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	<title>Emanuele Giulianelli Archives - InsideOver</title>
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	<title>Emanuele Giulianelli Archives - InsideOver</title>
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		<title>“Il Nobel ad Abiy Ahmed pericoloso per il processo di pace”</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-nobel-ad-abiy-pericoloso-per-il-processo-di-pace.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Giulianelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2019 08:46:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1307" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Abiy Ahmed Ali Nella foto Abiy Ahmed Ali" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1-768x523.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1-1024x697.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Grand Ethiopian Renaissance non è lo slogan o l’appellativo dato alla politica del premier Abiy Ahmed Ali, insignito a dispetto dei pronostici la scorsa settimana del Premio Nobel per la pace, ma è il nome di uno dei progetti più controversi e, nello stesso tempo, cruciali dell’intero panorama geopolitico africano. Si tratta, infatti, della diga &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-nobel-ad-abiy-pericoloso-per-il-processo-di-pace.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1307" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Abiy Ahmed Ali Nella foto Abiy Ahmed Ali" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1-768x523.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Abiy-Ahmed-1-1024x697.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Grand Ethiopian Renaissance non è lo slogan o l’appellativo dato alla politica del premier Abiy Ahmed Ali, insignito a dispetto dei pronostici la scorsa settimana del Premio Nobel per la pace, ma è il nome di uno dei progetti più controversi e, nello stesso tempo, cruciali dell’intero panorama geopolitico africano. Si tratta, infatti, della diga sul Nilo, conosciuta con l’acronimo di GERD, la cui realizzazione il governo di Addis Abeba ha commissionato nel 2011 all’impresa italiana Salini Impregilo, che dovrebbe rappresentare un vero e proprio punto di svolta per l’intera economia dell’Etiopia e per il suo ruolo nel Corno d’Africa, ma che è al centro di annose dispute con l’Egitto che, nell’area, svolge la parte di potenza dominante.</p>
<p>L&#8217;area interessata dal progetto è situata a circa 500 Km a nord ovest della capitale Addis Abeba, nella regione di Benishangul–Gumaz lungo il Nilo Azzurro. Al termine dei lavori, come recita testualmente il sito web della società di costruzioni, Grand Ethiopian Renaissance Dam sarà la diga più grande d’Africa: lunga 1800m, alta 155m e del volume complessivo di 10,4 milioni di metri cubi. Il costo iniziale dell’opera, a carico del cliente Ethiopian Electric Power, è stimato in 3,4 milioni di euro.</p>
<p>Il progetto è nella sua fase finale, con l’entrata in produzione prevista per il 2020 e la piena operatività per il 2022; con la costruzione della diga, capace di produrre una potenza di 6.000 megawatt, l’Etiopia diventerebbe il più grande esportatore di energia elettrica dell’intero continente africano e il governo punta sui forti ricavi per sviluppare la rete ferroviaria e, soprattutto, per realizzare un importante numero di nuove zone industriali.</p>
<h2>La disputa con l’Egitto</h2>
<p>Ma l’Egitto teme fortemente che la diga ridurrà il flusso d’acqua ricevuto dal fiume Nilo, che fornisce vera e propria linfa vitale a tre Paesi, partendo dalle sorgenti sugli altipiani dell’Etiopia, attraversando i deserti del Sudan per poi giungere ai campi coltivati e alle cisterne del Paese delle piramidi. L’Egitto dipende per il 90% della propria acqua dolce dal Nilo e pretende che il gettito d’acqua ricevuto dal bacino della GERD sia di 40 miliardi di metri cubi, mentre l’Etiopia ne garantisce la prosecuzione di 35.</p>
<p>“L’Egitto è dipendente dal Nilo per il proprio approvvigionamento idrico – ci ha spiegato in esclusiva William Davison, Senior Analyst per l’Etiopia dell’International Crisis Group – e teme che il GERD lo riduca; ma basa le sue recriminazioni su trattati obsoleti, a cui paesi a monte del fiume come l&#8217;Etiopia non hanno partecipato. L&#8217;Etiopia rivendica il diritto di utilizzare le proprie risorse idriche e non riconosce la legittimità dei trattati, che non ha firmato. Considera il GERD un progetto vitale che segna una nuova era della politica del Nilo e che può aumentare significativamente l&#8217;approvvigionamento energetico nazionale e regionale e l&#8217;accumulo di acqua”.</p>
