ha invece finito col logorare in soli dieci anni un legame storico fra Francia e Siria, patrimonio utile per tutta l’Europa.</p>
<p>Prendersela con Assad per inesistenti armi chimiche, quando la Francia è ostaggio di una rete jihadista sunnita ormai connessa col suo tessuto sociale, appare ridicolo. Le attuali strategie occidentali in Siria lasciano profondamenti perplessi: non tanto perché non ci sono, quanto perché sembrano incredibilmente stupide.</p>

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		<title>Perché il terrorismo islamico si accanisce con la Francia?</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/perche-terrorismo-islamico-si-accanisce-la-francia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Apr 2018 10:57:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Si riprende a parlare di terrorismo internazionale e jihad. In Italia notizie di arresti e indagini si riprendono i titoli dei giornali, in attesa di quell’effetto fisarmonica che presto o tardi rimetterà in un angolo la paura quotidiana. Nonostante il turn over fra angoscia e menefreghismo, una finestra sugli errori commessi negli ultimi anni sembra &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/perche-terrorismo-islamico-si-accanisce-la-francia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="998" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/09/LAPRESSE_20170831232317_24151155-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Si riprende a parlare di terrorismo internazionale e jihad. In Italia notizie di arresti e indagini si riprendono i titoli dei giornali, in attesa di quell’effetto fisarmonica che presto o tardi rimetterà in un angolo la paura quotidiana.</p>
<p>Nonostante il <em>turn over</em> fra angoscia e menefreghismo, una finestra sugli errori commessi negli ultimi anni sembra comunque aperta. La società civile prende coscienza di uno stato di cose ritenuto intollerabile secondo i semplici canoni del buon senso.</p>
<p>È un passo in avanti fatto da tutta l’Europa, cuore di quella civiltà occidentale oltraggiata oltre misura da una patologia forse ancora curabile: la vocazione al suicidio.</p>
<p>Tra tutti i Paesi della famiglia europea colpiti dal terrore e sfiorati dalla consapevolezza, uno più di tutti sembra però ritagliarsi uno spazio speciale: la Francia.</p>
<p>La sequenza di morte che ha colpito il Paese negli ultimi anni è impressionante. Tolosa, Parigi, Nizza, Rouen, Marsiglia… centinaia di morti in attacchi deliberati che si sommano a decine di altri sventati per caso.</p>
<p>L’ultimo della serie è quello di Trebes, che in realtà rimbalza alle cronache per il gesto eroico del gendarme Arnaud Beltrame più che per il fatto in sé.</p>
<p>La domanda a questo punto, sorge spontanea. Benché il terrorismo islamico abbia colpito in quasi tutto l’Occidente, perché tanto odio si è concentrato soprattutto contro la Francia?</p>
<p>Con buona certezza, la società francese offre un ottimo esempio di quella tipica contaminazione occidentale fatta di vecchi retaggi ideologici e presunti progressi sociali, ad oggi diventati la culla ideale di un senso di colpa universale. Viviamo in una società in cui il “ben ci sta” fa parte della cultura popolare condivisa, quasi che l&#8217;<em>homo occidentalis </em>sia la causa di ogni male ed efferatezza compiuta sul pianeta Terra e debba finirne sempre e comunque per farne le spese.</p>
<p>Nessuno meglio della Francia, Paese coloniale, antipatico e imperialista per antonomasia, incarna questo stereotipo di vittima della nemesi storica. Tanto per intenderci, esiste un sentimento popolare latente secondo cui per ogni attentato subito, in fondo c’è una colpa da scontare a favore di un generico Terzo Mondo.</p>

<p>Per capire il grado di alienazione che stiamo vivendo, <a href="http://www.corriere.it/cronache/18_marzo_30/macellaio-ucciso-nell-attentato-trebes-zero-compassione-condannata-vegana-francia-61c966ce-33e1-11e8-a1e2-51062e133ddb.shtml">basta pensare alla donna vegana che inneggia all’uccisione del macellaio del supermercato di Trebes per mano del terrorista islamico Lakdim</a>.</p>
<p>Viene da pensare che non ci sia bisogno dell’integralismo jihadista per spazzare via la nostra civiltà…</p>
<p>Quanto detto però giustificherebbe il perché la guerra al terrorismo e ai fenomeni ad esso correlati (immigrazione incontrollata su tutti) vengano trattati con estrema cautela dagli addetti ai lavori, quasi che la sensibilità buonaiola collettiva sia più importante della soluzione del problema stesso.</p>
<p>In sostanza, il quesito principale rimane: perché il terrorismo colpisce soprattutto Parigi?</p>
<p>Le ragioni sono diverse.</p>
<p>In primis, la Francia è il Paese che meglio di altri simboleggia il naufragio della società multiculturale. A partire dagli anni ’60, il definitivo tramonto dell’<em>empire</em> ha comportato l’assorbimento di milioni di cittadini, futuri francesi per lingua e domicilio, ma mai integrati in un tessuto sociale a cui sono sempre stati sostanzialmente alieni.</p>
<p>I veri rigurgiti non sono arrivati tanto dall’Indocina, quanto dall’Africa, in particolare dal Maghreb. Già negli anni ’90 con gli attentati del <em>Groupe Islamique Armé</em>, Parigi aveva assaggiato la scia sanguinosa di un fenomeno enorme sviluppato in tempi molto rapidi. Ora che i numeri demografici e i rapporti fra <em>banlieu</em> e borghesia sono cambiati, aumentano le rogne.</p>
<p>Questo primo aspetto accomuna la Francia al Regno Unito, suo alter ego nella corsa al dominio del mondo degli ultimi tre secoli. Unica differenza è che i pericoli <em>brit</em> non vengono solo dal mondo arabo ma anche da quello asiatico. Se Parigi fa i conti coi sussulti maghrebini, Londra deve tenere a bada la quinta colonna del subcontinente indiano.</p>
<p>Rispetto alla Gran Bretagna, la Francia ha però una particolarità che la rende più fragile, resa ancora più evidente da Brexit.</p>

<p>Parigi oltre ad essere un’ex potenza coloniale, è il cuore geografico di un continente che ha deciso di rimodellare i criteri di libertà, secondo principi non sempre chiarissimi.</p>
<p>Parlare di sicurezza in un’Europa dove entrare e uscire da un Paese è più facile che farlo da un supermercato (quello di Trebes compreso…), fa semplicemente ridere. Prima ancora che un problema d’identità (chi e dove siamo), è uno spunto pratico.</p>
<p>La Francia rappresenta la sintesi massima di quanto è diventata oggi l’Europa: una foglia staccata dal ramo, in balia di qualunque brezza. Essere un ex impero coloniale che ospita almeno due generazioni di non-integrati su un territorio posto al centro di una terra di nessuno, rende le attuali contromisure sull’antiterrorismo un semplice palliativo.</p>
<p>In Europa forse solo il Belgio può vantare una situazione tanto delicata.</p>
<p>Ultimo fattore che fa della Francia il bersaglio preferito dell’odio islamista è probabilmente il peso politico di Parigi.</p>
