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	<title>Giacomo Fabbio Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 16 Feb 2020 09:10:21 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Giacomo Fabbio Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>L&#8217;Armenia tra rivoluzione e hub commerciali</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/larmenia-tra-rivoluzione-e-hub-commerciali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Fabbio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Feb 2020 07:35:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1184" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Berlino, Angela Merkel riceve il primo ministro dell&#039;Armenia, Nikol Pashinyan (LaPresse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan-300x185.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan-768x474.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan-1024x632.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sono passati quasi due anni dalla rivoluzione di velluto che, nell&#8217;aprile del 2018, provocò la caduta di Serzh Sargsyan, dominus della politica armena dal 2007, fermato nel tentativo di farsi rieleggere primo ministro dopo aver raggiunto il limite di mandati da presidente.  Con Sargsyan cadde l’intero sistema oligarchico che aveva governato il piccolo Paese caucasico &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/larmenia-tra-rivoluzione-e-hub-commerciali.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/larmenia-tra-rivoluzione-e-hub-commerciali.html">L&#8217;Armenia tra rivoluzione e hub commerciali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1184" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Berlino, Angela Merkel riceve il primo ministro dell&#039;Armenia, Nikol Pashinyan (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan-300x185.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan-768x474.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Angela-Merkel-riceve-il-primo-ministro-dellArmenia-Nikol-Pashinyan-1024x632.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Sono passati quasi due anni dalla rivoluzione di velluto che, nell&#8217;aprile del 2018, provocò la caduta di <strong>Serzh Sargsyan</strong>, dominus della politica armena dal 2007, fermato nel tentativo di farsi rieleggere primo ministro dopo aver raggiunto il limite di mandati da presidente.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Con Sargsyan cadde l’intero sistema oligarchico che aveva governato il piccolo Paese caucasico dal disfacimento dell&#8217;Unione Sovietica e iniziò una nuova fase sotto la direzione del leader dell’opposizione <strong>Nikol Pashinyan</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il pacifico cambiamento fu facilitato dall&#8217;assenza di immediati risvolti sul piano dei rapporti internazionali e seguì la riforma costituzionale che Sargsyan era riuscito a portare a compimento nel 2015. Tale riforma aveva portato il Paese ad abbracciare un sistema parlamentare anziché semi-presidenziale, ma questo non bastò a permettere il mantenimento del potere da parte di chi l’aveva voluta.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Una volta giunto al potere, Pashinyan si è subito scontrato con le difficoltà di una lotta alla <strong>corruzione</strong> tanto auspicata da gran parte della società armena quanto complessa da portare avanti. Al contempo, l’inesperienza dei nuovi detentori del potere politico ne ha limitato la capacità d’azione.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ciò si è manifestato <em>in primis</em> nel campo della <strong>politica estera</strong>, schiacciata da esigenze interne molto più urgenti e dall&#8217;incapacità di dare un disegno strategico ad un paese fortemente penalizzato nelle relazioni internazionali, per motivi storici e geografici.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Nonostante tali limiti e la generale immaturità della nuova classe politica, il cambiamento ha sicuramente rappresentato l’inizio di un deciso rinnovamento basato su di una nuova partecipazione civica e sull&#8217;avvicinamento a valori democratici più affini alla dimensione europea che non all&#8217;autoritarismo di molte nazioni vicine.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non bisogna però nascondere i rischi di un processo fragile e non ancora del tutto capace di instaurare una dialettica democratica stabile e duratura.