<p>Per quanto riguarda una possibile risoluzione della disputa, Davison porta la posizione propria e dell’International Crisis Group: “La soluzione è che le due nazioni e tutti i paesi del Nilo firmino l&#8217;accordo quadro di cooperazione e istituzionalizzano la cooperazione in modo da condividere informazioni sulle precipitazioni, i flussi fluviali, i livelli delle riserve e i progetti pianificati. Ciò consentirà loro di progettare strategie di sviluppo reciprocamente vantaggiose e di sincronizzare le operazioni delle loro dighe idroelettriche e di altri progetti”.</p>
<h2>La situazione politica interna</h2>
<p>Il primo ministro Abiy Ahmed Ali ha preso in mano il governo dell’Etiopia il 2 aprile 2018, dopo due anni di scontri con centinaia di morti e una fase di stallo politico che aveva portato alle dimissioni del premier Haile Mariam Desalegn, segno dell’indebolimento dell’etnia tigrina, classe dominante nel Paese fino a quel momento. A diciotto mesi dall’insediamento di Abiy, la situazione in Etiopia è ancora lontana dal potersi definire stabile o, quantomeno, sotto controllo, come ci spiega William Davison: “La situazione politica è difficile. La liberalizzazione promette cambiamenti significativi e duraturi, ma ha aperto la sfera politica a molti attori diversi, alcuni dei quali hanno disaccordi fondamentali, come a proposito del sistema federale basato sull&#8217;etnia. Mentre alcuni gruppi politici come Sidama e Oromo apprezzano molto l&#8217;autonomia etnico-regionale che offre, altri pensano che il sistema stia allontanando gli etiopi gli uni dagli altri e creando conflitti. Ci sono anche molte lamentele, come quelle degli Amhara, che credono di essere state le vittime sotto il sistema federale, anche se le altre regioni percepiscono l&#8217;Amhara come un potere precedentemente privilegiato. La conseguente crescita del nazionalismo Amhara ha portato a un&#8217;estrema violenza politica ad alto livello nello scorso giugno: ci sono inoltre notevoli tensioni tra Amhara e Tigray, nominalmente per il territorio tigrino che è rivendicato da alcune fazioni Amhara”.</p>
<h2>La pace con l’Eritrea</h2>
<p>A un anno dai trattati di pace siglati con l’Eritrea, per i quali Abiy Ahmed ha ricevuto il prestigioso riconoscimento assegnato dal Comitato per il Nobel norvegese, abbiamo provato a tracciare un bilancio con l’analista Davison. Al clamore e all’ottimismo per la riapertura delle frontiere e la ripresa delle relazioni bilaterali, infatti, ha fatto seguito una nuova chiusura dei confini: “La situazione – spiega &#8211; è ancora positiva, ma i progressi sono lenti e sussistono notevoli ostacoli. Il partito al potere nel Tigray è un attore cruciale e la sua piena cooperazione è necessaria per normalizzare pienamente le relazioni e risolvere le questioni di frontiera con l&#8217;Eritrea. Ma le sue relazioni con il resto della coalizione di governo e le autorità federali in Etiopia sono molto cattive. C&#8217;è anche un punto interrogativo sul fatto che il Presidente eritreo Isaias sia desideroso di passare rapidamente alla piena normalizzazione dei rapporti con l&#8217;Etiopia, poiché a quel punto non ci sarebbe più una giustificazione per la sospensione della costituzione eritrea: questo significherebbe che il suo regime dovrebbe affrontare sfidanti, cosa che non accade nella situazione attuale&#8221;.</p>
<h2>Il Nobel e il possibile impatto negativo</h2>
<p>Appena avuta la notizia del Nobel per la Pace assegnato al premier Abiy Ahmed Ali, abbiamo contattato norvegese Kjetil Tronvoll, docente di Studi sui conflitti e sulla pace al Bjørknes University College e Direttore di Oslo Analytica, uno dei massimi esperti mondiali sull’Etiopia e sul Corno d’Africa in generale: “Il premio legittima gli sforzi di Abiy, ma non credo che necessariamente darà uno slancio al processo di pace” ci ha detto. Un processo che, dopo gli squilli di tromba e le strette di mano del 9 luglio 2018, con l’apertura delle frontiere tra Etiopia ed Eritrea di due mesi dopo, si è arenato. I confini sono stati nuovamente chiusi, per porre un freno al flusso impressionante di profughi che spingono per scappare dal regime di Isaias. Non è un caso che il Nobel sia stato assegnato solamente a uno dei due contendenti nel conflitto, Abiy appunto, senza che Isaias sia stato neanche menzionato nella motivazione del Comitato Norvegese: “Per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea”.</p>