<p>Se finora abbiamo accennato alle criticità interne che espongono i cugini, è anche vero che il protagonismo francese in giro per il mondo alimenta i contraccolpi antioccidentali più che mai sul suolo d’oltralpe.</p>
<p>Per quanto ridimensionata come potenza geopolitica, la Francia è ancora molto presente nelle aree di cui un tempo era padrona. In particolar modo va annotata la presenza economica, politica e militare di Parigi proprio in quelle regioni di maggiore crescita islamista, su tutti l’Africa subsahariana.</p>
<p>Le attività nel Sahel, fanno della Francia ancora il simbolo di un colonialismo mai seppellito nella retorica antioccidentale, a cui il proselitismo integralista attinge a pieni mani.</p>
<p>Che sia in Medio Oriente, nel Sahel o nell’Africa Equatoriale, Parigi ancora oggi tutela i suoi interessi senza mezze misure, a dimostrazione che se l’<em>empire</em> non c’è più, il senso di <em>grandeur</em> tra gli alti ranghi della politica e della diplomazia francese è tutt’altro che finito. Secondo la logica islamista cresciuta intorno al risentimento antioccidentale, non ci può essere nemico più grande.</p>

<p>Esiste un’alternativa a tutto questo? il dilemma è davvero <em>“retrocedere su tutta la linea o essere inesorabilmente colpiti”</em>?</p>
<p>Gli attentati in Francia degli ultimi anni forse ci offrono questa opportunità: capire se sia possibile un futuro di pace e rispetto universale senza per forza rinunciare alla propria identità, alla propria cultura e alla propria storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/perche-terrorismo-islamico-si-accanisce-la-francia.html">Perché il terrorismo islamico si accanisce con la Francia?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La vittoria di Putin in Siria  non è (solo) militare ma politica</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/putin-la-vittoria-siria-non-militare-politica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 08:27:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1-300x185.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1-768x474.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1-1024x631.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>In Siria si continua a combattere. La guerra generale su tutti i fronti ha lasciato il posto ad una di profilo minore, risaltata dai media solo nelle aree ritenute di maggior interesse per l’opinione pubblica occidentale. Com’è facile intendere, sono due i quadranti dove si concentra quel poco di attenzione mediatica che la Siria riesce &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/putin-la-vittoria-siria-non-militare-politica.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1-300x185.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1-768x474.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/OLYCOM_20171229005113_25370839-1-1024x631.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>In Siria si continua a combattere. La guerra generale su tutti i fronti ha lasciato il posto ad una di profilo minore, risaltata dai media solo nelle aree ritenute di maggior interesse per l’opinione pubblica occidentale.</p>
<p>Com’è facile intendere, sono due i quadranti dove si concentra quel poco di attenzione mediatica che la Siria riesce ancora a strappare: la regione del Ghouta, a ridosso di Damasco; il distretto di Afrin, nel nord del Paese.</p>
<p>In entrambi i casi ciò che avverrà nelle prossime settimane, sarà contrario a quanto auspicato dai promotori della guerra civile siriana.</p>
<p>L’esercito siriano riprenderà il controllo delle aree a est di Damasco e come sostiene il giornale arabo <em>Almasdar</em>, <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.almasdarnews.com/article/first-batch-of-ahrar-al-sham-militants-to-leave-east-ghouta-today/">eliminerà dai territori intorno alla capitale gli islamisti salafiti sostenuti dall’Arabia Saudita.</a></p>
<p>Le truppe di Erdogan e i loro alleati d’altro canto, continueranno a neutralizzare la presenza curda nei distretti a nord di Aleppo, minacciando il ritorno della regione sotto la storica influenza di Ankara ma soprattutto esacerbando ulteriormente i rapporti già compromessi fra Turchia e Stati Uniti.</p>
<p>L’informazione in guerra s’intreccia con la propaganda, si sa. È molto difficile distinguere e dare il giusto peso a quanto si rileva dai fronti. Che le cose siano andate male per Washington e per gli alleati che avevano sostenuto la cosiddetta “primavera siriana” è però un dato di fatto, ormai universalmente riconosciuto.</p>
<p>Certamente la Siria non tornerà come quella antecedente al 2011. Intere aree del Paese, benché poco rilevanti dal punto di vista demografico ed economico, rimarranno controllate da forze ostili a Damasco. In sostanza parliamo di quattro grandi settori:</p>
<p>l’area a est dell’Eufrate, in mano a miliziani arabo-curdi appoggiate dagli USA;l’area di Daraa a ridosso del Golan, controllata da ribelli e dalla longa manus di Israele;il distretto di Idlib a nord, ricettacolo di islamisti di varia origine espulsi dalle altre regioni del Paese in base ad accordi di resa col governo;l’area a nord di Aleppo, dove la Turchia incassa gli interessi di una esposizione molto rischiosa nella crisi siriana (vedi altro articolo turchia), ma alla fine vincente.</p>
<p>Quel che vale però, è che il grosso della Siria è rimasto compatto e sotto il controllo dell’ex morituro governo di Assad. Benché lungi dall’essere normalizzata, pacificata e soprattutto ricostruita, il Paese arabo ricomincia ad essere riconoscibile come entità statuale a cospetto di conclamati obiettivi di disgregazione.</p>

<p>L’intangibilità dell’unità siriana sotto il profilo innanzitutto giuridico (uno Stato, un governo, un territorio) <a href="http://www.presstv.com/Detail/2017/07/08/527855/Russia-Putin-US-Trump-Syria-YPG-Turkey-Assad-deescalation-zones"><strong>è stato un punto fisso della strategia Putin,</strong></a> fin dal primo momento in cui la Russia ha deciso di essere coinvolta direttamente nella guerra.</p>
<p>Sugli esiti della guerra conseguenti all’intervento russo, si è parlato a lungo su queste pagine. Altrettanto si è detto sulle motivazioni strategiche che hanno spinto Mosca a intraprendere un percorso tutt’altro che agevole e privo di costi.</p>
<p>Nonostante il conflitto sia ancora in corso, alla luce di quanto accennato, possiamo considerare gli effetti diretti nell’immediato dopoguerra del coinvolgimento russo, sotto due aspetti:</p>
<p>uno militare;uno politico o più propriamente geopolitico.</p>
<p>Sotto un’ottica militare è innegabile che il credito illimitato che Mosca vanta a Damasco comporti degli immediati riflessi di natura strategica.</p>
<p>Secondo una prima lettura, Mosca potrà vantare nei prossimi anni un accesso diretto alla costa orientale del Mediterraneo facendo delle basi di Khmeimim e Tartus due avamposti di enorme importanza per assicurare la presenza al di sotto del Bosforo. La base navale di Tartus in particolare rimarrà per mezzo secolo a disposizione della Marina russa, con lavori di ampliamento previsti per aumentare a 11 le navi d’altura ormeggiabili. Dall’estate 2017 non è segreta nemmeno la costruzione di <a href="https://www.neweurope.eu/article/russia-builds-third-military-base-syria/">una terza poderosa base a Khirbet Raes al Waer,</a> distante meno di un’ora di auto da Damasco e soprattutto non lontana dal confine con Israele e la Giordania.</p>