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Se quindi dal punto di vista politico l’Armenia ha imboccato una nuova direzione seppur irta di ostacoli, a livello economico sembrano esserci evoluzioni inattese.<span class="Apple-converted-space"> </span>In un paese privo di grandi risorse e con un mercato interno di ridottissime dimensioni, si è capito che l’investimento tecnologico poteva essere una delle poche leve su cui puntare. Nel giro di pochi anni infatti, ha preso forza un processo partito già durante il dominio di Sargsyan che sta portando il Paese a diventare un piccolo hub locale per <strong>start-up tecnologiche</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="https://www.forbes.com/sites/wadeshepard/2020/01/31/welcome-to-the-worlds-next-tech-hub-armenia/#35942cbe4192" target="_blank" rel="noopener">Come recentemente sottolineato da <em>Forbes</em></a>, gli investimenti tecnologici sono diventati la principale fonte di investimenti diretti dall&#8217;estero e molte multinazionali digitali hanno aperto filiali locali. Questo ha contribuito appunto a creare un rigoglioso ecosistema di start-up di successo, facilitate da un sistema educativo orientato allo studio di materie scientifiche e dall&#8217;apertura all’estero e agli investimenti dovuta alla diaspora armena, vero legame tra questo valli caucasiche ed il resto del mondo. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Tutto ciò ha aperto un insperato spiraglio all’interno di un paese che, come dicevamo, è severamente limitato dai suoi ostacoli geopolitici.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La guerra del <strong>Nagorno-Karabakh</strong> degli anni Novanta non è mai del tutto finita e, ancora oggi, provoca il blocco totale dei rapporti con l’Azerbaigian e, a sua volta, con la <strong>Turchia</strong>. Questo comporta risvolti emotivi nella popolazione armena, per la quale è ancora vivo il ricordo del genocidio ad opera del governo ottomano, ma, a sua volta, impedisce ogni rapporto oltre i confini orientali e occidentali del Paese.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>A sottolineare tale infelice situazione, ci pensano la nuova ferrovia Baku-Tbilisi-Kars e il gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, creati attraverso la Georgia con l’intento ben poco nascosto di tagliar fuori l’Armenia dal lucroso flusso di merci e petrolio tra il mar Caspio ed il mar Mediterraneo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non bastasse l’accesa inimicizia con le nazioni di cultura turca che la attorniano, Yerevan si trova costretta a coltivare i rapporti con due Paesi come l’Iran e la Georgia, anch’essi al centro di ben note e complicate vicende sul piano internazionale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il breve confine meridionale con l’antica Persia infatti rappresenta uno dei pochi vantaggi che l’Armenia possiede ma, oltre ad essere geograficamente impervio, risente delle difficoltà sempre più pressanti nel gestire i rapporti con un paese grande e rilevante, ma, nel 2020, sempre più isolato a livello internazionale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Similmente, il confine settentrionale con la Georgia, seppur aperto e facilitato dalla comune matrice cristiana dei due Paesi, si scontra con la diversa collocazione nello scacchiere internazionale tra una Tbilisi che, dopo la rivoluzione delle rose del 2003, tenta in vario modo di emanciparsi dalla Russia e Yerevan che tuttora rappresenta il principale alleato di Mosca nella regione.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ed è proprio il rapporto con l’antico dominatore ed alleato slavo a rappresentare la più grande incognita nel futuro della nazione armena. Se infatti la rivoluzione ha indubbiamente avvicinato il paese all’Europa ed il <strong>soft power russo</strong> appare decisamente più flebile che in passato, è comunque vero che Mosca continua a controllare gran parte delle infrastrutture del Paese, oltre ad essere il principale fornitore di <strong>gas</strong>, <strong>armi</strong> e beni.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Questo spiega infatti una generale sensazione di distacco da parte di Mosca, la quale sembra apparentemente poco interessata a ricostruire il controllo politico che il precedente sistema le garantiva.