<p>“Per andare avanti con il processo di pace – spiega Tronvoll – serve che entrambe le parti in causa lavorino nella stessa direzione”, cosa che non sta avvenendo in questo momento.</p>
<p>La questione, inoltre, coinvolge il particolare assetto costituzionale dell’Etiopia, con quel federalismo spinto al quale abbiamo già accennato, per il quale “l’Eritrea – spiega il professore norvegese – non è in conflitto con l’Etiopia, ma con la regione del Tigray”, coinvolta in dispute territoriali con Asmara. Abiy non ha interesse a inimicarsi il Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF) e, inoltre, ha dovuto anche fronteggiare un tentato golpe nello stato di Amhara, altro stato caldo, con il Sidama che il 13 novembre voterà un referendum per l’autonomia. Da questa situazione è chiara la frase che ci ha detto William Davison: “Prima di pensare alla politica estera e all’idea di raggiungere un ruolo importante nel Corno d’Africa, l’obiettivo di Abiy dovrebbe essere quello di stabilizzare internamente l’Etiopia. Unire il Paese, prima di guardare fuori”.</p>
<p>Il Nobel assegnato ad Abiy, come spiega chiaramente il professor Tornvoll, può addirittura avere un impatto negativo sul processo di pace e sulla situazione interna dell’Eritrea: “Isaias potrebbe sentirsi offeso per il fatto di non essere stato premiato. Il rischio è che, quindi, il dittatore possa assumere un atteggiamento più ostile nei confronti di Abiy, poiché sente che il premier etiope avrebbe in qualche modo rubato la sua parte di gloria. Inoltre, il premio conferisce legittimità a coloro che vogliono riforme democratiche e cambiamenti anche in Eritrea; quindi Isaias sarà portato a governare ancora più duramente per reprimere chiunque possa usare il premio contro la sua politica e sostenere il cambiamento”. La pace, insomma, è ancora lontana, anche se il Nobel è già arrivato.</p>
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		<title>&#8220;Le elezioni in Afghanistan non cambieranno il corso della guerra&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/graeme-smith-elezioni-afghanistan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Giulianelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2019 08:38:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Talebani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="581" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="L&#039;Afghanistan alla vigilia del voto (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101-300x116.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101-768x297.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101-1024x397.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Il 28 settembre, gli elettori afghani saranno chiamati, per la quarta volta dalla proclamazione della Repubblica islamica nel 2003, a decidere il loro prossimo presidente. Il processo di pace si è impantanato in un vicolo cieco: attentati, attacchi aerei e morti a decine sono, purtroppo, all&#8217;ordine del giorno. I talebani continuano a ripetere che stanno mantenendo la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/graeme-smith-elezioni-afghanistan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="581" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="L&#039;Afghanistan alla vigilia del voto (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101-300x116.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101-768x297.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LAfghanistan-alla-vigilia-del-voto-e1569400716101-1024x397.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Il 28 settembre, gli elettori afghani saranno chiamati, per la quarta volta dalla proclamazione della Repubblica islamica nel 2003, a decidere il loro prossimo presidente. Il processo di pace si è impantanato in un vicolo cieco: attentati, attacchi aerei e morti a decine sono, purtroppo, all&#8217;ordine del giorno.</p>