<p>Sotto un’ottica militare, il potenziale russo in Medio Oriente aumenta dunque sensibilmente e in apparenza si traduce in un gioco di equilibri con l’Occidente di portata simile a quello dei tempi della Guerra fredda.</p>
<p>In realtà il vero risultato conseguito da Mosca è politico e va ben al di là della “conquista” di una semplice tessera in un mosaico caldo come quello mediorientale. Questa chiave di lettura poteva rispondere alla logica dello scontro globale USA-URSS, ma mal si adatta agli scenari attuali.</p>
<p>Mosca non vuole tornare ad incarnare il ruolo di potenza mondiale essenzialmente per due motivi:</p>
<p>la Russia non può permettersi di ripetere gli errori dell’Unione Sovietica, implosa proprio per la corsa in avanti con gli Stati Uniti. È essenzialmente un discorso di natura economica e finanziaria.Nel XXI° secolo gli equilibri globali devono tener conto delle nuove potenze regionali e non sembra esserci più molto spazio per sistemi di potere planetario unipolari o bipolari.</p>
<p>La corsa all’accaparramento di spazi vitali è un’impostazione geopolitica da potenza coloniale dell’800 e da superpotenza del ‘900, entrambe sepolte dalla storia; Putin lo sa benissimo.</p>
<p>Sebbene siano innegabili i vantaggi strategici derivati dal mantenimento di Assad a Damasco, la Russia con ogni probabilità giocherà in difesa in una logica di sopravvivenza, senza mire espansionistiche legate alla presenza militare diretta.</p>
<p>La “conquista della Siria” ha viceversa un enorme significato politico.</p>
<p>La Russia di Putin è ad oggi l’unico garante per Israele, capace di mediare grazie alle ottime relazioni con l’Iran e indirettamente con le milizie sue aventi causa.</p>
<p>L’irrigidimento verso Teheran deciso da Trump, utile al presidente USA sul delicatissimo fronte della politica interna, chiude di fatto ogni possibilità di fare degli ayatollah degli interlocutori riconoscibili. Questo potenziale aumenta in considerazione dei rapporti con la Turchia di Erdogan, “scippata” all’Occidente e ad Israele.</p>
<p>La crisi siriana si è risolta ad Astana e non a Ginevra. Niente più di questo dimostra quanto l’asse strumentale Turchia-Iran-Russia possa in questo momento dare carte in Medio Oriente con maggiore autorevolezza di qualunque altro cartello politico-diplomatico.</p>
<p>Le comprensibili rigidità di Israele nei confronti dell’Iran, non godono più di un contrappeso politico adeguato. America ed Europa hanno perso peso in Medio Oriente in virtù dei cambiamenti politici In Iraq e Libano, e del perdurare del potere alawita in Siria. In questo senso, l’allontanamento di Ankara da Washington e Bruxelles va considerato come una vera e propria débacle politica per l’Occidente che consegna <em>de facto</em> a Mosca il ruolo di mediatore universale per gli affari del Medio Oriente.</p>
<p>La Russia del 2018 è l’unica potenza che gode di ottimi rapporti con ogni Stato mediorientale. Lo stesso buon ascendente con il Qatar, rende indispensabile una buona relazione col Cremlino anche per l’Arabia Saudita.</p>

<p>La guerra in Siria, oltre all’impatto politico determinato dai risultati militari, mostrerà i suoi effetti geopolitici a lungo, con ogni certezza non solo su scala regionale.</p>
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		<title>Quanta ipocrisia sui curdi in Siria Lo scontro coi turchi va bene a tutti</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/turchia-curdi-siria-afrin.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Mar 2018 15:06:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Curdi]]></category>
		<category><![CDATA[Kurdistan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La battaglia per il distretto di Afrin nel nord della Siria continua senza sosta e tutti i nodi previsti sembrano arrivati al pettine. Tutto inizia col diretto coinvolgimento turco nell’agosto del 2016. Dietro l’orpello della lotta allo Stato Islamico, Scudo dell’Eufrate nasconde in realtà due scopi: incrementare l’influenza di Ankara lungo un cuscinetto di sicurezza &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/turchia-curdi-siria-afrin.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/turchia-curdi-siria-afrin.html">Quanta ipocrisia sui curdi in Siria Lo scontro coi turchi va bene a tutti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/03/LAPRESSE_20180310183307_25925472-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La battaglia per il distretto di Afrin nel nord della Siria continua senza sosta e tutti i nodi previsti sembrano arrivati al pettine.</p>
<p>Tutto inizia col diretto coinvolgimento turco nell’agosto del 2016. Dietro l’orpello della lotta allo Stato Islamico, <em>Scudo dell’Eufrate</em> nasconde in realtà due scopi:</p>
<p>incrementare l’influenza di Ankara lungo un cuscinetto di sicurezza interno al Paese arabo;preservare la Turchia da possibili connessioni fra miliziani Kurdistan siriano e PKK.</p>
<p>Il primo obiettivo, apparentemente limitato rispetto al costo politico dell’operazione, è il controllo di una larga fetta di confine turco-siriano, ormai frontiera di una nuova onda di profughi. Dietro il proposito militare c’è la prospettiva del ricatto all’Europa, minacciata dall’arrivo di disperati con annesso reflusso di jihadisti foreign fighters.</p>
<p>La strategia militare turca, una volta smascherata la poco convinta lotta all’ISIS, si ferma nella primavera del 2017 ad Al Bab, quando la Seconda Armata incrocia le truppe di Assad, dirette verso l’Eufrate, tra Raqqa e Deir Ezzor.</p>
<p>Erdogan ha già previsto la fine di <em>Scudo dell’Eufrate</em> e l’arresto della penetrazione a sud, troppo fuori dagli obiettivi turchi e soprattutto politicamente costosissima.</p>
<p>Quello che più ha a cuore Ankara è il raggiungimento del vero scopo dell’intervento militare diretto: arginare il pericolo curdo.</p>
<p><em>“Il Kurdistan non s’ha da fare…”</em> è il leitmotiv di ogni pensiero strategico turco. Una specie di ossessione, in bilico tra un istinto di sopravvivenza e l’indomabile spirito espansionista ottomano. La guerra in Siria è la grande occasione per sporcarsi le mani, ma anche una rogna da spicciare in fretta viste le evoluzioni militari e politiche che ne conseguono.</p>
<p>Fino all’estate del 2016, Ankara si limita all’appoggio logistico dei gruppi ribelli del nord originariamente armati per contrastare Assad. L’idea di un Turkestan trasversale che unisca il Mediterraneo al Caspio, rientra nelle manie di grandezza di Erdogan e fa parte dell’immaginario collettivo turco, fin dai tempi dell’Impero. Sogno o realtà, Ankara appoggia prima i turcomanni nel nord della Siria, poi allarga la borsa raggruppando gli islamisti di al Nusra (la Al Qaeda siriana) e Ahrar al Sham, e i non islamisti di Faylaq al Sham. Molti “ribelli moderati” che combattono l’esercito siriano ad Aleppo sono appoggiati proprio dalla Turchia.</p>