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Se questo è spiegabile e giustificato dal controllo che comunque il Cremlino può ancora esercitare su molti settori, sono però difficili da nascondere alcune crepe nel rapporto consolidato tra Mosca e Yerevan.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Da una parte infatti, molti armeni sono rimasti scioccati dall’apprendere della vendita di armi russe all’Azerbaigian, vero nemico dell’Armenia indipendente, dall’altra la crisi economica russa dovuta alle sanzioni occidentali ha ridotto il tradizionale apporto delle rimesse dei migranti armeni residenti in Russia.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Tale ammorbidimento di quella che è la relazione più importante del ‘900 armeno, accompagnata al periodo di transizione post-Sargsyan, lascia Pashinyan nella difficile situazione di barcamenarsi tra l’appartenenza alla comunità economica euroasiatica di Putin e la compartecipazione alle politiche di vicinato dell’<strong>Unione europea</strong>, con la quale nel novembre del 2017 è stato siglato l’accordo di partenariato.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma l’Armenia, in continuità con una tradizione culturale tra le più antiche e durature al mondo, sembra proprio un esempio calzante di quella resilienza che tanto va di moda citare oggi; una risorsa che le ha sempre permesso di darsi un futuro anche nei periodi più bui.</p>
<p>Chissà che questo futuro, stavolta, non passi attraverso la tecnologia e la nuova economia digitale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Trudeau non è più al sicuro: testa a testa con il conservatore Scheer</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/trudeau-testa-a-testa-nei-sondaggi-con-il-leader-conservatore-andrew-scheer.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Fabbio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2019 10:32:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="783" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trudeau Canada" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770-768x401.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770-1024x535.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Con lo straordinario successo del 2015, Justin Trudeau era riuscito a risollevare le sorti del Partito Liberale, a conquistare il governo del Canada e a diventare uno dei leader internazionali più conosciuti e ammirati. Una sequenza di mosse ben orchestrate gli avevano permesso di mettere in luce la sua immagine di giovane leader di un &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/trudeau-testa-a-testa-nei-sondaggi-con-il-leader-conservatore-andrew-scheer.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="783" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trudeau Canada" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770-768x401.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Justin-Trudeau-La-Presse-e1571049141770-1024x535.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Con lo straordinario successo del 2015, <strong>Justin Trudeau</strong> era riuscito a risollevare le sorti del Partito Liberale, a conquistare il governo del <strong>Canada</strong> e a diventare uno dei leader internazionali più conosciuti e ammirati. Una sequenza di mosse ben orchestrate gli avevano permesso di mettere in luce la sua immagine di giovane leader di un paese aperto e avanzato e di diventare un modello per il “liberal” di tutto il mondo.</p>
<p>L’inconsueto, per il Canada, ruolo di leader carismatico si è però presto scontrato con cambiamenti piuttosto rilevanti nella scena mondiale. <strong>L’elezione di Donald Trump</strong> e le recenti guerre commerciali hanno messo Ottawa nella scomoda situazione di doversi smarcare in maniera piuttosto plateale dal potente vicino meridionale, trovandosi spesso in maggior sintonia con l’Unione europea. Sintonia tramutata in pratica quando nel 2017 fu siglato il <strong>Ceta</strong>, accordo di libero scambio tra Canada e Ue<strong>,</strong> in netto contrasto con le politiche di Washington volte ad un superamento del Nafta, accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico.</p>
<p>Il Canada resta comunque un’isola felice rispetto alla crisi politica che ha investito gran parte delle democrazie occidentali e Trudeau ha dimostrato di capire la necessità di investire nella classe media e in coloro che cercano di raggiungerla, evitando fino ad ora la nascita di movimenti e leader politici particolarmente radicali o divisivi. Ciò traspare anche dai <strong>recenti dibattiti televisivi</strong> che anticipano le elezioni federali previste tra poco più di una settimana e che vengono tenuti separatamente nelle due lingue ufficiali del paese, inglese e francese.</p>