<p>I talebani continuano a ripetere che stanno mantenendo la porta aperta agli Stati Uniti, se la loro amministrazione deciderà di riprendere i colloqui di pace per porre fine a un conflitto in corso da 18 anni. Due settimane fa, dopo un attacco in cui un soldato americano e altri 11 civili sono stati uccisi, Donald Trump ha cancellato l&#8217;incontro segreto con i talebani, dichiarando &#8220;morti&#8221; i colloqui di pace. Ma il capo negoziatore Sher Mohammad Abbas Stanikzai, <a href="https://www.bbc.com/news/world-asia-49729612" target="_blank" rel="noopener">durante un&#8217;intervista esclusiva con <em>la Bbc</em></a>, ha insistito sul fatto che i negoziati sono rimasti &#8220;l&#8217;unica via per la pace in Afghanistan&#8221;. Ha respinto anche le denunce americane, affermando che i talebani non hanno fatto nulla di male.</p>
<p>L&#8217;ex presidente afghano Karzai, che ha governato il Paese dal 2004 al 2014, ha dichiarato che &#8220;il voto ora è come chiedere a un malato di cuore di correre una maratona&#8221;, in quanto potrebbe innescare attacchi talebani che getteranno ancor di più la nazione caos. &#8220;Non è il momento per tenere le presidenziali&#8221;, ha dichiarato, &#8220;non possiamo condurre elezioni in un Paese che sta attraversando un conflitto imposto dall&#8217;estero. Siamo in una guerra di obiettivi e interessi stranieri. Non è il nostro conflitto: noi ci stiamo solo morendo”.</p>
<p>Graeme Smith, autore e ricercatore canadese, lavora come consulente per l&#8217;International Crisis Group nell&#8217;ufficio dell&#8217;organizzazione a Kabul ed è uno dei maggiori esperti mondiali sull&#8217;Afghanistan. Abbiamo parlato con lui, in esclusiva, delle prossime elezioni presidenziali, del processo di pace e delle prospettive per un Paese dilaniato dalla guerra.</p>
<p><b>Può spiegarci qual è il clima che si respira in Afghanistan, nell&#8217;imminenza delle elezioni presidenziali?</b></p>
<p>È sempre meglio chiedere agli afghani come si sentono, ma alcune cose si possono osservare da straniero. La prima è la mancanza di comizi e di candidati che viaggiano nelle province. Nelle elezioni precedenti, i contendenti hanno investito tempo e denaro per ottenere voti. Questa volta, i partecipanti sembrano meno interessati al processo elettorale. Tutti sanno che la principale competizione per il potere si svolgerà al tavolo dei negoziati con i talebani, quindi il voto imminente ha suscitato meno entusiasmo.</p>
<p><b>Il terrorismo non si ferma: è un modo per cercare di influenzare le elezioni?</b></p>
<p>&#8220;Terrorismo&#8221; è un modo per descrivere il fenomeno. In un momento in cui le Nazioni Unite affermano che le forze filo-governative stanno uccidendo più civili delle forze anti-governative &#8211; e dal momento che né gli Stati Uniti né le Nazioni Unite annoverano i talebani nella lista dei gruppi terroristici &#8211; non sono sicuro che sia un&#8217;etichetta utile. Forse la vostra domanda riguarda gli alti livelli di violenza. Potete controllare l&#8217;ultimo riepilogo delle operazioni aerea pubblicato dall&#8217;esercito americano il 31 agosto: durante il periodo dei negoziati nel 2018 e nel 2019, gli Stati Uniti hanno lanciato più bombe sull&#8217;Afghanistan rispetto a qualsiasi altro anno precedente. Ho anche visto dati non pubblici che mostrano come gli attacchi dei talebani a Kabul siano aumentati negli ultimi mesi. E c&#8217;è sicuramente una percezione dell’opinione pubblica a Kabul secondo cui i talebani hanno aumentato drasticamente la loro violenza. È corretto affermare che entrambe le parti hanno esercitato pressioni militari man mano che la politica intensifica i suoi sforzi durante i negoziati. Questa è una buona ragione per avviare un processo di pace su vasta scala e lavorare per una mutua distensione.</p>
<p><b>Molti candidati si presenteranno alle elezioni: chi sono i favoriti? Ghani e Abdullah?</b></p>
<p>Ghani parte favorito e sembra probabile che vincerà se il voto andrà avanti. La sua vittoria sarebbe contestata dai candidati rivali che affermano che Ghani controlla i meccanismi delle elezioni e ha mobilitato risorse statali per aiutare la sua campagna per la rielezione.</p>
<p><b>E </b><b>i</b><b> </b><b>talebani</b><b>? </b><b>Stanno</b><b> </b><b>diventando</b><b> di nuovo </b><b>forti</b><b>? Quale </b><b>ruolo</b><b> </b><b>hanno</b><b> </b><b>nelle</b><b> </b><b>elezioni</b><b> e chi </b><b>sostengono</b><b>?</b></p>