<p>Un riordino avviene nel 2017 quando Ankara usa l’ormai logora sigla del Free Syrian Army per riunire 20-30.000 combattenti reduci da <em>Scudo dell’Eufrate</em>, islamisti e non, per combattere contro le Syrian Democratic Forces.</p>
<p>In sostanza, i turchi, con truppe regolari e il FSA, si concentrano contro le milizie curde nel settore centrale del confine turco-siriano e rimandano la resa dei conti nel Governatorato di Idlib, dove la crescita di Tahrir al Sham ha già allontanato i ribelli da Ankara.</p>
<p>L’offensiva turca contro i curdi potrebbe sembrare un problema globale, ma in realtà è solo lo sviluppo di un film già annunciato.</p>
<p><strong>Cosa c’è dietro il sipario?</strong></p>

<p>La Siria di oggi è politicamente divisa dall’Eufrate: a ovest la parte più importante e popolata del Paese, tornata quasi tutta in mano a Damasco; a est il deserto che arriva ai confini con Turchia e Iraq, scarso di popolazione e città, gestito dalle milizie appoggiate dagli americani. Di questo secondo settore fa parte il Rojava, il Kurdistan siriano.</p>
<p>La questione curda è stata portata alla ribalta da <em>Wrath of the Euphrates</em>, la campagna appoggiata dagli Stati Uniti per liberare la “capitale” siriana dell’ISIS. Dal novembre 2016 salgono alla ribalta le <em>Syrian Democratic Forces</em> assoldate dagli USA per combattere l’ISIS e soprattutto strappare ad Assad la Siria meridionale.</p>
<p>In realtà, benché il grosso delle SDF sia fatto dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG), il fronte impegnato nella grande battaglia per Raqqa è molto più complesso.</p>
<p><strong>Perché dunque l’Occidente insiste tanto sulla causa curda?</strong></p>
<p>C’è una ragione ufficiale umanitaria, rafforzata dalla natura politicamente corretta del popolo asiatico.</p>
<p>Tifare Kurdistan sembra perfetto per la retorica occidentale socialmente impegnata. I riferimenti politici e iconografici di molte fazioni curde fanno proprio al caso, così come le imprese delle ragazze soldato dell’YPJ, rimbalzate dal fronte di Kobane fino alla nausea.</p>
<p>Le innegabili sofferenze del popolo curdo, finiscono così per essere strumentalizzate ben oltre quello che si può realmente ottenere sul campo politico.</p>
<p>All’amore per la causa curda infatti, non sembra corrispondere un interesse geopolitico reale della comunità internazionale.</p>
<p>L’aiuto mediatico, militare e finanziario che i curdi hanno ricevuto negli ultimi tre anni è in realtà vincolato alla strategia di Washington interessata a contenere la presenza russa e a impedire che fra Siria e Iraq prevalgano le milizie sciite appoggiate dall’Iran. Sembrerebbe l’unico modo per ridurre gli effetti di un fallimento americano che l’amministrazione Trump imputa in toto a quella Obama.</p>
<p><strong>I curdi dunque, servono solo a giustificare la presenza USA in Siria?</strong></p>
<p><a href="https://www.nytimes.com/2018/01/17/world/middleeast/tillerson-troops-syria-islamic-state.html">Sembra cinico dirlo, ma sostanzialmente sì</a>.</p>
<p>La realtà parla chiaro. Al di là dei servizi strappalacrime, del Kurdistan non importa a nessuno. I quattro Stati in cui si sparpagliano i curdi, non hanno nessuna intenzione di assecondare un progetto indipendentista.</p>
<p>Ovviamente non la Turchia, né l’Iraq, <a href="https://www.theguardian.com/world/2017/oct/16/iraqi-army-advances-kirkuk-kurds">la cui posizione è ben chiara</a>, né la Siria di Assad, né l’Iran.</p>

<p>A questi si aggiungono proprio gli Stati Uniti che non possono inasprire i già compromessi rapporti con Ankara, fino a prova contraria seconda forza militare e membro strategico della NATO.</p>
<p>Lo scontro USA-Turchia sulla questione curda <a href="https://www.haaretz.com/middle-east-news/with-turkish-military-invasion-united-states-once-again-finds-itself-1.5750566">è un gioco di equilibri a cui gli americani sono stati costretti ma in cui in realtà non credono fino in fondo</a>.</p>
<p>Se fosse caduto Assad, come preventivato a suo tempo, Washington non avrebbe mai intrapreso la strada di Raqqa al fianco delle Syrian Democratic Forces. Le stesse, probabilmente non sarebbero nemmeno mai nate.</p>
<p>Erdogan lo sa benissimo e com’era prevedibile sfrutta il momento per colpire a fondo.</p>
<p>Il presidente turco sa anche che sulla questione curda può contare su un altro alleato inaspettato, con cui ha preso a collaborare proprio sul quadrante siriano: l’Iran.</p>
<p>Storicamente Iran e Turchia non si amano. Nei primi tempi della guerra in Siria l’ostilità era evidente al punto che i gruppi islamisti sunniti armati da Ankara, avevano come obiettivo dichiarato la distruzione dello sciismo, erede dell’impero safavide persiano.</p>
<p>La realpolitik però può più dei rancori. Erdogan lo ha già dimostrato con Putin.</p>
<p>L’Iran in realtà sulla questione curda non ha bisogno della Turchia. Nonostante la recrudescenza della guerriglia curdo-iraniana guidata dal Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK, d’ispirazione comunista), la stabilità di Teheran non è mai stata messa in pericolo dai curdi iraniani, molto divisi e poco strutturati. L’Iran ha però tutto l’interesse a portare la Turchia fuori dall’influenza occidentale, alimentando la zizzania tra Ankara e Washington. Gli ottimi rapporti con la Russia e il trittico di Astana, dove si decidono i destini della Siria, incidono molto in questo senso.</p>
<p>La Turchia dal canto suo, cerca complici interessati a non interferire nei suoi piani anti-curdi, molto remunerativi anche sul piano politico interno.</p>
<p>Nemmeno i rischi di un ulteriore peggioramento delle relazioni con gli USA sembrano frenare i piani di Ankara. Nessun momento sembra più appropriato di questo per iniziare la mano finale della grande partita siriana.</p>
<p><strong>Cosa c’è da aspettarsi dal fronte di Afrin?</strong></p>
<p>Tutto dipende da quanto i turchi affonderanno il colpo. Più la campagna sarà pesante, più i curdi dovranno sfoltire il fronte meridionale, costringendo gli USA ad un ulteriore presidio militare a sud. Washington non può permettersi uno scontro aperto con le milizie filo-turche ma nemmeno di abbandonare il lembo di Siria occupato.</p>
<p>In tutto questo, la causa curda tornerà lentamente alle dimensioni minime antecedenti alla guerra, lasciando gli equilibri geopolitici ai rapporti di forza fra Usa, Russia, Iran e Turchia.</p>