<p>Le tematiche principali intorno alle quali hanno dibattuto il premier uscente e il candidato conservatore Scheer hanno riguardato la spesa pubblica, le tasse e il clima, ma non è mancato più di un accenno alla questione dell’immigrazione. Nonostante il Canada abbia un sistema di politiche migratorie ben funzionanti, sul quale si base in parte sia la buona performance economica che l’identità stessa del paese, alcune voci si sono recentemente sollevate contro l’accesso poco controllato di migranti arrivati via terra dagli <strong>Stati Uniti</strong>.</p>
<p>Scheer ha infatti promesso di limitare tali ingressi, difendendo il sistema di accesso legale al paese, il quale permette una gestione complessiva dei <strong>flussi migratori</strong> in termini economici e di inserimento lavorativo nel paese.</p>
<p>Se quindi, per molti canadesi, le politiche di accoglienza non sono minimamente in dubbio, per molti, soprattutto nel battagliero <strong>Québec</strong>, va preservato a tutti i costi il sistema di ingresso legale nel Paese, evitando scorciatoie. Va detto che qualche voce più radicale, sull’onda di altri paesi, sta nascendo anche in Canada, ma al momento appare lontana dal divenire maggioritaria e si rifa principalmente al candidato del People’s Party Maxime Bernier.</p>
<p>Più numerosi invece sono coloro che attaccano Trudeau sulla <strong>questione climatica</strong>, accusando l’attuale governo di non fare abbastanza e rinfacciando la nazionalizzazione dell’oleodotto Trans Mountain. Su queste tematiche si sono giocati gran parte degli interventi di Jagmeet Singh, candidato del Nuovo Partito Democratico, e di Elizabeth May dei Verdi.</p>
<p>E, paradossalmente, è proprio relativamente ad alcuni cavalli di battaglia fondanti della propria immagine di leader aperto e paladino dei diritti e del clima che Trudeau si trova in maggiori difficoltà. All’inizio dell’estate infatti, è stata divulgata una sua immagine risalente a parecchi anni fa che lo ritrae ad una festa in maschera con il volto dipinto di nero. Tale immagine è stata immediatamente ripresa da tutti i media e ha fatto moltissimo scalpore, venendo associata alla cosiddetta “blackface”, immagine stereotipata delle persone di colore che è considerata universalmente come rappresentazione razzista. Quest’involontario scivolone ha colpito Trudeau sul suo stesso terreno ed è stato un vero autogol mediatico.</p>
<p>Ma il caso che più ha messo a rischio una rielezione che veniva data per certa è scoppiato all&#8217;inizio del 2019 quando <strong>il governo è stato accusato di aver esercitato pressioni</strong> nel processo alla società di ingegneria del Québec SNC-Lavalin, sospettata di aver pagato <strong>tangenti</strong> in alcuni contratti con la Libia.</p>
<p>L’ex ministra della Giustizia Jody Wilson-Raybould accusò l’entourage del primo ministro di aver agito in maniera inappropriata chiedendole di intervenire nel procedimento giudiziario che avrebbe messo a serio rischio l’attività della società con sede a Montreal.</p>
<p>Lo scandalo per poco non fece cadere il governo e tuttora rappresenta un ostacolo rilevante nella corsa alla rielezione di un giovane leader che fino ad allora non aveva sbagliato nulla e godeva della fiducia dei suoi concittadini.</p>
<p>Quel che è certo è che, seppur appannato, il richiamo mediatico di Trudeau rimane forte e molto si giocherà sulla sua capacità di convincere gli elettori di essere ancora un capo di governo credibile e capace di portare avanti la battaglia contro i cambiamenti climatici e il mantenimento dell’equilibrio tra apertura al mondo e protezione degli interessi economici e strategici nazionali.</p>