<p>I talebani hanno promesso di disturbare le elezioni se andranno avanti. Hanno la capacità militare di dare un seguito alla loro minaccia. Sono preoccupato che le elezioni possano essere sanguinose. Indipendentemente da ciò che i talebani decideranno di fare, l&#8217;affluenza alle urne sarà probabilmente bassa. È stato riportato che, durante le elezioni parlamentari dello scorso anno, meno di uno su cinque aventi diritto ha partecipato al voto. Il <em>caveat</em> &#8220;è stato riportato&#8221; è importante, perché di solito le elezioni afghane sono caratterizzate da frodi che causano sovrastime sull&#8217;affluenza alle urne.</p>
<p><b>Lei riesce a vedere una possibile svolta per l&#8217;Afghanistan in queste elezioni?</b></p>
<p>No, le elezioni non cambieranno significativamente il corso della guerra afgana. Il presidente Ghani probabilmente rimarrà in carica.</p>
<p><b>Come </b><b>puoi</b><b> </b><b>spiegare</b><b> la </b><b>decisione</b><b> di Donald Trump di </b><b>cancellare</b><b> Camp David?</b></p>
<p>Trump era arrabbiato per il fatto che i talebani non volessero seguire il suo copione per il processo di pace. Non è chiaro se i negoziati possano essere rilanciati. Ciò che è chiaro è che gli Stati Uniti mancano di opzioni militari, quindi probabilmente torneranno alla diplomazia, prima o poi.</p>
<p><b>Un </b><b>futuro</b><b> di pace è </b><b>ancora</b><b> </b><b>possibile</b><b> in Afghanistan?</b></p>
<p>Sì. Una soluzione politica sarebbe l’opzione migliore.</p>
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		<title>L&#8217;intervista a Parag Khanna: &#8220;Il mondo sarà multipolare&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/parag-khanna-futuro-mondo-multipolare-trump.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Giulianelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2019 15:19:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1131" height="741" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579.jpg 1131w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579-1024x671.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1131px) 100vw, 1131px" /></p>
<p>Intervista esclusiva al politologo indiano, con nazionalità statunitense, che nel 2008 fu inserito dalla rivista Esquire tra le 75 personalità più influenti del XXI secolo. Parag Khanna, nato in India nel 1977 e in possesso della cittadinanza statunitense, è uno stratega politico di fama mondiale, autore di molti testi che sono stati tradotti in più &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/parag-khanna-futuro-mondo-multipolare-trump.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/parag-khanna-futuro-mondo-multipolare-trump.html">L&#8217;intervista a Parag Khanna: &#8220;Il mondo sarà multipolare&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1131" height="741" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579.jpg 1131w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Parag-Khanna-Wikimedia-1-e1566574726579-1024x671.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1131px) 100vw, 1131px" /></p><p><em>Intervista esclusiva al politologo indiano, con nazionalità statunitense, che nel 2008 fu inserito dalla rivista Esquire tra le 75 personalità più influenti del XXI secolo.</em></p>
<p>Parag Khanna, nato in India nel 1977 e in possesso della cittadinanza statunitense, è uno stratega politico di fama mondiale, autore di molti testi che sono stati tradotti in più di venti lingue. L&#8217;abbiamo intervistato in esclusiva per analizzare con lui i temi principali dell&#8217;attualità internazionale, con uno sguardo proiettato verso il futuro, partendo dal suo ultimo libro &#8220;The Future is Asian&#8221;, il sui titolo, nell&#8217;edizione italiana, diventa una domanda &#8220;Il futuro è asiatico?&#8221;</p>
<p><b style="font-size: 1rem;">Nel suo ultimo libro “The Future is Asian” lei illustra la crescita dell’Asia e il suo ruolo sempre più importante nel mondo del prossimo futuro. Crede che sia giunto il momento dell’emancipazione dall&#8217;egemonia cinese per tutto il continente?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non esiste un dominio cinese sull&#8217;Asia: in molti parlano dell’inevitabile egemonia regionale cinese sul continente, ma è solamente un’ipotesi ancora da dimostrare. La gente ne parla come se fosse già una realtà, ma non lo è. Dobbiamo quindi essere chiari sul fatto che, in un mondo che sta passando dall&#8217;unipolarità alla multipolarità, anche l’Asia sta andando in quella direzione. Questa è la natura centrale della tesi che espongo nel mio libro.</span></p>