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		<title>Siria, il lento ritorno alla vita</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/siria-lento-ritorno-alla-vita.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 09:55:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Homs]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria-1024x684.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I palazzi sono gusci vuoti, scheletri grigi e ocra di corpi ormai andati. L’odore dei calcinacci si mescola all’aria secca di una terra in perenne equilibro tra il caldo del deserto e la brezza mite del Mediterraneo che ormai odora di altro. Homs una volta era la città più stravagante e bizzarra della Siria; oggi è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/siria-lento-ritorno-alla-vita.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/02/apertura_Siria-1024x684.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>I palazzi sono gusci vuoti, scheletri grigi e ocra di corpi ormai andati. L’odore dei calcinacci si mescola all’aria secca di una terra in perenne equilibro tra il caldo del deserto e la brezza mite del Mediterraneo che ormai odora di altro. <strong>Homs</strong> una volta era la città più stravagante e bizzarra della Siria; oggi è una carcassa che ricomincia lentamente a respirare e vivere.</p>
<div id="gallery_194807" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_194807 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_10.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_10-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_09.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_09-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_08.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_08-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_07.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_07-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_03.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_03-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_04.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_04-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_06.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_06-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_05.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_05-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_02.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_02-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_01.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_01-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"}];</script>
<p><strong>Foto di Giorgio Bianchi</strong></p>
<p>Lo scricchiolio delle ruote profana la breccia di una strada che esiste appena, ma che rimane l’unica striscia possibile fra un cumulo di macerie e un altro. Siamo ad Al Hamediya, il cuore di Homs, a un passo dalla città vecchia.</p>
<p>Un cane che abbaia, una nuvola di polvere dietro a un’auto già andata, facce arabe smunte senza sorriso… <strong>la Siria che ricomincia a vivere</strong> è un animale ferito dentro e fuori, pieno di voglia di tirare avanti ed esistere.</p>
<p>Il rombo rozzo di un vecchio BMP si fonde in quello di una ruspa impegnata in lavori stradali: la guerra abbassa la voce; la normalità prova a parlare.</p>
<p>Ciuffi d’erba incolta circondano i pilastri dei palazzi vuoti e pericolanti. Ferri arrugginiti spuntano ovunque. I buchi dei calibri più piccoli sui muri ancora in piedi, dicono che nell’area tra la città vecchia e la moschea di Kalhed Ibn Walid si è combattuto casa per casa, per interi mesi, per anni. Fu Damasco a decidere l’evacuazione dei civili per occupare le abitazioni e trasformarle in trincea; nel 2016 i ribelli sono stati cacciati ma la morte incombe ancora. Gli attacchi terroristici e i raid dei miliziani jihadisti sono un’ombra onnipresente.</p>
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<p><strong>Foto di Giorgio Bianchi</strong></p>
<p>Le prime linee di <strong>Tahrir Al Sham</strong> (legati ad Al Qaeda e raggruppati per molto tempo sotto il nome di Al Nusra) si assestano tra Al Kabirah e Teer Maela, solo una decina di km a nord di Homs, nella fertile valle del Nahr Al Nashi, l’antico fiume Oronte. La sacca islamista occupa ancora il principale asse stradale della Siria (Damasco-Aleppo) tra Homs e Hama per un tratto di 15 km. Dopo Rastan è già di nuovo territorio governativo. Homs è libera, Homs ha paura.</p>
<p>Lasciamo Homs da sud, l’unica parte sempre sicura della città. La parola “sicura” ha un valore del tutto relativo in Siria, anche oggi che la guerra più grossa ha abbassato i toni. Scorrerie, autobomba e contrabbando di armi continuano senza sosta in questa fetta di terra che una volta girava secondo le regole sgangherate ma chiare di una provincia qualunque di un Paese mediorientale. Ora l’eco di elicotteri e qualche raffica, ci ricordano che una guerra piccola durerà ancora a lungo.</p>
<p>Sfiorando il quartiere e le case incomplete di Al Walid ci lasciamo Homs a nordovest lungo una delle due strade parallele che portano verso il deserto.</p>
<p>Girano pick up con persone armate. Sono gli uomini di Assad che sotto forme e unità diverse continuano a bonificare uno spazio stuprato per anni e a lungo rimasto terra di nessuno. Kalashnikov e casacche sbiadite: difficile distinguere i civili dai militari; impossibile capire chi sia vittima e chi rivincita di un Paese in guerra.</p>
<p><strong>Le mimetiche cambiano tinta ma gli sguardi hanno una sola direzione</strong>. Non c’è più posto per chi ha permesso tutto questo. Tra una birra calda e un breve slogan di circostanza, sembra sia questa la regola generale ormai accettata da tutti.</p>
<div id="gallery_194831" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_194831 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_28.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_28-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_30.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_30-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_27.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_27-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_24.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_24-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_23.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_23-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_21.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_21-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_22.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_22-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_25.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_25-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_26.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/Syria%2C%20the%20slow%20return%20to%20life_26-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"}];</script>
<p><strong>Foto di Giorgio Bianchi</strong></p>
<p>La Siria fino al 2011 era un Paese sostanzialmente unito, reso omogeneo dalla mano onnipresente di un sistema di potere conosciuto e riconosciuto dal mondo. Nelle sue diversità interne aveva dei criteri normativi, basati su secoli di equilibri e tradizioni. Oltre alle innumerevoli caserme, c’erano case, scuole, ospedali e il normale decorso di una vita civile. Nelle mille contraddizioni e disfunzioni di un tipico sistema politico arabo, in Siria si viaggiava comunque tranquilli. Chi ci è venuto prima della guerra può confermarlo.</p>
