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	<title>Emanuele Oddi Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Thu, 05 Dec 2019 14:27:47 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Emanuele Oddi Archives - InsideOver</title>
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		<title>Abiy Ahmed pensa alle elezioni e fonda un nuovo partito</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/abiy-ahmed-pensa-alle-elezioni-e-fonda-un-nuovo-partito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2019 14:27:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="976" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Etiopia Ahmed" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679-300x152.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679-768x390.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679-1024x520.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 14 Novembre, dopo tre giorni d’incontri, arriva l’annuncio ufficiale, la coalizione di governo si fonde in un unico partito: il Partito della Prosperità (Pp). Promotore di questo cambio di rotta storico è il primo ministro, e Nobel per la Pace, Abiy Ahmed. Non mancano però i dissidenti interni e le critiche esterne. Il rischio, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/abiy-ahmed-pensa-alle-elezioni-e-fonda-un-nuovo-partito.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="976" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Etiopia Ahmed" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679-300x152.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679-768x390.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Abiy-Ahmed-La-Presse-e1575556029679-1024x520.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 14 Novembre, dopo tre giorni d’incontri, arriva<a href="https://fanabc.com/english/2019/11/eprdf-approves-new-party-manifestos/"> l’annuncio ufficiale</a>, la coalizione di governo si fonde in un unico partito: il <strong>Partito della Prosperità</strong> (Pp). Promotore di questo cambio di rotta storico è il primo ministro, e Nobel per la Pace, Abiy Ahmed. Non mancano però i dissidenti interni e le critiche esterne. Il rischio, a pochi mesi dalle elezioni, è quello di disperdere il consenso e inasprire lo scontro interetnico.</p>
<h2>L’Eprdf diventa Pp</h2>
<p>L’<strong>Ethiopian People&#8217;s Revolutionary Democratic Front </strong>giunge al termine della sua lunga esistenza ed esperienza di governo. Nato nel 1989 grazie all’aiuto statunitense, è alla guida della guerra civile che due anni dopo lo porta a essere il partito di governo. Fino al 2012 è presieduto da Meles Zenawi, cui succederà Hailemariam Desalegn, dimessosi a Marzo 2018 per lasciare il posto all’attuale leader Abiy Ahmed.<br />
La storia dell’Eprdf deve essere letta in parallelo con l’ordinamento in vigore in Etiopia dal 1991, una Repubblica federale, con Stati individuati su <strong>base etnica</strong>. L’Eprdf, infatti, è strutturato come una coalizione che raccoglie al proprio interno quattro grandi partiti, più alleati di entità minore, ognuno dei quali rispecchia un’etnia locale, più o meno numerosa. I partiti principali sono: l’<strong>Oromo</strong> Democratic Party (Odp), espressione degli Oromo, ovvero il 34.4% della popolazione; l’Ahamra Democratic Party, la rappresentanza degli Amhara, 27%; il <strong>Tigray </strong>People&#8217;s Liberation Front (Tplf), della popolazione Tigrina (6%); infine, il Southern Ethiopian People Democratic Movement, che raccoglie alcune etnie delle regioni meridionali dell’Etiopia. A questi devono essere sommati i partiti alleati come quello dei somali, dell’Afar o della regione di Harar, e altre divisioni interne ai partiti maggiori.</p>
<p>Un caleidoscopio di anime differenti e con interessi a volte contrastanti. Una coalizione molto complessa da dirigere, governare e tenere unita, ma molto facile da dividere, facendo leva proprio sull&#8217;elemento etnico.<br />
In seguito alle <a href="https://it.insideover.com/politica/il-nobel-non-ferma-gli-scontri-letiopia-in-cerca-di-pace.html">proteste popolari in favore di Jawar Mohammed</a>, cui sono susseguiti morti e arresti, e in vista delle elezioni del 2020, il comitato esecutivo dell’Eprdf ha scelto di sciogliere la coalizione per fondersi definitivamente in un unico partito, il Partito della Prosperità. La decisione è stata poi ratificata dai membri del consiglio, con 135 voti su 180.</p>
<h2>Non solo Abiy</h2>
<p>Il processo per la nascita del nuovo partito è stato fortemente voluto da <strong>Abiy Ahmed</strong>, l’uomo forte della politica etiope, alla guida dell’ex coalizione e del paese dal 27 marzo 2018, in seguito alle proteste degli Oromo, che richiedevano una rappresentanza più adeguata al loro peso demografico. Le riforme e le politiche attuate da Abiy hanno avuto come filo conduttore una più equa ripartizione del potere tra le componenti della coalizione, a discapito di quei partiti, Adp e Tplf, che fino a quel momento avevano detenuto il monopolio della politica e degli apparati di sicurezza. Questo modello di governance ha da subito indispettito i membri del Tplf che a lungo avevano tirato le fila della coalizione.</p>
<p>La creazione del Pp può essere letta come il culmine di un lento processo di avvicinamento tra Oromo e Amhara che ha visto ridursi sempre di più lo spazio di manovra del Tplf, che, infatti, ha disertato la votazione per la nascita del nuovo partito, ritenendola un’azione illegale. Il comunicato con cui il Tplf si dissocia da Abiy Ahmed è denso di una retorica violenta, armata, che accusa “i figli di Menelik” di voler mettere le mani sulla regione del Tigray, mostrando come le tensioni della guerra civile degli anni Novanta non siano mai state affrontate in maniera organica.</p>
<p>Al coro del dissenso si è unito anche il <strong>Somali Democratic Party</strong>, sostenendo che la nascita del nuovo partito, non significhi in automatico la dissoluzione delle formazioni politiche regionali esistenti. Stesso discorso portato avanti da Lemma Megersa, Ministro della Difesa e governatore dello Stato dell’Oromia. Il Ministro ritiene di dar voce a tutti quegli Oromo che si sentono traditi di Abiy Ahmed. Secondo questa fazione, un partito su base nazionale snaturerebbe la struttura politico – amministrativa etiope, disperdendo le richieste delle differenti componenti della popolazione, ricreando una situazione simile a quella pre Abiy. A guidare questa consistente fetta di popolazione potrebbe esserci <strong>Jawar Mohammed</strong>, che dopo le prime smentite, <a href="https://www.africanews.com/2019/11/17/top-ethiopian-activist-to-reclaim-citizenship-and-contest-in-2020-polls/">ha confermato che correrà per le prossime elezioni</a>, anche se non sa ancora con quale partito.</p>
<p>Oggi in Etiopia si confrontano due schieramenti: da un lato i nazionalisti pan – etiopici, apparentemente uniti nel Pp, dall’altro i nazionalisti etno – culturali, eterogenei e radicati a una forma di coalizione che rispecchia il federalismo etiope. Un quadro politico molto frammentato che rischia di alimentare ulteriormente le divisioni interne e di dare il via a una transizione del potere traumatica.</p>
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		<title>L&#8217;Etiopia sogna una flotta</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sogna-una-flotta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2019 13:05:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="704" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Porto Kenya" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920-300x110.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920-768x282.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920-1024x376.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Etiopia è lo stato più popolato al mondo a non avere una flotta navale, dismessa negli anni Novanta. Ad aprile 2018, il premier Abiy Ahmed annuncia di voler dar vita a una nuova marina etiope, generando rumors e indiscrezioni. Le ultime arrivano da un settimanale locale, The Capital, e riportano un’ipotetica strutturazione di questa nuova &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sogna-una-flotta.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="704" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Porto Kenya" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920-300x110.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920-768x282.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Porto-Kenya-Africa-La-Presse-e1575464714920-1024x376.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’Etiopia è lo stato più popolato al mondo a non avere una flotta navale, dismessa negli anni Novanta. Ad aprile 2018, il premier <strong>Abiy Ahmed </strong>annuncia di voler dar vita a una <strong>nuova marina etiope</strong>, generando <em>rumors</em> e indiscrezioni. Le ultime arrivano da un settimanale locale, <em><a href="https://www.capitalethiopia.com/featured/djibouti-to-host-ethiopias-navy/">The Capital</a></em>, e riportano un’ipotetica strutturazione di questa nuova branca delle forze armate etiopi, su cui ha già messo gli occhi la Francia di Emmanuel Macron. Il processo di creazione di una vera e propria Marina richiederebbe risorse finanziarie e umane ingenti e costanti nel tempo, ma avrebbe delle implicazioni geopolitiche molto rilevanti.</p>