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		<title>Johnson cambia gli equilibri: le reazioni dei leader mondiali</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/johnson-cambia-gli-equilibri-le-reazioni-dei-leader-mondiali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jul 2019 08:55:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="782" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416-300x122.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416-768x313.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416-1024x417.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’elezione di Boris Johnson a leader del Partito Conservatore e quindi a primo ministro del Regno Unito era data per certa, ma non ha comunque mancato di sorprendere molti. La personalità sopra le righe del nuovo premier britannico e le sue idee forti su molti temi hanno contribuito infatti a renderlo un personaggio divisivo, oltre che &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/johnson-cambia-gli-equilibri-le-reazioni-dei-leader-mondiali.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="782" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416-300x122.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416-768x313.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_10071049-e1564231567416-1024x417.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’elezione di <strong>Boris Johnson</strong> a leader del Partito Conservatore e quindi a primo ministro del <strong>Regno Unito</strong> era data per certa, ma non ha comunque mancato di sorprendere molti. La personalità sopra le righe del <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/boris-johnson.html" target="_blank" rel="noopener">nuovo premier britannico</a> e le sue idee forti su molti temi hanno contribuito infatti a renderlo un personaggio divisivo, oltre che a dargli molta visibilità.</p>
<p>Come spesso accade in questi casi, <strong>Twitter</strong> è stato il mezzo attraverso il quale i leader mondiali hanno espresso le loro felicitazioni per l’insediamento del nuovo primo ministro.</p>
<p><strong>Donald Trump</strong>, spesso associato a Johnson per i modi poco attenti al protocollo e alle buone maniere, si è subito congratulato e ha dimostrato un’immediata vicinanza di idee, come più volte dichiarato in passato. In giornata aveva anche descritto Johnson come il “Trump britannico”, dimostrando tutto il suo apprezzamento. Il cambio di guardia al 10 di Downing Street probabilmente porterà ad un riavvicinamento tra i due storici alleati (ultimamente messi alla prova  dalla leader uscente Theresa May e dalle dichiarazioni offensive nei confronti del presidente americano da parte del dimissionario ambasciatore britannico a Washington). Non è un mistero come per molti sostenitori della <strong>Brexit</strong> l’ormai prossima uscita del loro paese dall’Unione europea dovrebbe corrispondere ad un nuovo bilanciamento dei rapporti a favore del potente alleato atlantico.</p>
<p><strong>Michel Barnier</strong>, negoziatore capo di Bruxelles nel difficile processo di uscita del Regno Unito in seguito al referendum di tre anni fa, ha dichiarato di voler lavorare costruttivamente col nuovo governo britannico, in modo da facilitare la ratifica dell’accordo di distacco e ottenere una Brexit ordinata.</p>
<p>Johnson è stato un grande sostenitore del “Leave” nella campagna referendaria del 2016 che ha portato ad innescare il processo di uscita di Londra dalle istituzione comunitarie e non ha mai risparmiato critiche, spesso infondate, relative ai vincoli e ai costi della macchina europea. Si è inoltre detto intenzionato a rispettare la data del 31 ottobre per completare il processo di uscita, con o senza accordo.</p>
<p>Nel discorso di insediamento di fronte al celebre ingresso della residenza di governo nella londinese Downing Street, Johnson si è comunque detto certo di poter negoziare un nuovo accordo con l’Europa, eventualità che i negoziatori europei hanno invece sempre negato, attenendosi a quanto elaborato in anni di estenuanti tentativi. I segnali sembrano quindi sottolineare il rischio di un’uscita senza accordo.</p>
<p>A tal proposito, <strong>Leo Varadkar</strong>, primo ministro irlandese, nel congratularsi con il nuovo omologo ha invece ricordato come il suo Paese condivida un difficile confine con l’Irlanda del Nord e come sia necessario lavorare per evitare l’ipotesi di tornare ad un confine chiuso tra i due territori. Tale eventualità diventerebbe reale proprio in caso di distacco senza accordi.</p>
<p>Tra coloro che hanno espresso le proprie congratulazioni per la nuova carica c’è anche il ministro degli Esteri iraniano <strong>Javad Zarif</strong>, il quale non ha dimenticato di avvertire il nuovo leader relativamente al confronto in corso tra i due Paesi nello stretto di Hormuz. Dopo il recente sequestro da parte di Teheran di una petroliera battente bandiera britannica infatti le relazioni sono al punto di rottura e l’Iran ha ricordato come non cederà di un millimetro nel proteggere le proprie acque territoriali.</p>