<p><b>Crede che l’Asia possa accrescere la sua importanza, possa acquisire un ruolo più centrale nel nuovo mondo multipolare?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non c&#8217;è dubbio che, nella situazione attuale, l&#8217;ascesa dell&#8217;Asia rappresenta il motivo principale per cui il mondo sta diventando più multipolare; non c’è solamente la crescita della Cina, ma anche il ruolo continuo del Giappone e l&#8217;ascesa dell&#8217;India. Ci sono molti fattori che stanno guidando la multipolarità globale: abbiamo iniziato a parlare del ritorno della multipolarità negli anni &#8217;70, sulla base dell’ascesa del Giappone e del consolidamento dell&#8217;Unione Europea. Quindi è qualcosa che, strutturalmente ed economicamente, precede il crollo dell&#8217;Unione Sovietica.</span></p>
<p><b>In questo panorama, quale può essere il ruolo dell’Unione Europea, chiamata a decidere sul suo futuro e su quello che vuole diventare, impantanata tra contrasti interni e un processo di maggiore integrazione delle istituzioni?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“L’Unione Europea già svolge un ruolo rilevante nel sistema globale, sviluppando e consolidando la propria posizione, diventando più indipendente dagli Stati Uniti, rivestendo un ruolo più importante nell’economia mondiale in termini di commercio e riserve. Sta addirittura rivestendo più di un ruolo, stabilizzando le regioni periferiche, assorbendo i migranti così come sono e come principale investitore e creditore in molte aree. Penso quindi che la domanda che penso che la domanda che mi sta ponendo sia: il suo ruolo sullo scacchiere mondiale, l&#8217;Europa lo sta giocando unita, come una singola entità, o come la somma totale delle potenze nazionali? E la risposta è entrambe le cose”.</span></p>
<p><b>L’ondata di populismo e sovranismo che sta invadendo il continente può ostacolare o rallentare la crescita dell’Unione Europea?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dipende. Penso che ci siano questioni in cui la sovranità nazionale è sempre stata centrale per un&#8217;azione europea, e ovviamente quella che riguarda le migrazioni è stata una di queste, c&#8217;è stata una tendenza verso la libera circolazione per gli europei in Europa, </span><span style="font-weight: 400;">ma non c’è mai stata una politica migratoria connessa per cittadini non-europei </span><span style="font-weight: 400;">e la situazione continua a rimanere immutata. La domanda più importante è se l&#8217;Europa sarà in grado di passare da un&#8217;unione monetaria ad averne anche una bancaria e fiscale e se potrà diventare anche un’unione diplomatica e militare. </span><span style="font-weight: 400;">Questi sono i fattori più significativi che ci consentono di misurare il processo di aggregazione europea, e penso che il progresso sarà incrementale, o in alcune di queste aree non accadrà affatto, ma credo che alla fine si realizzerà.</span></p>
<p><b>La Brexit potrà essere un ostacolo per questo processo di aggregazione nell’Ue?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non credo che la Gran Bretagna si sia mai considerata parte di questa profonda integrazione istituzionale, dell’unione monetaria, fiscale e bancaria. Si è sempre considerata principalmente come una potenza indipendente: quindi il piano del Regno Unito di lasciare l’Ue non è, per molti versi, una grave perdita. Più che altro si tratta di una perdita statistica, nel senso che il collettivo dell’Unione Europea sta perdendo una certa quota statistica del proprio PIL attribuito all&#8217;appartenenza della Gran Bretagna; ma, ovviamente, commerciando, vendendo e investendo con l’UE, il Regno Unito rimane interdipendente con l’Unione stessa in molti modi; ma anche da un punto di vista geopolitico, molte forme, se non tutte, di collaborazione per la sicurezza continueranno: quindi, secondo me, l’attuale accezione di appartenenza all’UE in termini prettamente diplomatici è una po’ sovrastimata e certamente arreca più danno al Regno Unito che all&#8217;Unione Europea. Probabilmente, alla fine, questo processo renderà la Gran Bretagna meno importante dell’UE, dato che molte delle risorse e istituzioni tecniche, come il commercio, che erano state mandate off-shore nello UK, verranno centralizzate e riassorbite nell’UE: certamente tutto ciò spingerà l’Europa verso quell’integrazione che Regno Unito in molti modi stava cercando di fermare.</span></p>