<h2>Imperial Ethiopian Navy</h2>
<p>Nel 1950, In seguito alla Seconda guerra Mondiale, le Nazioni Unite decidono di federare l’Eritrea, ex colonia italiana, con la monarchia etiope. L’Eritrea diviene così il naturale, e unico, sbocco marittimo per l’Etiopia, grazie ai suoi porti, in particolare Assab e Massawa. È proprio qui che nel 1955, per volontà dell’ultimo imperatore etiope <strong>Hailé Selassié</strong>, è fondata La Marina Imperiale Etiope, che entrerà effettivamente in azione come servizio indipendente, e non come branca delle forze armate, nel 1958. In questi tre anni i futuri membri della Marina, seguono diverse tipologie di addestramenti intensivi.</p>
<p>Grazie alle capacità diplomatiche di Hailé Selassié, l’Etiopia può avvalersi del supporto di trainer della<strong> Royal Navy britannica</strong>, della Marina norvegese e di quella italiana. Sono create tre basi navali (Massawa, Assab, Isole Dahalak) e un centro di reclutamento e addestramento ad Asmara. I primi mezzi sono forniti, invece, dagli Stati Uniti d’America, con cui l’Etiopia è schierata durante la guerra fredda. Nel 1974 l’imperatore Hailé Selassié è brutalmente ucciso ed è instaurata una dittatura genocidiaria nota come <strong>Derg</strong>. Alla guida di questo regime c’è Menghistu Hailé Mariàm, il quale impone un cambio di sponda nell’ambito delle relazioni politiche, orientando l’Etiopia, ed anche le operazioni navali, in funzione filo sovietica. La guerra civile porrà fine al Derg nel 1991 e, contestualmente, alla Marina etiope, per impossibilità di operare a causa della nuova indipendenza raggiunta dall&#8217;Eritrea – che diverrà ufficiale solamente nel 1993. Da questo momento in poi l’Etiopia è uno stato <em>landlocked</em>, senza uno sbocco sul mare, senza una flotta navale e senza una marina.</p>
<h2>Ethiopian navy parte due</h2>
<p>Stando a quanto riporta il settimanale etiope, il premier Abiy Ahmed, in un incontro svoltosi in ottobre con il <a href="https://www.capitalethiopia.com/featured/djibouti-to-host-ethiopias-navy/">presidente gibutino</a> Ismail Omar Guelleh, avrebbe avviato le trattative per la creazione di una base navale a <strong>Djibouti</strong>. I rapporti tra i due Stati sono ottimi: dalle due strade asfaltate e dalla linea ferroviaria che collegano l’Etiopia a Djibouti, passa il 95% dell’import/export etiope. L’Etiopia negli ultimi anni ha accelerato il processo di <a href="https://www.bbc.com/news/world-africa-44369382">espansione</a> economica nel Corno d’Africa, anche grazie all&#8217;acquisizione di diversi stalli in porti somali e sudanesi, ma non ha una flotta in grado di proteggere le proprie navi. Di contro, stati come Kenya e Somalia hanno vasti territori costieri, ma non la potenza per creare una forza navale in grado di render indipendente il Corno d’Africa dalla massiccia presenza straniera.</p>
<p>Sembra si sia già inserita in questo progetto la Francia. Nel corso di una visita nello <a href="https://www.reuters.com/article/us-ethiopia-france/ethiopia-france-sign-military-navy-deal-turn-new-page-in-ties-idUSKBN1QT2W3">scorso marzo</a>, <strong>Emmanuel Macron</strong> ha espresso il notevole interesse francese per la cooperazione con l’Etiopia in questo senso e le prime indiscrezioni parlano di un aiuto di circa 100 milioni di euro. Un’abile mossa, conveniente soprattutto alla Francia, già presente nell&#8217;area con una base militare a Djibouti e interessata a contrastare l’espansione economica e militare della Cina nella regione. È probabile che altre potenze coinvolte, come gli Emirati Arabi Uniti, la stessa Cina e gli Stati Uniti non se ne staranno a guardare, con l’Italia che continua a essere un grande punto interrogativo.</p>
<p>Creare da zero una Marina militare, con la sua flotta e i suoi apparati non è impresa semplice, soprattutto per uno Stato che non ha un naturale <strong>sbocco sul mare</strong> ed è soggetto a una forte <a href="https://it.insideover.com/politica/il-nobel-non-ferma-gli-scontri-letiopia-in-cerca-di-pace.html">instabilità politica</a>. Garantire il costante afflusso di risorse e uomini per rifondare la Marina etiope potrebbe essere la più importante riforma, ed anche forma di propaganda, di Abiy Ahmed. Intanto a Mexico Square, ad Addis Abeba, sembra aver aperto un ufficio temporaneo per i primi arruolamenti. Dopo oltre un quarto di secolo l’Etiopia tenta il ritorno in mare.</p>
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		<title>Novembre di fuoco in Congo: eliminati due leader delle milizie</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/novembre-di-fuoco-in-congo-eliminati-due-leader-delle-milizie.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2019 07:51:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ebola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 30 ottobre scorso l’esercito congolese ha lanciato una massiccia operazione contro i jihadisti nella regione del Nord Kivu. Da quando sono entrate in azione le Fardc (Forze armate della repubblica democratica del Congo) l’attività delle milizie si è intensificata, la popolazione è stremata e protesta contro la presenza straniera nella regione, mettendo a nudo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/novembre-di-fuoco-in-congo-eliminati-due-leader-delle-milizie.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/novembre-di-fuoco-in-congo-eliminati-due-leader-delle-milizie.html">Novembre di fuoco in Congo: eliminati due leader delle milizie</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9985776-1-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 30 ottobre scorso l’esercito congolese ha lanciato una massiccia operazione contro i jihadisti nella regione del Nord Kivu. Da quando sono entrate in azione le Fardc (Forze armate della repubblica democratica del Congo) l’attività delle milizie si è intensificata, la popolazione è stremata e protesta contro la presenza straniera nella regione, mettendo a nudo i limiti della missione delle Nazioni Unite e della sempre dubbia posizione dell’Uganda. A un mese dall’inizio dei combattimenti i militari esultano per l’eliminazione di due leader del gruppo armato Adf, ma a quale prezzo?</p>
<h2>Un quadro sconcertante</h2>
<p>Nella mattinata di Sabato il <a href="https://www.aljazeera.com/news/2019/11/drc-army-killed-top-adf-leader-civilian-toll-rises-191130081713060.html">portavoce delle Fardc</a>, Leon Richard Kasonga, annuncia l’uccisione di <strong>Mouhamed Mukubwa Islam</strong>, uno dei principali leader del gruppo jihadista. Il comandante sarebbe stato colpito da un proiettile durante un’operazione militare dell’esercito congolese, svoltasi venerdì. L’obiettivo era la bonifica della foresta di Mapobu, nel Nord Kivu, utilizzato come un vero e proprio campo base da parte delle milizie d’opposizione.  L’uccisione del comandante è arrivata a poche ore di distanza da un attacco al villaggio di Kukutama, in cui l’Adf aveva eliminato 13 civili. Nella stessa zona, a inizio settimana, erano stati uccisi 28 civili. Per completare il drammatico bollettino della settimana, bisogna aggiungere i 19 morti del villaggio di Maleki e le <strong>proteste</strong> nella città di Beni, in cui sono stati dati alle fiamme diversi uffici governativi e delle Nazioni Unite. Nelle proteste sono morte 7 persone e due sospetti jihadisti, marito e moglie, sono stati linciati. Il bilancio finale parla di 14 incursioni dei jihadisti e un totale di oltre 100 morti, solo nel mese di Novembre. Se allarghiamo lo sguardo alle altre province, il quadro peggiora: l’<strong>Ebola</strong> imperversa, mentre le milizie <strong>Mai Mai</strong> proseguono i loro attacchi – Provincia dell’Ituri – contro i centri di trattamento di <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/ebola-the-outbreak.html">Ebola dell’Om</a>s e il <strong>morbillo</strong> è arrivato a causare oltre <a href="https://news.un.org/en/story/2019/11/1052321">5mila decessi</a> (di cui il 90% sono bambini al di sotto dei 5 anni).</p>
<h2>Adf perde un altro comandante</h2>