<p><strong>Su questa strada correvano i taxi collettivi e i bus dei turisti diretti a Palmira</strong>; ora verso il silenzio inquietante del deserto, arrancano solo camion pesanti e mezzi militari, tutti di fabbricazione russa.</p>
<p>Dei russi non ci sono molte tracce. Quelle che si vedono però, la dicono lunga. Damasco deve la vita ai soldati di Mosca. Murales dipinti su barriere di cemento e casematte, spiegano più di tante analisi e previsioni. Il tricolore slavo si affianca ovunque al rosso-bianco-nero siriano che ritorna nei luoghi da cui era stato cancellato in fretta. Soprattutto a ridosso di aree non accessibili, le note di colore staccano sul resto del paesaggio, sempre grigio e sempre ocra.</p>
<p>Dalla sommità di un vecchio T-55 spunta il caschetto russo di un carrista siriano. Il mezzo si vede appena sullo sfondo di lamiere e terriccio. I riflessi del sole basso staccano appena sul metallo dei cingoli, prima di scomparire nel nulla.</p>
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<p><strong>Foto di Giorgio Bianchi</strong></p>
<p>Se la Russia non avesse scelto di aiutare Assad, oggi la Siria sarebbe un tessuto strappato, diviso per pezze di stoffa occupate da tanti signori della guerra, ognuno al soldo di uno sponsor straniero. Centimetro per centimetro, buca dopo buca… oggi il Paese sembra un pugile pesto di sangue, ma vagamente capace di riconoscersi e forse rialzarsi. Niente lo simboleggia meglio della strada che porta a Palmira.</p>
<p>Si susseguono cartelli sforacchiati che indicano città in caratteri latini e arabi. Fino a qualche anno fa, questa era una zona turistica rinomata ma orientarsi è ancora agevole: in Medio Oriente l’urbanizzazione concentrata e la geografia inclemente rendono spesso più difficile perdersi.</p>
<p>Raffinerie morte, palazzi incompleti, infrastrutture divelte… si procede verso est. Tra gusci vuoti di cemento e pilastri indefiniti è difficile dire dove finisca l’incuria araba e dove inizi il flagello della guerra. Un sole dolce si abbassa sulle spalle dei sobborghi di Homs e allunga le ombre degli ultimi edifici tra le ruote del nostro SUV e il deserto già scuro.</p>
<p>Facciamo tappa a XXX. Per ragioni di sicurezza più rigide che utili, non possiamo citare nomi o luoghi. Sono le propaggini di un’antica abitudine e di una realtà sul terreno ancora in emergenza. Tutte le più grandi città della Siria sono tornate sotto il controllo di Damasco, ma sette anni di orrore e anarchia lasciano strascichi ovunque. Ordigni inesplosi, sacche di resistenza e l’endemica indolenza siriana madre di tanti rovesci, non permettono sonni tranquilli.</p>
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<p><strong>Foto di Giorgio Bianchi</strong></p>
<p><strong>Palmira è un nome</strong>. Tra i pochi ad aver fatto breccia nei cuori pigri di noi occidentali. Un simbolo, una scoperta, un patrimonio, un’ipocrisia… Palmira è tante cose. Caduta nel maggio del 2015 nelle mani dello Stato Islamico, è tornata alla civiltà nel marzo dell’anno dopo. Caduta di nuovo a dicembre, è stata liberata definitivamente meno di tre mesi dopo.</p>
<p>La strada che arriva in città, tra sabbia e sassi, porta giusto a ridosso del sito archeologico con la collinetta gialla della cittadella sullo sfondo a sinistra.</p>
<p>Il saccheggio e le distruzioni maggiori sono avvenute tra l’estate e la fine del 2015, durante la prima occupazione del Califfato. Oltre a un numero infinito di reperti trafugati e rivenduti dagli islamisti al mercato nero, oggi mancano il Tempio di Bel e quello di Baalshin, fatti esplodere dalla follia jihadista. Il mondo in quei giorni tacque e qualcuno iniziò a vergognarsi.</p>
<p>Tra pietre e sassi manca però anche l’Arco di Trionfo romano, vittima dello stesso scempio troglodita e simbolo di festeggiamenti che nessuno ha più voglia di fare. Anche oggi che le raffiche delle armi lasciano il posto a quelle del vento pieno di sabbia…</p>
<p>Le case di Palmira disposte a scacchiera piangono quello che hanno subito. Non c’è pace, né turismo che tengano: qui nulla tornerà mai come prima.</p>
<p>La città è ancora militarizzata come un avamposto, nonostante sia al riparo da qualunque rischio. Qualche analista americano paventa il ritorno dello Stato islamico, ma è solo zizzania. L’Isis da queste parti è ormai un incubo del passato. Gli ultimi miliziani del Califfato attivi nella Siria orientale sono ormai sbandati oltre l’Eufrate a più di 200 km da qui. Finché questo Paese esisterà, Palmira rimarrà siriana.</p>
<p>È giorno pieno e nell’unico viale alberato della città l’aria secca ricorda primavera. È la strada principale, una volta piena di negozi, ora tatuata di buchi senza porte e finestre. Passa un pick up, poi un Ural militare.</p>
<p>Qui non siamo in Paradiso. Qui non ci sono santi. Gli uomini in mimetica e vestiti alla meglio davanti a noi, sono dei guerrieri uccisori di altri uomini. Non lo nascondono, anzi, se ne fanno vanto. Hanno difeso la loro terra, le loro cose e le loro famiglie. Ci guardano con la speranza sincera che qualcuno racconti qualcosa del dolore, del sangue e dell’orrore che gli ha attraversato la vita.</p>
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<p><strong>Foto di Giorgio Bianchi</strong></p>
<p>Teloni improvvisati e scritte arabe, spezzano la monotonia dell’intonaco bianco di una ex città. Ci sono persone a Palmira, ma ancora non c’è vita.</p>
<p>Finisce il pomeriggio. Finisce anche un’imbevibile vodka siriana mentre da un pianterreno sbrecciato sale l’eco di una litania barocca araba.</p>
<p>Sulle nostre scarpe occidentali si addensa intanto un ritorno opaco di polvere di strada. Il gesso grigio dei calcinacci di guerra imbianca appena un nostro vago senso di colpa. Stiamo per tornare nelle nostre case panciute, dove nessuno capisce fino in fondo l’enormità di una tragedia senza fine.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/siria-lento-ritorno-alla-vita.html">Siria, il lento ritorno alla vita</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La Russia ha un nuovo alleato  e ora apre nuovi scenari in Asia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-russia-un-alleato-ora-apre-nuovi-scenari-asia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jan 2018 10:36:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="4000" height="2672" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin-1024x684.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p>
