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Guerra

Profughi dimenticati

Fausto Biloslavo e Gabriele Orlini raccontano la tragedia dei profughi dimenticati nel nord dell'Iraq: grazie al Distretto Rotary 2050, Gli occhi della Guerra racconta le testimonianze dei cristiani, sunniti e yazidi costretti a fuggire dall'avanzata del Califfato. Sono storie incredibili che non possono lasciare indifferenti.

Politica

Montenegro, la matrioszka delle battaglie

Gli Occhi della Guerra sono in Montenegro, a Podgorica dove domenica 16 ottobre vanno in scena le elezioni parlamentari. Da una parte c'è Milo Djukanovic, lo storico leader del paese al potere da più di 27 anni, e dall'altra ci sono diverse coalizioni dell’opposizione unite in svariate formazioni politiche per cercare di abbattere la leadership del DSP, il Democratic Party of Socialists of Montenegro. Il Montenrego è un piccolo Paese e queste elezioni sono lontane dai riflettori dei media. Forse perché non ci si rende conto che sull'altra sponda dell'Adriatico l'ennesimo braccio di ferro tra la Russia e l'Occidente. Per questo con Daniele Bellocchio e Gabriele Orlini siamo andati a vedere che aria si respira in questa piccola terra il cui destino, così trascurato dai media, può avere effetti importanti anche da noi.

Politica

Fantasmi del passato nel futuro del Montenegro

Chiamatela pure Podgorica, l'attuale capitale del Montenegro, ma esplorandola, andando alla ricerca della sua intimità, delle sue paure, della sua solitudine, della sua sofferenza, ecco allora che scoprirete come la più importante città del piccolo Stato balcanico, che si appresta a trovarsi, tra 24 ore, ad affrontare le elezioni parlamentari e una sfida politica tra Nato e Russia, sia oggi, nella sua anima recondita e orgogliosa, revanscista e nostalgia, non l'attuale Podgorica ma, piuttosto, la vecchia Titograd: la città di Tito. Nel '46 la futura capitale del Montenegro venne ricostruita ex novo e l'ideologia celebrò il ''Maresciallo'' senza domande e concessioni al dubbio. Settant'anni sono passati e nel 2016 la stessa città è in un faccia a faccia pugilistico con il proprio contingente; ci sono le elezioni e pure i partiti, le divisioni e le domande e, con queste, i dubbi: molti, troppi. Ed è così che la Podgorica di adesso setaccia il proprio passato, alla ricerca, in una memoria ingombrante e dolorosa, di un appiglio lenitivo per affrontare un domani all'apparenza orfano di risposte e soluzioni e con incognite foriere di ogni timore. Reportage di Daniele Bellocchio e Gabriele Orlini

Politica

D-day balcanico

La pioggia battente e i lampi hanno caratterizzato la notte della vigilia delle elezioni a Podgorica. Le vie del centro della capitale montenegrina erano assonate, buie e solo le luci di qualche bar fumoso e la musica che usciva dai pub rompevano un silenzio elettorale, saturo di tensioni, timori e di notizie che correvano sugli smartphone degli avventori dei locali, dispensatrici di paura.Questa mattina però le nubi si sono dissolte con l'alba e di primo mattino il Montenegro è già pronto per dirigersi alle urne. In Piazza dell'Indipendenza, dove di notte sono state issate da anonimi le bandiere della Serbia e della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, i taxi si alternano accompagnando gli elettori nei diversi seggi che puntellano la città e alle otto, al momento dell'inizio delle votazioni, fuori dalla scuola Savo Pejanovic, file di cittadini attendono il proprio turno prima di entrare in cabina. Reportage di Daniele Bellocchio e Gabriele Orlini

Società

Angeles City, figli del turismo sessuale

La pelle un po' più chiara. Gli occhi occidentali. I capelli biondi o rossi. Sono i figli di nessuno. O meglio, un padre c'è. Ma alcuni non lo hanno mai conosciuto. Altri lo hanno visto solo in una foto sbiadita recuperata chissà dove. Siamo ad Angeles City, nome di origine spagnola che per un curioso e triste destino sarebbe la “città degli angeli”, ottantacinque chilometri a nord-ovest di Manila, nelle Filippine. Un posto dove non c'è nulla di interessante da vedere, ma ogni anno si riempe di centinaia di migliaia di “turisti” maschili. Hotel a cinque stelle, piscine, bordelli luminosi camuffati da disco pub e lusso da una parte. Dall'altra l'infelice quotidianità dell'infanzia negata, della povertà e della solitudine. Video di Roberto Di Matteo e Fabio Polese