<p>L’uccisione di Mouhamed Mukumba Islam segue quella di metà novembre di un altro leader dell’<strong>Adf</strong>: Nasser Abdu Hamid Diiru. Nonostante le illustri vittime, gli attacchi nel Nord Kivu sono aumentati nell’ultimo mese. È evidente, ma non scontata, la correlazione tra gli attacchi dei jihadisti e l’avvio delle operazioni militari. Il paradosso è che l’esercito sembra essere riuscito laddove lo Stato Islamico aveva fallito. <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-approda-in-congo-nasce-lo-stato-islamico-dellafrica-centrale.html">L’affiliazione di aprile</a>, infatti, non aveva portato a un cambio di operatività dell’Adf, a differenza di quanto accaduto in Mozambico. Il legame tra Adf e <strong>Stato islamico</strong> è molto labile e tutt’oggi deve esserne verificata e accertata la portata. Dopo mesi in cui le milizie del Ruwenzori hanno effettuato pochi e sporadici attacchi, i combattenti hanno trovato il modo di rispondere all’offensiva, rivolgendo gli attacchi, principalmente notturni, verso piccoli villaggi. L’obiettivo è evitare lo scontro diretto con le truppe congolesi e creare sfiducia, terrore e caos tra la popolazione. A Beni, dopo l’ennesimo attacco dell’Adf, i civili sono insorti contro le Fardc e la <strong>Monusco</strong>. Tra i manifestanti anche i membri di <a href="https://it.insideover.com/guerra/i-jihadisti-arretrano-in-congo-esercito-e-civili-uniti-contro-lisis.html">LUCHA</a>, la stessa organizzazione che pochi giorni prima aveva appoggiato l’esercito contro le milizie. I civili incolpano la Monusco di non aver raggiunto i risultati prefissati e non hanno tutti i torti.</p>
<h2>Le Fardc da sole non bastano</h2>
<p>I caschi blu per mandato del consiglio di sicurezza hanno delle regole d’ingaggio ben precise. In questo caso il mandato della Monusco prevede la tutela dei civili e quindi l’uso della forza unicamente come strumento di difesa. È questa la motivazione, almeno in linea teorica, per cui le forze dell’UN non si sono unite all’esercito regolare nell’offensiva contro l’Adf. In queste settimane sono emerse tutte le criticità di questa missione, che, nonostante la visita a Beni di Jean Pierre Lacorix – sottosegretario generale per le operazioni di pace dell’UN – non riesce più ad assolvere al suo mandato.<br />
Se la Monusco ha come scusante il rispetto di un mandato, l’Uganda dell’eterno <strong>Yoweri Museveni</strong> non ha alcun motivo valido per <a href="https://blog.kivusecurity.org/after-the-death-of-at-least-77-civilians-the-congolese-armys-strategy-against-the-adf-is-called-into-question/">sottrarsi alla lotta contro i jihadisti</a>, che galleggiano proprio sul confine tra Rdc e Uganda. Eppure, nonostante l’incontro con Tshisekedi, Museveni continua a sottrarsi a quest’impegno militare, alimentando le voci riguardo una connivenza tra Adf e Uganda, dove tuttora è detenuto l’ex capo dei miliziani Jamil Mukulu.</p>
<p>Quella che è stata presentata come l’operazione finale che avrebbe eliminato i jihadisti, dopo un mese, è ancora lontana dal raggiungere il suo obiettivo, la strada è ancora lunga e sarebbe necessaria una maggiore cooperazione tra le parti in campo. L’esercito congolese avanza a fatica, miete illustri vittime, ma non è appoggiato da coloro che, immobili o complici, avrebbero la possibilità accelerare il processo di pacificazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/novembre-di-fuoco-in-congo-eliminati-due-leader-delle-milizie.html">Novembre di fuoco in Congo: eliminati due leader delle milizie</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Sud Sudan, salta la pace e Kiir arruola 10mila uomini</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/sud-sudan-salta-la-pace-e-kiir-arruola-10mila-uomini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2019 07:26:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[bambini soldato]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In un report della settimana scorsa, il Panel di esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Sud Sudan, ha duramente criticato le scelte di Salva Kiir Mayaddit, Riek Machar e degli Stati mediatori nel processo di pace. Il documento elenca le negligenze che hanno determinato la posticipazione del governo di transizione di 100 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/sud-sudan-salta-la-pace-e-kiir-arruola-10mila-uomini.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9889203-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In un <a href="https://www.securitycouncilreport.org/un_documents_type/sanctions-committee-documents/?ctype=South%20Sudan&amp;cbtype=south-sudan">report</a> della settimana scorsa, il Panel di esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Sud Sudan, ha duramente criticato le scelte di Salva Kiir Mayaddit, Riek Machar e degli Stati mediatori nel processo di pace. Il documento elenca le negligenze che hanno determinato la posticipazione del governo di transizione di 100 giorni, dal 12 Novembre a metà Febbraio. Ancora una volta, lotte di potere interne, equilibri regionali e contrabbando, sembrano sconfiggere nel più giovane Stato del mondo, piombato in una sanguinosa guerra civile dal 2013.</p>
<h2>I reclutamenti di Kiir e i contrabbandi di Machar</h2>
<p><strong>Salva Kiir</strong>, primo e unico presidente del Sud Sudan, è a capo delle SSPDF (South Sudan People Democratic Forces), una delle tante milizie armate che dovrebbero convogliare nell’esercito regolare, strumento indispensabile per l’avvio di un governo d’intesa nazionale. L’obiettivo è di creare un apparato di sicurezza con 83mila uomini. A oggi sono state regolarmente registrate solo 7474 unità, a fronte di circa 32mila miliziani dell’opposizione. È evidente che il sistema d’inquadramento delle forze armate ha delle gravi falle, che Kiir sta colmando autonomamente facendo leva sulla propria appartenenza etnica, esacerbando il conflitto fra i Dinka, di cui è esponente, e i Nuer. La narrativa proposta da Kiir è che i Dinka, oggi alla guida delle più alte cariche dello Stato, debbano rafforzare il proprio apparato difensivo. Nell’ultimo anno, volontariamente o con l’uso della forza, si sono arruolate nelle fila del South Sudan National Service circa <strong>10mila tra uomini e bambini</strong>, quasi tutti provenienti dallo stato del Warrap. Queste unità andranno a incrementare il personale esercito di Kiir, che nonostante le promesse, continua a sfruttare la propria posizione privilegiata.<br />
<strong>Riek Machar</strong>, il principale oppositore, guida il gruppo armato dell’SPLM/A – IO (Sudan People’s Liberation Movement-Army in Opposition). Già vicepresidente del Sud Sudan dal 2011 al 2013, Machar è di etnia Nuer e contrasta, militarmente e politicamente, le forze governative, reclamando maggiore spazio nel futuro governo. L’SPLM/A, come gli altri gruppi armati, si autofinanzia tramite il <strong>contrabbando di legname</strong>, oro e petrolio. Teak e mogano sono le due tipologie di legno maggiormente esportate e, in maniera del tutto illecita, tassate. Uno dei generali, Moses Lokujo, è stato direttamente coinvolto nella tassazione del legname, diretto verso la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, evidentemente non così neutrale come imporrebbe il suo ruolo di mediatore.</p>
<h2>Mediazione interessata</h2>
<p>Il Panel del consiglio di sicurezza evidenzia che lo slittamento a metà Febbraio è frutto delle politiche degli attori interni, quanto di quelli esterni. La guerra  civile del Sud Sudan è uno degli scogli più complessi da superare per l’<strong>IGAD</strong> (Intergovernamental Authority for Development), l’organismo sovranazionale composto dagli Stati del Corno d’Africa allargato. Nonostante gli sforzi fatti, <a href="https://www.un.org/press/en/2019/sc14033.doc.htm">l’obiettivo sembra sempre più lontano</a>. Dopo un’iniziale fase di notevole impegno, anche a causa dei forti dissidi interni, l’<strong>Etiopia</strong> ha perso vigore e incisività nella sua azione diplomatica. Il <strong>Kenya</strong> ha relazioni dubbie con alcuni personaggi chiave nella guerra civile, come il generale Malek Reuben Riak Rengu, sottoposto a sanzioni ONU ma possessore di un conto bancario proprio in Kenya. Inoltre, sono numerose le violazioni dei divieti di viaggio che hanno come destinazione Nairobi e dintorni.<br />
L’<strong>Uganda</strong>, che a Entebbe lo scorso 7 novembre ha ospitato un’incontro tra Kiir e Machar, va anche oltre. Viola l’embargo del Consiglio di Sicurezza schierando truppe nello Yei River State, proprio al confine tra Uganda e Sud Sudan, area di transito dei traffici illeciti.<br />
In questo già complesso scacchiere, va aggiunto il <strong>Sudan</strong>. Recentemente Mohamed Hamdan  Dagolo, meglio conosciuto come <strong>Hemeti</strong>, ha presieduto un incontro tra le parti in causa. In Sudan Hemeti, già membro dei janjaweed (il braccio armato del genocidio in Darfur), oggi è a capo delle Rapid Support Forces, con cui controlla il contrabbando dell’oro dall’Africa Orientale verso i paesi del Golfo, per reinvestire i proventi nell’ampliamento della sua stessa milizia. Il suo inserimento nel processo di pacificazione del Sud Sudan dovrebbe destare non poche domande.</p>