<p>La notizia è fresca: la Russia ha pianificato esercitazioni congiunte e cooperazione militare con il Vietnam per i prossimi tre anni. Come riportato dalla Tass,  lo hanno dichiarato il ministro della difesa russo Shoigu e il presidente vietnamita Tran Dai Quang. Al di là degli aspetti tecnici, l’ennesima tappa del flirt Mosca-Hanoi ha importanti ritorni &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-russia-un-alleato-ora-apre-nuovi-scenari-asia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-russia-un-alleato-ora-apre-nuovi-scenari-asia.html">La Russia ha un nuovo alleato  e ora apre nuovi scenari in Asia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="2672" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Putin-1024x684.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p><p>La notizia è fresca: la <strong>Russia</strong> ha pianificato esercitazioni congiunte e cooperazione militare con il <strong>Vietnam</strong> per i prossimi tre anni. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://tass.com/defense/986387">Come riportato dalla <em>Tass</em></a>,  lo hanno dichiarato il ministro della difesa russo Shoigu e il presidente vietnamita Tran Dai Quang.</p>
<p>Al di là degli aspetti tecnici, l’ennesima tappa del flirt Mosca-Hanoi ha importanti ritorni strategici, contestualizzati in un panorama molto diverso da quello classico della Guerra fredda.</p>
<p><strong>Il Vietnam ha stregato due generazioni</strong>: quella che ci ha fatto la guerra e quella che l’ha vista al cinema. In questo arco di tempo, è rimasto intorpidito nella retorica, fatta di bandiere rosse e sacrari, tanto gloriosi quanto lontani dai grandi giochi. Tra riforme e turismo però, con una rapida progressione, la tendenza si è invertita, fino a rompere l’isolamento di un Paese destinato a recitare ancora un ruolo importante negli orizzonti geopolitici asiatici.</p>
<p>Primo aspetto da considerare è il rapporto controverso con la Cina, sponsor cambogiano nella guerra del ’78, nemica diretta in quella del ’79 e da sempre antagonista per l’egemonia regionale.</p>
<p>Pechino oggi non è solo un polo alternativo al socialismo vietnamita, ma un vero competitor strategico. La legge Marittima adottata da Hanoi nel 2012 per rivendicare diritti sulle isole Paracel e Spratly è la prova che il Vietnam è di nuovo pronto alla sfida: la cessione coatta ai cinesi delle prime, avvenuta nel 1974, oggi sarebbe impensabile&#8230;</p>
<p>Il rapporto difficile ma parallelo fra i due Paesi ha attivato l’interesse degli Usa, ossessionati dal pericolo che un miglioramento delle relazioni renda Pechino onnipotente nella regione. Su questa base è facile capire il corteggiamento degli Stati Uniti, interessati ad inserirsi nell’area dopo la fuga del ’75: l’impegno di Washington per arginare la crescita di Pechino nel Mar Cinese Meridionale passa anche dalle relazioni con Hanoi, riallacciate nel ’95 e via via migliorate.</p>
<p><strong>Gli scenari di oggi però, sono molto diversi da quelli di 50 anni fa.</strong></p>

<p>Quando gli americani s’impantanarono in Vietnam, il peso geopolitico di quella fetta di mondo era relativo: Cina e India arrancavano e il boom economico del <em>Far East</em> era ancora fantasia. L’unica posta strategica che Washington si giocava (umiliazione militare a parte) era una tessera nel mosaico della Guerra fredda.</p>
<p>L’Asia di oggi è un’altra cosa: in mezzo secolo nessun continente è cresciuto tanto e il Vietnam si è adeguato. Hanoi ha copiato il modello vincente di economia social-capitalista di Deng Xiaoping e in meno di 20 anni si è trasformata in una capitale “normale”.</p>
<p>In questo contesto s’inserisce il ruolo della Russia, praticamente azzerato dopo la fine dell’Urss.</p>
<p>L’appoggio sovietico rientrava nella logica di contrapposizione geostrategica agli Usa, ma non aveva rilievi regionali al di là di una generica opposizione al maoismo cinese. Oggi invece, il ritorno di Mosca nel tropico asiatico si cala in uno dei più importanti crocevia di interessi economici e politici del mondo. Basti pensare che nel Mar Cinese Meridionale ogni anno passano merci per 5 mila miliardi di dollari.</p>
<p>Vale la pena rilevare che in Asia non ci sono importanti convenzioni o organizzazioni sovranazionali. Fatta  eccezione per l’Asean (di cui la Cina non fa parte), il grosso delle cooperazioni è stabilito con accordi bilaterali. In questo scenario il peso delle singole potenze è cruciale e la corsa a ritagliarsi ruoli e alleanze risulta frenetica. Le continue provocazioni fra marine militari USA e cinese degli ultimi mesi, sotto questo profilo, sono molto significative.</p>
<p>USA, Cina, Russia e Vietnam. Quali equilibri allora?</p>
<p>Nel quadro delle occhiatine tra Vietnam e Usa, il ritorno di Mosca non passa inosservato. La sua amicizia storica con Hanoi ha superato il trauma dell’implosione dell’Urss, riadattando la vecchia alleanza politico-militare con risultati ben visibili:</p>
<p>la base aeronavale di Cam Ranh Bay, abbandonata dai russi negli anni ’90, è tornata ad ospitare le navi di Putin senza bisogno di permessi speciali;le principali forniture militari continuano ad essere russe e aiutano a consolidare il Vietnam come potenza regionale.</p>
<p>L’appoggio di Mosca è alla base della trasformazione delle forze armate vietnamite da efficiente strumento di autodifesa a strumento di proiezione dinamico. Solo nel 2017 <a href="http://tass.com/trade-cooperation/954768">sarebbero 64 i carri T-90S russi arrivati ad Hanoi</a>.</p>
<p>Ancora più importante risulta l’aiuto nell’evoluzione della Marina (<em>Hải quân nhân dân</em>): dal 2009 il Vietnam ha speso 3,2 miliardi di dollari per l’acquisto di 6 sottomarini <em>Kilo </em>(dotati di missili <em>Klub</em>) e per l’adeguamento di Cam Ranh Bay. Per l’anno in corso è previsto lo schieramento di tutte le 6 fregate <em>Gepard</em>, che portano a 24 le unità d’altura dotate di elevate capacità antinave. Le acquisizioni in campo missilistico, fra cui alcune batterie di S-300, fanno della flotta di Hanoi una forza capace di fronteggiare ogni minaccia.</p>
<p>La Russia dunque, stringendo col Vietnam non si limita a rioccupare lo spazio asiatico perso dal 1991. Stabilisce in realtà un’alleanza strategica di grande valore se posta in relazione ai nuovi equilibri subcontinentali.</p>
<p>Il rinnovato abbraccio Mosca-Hanoi incide in particolare sulla stabilità regionale in previsione di futuri attriti fra Cina e America. Archiviate le vecchie tensioni, la Russia di Putin gode di ottime relazioni con la Cina e si presenta come l’unico possibile moderatore delle tensioni crescenti nel Mar Cinese Meridionale.</p>
<p>Il dato assume ancora più rilievo in considerazione del raffreddamento dei rapporti tra gli USA e le Filippine di Duterte, sempre più interessato a collaborazioni con Mosca e Pechino, fino a ieri considerate un’eresia.</p>
<p>Il Vietnam è uscito dalla soffitta della Storia: l’acqua del Fiume Rosso oggi appare meno rossa ma sempre più veloce. Sono in molti ad averlo capito. Mosca però, sembra arrivata prima.</p>