<p>Tra i sostenitori di Johnson ci sono altri leader conservatori come l’israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong> e l’australiano <strong>Scott Morrison</strong>.</p>
<p>Se quindi le reazioni dei principali capi di Stato e di governo sono tutte all’insegna dei buoni rapporti istituzionali, molte testate straniere non hanno nascosto critiche e ricordato le numerose gaffe del nuovo occupante del ruolo che fu di Winston Churchill e Benjamin Disraeli. L’edizione europea di <em>Politico</em> titola “Perché l’Europa non può smettere di ridere di Boris Johnson”, associandolo a Donald Trump, aggiungendo che però se ne discosterebbe perché, a differenza del presidente americano, non ha alle spalle una superpotenza capace di garantirgli un rispetto che vada al di là della propria personalità.</p>
<p>Il tedesco <em>Frankfurter Allgemeine Zeitung</em> titola in maniera ancora più caustica “Il clown che voleva essere re del mondo”, mentre il danese <em>Politiken</em> attacca senza mezze misure sostenendo che Johnson abbia creato la sua intera carriera su bugie senza vergogna e un’estrema forma di auto-promozione.</p>
<p>Quel che è certo è che, al di là delle caratteristiche del personaggio, per Johnson si apre una fase nuova che lo porterà ad affrontare dossier urgenti e molto difficili come la già citata e ormai imminente Brexit e la crisi con l’Iran. Ancor più difficile sarà dare una nuova identità ad un Regno Unito che ha deciso cosa non vuole più essere, ma che si trova ora ad affrontare un mondo di giganti senza essere dotato di particolari protezioni.</p>
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		<title>Il summit dei Balcani occidentali: i nuovi equilibri dell&#8217;Ue</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-summit-dei-balcani-occidentali-i-nuovi-equilibri-dellue.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2019 09:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1549" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273-300x242.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273-768x620.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273-1024x826.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il summit europeo sui Balcani occidentali della scorsa settimana a Poznan non ha portato sostanziali novità nel processo di adesione dei sei paesi dell’area che auspicano di essere integrati nella famiglia europea. Nonostante le parole del commissario uscente Johannes Hahn, la volontà politica di concludere il processo integrativo in Europa dell’est sembra mancare. Hahn ha avuto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-summit-dei-balcani-occidentali-i-nuovi-equilibri-dellue.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1549" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273-300x242.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273-768x620.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9986273-1024x826.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il summit europeo sui Balcani occidentali della scorsa settimana a Poznan non ha portato sostanziali novità nel processo di adesione dei sei paesi dell’area che auspicano di essere integrati nella famiglia europea.</p>
<p>Nonostante le parole del commissario uscente <strong>Johannes Hahn</strong>, la volontà politica di concludere il processo integrativo in Europa dell’est sembra mancare. Hahn ha avuto buon gioco nel sottolineare come la regione balcanica condivida la storia, la geografia e gli stessi interessi culturali ed economici del resto del continente. Ma la promessa di integrazione sembra un sogno rimasto a metà.</p>
<p>Se infatti alcune ragioni della geopolitica porterebbero ad una rapida soluzione della vicenda, la prudenza sembra regnare sovrana, portando ad una situazione di sostanziale stallo.</p>
<p>L’<strong>Unione Europea</strong> avrebbe infatti tutto l’interesse di riempire spazi vicini al suo confine prima che ci pensino potenze esterne, Russia in primis. Ma la crisi di credibilità delle istituzioni europee costringe ad un generale ripensamento di ogni possibile manovra. L’allargamento ad est iniziato nel 2004 con l’ingresso di ben 10 paesi non è mai stato del tutto digerito dalla crescente area euro-scettica e la gestione di molte materie richiedenti l’unanimità tra stati membri è diventata difficile.</p>