<p>Player locali e regionali colpevoli, direttamente o indirettamente, di costanti e ripetute violazioni dei diritti umani, il cui elenco pare non avere fine. Le Nazioni Unite, con la loro missione in loco, <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-missioni-di-peacekeeping-delle-nazioni-unite-in-africa.html">UNMISS</a>, raccolgono continuamente testimonianze di <a href="https://it.insideover.com/guerra/linfanzia-rubata-dei-bambini-soldato-nel-sud-sudan.html">bambini arruolati</a> e addestrati per diventare soldati, arresti arbitrari, violenze sui civili, <strong>violenze sessuali</strong>, <strong>stupri</strong>. Violazioni che non caratterizzano un singolo gruppo, ma sono trasversali a tutte le milizie che vi ricorrono come vere e proprie tecniche di guerra. Il reiterato errore di basare il processo di stabilizzazione su incontri personali, e non su un dialogo politico di ampio respiro, ha creato uno stallo da cui nessuno ha né l’interesse, né la volontà di uscire.</p>
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		<title>Quelle isole dell’oceano indiano controllate da Francia e Regno Unito</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/quelle-isole-delloceano-indiano-controllate-da-francia-e-regno-unito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 11:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[postcolonialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chagos (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Seppur si tratti di alcune isole, Francia e Gran Bretagna annoverano, tutt’oggi, dei possedimenti territoriali nell’Africa subsahariana. L’importanza strategico-militare di questi territori è tutt&#8217;altro che marginale, tanto quanto il loro valore simbolico. Francia e Gran Bretagna faticano ad abbandonare, almeno formalmente, il continente dove si sono confrontate per circa un secolo. Sono passati 135 anni &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/quelle-isole-delloceano-indiano-controllate-da-francia-e-regno-unito.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1365" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chagos (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Chagos-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p><p>Seppur si tratti di alcune isole, Francia e Gran Bretagna annoverano, tutt’oggi, dei possedimenti territoriali nell’Africa subsahariana. L’importanza strategico-militare di questi territori è tutt&#8217;altro che marginale, tanto quanto il loro valore simbolico. Francia e Gran Bretagna faticano ad abbandonare, almeno formalmente, il continente dove si sono confrontate per circa un secolo. Sono passati 135 anni dalla <strong>Conferenza di Berlino</strong>, quando le potenze europee si spartirono con riga e squadra l’Africa, dando il via a quasi un secolo di colonialismo, eppure permangono alcuni governatorati europei.</p>
<h2>I possedimenti francesi</h2>
<p>Quando si parla di colonialismo non può essere assente la Francia, che porta ancora avanti la propria idea di <em>direct rule</em>. Le due isole in questione sono <strong>Reunion</strong> e <strong>Mayotte</strong>, rispettivamente a nord e a est del Madagascar. La prima fu occupata dai francesi dal lontano 1642 e fa parte dell’arcipelago delle isole Mascarene. Nonostante l’assenza di qualsiasi movimento indipendentista, l’isola è oggi in una situazione economica e sociale tesa &#8211; il tasso di disoccupazione è del 29% &#8211; tanto che il movimento dei <strong>gilet gialli</strong> ha attecchito anche qui nel lontano oceano indiano. Mayotte, invece, sono due isole dell’arcipelago delle Comore, da cui prende il nome l’omonimo stato: Unione delle Comore. Tra il 1974 e il 1976, quando il resto delle Comore giungeva all&#8217;indipendenza, Mayotte, con un referendum, scelse di restare nell’orbita francese. Nel 1976 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mise ai voti una risoluzione per affidare le isole alla nascente repubblica delle Comore, ma la Francia, membro permanente del Consiglio, oppose il su <strong>diritto di veto</strong>. A oggi, il 97% della popolazione è di fede musulmana e la lingua ufficiale è il francese, ma non tutta la popolazione lo sa leggere o scrivere. Questi due territori fanno a tutti gli effetti parte dell’Unione europea, difatti la valuta in vigore è l’euro e i cittadini votano per le elezioni europee.</p>
<h2>La disputa sull’arcipelago Chagos</h2>
<p>Un po’ più articolata è la presenza britannica. I possedimenti sono due, uno nell’oceano atlanico e uno nell’oceano indiano. Nell’Atlantico, a metà strada tra la Namibia e il Brasile, è presente il <strong>territorio d’oltremare di St. Helena, Ascension e Tristan de Cunha</strong>. Le isole, che fanno parte dell’Africa solo dal punto di vista geografico, furono scoperte in epoca Moderna dai portoghesi che stabilirono degli avamposti commerciali in queste isole disabitate. In seguito, ne prese possesso il Regno Unito e Sant’Elena divenne famosa per l’esilio di Napoleone. L’isola più importante è sicuramente Ascension dove sono presenti l’Agenzia Europea per lo Spazio e la Nasa.</p>
<p>I <strong>Territori Britannici dell’Oceano Indiano</strong>, hanno tutt’altro peso e sono composti dalle isole dell’arcipelago <strong>Chagos</strong>, circa 2mila chilometri a Nord – Est delle Mauritius. Nel 1968 le isole Mauritius ottengono l’indipendenza, ma la Gran Bretagna non abbandona l’arcipelago Chagos, anzi deporta gli abitanti, circa duemila, alle isole Mauritius, nel silenzio assoluto di giornalisti e Nazioni Unite. La deportazione è finalizzata alla creazione di una base militare statunitense sull’atollo Diego Garcia, oggi unica isola abitata. Da questa base, per cui gli Stati Uniti d’America pagano un lauto affitto, partono i bombardieri diretti in Iraq e Afghanistan.<br />
Dopo anni di proteste da parte dei rifugiati chagossiani, la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata a favore del ritorno dell’arcipelago tra i territori mauriziani. Decisione corroborata dal voto dell’Assemblea Generale che dispone al Regno Unito di abbandonare i Territori dell’Oceano Indiano entro il 22 Novembre. Nonostante l’appello di Papa Francesco – interessato soprattutto a rimarcare la disputa tra Gran Bretagna e Argentina sulle isole Falkland – e la disponibilità delle Mauritius affinché permanga la base militare USA, la situazione non è cambiata e l’Unione Africana ha apertamente criticato l’operato di Londra.</p>
<p>La risposta della Gran Bretagna è stata inequivocabile: non abbiamo alcun dubbio circa la nostra sovranità su quei territori. Un misto di arroganza, disprezzo per le Nazioni Unite, che contano sempre meno, e un neanche troppo celato <strong>eurocentrismo</strong> che dovrebbe far riflettere. A quasi sessant’anni dalle indipendenze della maggior parte degli Stati africani, due potenze europee continuano a rimarcare la loro presenza territoriale, ignorando i richiami della comunità internazionale e, ancor di più, quelli delle popolazioni locali. Il <strong>colonialismo</strong> come fenomeno giuridico permane solo in queste piccole enclavi, ma la schiavitù economica, politica e militare dilaga in tutto il continente. Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile, paesi del Golfo, con la complicità delle classi dirigenti africane, continuano indisturbate a depredarne le risorse, naturali e umane. Le bandiere francesi e britanniche sventolano su queste isole, quasi a ricordare, come se ce ne fosse bisogno, che l’Europa dall’Africa non se n’è mai andata.</p>
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		<title>L’esercito francese perde tredici soldati in Mali</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lesercito-francese-perde-tredici-soldati-in-mali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2019 18:09:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Barkhane]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito francese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="922" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mali morti francia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882-300x144.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882-768x369.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882-1024x492.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’esercito francese ha comunicato la morte di alcuni suoi soldati impegnati in Mali nell’ambito dell’operazione Barkhane. L’incidente Stando alle prime ricostruzioni l’incidente è avvenuto lunedì 25, poco prima delle ore venti. Due elicotteri dell’esercito francese si sono scontrati a bassa quota, poco prima che fosse lanciata un’operazione contro un gruppo di jihadisti. I mezzi coinvolti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/lesercito-francese-perde-tredici-soldati-in-mali.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lesercito-francese-perde-tredici-soldati-in-mali.html">L’esercito francese perde tredici soldati in Mali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="922" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mali morti francia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882-300x144.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882-768x369.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/caduti-francesi-in-Mali-La-Presse-e1574791672882-1024x492.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’<strong>esercito francese</strong> ha comunicato la morte di alcuni suoi soldati impegnati in <strong>Mali</strong> nell’ambito dell’operazione Barkhane.</p>