<p><b>Gli Stati Uniti stanno iniziando a discutere delle prossime Presidenziali che si terranno nel 2020: che futuro vede per il paese dopo Donald Trump?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Non sappiamo se stiamo per entrare in un periodo post-Trump, perché non sappiamo cosa accadrà nelle elezioni: a questo punto è molto plausibile ipotizzare che verrà rieletto, anche se questa tendenza può cambiare dall&#8217;oggi al domani, per esempio se venisse messo sotto impeachment. Quindi credo che il problema sia il trumpismo, non Trump, o piuttosto la faziosità, che è precedente a Trump. Continueremo ad avere un sistema politico federale fazioso negli Usa, dominato da due partiti con una insufficiente riforma del Collegio Elettorale, della regolamentazione sul finanziamento della campagna elettorale e altre caratteristiche che sono di ostacolo e stanno creando una sorta di consenso nazionale?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perciò la domanda è: saranno in grado gli Stati Uniti di avere un consenso nazionale su immigrazione, cambiamento climatico, politica estera, infrastrutture o salute? Questi sono i cinque argomenti più importanti. Gli Usa potranno avere un consenso nazionale dopo le prossime elezioni su questi problemi, a prescindere da chi sarà il presidente? La risposta è no, perché, anche se l&#8217;elezione di un democratico alla presidenza potrebbe rappresentare un passo avanti verso il consenso, sarebbe poi necessaria l&#8217;azione che richiede molto tempo per essere messa in atto in una nazione molto vasta. Perciò credo che per il prossimo futuro molte altre nazioni, regioni e potenze continueranno a limitare il ruolo degli Stati Uniti e a concentrarsi sul costruire le proprie competenze, altre alleanze e partnership piuttosto che dipendere dagli Usa. Questo è un processo in corso da circa vent&#8217;anni&#8221;.</span></p>
<p><b>Quale può essere il futuro dell’Africa nel mondo multipolare che si va delineando?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’Africa non è particolarmente rilevante, è un continente che fornisce risorse, ma è un beneficiario netto poiché riceve più di quello che dà, in termini di investimenti e non solo. Rimane comunque un buon importatore. L’Africa non sarà un continente leader perché non sarà leader nell&#8217;industria: fornisce servizi e risorse, in gran parte materie prime, ma non si industrializzerà mai, per colpa dell’andamento dell’automatizzazione del lavoro con la tecnologia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I paesi asiatici sono stati capaci di utilizzare manodopera a basso costo per industrializzarsi, attrarre investimenti e diventare grandi potenze, ma questo ciclo si è interrotto per l’Africa, poiché nessuno punterà a una produzione globale di prodotti in Africa poiché è molto più conveniente utilizzare dei robot. Quindi questo ciclo che utilizza una popolazione giovane come forza lavoro per industrializzarsi e modernizzarsi ha funzionato in diversi ambienti, ma si muove in cerchio da regioni a basso costo ad altre simili e quando una regione diventa più costosa, l’offerta si sposta verso altre regioni a basso costo. Ma questo processo non coinvolge l’Africa a causa dell’automazione e dei robot, che possiamo incolpare per la stagnazione dell’industrializzazione africana.</span></p>
<p><b>Che opinione si è fatto sul Russiagate e sui fondi russi ricevuti dalla Lega in Italia? Crede ci possa essere un reale pericolo che Putin influenzi le elezioni, in Europa e negli USA?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ad essere onesto apprezzo che ci sia un’interferenza da parte dei social media utilizzati come un’arma durante le elezioni. Ma penso che la gente abbia troppo frettolosamente accusato la Russia della vittoria di Trump. Quando mi chiedono come sia potuto accadere, la mia risposta non è Facebook o Russia, ma che gli Stati Uniti non hanno ricevuto assistenza significativa per l&#8217;adeguamento commerciale da 45 anni e che il loro grado di frustrazione e marginalizzazione è molto alto. Le origini sono da ricercarsi nel fallimento da parte del governo nel compensare innovazione tecnologica e outsourcing: questi fallimenti hanno le loro origini negli anni ‘60. Penso sia molto facile cercare i colpevoli al di fuori del paese, qualcosa che europei e americani sono molto bravi a fare, ma non vuol dire che sia vero.</span></p>
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