<p>Questo spiega la prudenza sul tema di molti leader, compreso <strong>Emmanuel Macron</strong>, il quale, pur non chiudendo la porta ai paesi balcanici, ha sottolineato l’esigenza di garantire la governabilità della macchina europea. Più aperta invece la posizione tedesca, la quale, considerata la grande influenza, potrebbe comunque prevalere. In ogni caso, è chiaro a tutti che la situazione non si sbloccherà tanto presto, né per i paesi più avanti nel processo di integrazione come Serbia e Montenegro, né in quelli affacciatisi più di recente come Albania e Macedonia del Nord.</p>
<p>E proprio quest’ultima rappresenta forse più di tutti i rischi di una mancata promessa. Dopo anni di chiusura, infatti, lo scorso anno il governo macedone ha risolto, di comune accordo con la Grecia, la storica disputa sul nome del paese, accettando di modificarlo nel nome di un riconoscimento internazionale pieno e legittimo. Tutto ciò avveniva sotto l’occhio vigile di Bruxelles che da anni tentava di mediare e considerava la questione come un passaggio fondamentale nel processo di adesione.</p>
<p>Per le giovani generazioni di macedoni che hanno creduto nel cambiamento e nei difficili passi avanti fatti nel piccolo paese ex jugoslavo arriva adesso l’ora della verità. Quanto a lungo potranno ancora credere alle promesse di prosperità implicite in un’adesione europea se non riceveranno risposte ai loro problemi?</p>
<p>Tutti questi paesi, spesso divisi da una storia difficile e dolorosa, sono accomunati dal desiderio di benessere e vedono nell&#8217;Europa la via più stabile per ottenerlo. Dovessero mancare però le condizioni per attuare l’integrazione europea, è facile pensare che le attenzioni virerebbero verso altri paesi interessati a mettere lo zampino a due passi dal cuore del continente. Se da una parte infatti l’influenza russa si fa sentire in tutta l’area ed in particolare in paesi come la Serbia, dall&#8217;altra non manca l’interesse turco.</p>
<p>La Turchia di <strong>Erdogan</strong>, a sua volta scottata in passato dalle sirene europee, non nasconde i propri intenti neo-ottomani nei confronti di un’area considerata a lungo come il giardino di casa.</p>
<p>Sullo sfondo agisce invece l’avversario geopolitico più minaccioso, la <strong>Cina</strong>. Pechino infatti, grazie alle sue ingenti risorse finanziarie, è riuscita ad aprirsi più di una breccia perfino all&#8217;interno di stati membri di lunga data e trova quindi pochi ostacoli nel crearsi spazi di manovra nei Balcani occidentali, area di attraversamento tra i “loro” porti in Grecia e la Mitteleuropa.</p>
<p>Quel che è certo è che fino a quando l’Unione Europea non riuscirà a superare la sua crisi di legittimità interna e non ci saranno le condizioni per ripristinare un rapporto di fiducia tra gli stati membri, difficilmente la questione potrà essere affrontata seriamente. Quello che non si sa è se per allora non sarà troppo tardi. Coniugare ragioni geopolitiche e consenso interno sembra sempre più difficile.</p>
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		<title>In Asia una nuova Trade war: esplode la guerra dei chip</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/guerra-dei-chip-tra-giappone-e-corea-del-sud.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2019 06:39:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[g20]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra commerciale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1286" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852-1024x686.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La crescente inimicizia tra Giappone e Corea del Sud potrebbe creare qualche problema alla produzione di chip e schermi per smartphone. All’inizio di luglio infatti il governo giapponese ha deciso di rendere meno facile l’esportazione di tre materiali essenziali alla loro produzione. Le aziende che vorranno fornire alla Corea del Sud tali materiali avranno bisogno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/guerra-dei-chip-tra-giappone-e-corea-del-sud.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1286" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9631852-1024x686.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La crescente inimicizia tra <strong>Giappone</strong> e <strong>Corea del Sud</strong> potrebbe creare qualche problema alla produzione di <strong>chip</strong> e schermi per <strong>smartphone</strong>.</p>