<h2>L’incidente</h2>
<p>Stando alle prime ricostruzioni <a href="http://www.rfi.fr/afrique/2min/20191126-mali-13-soldats-francais-tues-accident-helicopteres">l’incidente</a> è avvenuto lunedì 25, poco prima delle ore venti. <strong>Due elicotteri</strong> dell’esercito francese si sono scontrati a bassa quota, poco prima che fosse lanciata un’operazione contro un gruppo di jihadisti. I mezzi coinvolti sono un elicottero Cougar, di supporto e pronto a intervenire per un’eventuale estrazione rapida, e un Tiger, un mezzo d’attacco. Nell&#8217;impatto sono morti sei ufficiali, sei sottoufficiali e un sergente. Non ci sono superstiti. Per la Francia si tratta del più grave incidente da quando è presente in Mali, 2013, e del più alto numero di perdite dal 1983. Immediato il messaggio di cordoglio dell’Eliseo.<br />
L’unico dettaglio fornito riguardo al luogo dell’incidente, è che le truppe si trovavano nella regione di <strong>Liptako</strong>. Questa regione, tra le più colpite dal proliferare dei gruppi jihadisti nell&#8217;area, si trova a cavallo tra Mali, Niger e Burkina Faso e nelle ultime settimane è stata al centro di violenti scontri che hanno coinvolto le forze armate maliane e i militari delle Nazioni Unite.</p>
<p>Lo scontro, a quanto pare, è avvenuto per un errore dei piloti, sembra quindi da escludere che sia stato sferrato un attacco diretto. I<strong> jihadisti</strong>, verso cui si stava dirigendo il contingente francese, potrebbero far parte dello Stato Islamico del Grande Sahara oppure di uno dei molti gruppi qaedisti presenti nella regione, uniti da Marzo 2017 sotto la sigla Jnim, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin.</p>
<h2>La vuota militarizzazione del Sahel</h2>
<p>La Francia è presente nel Sahel dal 2013, quando fu lanciata l’operazione Serval per contrastare un imminente colpo di Stato in Mali. In poco più di 48 ore la Francia schiera i suoi uomini a protezione di Bamako e i rivoltosi sono respinti, ma per nulla sconfitti. In seguito a quest&#8217;operazione emergono tensioni e interessi contrastanti dei miliziani: jihadisti di diversa nazionalità ed etnia, Tuareg, ex soldati. Il fronte, fino a quel momento compatto, si frammenta in una moltitudine di organizzazioni separate che saranno alla base della proliferazione dei gruppi armati nell’area.</p>
<p>Nel 2014 la Francia rinnova la propria presenza con la missione <strong>Barkhane</strong>, tuttora attiva, che consta di 4500 soldati. Per il 2020 è previsto il lancio dell’operazione, a guida francese, Takuba, cui parteciperanno anche Estonia e Danimarca. Negli ultimi anni il Sahel ha conosciuto una serrata militarizzazione, di cui la Francia è stata senz&#8217;altro precursore. Alla presenza transalpina si è presto aggiunta la missione delle nazioni unite, <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-missioni-di-peacekeeping-delle-nazioni-unite-in-africa.html">Minusma</a>, le missioni di peacekeeping e training dell’Unione europea e la joint task force <strong>G5 del Sahel</strong> (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chad), per un numero complessivo di truppe schierate che va oltre le 20mila unità. Secondo alcuni analisti, una presenza così massiccia di forze armate costituisce un <em>push factor</em> nella nascita di gruppi armati, incrementando il livello e la frequenza degli scontri armati. Ufficialmente l’obiettivo di queste migliaia di soldati è contrastare la diffusione del jihadismo, delle milizie di autodifesa, limitando lo scontro interetnico.</p>
<p><a href="https://issafrica.org/iss-today/what-exactly-are-foreign-troops-protecting-in-the-sahel">I reali interessi sono ben altri</a>. Il Sahel è una regione ricca di risorse minerarie soprattutto <strong>uranio</strong>, da cui dipendono le centrali nucleari francesi, che già controllano l’estrazione e l’esportazione dell’uranio in Niger, causando enormi danni ambientali. Recentemente, a concorrere con la Francia per queste risorse, è giunta anche la Cina, destabilizzando ulteriormente l’area. Le tre operazioni dell’Unione europea hanno, invece, lo scopo di controllare i <strong>flussi migratori</strong> tramite <span style="font-size: 1rem;">l’empowerment</span><span style="font-size: 1rem;"> delle forze di sicurezza nigerine e maliane.</span></p>
<p>Un dispiegamento di questa portata avrebbe dovuto porre un freno alle violenze nella regione, ma si è rivelato del tutto <strong>inefficace</strong>. I numerosi gruppi armati, jihadisti e non, sono nati come risposta a tensioni sociali, vuoti politici, difficoltà economiche, non per ragioni ideologiche o religiose. Inoltre bisogna considerare i devastanti effetti che il <a href="https://it.insideover.com/ambiente/the-green-great-wall-8mila-chilometri-di-verde-nel-sahel.html">cambiamento climatico</a> sta avendo sulla regione. Il deserto avanza sempre più rapidamente e le risorse, in termini di terra e acqua, scarseggiano. In questo contesto si sono inseriti gruppi armati non statali, acuendo le tensioni interetniche. Per riportare stabilità e pace sociale si dovrebbe agire sulle radici del problema, grazie a progetti di cooperazione allo sviluppo, piuttosto che continuare a inviare migliaia di soldati. La miopia, come scelta, e l’avidità, come motore, degli attori in gioco hanno favorito una crisi che richiederà tempo e ben altre politiche per essere risolta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lesercito-francese-perde-tredici-soldati-in-mali.html">L’esercito francese perde tredici soldati in Mali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>I jihadisti arretrano in Congo: esercito e civili uniti contro l&#8217;Isis</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/i-jihadisti-arretrano-in-congo-esercito-e-civili-uniti-contro-lisis.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Nov 2019 15:27:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ebola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Militari attivi nella regione di Nord Kivu (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’esercito regolare congolese ha lanciato un’operazione militare nella provincia del Nord Kivu, contro le milizie dell’Allied democratic forces, il gruppo jihadista affiliato allo Stato islamico dell’Africa centrale. Il successo di quest’operazione è frutto della collaborazione con la società civile che sta reagendo per contrastare i gruppi armati ed ebola. L’Adf indietreggia Sokala1 secteur grand Nord &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/i-jihadisti-arretrano-in-congo-esercito-e-civili-uniti-contro-lisis.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/i-jihadisti-arretrano-in-congo-esercito-e-civili-uniti-contro-lisis.html">I jihadisti arretrano in Congo: esercito e civili uniti contro l&#8217;Isis</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Militari attivi nella regione di Nord Kivu (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Soldati-attivi-nella-regione-di-Nord-Kivu-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’esercito regolare congolese ha lanciato un’operazione militare nella provincia del Nord Kivu, contro le milizie dell’Allied democratic forces, il gruppo jihadista affiliato allo <a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/cos-e-l-isis-genesi-della-rete-del-terrore.html" target="_blank" rel="noopener">Stato islamico</a> dell’Africa centrale. Il successo di quest’operazione è frutto della collaborazione con la società civile che sta reagendo per contrastare i gruppi armati ed <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/ebola-the-outbreak.html" target="_blank" rel="noopener">ebola</a>.</p>
<h2>L’Adf indietreggia</h2>
<p><a href="https://www.radiookapi.net/2019/11/10/actualite/securite/beni-25-rebelles-adf-et-6-militaires-congolais-tues-dans-des">Sokala1 secteur grand Nord</a> è il nome della sezione delle Fardc (Forze armate della repubblica democratica del Congo), che dal 30 di ottobre è impegnata in un’importante offensiva contro le milizie jihadiste dell’Adf. A circa dieci giorni dall’inizio dell’operazione, il portavoce della stessa, il maggiore Mak Hazukayi, ha confermato l’uccisione di 25 ribelli dell’Adf. Tra i militari, guidati dal generale Jacques Nduru, si contano sei perdite e circa 20 feriti. L’esercito, inoltre, ha comunicato di aver riconquistato quattro importanti avamposti tra Mayangose e la valle di Mwalika. L’obiettivo è riportare le condizioni minime di sicurezza facendo indietreggiare le truppe dell’Adf, per contenere il più possibile la crisi di rbola, in collaborazione con gli operatori sanitari e il personale della <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-missioni-di-peacekeeping-delle-nazioni-unite-in-africa.html">Monusco</a>.</p>