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		<title>Ecco il piano di Israele per l&#8217;Iraq:  &#8220;Tornino i fedelissimi di Saddam&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jan 2018 09:37:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Nel gennaio 1991 le tv rimbalzavano immagini di cittadini israeliani in preda al panico con la maschera antigas. Lo Stato ebraico era sotto il tiro degli Scud di Saddam Hussein. Mentre il mondo conosceva l’efficacia dei Patriot, il presidente iracheno andava oltre le tanto agognate gesta di Nabucodonosor, e all’odio babilonese per gli ebrei provava &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/iraq-ecco-perche-israele-vuole-i-fedelissimi-di-saddam-di-nuovo-al-potere.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/01/LAPRESSE_20161017100158_20994360-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Nel gennaio 1991 le tv rimbalzavano immagini di cittadini israeliani in preda al panico con la maschera antigas. Lo Stato ebraico era sotto il tiro degli Scud di <strong>Saddam Hussein</strong>. Mentre il mondo conosceva l’efficacia dei <em>Patriot</em>, il presidente iracheno andava oltre le tanto agognate gesta di Nabucodonosor, e all’odio babilonese per gli ebrei provava a sommare il rancore islamico, non solo di provenienza araba.</p>
<p>La realtà però, al di là delle apparenze, era diversa. Se Saddam nell’immediato rappresentava un pericolo reale e osava addirittura attaccare direttamente Israele, nel lungo raggio non avrebbe mai potuto rappresentare una minaccia. Tel Aviv, nonostante i missili, lo sapeva benissimo.</p>
<p>Saddam, con un gesto disperato, provava a rompere l’isolamento politico e militare derivato dall’invasione del Kuwait e a coagulare intorno a sé ogni forma di estremismo antisionista. Era un chiaro tentativo di coinvolgere Israele per dividere l’armata Onu messa insieme dagli Usa, formata anche da arabi, fondamentali soprattutto per la logistica.</p>
<p>Era anche l’ultima possibilità di recuperare credibilità presso un mondo arabo, tradito con l’invasione di un Paese fratello (e sunnita).</p>
<p><strong>La credibilità di Saddam come nuovo Saladino era però risibile</strong>. Laico e di tradizione socialista, non era troppo popolare nemmeno a Rustamiyah, l’accademia militare irachena che alle porte di Baghdad forgiava cadetti dai tempi degli inglesi.</p>
<p>Il grande carisma di Saddam, nasceva dal fatto che faceva comodo a tutti. Come Tel Aviv, lo capì a suo tempo anche Washington, dove Bush senior decise di bloccare <em>Desert Storm</em> ai confini del Kuwait, rispettando il mandato dell’Onu. Israele e Usa, finirono per accettare la sopravvivenza di Saddam Hussein secondo una dottrina vitale per lo Stato ebraico: meglio un nemico vulnerabile, che una totale incertezza; meglio uno Stato ostile ma senza atomica, che il vuoto irrazionale di bande estremiste armate. Valeva per Assad padre, lasciato prosperare al prezzo di qualche sussulto, valeva per Saddam, condottiero della guerra contro il temibilissimo Iran teocratico e khomeinista.</p>

<p>Quando nei primi giorni di <em>Desert Storm</em>, quasi 150 caccia iracheni ripararono in Iran per evitare l’inevitabile abbattimento, fu posto il primo passo di uno stravolgimento strategico, di cui oggi l’Occidente vede le conseguenze. Iran e Iraq che si erano massacrati per otto anni nelle paludi dello Shatt el Arab, iniziavano a parlare con toni sempre più conviviali.</p>
<p>La dottrina di contenimento di Clinton, non risolse il problema. Tutt’altro: preparò le carte per sfamare l’America dell’11 settembre 2001, alla disperata ricerca di colpevoli.</p>
<p>Chi più dell’Afghanistan dei Talebani e dell’Iraq di Saddam?</p>
<p>Quando nel 2003 <em>Iraqi freedom</em> pose fine al regime di Baghdad, sembra assurdo, ma fu proprio Israele a preoccuparsi. Tolto il coperchio alla pentola irachena, che sarebbe stato dell’unico Paese arabo a maggioranza sciita, secondo esportatore di petrolio OPEC di petrolio nel 2002 e con 1500 km di confine con l’Iran?</p>
<p>Quel che ha fatto il plenipotenziario Bremer in Iraq dopo la caduta di Saddam <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/05/15/AR2007051501322.html">è stato ampiamente dibattuto anche dalla stampa americana</a>.</p>
<p>Il saccheggio e lo sbando iracheno seguito alla Seconda guerra del Golfo rientra negli aspetti etici e umanitari in cui si specchierà prima o poi la coscienza politica e civile americana. Quel che conta dal punto di vista geopolitico invece è ciò che ne è derivato nel secondo decennio di questo millennio.</p>

<p>Abbiamo già accennato su queste pagine, a quanto lo Stato Islamico fosse figlio di <em>Iraqi Freedom</em>. Il regime di Saddam legato ai clan sunniti di Tikrit permetteva di porre un argine all’onda lunga dello sciismo antisionista. L’azzeramento dei pilastri su cui si basava lo Stato iracheno (partito Baath, forze armate ed esercito), ha creato un vuoto istituzionale enorme in una delle aree più calde del pianeta. Nessuno più di Israele poteva temerne gli esiti.</p>
<p>L’insorgenza antiamericana dopo il 2003 ha in questo senso, giocato un doppio ruolo: resistere all’invasione; ripristinare i vecchi equilibri, frettolosamente spazzati via dall’incontinenza militare Usa.</p>
<p>Sotto questo secondo aspetto, figure come Ibrahim Al Douri, il fulvio e segaligno alto ufficiale di Saddam, sfuggito alla cattura durante <em>Iraqi Freedom</em> (nel mazzo di carte dei gerarchi più ricercati dagli americani, era il re di fiori), hanno giocato un ruolo importante.</p>
<p>Nei giorni recenti s<a href="https://www.almasdarnews.com/article/arab-newspapers-saddam-hussein-loyalists-trying-return-power-israeli-saudi-support/">i è parlato addirittura di un diretto supporto israeliano e saudita </a>ad un eventuale ritorno dei fedelissimi di Saddam. Secondo le stesse fonti arabe, l’incontro tra l’ambasciatore israeliano ad Amman e alcuni membri della coalizione sunnita irachena Tahalof Al Qowa, pianificao da mesi, sarebbe già avvenuto.</p>
<p>Il prossimi passo sarebbe una riammissione con nuova denominazione del partito Baath a Baghdad, nonostante il bando dell’attuale costituzione irachena.</p>
<p>L’allarme lanciato da a gruppi di potere sciite (<a href="http://kayhan.ir/en/news/48589/iraqi-baath-party-attempting-to-return-to-power">rimbalzate infatti anche da giornali iraniani</a>) non sorprende. Gli effetti di <em>Iraqi Freedom</em>, a 15 anni dall’inizio della guerra, sono sotto gli occhi di tutti. L’unica possibilità concreata per Israele di tamponare la supremazia sciita del fronte antisionista in Medio Oriente (capeggiato dall’Iran), è tentare di riportare l’Iraq il più possibile indietro ai tempi di Saddam. La Storia alle volte può sembrare sarcastica, ma se il tentativo di indurre una rivolta a Teheran appare per ora fallito e se a Damasco comandano ancora gli alawiti, per lo Stato ebraico e le monarchie del Golfo più vicine agli Stati Uniti, non resta che passare di nuovo per Baghdad. Israele rimase a guardare durante la prima Guerra del Golfo; la frittata generata dalla Seconda, a quanto pare, ha ancora conseguenze durature. L’insorgenza sunnita in Iraq e Siria è lungi dall’essere finita.</p>

<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/iraq-ecco-perche-israele-vuole-i-fedelissimi-di-saddam-di-nuovo-al-potere.html">Ecco il piano di Israele per l&#8217;Iraq:  &#8220;Tornino i fedelissimi di Saddam&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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