Terrorismo

Fuggiti da Marawi

Gli scontri tra le forze speciali filippine impegnate sul campo per riprendere il controllo completo di Marawi - che secondo fonti governative dovrebbe arrivare a breve - e i miliziani dello Stato Islamico, hanno provocato, fino ad ora, oltre 700 morti e quasi 400mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Molte di queste hanno trovato rifugio nella vicina città di Iligan, che dista meno di quaranta chilometri dal conflitto, ed è diventata il quartier generale delle istituzioni per affrontare l’emergenza.“È successo tutto all’improvviso”, ci dice Marical, una ragazza di 34 anni ospite, insieme con altre mille persone, al Fisheries Evacuation Center. “Il 23 maggio Marawi si è riempita di uomini armati. Io ero fuori casa e non sapevo come rientrarci”, racconta mentre ha in braccio il suo bambino. “Non sapevo cosa fare. Riuscivo solo a piangere e pregare di rivedere la mia famiglia. Ero disperata. Dovevo rientrare per forza per allattare mio figlio”. Ad un certo punto, continua la giovane donna, “ho visto alcune persone in strada e gli ho chiesto se potevo andare nella mia abitazione. Mi hanno detto di sì, ma dovevo fare in fretta. Così mi sono fatta coraggio, sono andata di corsa, ho preso il mio bambino, qualche vestito per lui, mezzo sacco di riso e sono scappata fuori dalla città”. Anche Sulyman Abdullah, 33 anni, racconta la stesse cose: “Stavo dormendo insieme alla mia famiglia quando ho sentito degli spari e sono corso in strada. C'era molta gente che scappava e ho capito che il gruppo Maute stava prendendo il controllo”. REPORTAGE DI FABIO POLESE E GABRIELE ORLINI

Religioni

Cristiani senza paura

DA ILIGAN - Mentre in Siria ed Iraq lo Stato islamico sta subendo pesanti sconfitte, nell'isola di Mindanao, nelle Filippine del sud, le bandiere nere stanno avanzando, portando distruzione e terrore. Il terreno in queste zone è fertile. Da decenni, infatti, i ribelli musulmani richiedono l'autonomia da Manila. Ma se prima la loro battaglia è stata condotta solo contro il governo, negli ultimi anni alcuni gruppi si sono avvicinati ai tagliagole jihadisti. Con l'obiettivo di creare il primo Califfato nel sud-est asiatico, i miliziani del Maute ed Abu Sayyaf, considerati la costola filippina dell'ISIS, il 23 maggio scorso hanno avviato l'assedio della città di Marawi, capoluogo della provincia di Lanao del Sur. Oggi, dopo quasi cinque mesi di scontri e bombardamenti, l'esercito di Rodrigo Duterte non è riuscito ancora a riprendere completamente il controllo. Fino ad ora le violenze hanno causato la morte di oltre 700 persone e quasi 400mila sfollati. REPORTAGE DI GABRIELE ORLINI E FABIO POLESE

Donne

Il bordello di Taingail

TANGAIL – Novanta chilometri dalla capitale Dacca. Tre ore di macchina verso nord. Siamo a Kandapara, quartiere a luci rosse di Tangail. Una città nella città, fatta di baracche dove circa ottocento ragazze, tra droga e povertà, si vendono al miglior offerente. In Bangladesh la prostituzione è stata legalizzata nel 2000, ma ha origini molto più antiche. È un’eredità del dominio inglese e i bordelli sono aperti da tantissimi anni. Questo è il secondo più grande del Paese. Quelli regolari, ovvero riconosciuti dalle autorità, sono una ventina. Per la legge dovrebbero lavorarci solo ragazze dai 18 ai 55 anni. Ma nella realtà non è così. Ci si accorge immediatamente quando si varca uno dei cancelli in lamiera che ti porta all’interno. Tante sono giovanissime. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Poles

Religioni

Cristiani senza diritti

SATKHIRA – Dopo i lunghi controlli all’ufficio visti riusciamo a uscire dall’aeroporto. L’aria è irrespirabile e i rumori sono fortissimi. Una marea di persone sosta nelle vicinanze. Alcune gridano, altre sono intente a caricare le valige dei viaggiatori. In sottofondo si sentono con insistenza i clacson delle auto e dei motorini. Siamo appena atterrati a Dacca, la capitale del Bangladesh, ancora sconvolta dall’assalto al ristorante nel quartiere diplomatico avvenuto lo scorso luglio, quando un commando di jihadisti ha brutalmente ucciso 23 persone, compresi 9 nostri connazionali. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese

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