<p>Negli ultimi mesi gli scontri tra le Fardc e i jihadisti si sono intensificati, per frequenza e portata. L’avanzata dell’esercito di questi giorni è, senza dubbio, il maggior successo militare ottenuto nei confronti dell’Adf, da quando il gruppo jihadista è stato<a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-approda-in-congo-nasce-lo-stato-islamico-dellafrica-centrale.html"> proclamato <em>wilaya</em> dello Stato islamico</a>. Nonostante la nascita della provincia dello Stato islamico dell’Africa centrale, non sembra esserci stata un’escalation di violenza verso i civili, anzi i jihadisti stanno ripiegando su posizioni difensive. Queste dinamiche rendono ancora meno chiaro quale sia l’effettivo peso dello Stato Islamico nella regione i cui legami con l’Adf devono ancora essere compresi.</p>
<h2>Un barlume di speranza</h2>
<p>Tra i 130 gruppi armati attivi oggi nella Repubblica democratica del Congo, l’Adf è tra quelli meglio strutturati e che hanno maggior controllo del territorio. Fornisce servizi base (assistenza sanitaria, scuole, polizia) agendo come un vero e proprio attore parastatale. Una modalità operativa che ha favorito la crescita del consenso verso il gruppo armato negli ultimi anni, ma i recenti eventi sembrano descrivere delle dinamiche in mutamento. Nelle dichiarazioni successive alle operazioni contro i jihadisti, come riportato da Radio Okapi, il maggiore Mak Hazukayi, ha speso importanti parole verso la popolazione di Beni, che non solo ha cooperato con i soldati delle Fardc, ma anche fornito supporto materiale in termini di <a href="http://www.provincenordkivu.cd/index.php/s/item/3985-un-appui-populaire-au-benefice-des-hommes-engages-dans-l-operation-sukola-i-a-beni">rifornimenti alimentari</a>. In particolare si sono spesi in favore delle forze lealiste i movimenti: Lutte pour le changement (Lucha) e Je suis Beni. La nascita di questi movimenti, seppur modesti, è rilevante.</p>
<p>Nel Nord Kivu, come in altre aree di crisi, i gruppi armati s’inseriscono dove lo Stato è assente, sostituendolo nell’erogazione dei servizi base di sicurezza, sanità e rifornimento di cibo. Le milizie armate, incluse quelle jihadiste, sono una concretizzazione violenta di un problema, ma non la radice del problema. Per sradicare i membri dell’Adf, arroccati sulla catena del Ruwenzori dal 1995, l’azione militare non è sufficiente, ma è necessario andare a colmare quei vuoti riempiti dai jihadisti. In quest’ottica, la nascita di movimenti che collaborano con l’esercito regolare, sul lungo termine, potrebbe costituire una delle chiavi di volta della crisi apparentemente senza uscita del Nord Kivu.</p>
<p>Contestualmente a quest’offensiva sono stati operati numerosi <a href="https://www.reuters.com/article/us-congo-security/congo-army-kills-leader-of-splinter-hutu-militia-group-idUSKBN1XK0DI">arresti tra le fila dei ribelli hutu</a> e nel Sud Kivu s’inaspriscono gli scontri tra le diverse comunità. A circa un anno dalla sua elezione, Felix Tshisekedi e il suo governo, su cui pende l’ingombrante figura di Joseph Kabila, stanno producendo il massimo sforzo per porre un freno a Ebola, ma sarà sufficiente? E sono davvero queste le reali motivazioni dell’offensiva militare? Difficile dirlo, ciò che appare evidente sono gli interessi delle industrie del coltan e del rame, spalleggiate da Uganda e Rwanda, poco inclini a favorire un processo di pacificazione della regione.</p>
<p>Dopo anni di soprusi da parte dell’esercito, delle milizie armate, dei jihadisti e di fronte alla <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/ebola-the-outbreak.html">peggiore crisi di ebola</a> mai verificatasi in un contesto di guerra, una parte della popolazione del Nord Kivu abbozza una reazione, prova a riaccendere la speranza. Le comunità di questa provincia hanno dimostrato una <strong>resilienza</strong> rara, una capacità adattiva che ha portato alla nascita di milizie o alla loro sconfitta. Schierarsi ancora una volta, oggi, cambierebbe le sorti di uno dei più gravi conflitti del mondo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/i-jihadisti-arretrano-in-congo-esercito-e-civili-uniti-contro-lisis.html">I jihadisti arretrano in Congo: esercito e civili uniti contro l&#8217;Isis</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Isis in Mozambico attacca i contractor russi</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-in-mozambico-attacca-i-contractor-russi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="859" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Pattugliamento russo-turco" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926-768x344.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926-1024x458.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel mese di ottobre sono stati uccisi sette militari appartenenti al gruppo Wagner, alcuni sono stati decapitati.  Le prime ricostruzioni attribuiscono i violenti attacchi al gruppo jihadista che da due anni compie razzie e massacri nei villaggi della regione di Cabo Delgado. Ed emergono, ancora una volta, rapporti poco chiari tra Russia, Africa, armi e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-in-mozambico-attacca-i-contractor-russi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-in-mozambico-attacca-i-contractor-russi.html">L&#8217;Isis in Mozambico attacca i contractor russi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="859" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Pattugliamento russo-turco" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926-768x344.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10566139-e1572991013926-1024x458.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nel mese di ottobre sono stati uccisi sette militari appartenenti al gruppo Wagner, alcuni sono stati <strong>decapitati</strong>.  Le prime ricostruzioni attribuiscono i violenti attacchi al gruppo jihadista che da due anni compie razzie e massacri nei villaggi della regione di Cabo Delgado. Ed emergono, ancora una volta, rapporti poco chiari tra <strong>Russia</strong>, Africa, armi e gas.</p>
<h2>Due assalti ravvicinati</h2>
<p>Qualche settimana fa le agenzie di stampa, locali e internazionali, hanno riportato che durante un’imboscata nel distretto di Macornia due militari russi sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. L’attacco è attribuito al gruppo terroristico Al Sunna Wa – Jamma. Uno scontro che giungeva a pochi giorni dalla firma di una serie di accordi militari ed economici tra <strong>Nyusi</strong> e <strong>Vladimir</strong> <strong>Putin</strong> che prevedono la fornitura di apparati di sicurezza (200 uomini e diversi mezzi militari) proprio per contrastare il gruppo terroristico: servizio per cui si era proposto anche il Lancaster 6 Group, Blackwater, di Erik Prince.</p>
<p>Pochi giorni fa, il 27 di Ottobre, un <a href="https://www.themoscowtimes.com/2019/10/31/7-kremlin-linked-mercenaries-killed-in-mozambique-in-october-sources-a67996">nuovo assalto</a> ancora più letale, con le stesse modalità. Nel distretto di Muidumbe è stato assalito un convoglio militare, composto da <strong>contractor del Gruppo Wagner </strong>e uomini delle Fadm (Forcas Armadas da Defesa de Mozambico). Nella sparatoria sono stati feriti 20 soldati mozambicani e cinque russi. Un militare, sopravvissuto, ha raccontato che in seguito alla sparatoria tutti i prigionieri sono stati decapitati.</p>
<h2>Al Sunna Wa – Jamma</h2>
<p>Il gruppo jihadista <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-mozambico-e-alle-prese-con-uninsurrezione-islamista.html">Al Sunna Wa – Jamma</a> opera nella provincia di Cabo Delgado, Nord del Mozambico, dal 2017. Conosciuto localmente con il nome di Al Shabaab, a differenza di quanto possa sembrare non ha alcun legame con i “cugini” qaedisti somali: anzi fa parte della rete dello <strong>Stato Islamico,</strong> sempre più attivo nell’area dal riconoscimento della nuova provincia dello <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-approda-in-congo-nasce-lo-stato-islamico-dellafrica-centrale.html">Stato Islamico dell’Africa centrale</a>.</p>