<p>All’inizio di luglio infatti il governo giapponese ha deciso di rendere meno facile l’esportazione di tre materiali essenziali alla loro produzione. Le aziende che vorranno fornire alla Corea del Sud tali materiali avranno bisogno di uno speciale permesso governativo creando quindi un ostacolo alla loro fornitura.</p>
<p>Le coreane <strong>Samsung</strong> e <strong>SK Hynix</strong> controllano il <strong>63%</strong> del mercato globale dei chip di memoria secondo la Korea International Trade Association e ricavano dal vicino Giappone quote rilevanti dei materiali necessari alla loro produzione. La decisione, accolta con preoccupazione da parte di Seul, è stata al centro di un lungo incontro tra rappresentanti dei due governi svoltosi pochi giorni fa a Tokyo e conclusosi con un nulla di fatto. Il presidente sud-coreano <strong>Moon Jae-in</strong> ha incontrato mercoledì scorso i rappresentanti dei maggiori produttori di smartphone del paese, tra cui Samsung e <strong>LG</strong>.</p>
<p>Se il Giappone giustifica la scelta accusando Seul di non riuscire a garantire che i materiali in questione non vengano ri-esportati ed utilizzati in paesi terzi per la costruzione di armi, è evidente come la questione si inserisca in un contesto di rapporti politici difficili.</p>
<p>In questo modo infatti trova risalto internazionale la recente escalation tra due paesi accomunati dalla vicinanza geografica, da una solida alleanza con gli <strong>Stati Uniti</strong> e da un alto livello di sviluppo economico e sociale. A dividere resta la storia e la sua appropriazione da parte di forze politiche moderne. La Corea non ha mai mandato giù le violenze subite durante la trentennale occupazione giapponese terminata con la sconfitta nipponica durante la seconda guerra mondiale.</p>
<p>Nonostante i due paesi abbiano normalizzato le relazioni diplomatiche e sin dagli Sessanta e il Giappone abbia risarcito economicamente le vittime del suo regime militare, i rapporti sono sempre stati freddi. Basti pensare che la Corea del Sud ha vietato fino al 1998 l’importazione di prodotti culturali giapponesi.</p>
<p>Al di là delle scuse ufficiali fatte dai governi di Tokyo, in nessuna delle due nazioni si è creato quel processo di conoscenza e reciproco riconoscimento che ha permesso ai paesi dell’Europa occidentale di superare gli orrori della seconda guerra mondiale e di creare uno spazio di scambio economico e culturale. Se quindi ci sarebbero molti elementi in comune ed entrambi i paesi si trovano inseriti nelle catene internazionali del valore, la diffidenza reciproca, soprattutto a livello politico, non è mai venuta meno.</p>
<p>Recentemente inoltre, la corte suprema sud-coreana ha riconosciuto il diritto per i suoi cittadini di rivalersi direttamente sulle società giapponesi che hanno utilizzato il lavoro forzato durante l’occupazione della penisola coreana, riaprendo ferite che sembravano chiuse da tempo.</p>
<p>Se pur negandolo quindi, è evidente come l’inasprimento delle relazioni tra i due vicini rientri tra gli elementi scatenanti la recente mossa a sfavore dei produttori di chip coreani. Mossa che apre gli occhi sull&#8217;Estremo Oriente, area geografica sempre più centrale dove però la logica nazionalista è sempre più difficile da limitare. È inoltre evidente come le politiche di <strong>guerra commerciale</strong> sviluppatesi tra Stati Uniti e Cina si stiano pian piano allargando a contesti vicini e spesso insospettabili. Al contempo, il rischio di un disimpegno americano nel Pacifico paventato dall&#8217;amministrazione Trump rischia di far venire meno il ruolo di potenza esterna riappacificante che fino ad ora aveva mantenuto la situazione sotto controllo.</p>
<p>Tutto questo avviene in un periodo di moderate aperture alla Cina del tutto inedite per il Giappone, sottolineato dalla recente visita del presidente cinese <strong>Xi Jinping</strong> durante il <strong>G20</strong> di Osaka. Come si inseriranno i battibecchi con la Corea del Sud in un Pacifico sempre più multilaterale e a rischio di sbilanciarsi a favore di Pechino e a sfavore di Washington?</p>
<p>In tutto ciò, a dimostrazione del fatto che il problema vada ben al di là di una semplice questione commerciale, ben 36mila sud-coreani hanno firmato una petizione online chiedendo al loro governo di reagire alle misure nipponiche con azioni specifiche e, sui social media, molte persone stanno chiedendo il boicottaggio dei prodotti giapponesi.</p>
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