<p>In circa due anni il gruppo jihadista ha causato oltre 310 morti in circa 116 attacchi, con un incremento notevole nel 2019. Il gruppo terroristico, pur essendo eterogeneo per la provenienza dei suoi combattenti, a lungo ha agito localmente, attaccando, in oltre l’80% dei casi, civili. Il 4 di Giugno lo Stato Islamico ha rivendicato ufficialmente un suo attacco terroristico, il primo nella storia del Mozambico. Da quel giorno qualcosa è cambiato, Al Sunna Wa – Jamma ha acquisito legittimità e forza, come dimostrano gli attacchi contro personale armato.</p>
<p>In particolare, l’assalto cui poi è seguita la decapitazione segna, probabilmente, uno spartiacque nelle <strong>capacità operative</strong> e negli obiettivi del gruppo. Non più attacchi a civili e villaggi ma scontri a fuoco con soldati, anche stranieri. Se la prima imboscata era un campanello d’allarme, questa seconda è un chiaro ed evidente <strong>ultimatum</strong> a Nyusi e alla Russia di Vladimir Putin, che a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino sta provando a ricostruire la sua sfera d’influenza su quei paesi africani che si schierarono con l&#8217;Urss.</p>
<h2>Elezioni, social network e gas</h2>
<p>Un attacco così violento da parte di un gruppo che non aveva mai mostrato prima tali capacità operative merita un’ulteriore riflessione e s’intreccia con almeno tre elementi. Il primo sono le recenti <a href="https://www.aljazeera.com/news/2019/10/nyusi-wins-mozambique-presidential-poll-landslide-191027131523719.html">elezioni</a> del 15 di Ottobre che hanno riconfermato Nyusi e il <strong>Frelimo </strong>(Fronte di Liberazione del Mozambico) alla guida del Paese col 73% dei voti – risultato duramente contestato dal Renamo (Resistenza Nazionale del Mozambico) di Ossufo Momade.</p>
<p>Il secondo elemento è la recente chiusura, da parte di Facebook, di tre network di account russi, cui si aggiungono cinquanta account Instagram, che avrebbero influenzato la politica in alcuni Stati africani, tra cui il Mozambico. Questi account pare siano riconducibili all’Internet Research Agency, legata a <strong>Yevgeny Prigozhin</strong>, il cosiddetto &#8220;chef di Putin&#8221;, nonché mentore e finanziatore del <a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/gruppo-wagner.html">Gruppo Wagner</a>.</p>
<p>Infine, può essere utile ricordare che la regione sede degli scontri è poco distante dalla provincia di Palma. Questa provincia è ricca di giacimenti di <strong>gas</strong> <strong>liquido</strong> (Lng), già sfruttati da Eni, Total ed ExxonMobil. A margine degli incontri con la Russia sono stati firmati degli accordi con la Rosneft, la compagnia petrolifera russa, proprio per le concessioni di questi giacimenti, nell’ambito del <strong>Mozambique LNG project</strong>.</p>
<p>Il quadro che emerge ci parla di numerosi attori, troppi, presenti in questo momento in Mozambico. Dalla Russia con le sue ombre alle compagnie petrolifere, dal Frelimo ai jihadisti. Giocatori che si sfidano a colpi di contractor, milizie armate, gruppi terroristici e concessioni di giacimenti. Interessi ed eventi contrastanti si sovrappongono in maniera così evidente da rendere visibile, dietro le ombre, il filo rosso che li unisce.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/lisis-in-mozambico-attacca-i-contractor-russi.html">L&#8217;Isis in Mozambico attacca i contractor russi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Nobel non ferma gli scontri: l’Etiopia in cerca di pace</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-nobel-non-ferma-gli-scontri-letiopia-in-cerca-di-pace.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Oct 2019 09:35:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="955" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Scontro in Etiopia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866-768x382.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866-1024x509.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nuova ondata di proteste e scontri ad Addis Abeba e diverse città dell’Oromia, che hanno causato sedici morti e diversi feriti. Nonostante il Nobel per la pace al premier Abiy Ahmed, le tensioni interne permangono. Negli ultimi giorni sono migliaia i manifestanti scesi per le strade al grido di “Abiy down!”, a supporto del giornalista &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-nobel-non-ferma-gli-scontri-letiopia-in-cerca-di-pace.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="955" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Scontro in Etiopia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866-768x382.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Jawar-Mohammed-Etiopia-La-Presse-e1572087619866-1024x509.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nuova ondata di proteste e scontri ad Addis Abeba e diverse città dell’Oromia, che hanno causato sedici morti e diversi feriti. Nonostante il Nobel per la pace al premier Abiy Ahmed, le tensioni interne permangono. Negli ultimi giorni sono migliaia i manifestanti scesi per le strade al grido di “<strong>Abiy down!</strong>”, a supporto del giornalista e attivista politico <strong>Jawar Mohammed</strong>.</p>
<p>Meno di due settimane fa Ahmed era insignito del premio <strong>Nobel per la pace</strong> grazie al suo impegno nella distensione dei rapporti fra Etiopia ed Eritrea. Molti hanno rilevato, giustamente, i passi in avanti compiuti dal governo etiope nell’ultimo anno, con la nomina di Ahmed. Dopo anni di proteste e rivolte, potremmo essere davanti ad un cambio di passo decisivo per la democrazia etiope. Vi saranno libere elezioni nel 2020, è avvenuto il rilascio di numerosi prigionieri politici, è partito il dialogo tra le parti sociali. E nel frattempo, sono tornati i leader dell’opposizione esiliati da decenni. Il riconoscimento internazionale ha riacceso tra i media esteri la scintilla dell’ “<strong>Abiymania</strong>”, generando letture semplicistiche, che si discostano di molto dalla complessa realtà socio – politica etiope. Se è vero che ci sono state aperture da parte del governo, assolutamente improbabili prima di Abiy Ahmed, è vero anche che la strada per la pace interna è ancora lunga. Come testimoniano le recenti <a href="https://www.reuters.com/article/us-ethiopia-politics/stand-off-at-ethiopian-activists-home-amid-tensions-with-pm-reuters-witness-idUSKBN1X211D">manifestazioni a sostegno di Jawar Mohammed</a>.</p>
<h2>Accuse reciproche</h2>
<p>Tutto inizia quando il primo ministro etiope dichiara di voler prendere seri provvedimenti contro gli organismi mediatici che alimentano i <strong>conflitti inter-etnici</strong>, aggiungendo che chi non ha un passaporto etiope, a differenza di altri, può lasciare il paese in ogni momento, evitando qualsiasi ripercussione per i suoi comportamenti. Quest’ultima affermazione è un chiaro e diretto attacco a Jawar Mohammed. L’attivista politico, infatti, è in possesso di un passaporto statunitense e privo di quello etiope, ritiratogli nel 2008 quando fu esiliato. Negli anni Jawar si è distinto per il suo attivismo a favore degli Oromo, etnia maggioritaria che ha guidato le proteste del 2016 – 2017. Il suo apporto è stato fondamentale per la nomina di Abiy Ahmed, primo Oromo a ricoprire quest’incarico. Durante l’esilio fonda e gestisce l’Omn (Oromo Media Network), la principale fonte d’informazione dei movimenti di protesta antigovernativi e oggi sotto accusa da parte del governo etiope. Grazie ad Abiy, nel 2018, torna in Etiopia dove fonda il National Youth Movement for Freedom and Democracy, meglio conosciuto come <strong><em>Qeero</em></strong>, caratterizzato da un’ideologia che antepone gli interessi della popolazione oromo a quelli etiopi. Proprio per il suo <strong>attivismo politico</strong>, fin dal suo ritorno Jawar è sorvegliato da una scorta che, evidentemente, ha il duplice compito di protezione e controllo.</p>
<p>In seguito alla dichiarazione di Abiy, Jawar Mohammed <a href="https://www.facebook.com/Jawarmd/posts/10104932193431623">risponde sui social</a> attaccando durante il governo, che nella notte tra martedì e mercoledì ritira la scorta al giornalista.  In poche ore la residenza di Jawar ad Addis Abeba e circondata da centinaia (alcuni dicono migliaia) di <strong>manifestanti</strong> che inneggiano all’attivista mentre bruciano <em>Medmer</em>, il libro pubblicato da Abiy Ahmed. Nascono manifestazioni spontanee <em>Qeero</em> in altre città della regione dell’Oromia, Adama, Ambo, Shashamane, Jimma e a Harar. Il bilancio provvisorio è di diversi feriti e <strong>sedici morti</strong>, le cui cause sono ancora da chiarire.  I governatori oromo hanno avviato indagini riguardo all’operato delle forze di polizia. Alla luce della rapida escalation degli scontri, Jawar ha tenuto una<a href="https://www.reuters.com/article/ethiopia-politics-activist/ethiopian-activist-calls-for-calm-after-16-die-in-ethiopia-during-clashes-idUSL5N27967L"> conferenza stampa</a> in cui invita le parti in causa alla riconciliazione.</p>
<h2>Etiopia 2020</h2>
<p>Queste manifestazioni, tanto improvvise quanto intense, giungono a pochi giorni dal nobel ad Abiy Ahmed. Un onore, ma soprattutto un onere per il giovane premier etiope, su di cui pendono enormi aspettative. In Etiopia le divisioni politiche si alimentano e sfruttano le differenze etniche. La scelta di Abiy di aprire un confronto politico franco, pur ottenendo risultati postivi, ha generato una <strong>mobilitazione etnica</strong> senza precedenti, cui si aggiunge la debolezza di uno Stato federale in cui le regioni acquisiscono sempre maggior potere e gli apparati di sicurezza sono in rivolta.  L’<strong>Erpdf</strong>, il partito che governa l’Etiopia dal 1991, è strutturato su base etnica e sta affrontando una fase di profonda rimodulazione. Se lo scontro tra l’Amara, i Tigrini e gli Oromo era sotto gli occhi di tutti, vedi il colpo di Stato di Giugno, meno evidenti erano le divisioni intere alla fazione degli Oromo. Gli ultimi scontri hanno dimostrato quanto questa spaccatura sia netta e facilmente manipolabile. Jawar Mohammed ha più volte smentito le voci circa la sua <a href="https://addisstandard.com/analysis-protests-security-standoff-across-oromia-in-addis-abeba-what-happened/">candidatura nella prossima tornata elettorale</a>, ma il confronto fra due personalità così forti e influenti, rischia di disperdere il consenso dell’ODP (Oromo Democratic Party). Un monito per Abiy Ahmed e un serio ostacolo per il dialogo nazionale. Le <strong>elezioni del 2020</strong> si avvicinano, ma non c’è pace per l’Etiopia, ancora alla ricerca della concordia tra le sue molteplici anime.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-nobel-non-ferma-gli-scontri-letiopia-in-cerca-di-pace.html">Il Nobel non ferma gli scontri: l’Etiopia in cerca di pace</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L’infanzia rubata dei bambini soldato nel Sud Sudan</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/linfanzia-rubata-dei-bambini-soldato-nel-sud-sudan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Oddi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 08:49:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[bambini soldato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Bimbo soldato in Sud Sudan (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra civile sud sudanese dura da sei anni e ha causato oltre 400mila morti, due milioni di sfollati e il reclutamento forzato di migliaia di bambini soldato. Nel 2011, dopo anni di tensioni e un referendum, nasce il Sud Sudan. L’indipendenza garantisce al neonato Stato l’esclusiva sui ricchi giacimenti di petrolio della regione, attirando &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/linfanzia-rubata-dei-bambini-soldato-nel-sud-sudan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Bimbo soldato in Sud Sudan (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Bimbo-soldati-in-Sud-Sudan-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La guerra civile sud sudanese dura da sei anni e ha causato oltre 400mila morti, due milioni di sfollati e il reclutamento forzato di migliaia di bambini soldato.</p>
<p>Nel 2011, dopo anni di tensioni e un referendum, nasce il Sud Sudan. L’indipendenza garantisce al neonato Stato l’esclusiva sui ricchi <strong>giacimenti di petrolio</strong> della regione, attirando speculatori occidentali, russi, arabi e cinesi. La lotta per lo sfruttamento delle risorse ha portato alla nascita di milizie armate, fondate su base etnica e guidate da warlord abili nell’intrattenere rapporti con gli investitori stranieri. Scoppia così una guerra civile, dicembre 2013, che vede contrapposte una costellazione di formazioni militari governative e non. A <strong>Salva Kiir Mayardit</strong>, presidente del Sud Sudan di etnia dinka e capo dell’esercito regolare, si contrappone <strong>Riek Machar</strong>, ex vicepresidente del Sud Sudan di etnia nuer, appoggiato da numerose milizie unite nella lotta alle truppe regolari.</p>
<p>Nel Settembre 2018 è stato firmato l’ennesimo accordo di pace che dovrebbe entrare in vigore il 12 Novembre, dando il via a un governo di transizione. Il condizionale è d’obbligo, poiché i precedenti accordi sono stati puntualmente disattesi e, a neanche un mese dalla fatidica data, le parti in causa appaiono <a href="https://www.apnews.com/369fb628656b474a83cbc7dc74baa59d">ancora molto distanti</a>.</p>
<h2>Bambini trasformati in soldati</h2>
<p>Il peso di quest’interminabile crisi è tutto sulle spalle dei civili, che sono costretti a subire reclutamenti forzati e violenze, per mano delle milizie irregolari e dell’esercito governativo. Le stime più aggiornate parlano di circa <strong>19mila bambini soldato</strong> presenti nel paese e tuttora attivi. Il protocollo opzionale della Convezione dei diritti del fanciullo, sottoscritto dal Sud Sudan nel 2018, proibisce l’arruolamento forzato di minori di 18 anni e designa come <strong>crimine di guerra</strong> il reclutamento di bambini d&#8217;età inferiore ai 15 anni.  Eppure, ogni anno, sono centinaia i bambini e le bambine costretti a condurre una vita militare. Il <a href="https://www.securitycouncilreport.org/un_documents_type/secretary-generals-reports/?ctype=Children%20and%20Armed%20Conflict&amp;cbtype=children-and-armed-conflict">Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite</a> riporta che nel 2018 sono stati arruolati 365 ragazzi e 88 ragazze, di cui il 15% sotto i 15 anni, principalmente nella regione Greater Equatoria. I signori della guerra, autori di questi crimini, sono presenti tra i sostenitori di Kiir, così come tra quelli di Machar. L’esercito regolare nel 2018 ha reclutato 143 bambini soldato, le milizie d’opposizione, complessivamente, 310.</p>
<p>L’<strong>arruolamento forzato </strong>segue comunemente la stessa dinamica. Il gruppo armato arriva nel<a href="https://www.unicef.org/stories/they-told-me-stop-crying-south-sudan"> villaggio armi in mano</a>, rastrellando le giovani leve. I bambini che si oppongono sono costretti a guardare la morte dei propri genitori. In seguito sono portati in <strong>campi di addestramento</strong> dove imparano a sparare, a essere aggressivi e violenti, a seguire una vita militare 24 ore su 24. Le mansioni che svolgono sono molteplici. I ragazzi più addestrati sono utilizzati nelle operazioni militari, mentre chi è nelle retrovie provvede agli aspetti logistici. Le ragazze sono trasformate nelle schiave sessuali dei mostri della guerra e dei loro sottoposti.</p>
<h2>Un incubo senza fine</h2>
<p>Le rare testimonianze di chi è riuscito a scappare o è stato liberato, dimostrano che questi orrori sono solo l’inizio di un lungo calvario. I <strong>danni psicologici</strong> subiti dai bambini soldato sono incalcolabili &#8211; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=e0Qe6GNnKDM">incubi, depressione, istinti suicidi</a> – e un reinserimento nella società lento e difficoltoso. I più fortunati entrano a far parte dei programmi Unicef, dove ricevono un supporto specialistico per tre anni. Purtroppo, la maggior parte sono abbandonati a loro stessi, con la concreta possibilità di tornare da coloro da cui erano fuggiti. In tutto il paese è presente un unico reparto psichiatrico a Juba, la capitale, con 12 posti letto, condizione che rende pressoché impossibile accedere a percorsi guidati di reinserimento.</p>
<p>A oggi nessun generale dell’esercito regolare ha subito un processo, anzi molti sono sati promossi e intrattengono rapporti privilegiati con partner stranieri. Come nel caso del <strong>generale David Yau Yau</strong>, uno dei principali warlord, che con la sua milizia, Cobra Faction, ha reclutato migliaia di bambini. Nel 2015, grazie a due finanziatori britannici, il luogotenente diviene il principale azionista della National Depot Petroleum Development Co. Ltd., nota società che fornisce servizi alle aziende che estraggono petrolio nel Sud Sudan.</p>
<p>Tutto ciò avviene sotto gli occhi della comunità internazionale che, non solo rimane inerme, ma approfitta delle condizioni d’instabilità e violenza in cui versa il paese. Invece di isolare una classe dirigente priva di scrupoli, continuano a inserirsi nuovi attori che alimentano le violenze, come la Cina, giunta in Sud Sudan portando con sé armi e denaro. I progressi nel processo di pacificazione del paese fanno ben sperare, ma dopo anni di fallimenti è difficile essere certi del risultato delle prossime negoziazioni. Il <strong>futuro</strong> dei 19mila bambini soldato, però, passa però per la riconciliazione delle varie anime del Sud Sudan. Solo uno Stato unito e coeso potrà dare un futuro a questi bambini, consapevoli che nessuno potrà ridargli indietro la loro infanzia, ormai perduta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/linfanzia-rubata-dei-bambini-soldato-nel-sud-sudan.html">L’infanzia rubata dei bambini soldato nel Sud Sudan</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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